l'abbondanza, non la raffinatezza. I Francesi, che sono buongustai, ci
trovano molto a ridire. Mi ricordo d'uno scrittore di certe _Mémoires
sur la Hollande_, che inveisce con impeto lirico contro il mangiare
degli Olandesi, dicendo:--Cos'è questo mangiar zuppe alla birra? questo
mescolar carne e confetti? questo divorar tanta carne senza pane?--Altri
scrittori di libri sull'Olanda hanno parlato dei loro desinari in quel
paese, come di sventure domestiche. È superfluo il dire che son tutte
esagerazioni. Alla cucina olandese si può abituare in poco tempo anche
una bocca ultradelicata. Il fondo del desinare è sempre un piatto di
carne, col quale si servono altri quattro o cinque piatti di salumi e di
legumi, che ognuno mescola e combina a modo suo col piatto principale.
Le carni sono squisite e i legumi squisitissimi, e cucinati in mille
maniere diverse: degni di menzione particolare la patate e i cavoli, e
ammirabile l'arte di far le frittate. Non parlo della caccia, dei pesci,
dei latticini, del burro, perchè ne parla la fama; e taccio, per non
lasciarmi vincere dall'entusiasmo, di quel celebrato formaggio, nel
quale, quando s'è fatto tanto di ficcare il coltello, si continua a
infierire con una sorta di furore crescente, menando fendenti e puntate,
e abbandonandosi a ogni specie di lavori d'intaglio e di scavo, finchè è
vuota la forma, e il desiderio aleggia ancora sulle rovine.
Uno straniero che desina per la prima volta in una trattoria olandese
vede parecchie novità. Prima d'ogni cosa, dei piatti d'una grandezza e
d'uno spessore straordinarii, proporzionati all'appetito nazionale; e in
molti luoghi, una salvietta di carta bianca sottilissima, piegata a tre
punte, contornata di fiori a stampa, con un piccolo paesaggio agli
angoli, e il nome del caffè o della trattoria o un _Bon appetit_
stampato in grandi caratteri azzurri. Lo straniero, per essere sicuro
del fatto suo, ordina un rosbiffe, e gliene portano una mezza dozzina di
fette grandi come una foglia di cavolo; o una bistecca, e gli portano un
cuscinetto di carne sanguinosa che basterebbe a saziare una famiglia; o
del pesce, e gli portano un animale lungo come la tavola; e con ciascuna
di queste cose, una montagnola di patate bollite e un vasettino di
mostarda vigorosa. Di pane, una fettina un po' più grande di uno scudo,
e sottile come una cartilagine; cosa spiacevole per noi latini, che
divoriamo il pane come accattoni; così che in una trattoria olandese ci
tocca a domandarne ogni momento, con grande stupore dei camerieri. Con
uno di quei tre piatti, e un bicchier di birra di Baviera o di birra
d'Amsterdam, un galantuomo può dire di aver desinato. Di vino, chi per
poco abbia il granchio alla borsa, in Olanda non se ne discorre, perchè
è caro assaettato; ma siccome là le borse son gonfie, così quasi tutti
gli Olandesi dal mezzo ceto in su, ne bevono; e ci son certo pochi paesi
dove si trovi la varietà e l'abbondanza di vini stranieri che si trova
in Olanda: francesi e del Reno particolarmente.
Chi, dopo desinare, vuol dei liquori, in Olanda trova il fatto suo. Non
c'è bisogno di dire che i liquori olandesi sono famosi nel mondo, e che
è famosissimo per tutti il schiedam, estratto di ginepro, così chiamato
dalla piccola città di Schiedam, distante poche miglia da Rotterdam,
nella quale si trovano più di duecento fabbriche; e per dare un'idea del
lavoro che vi si fa, basta dire che colla feccia della materia
distillata, si nutriscono anno per anno trentamila bestie suine. Questo
schiedam famoso, la prima volta che si assaggia, fa giurare e
spergiurare che non se ne beverà più una goccia se si campasse
cent'anni; ma chi ne ha bevuto, come dice il proverbio francese, ne
beverà; e si comincia a provarlo con un mucchio di zucchero; e poi con
un po' meno; e poi senza, finchè, _horribile dictu_, col pretesto
dell'umidità e della nebbia, se ne tracannano due bicchierini con una
disinvoltura da marinai. Vien dopo per ordine di nobiltà il curaçò,
liquore fine, femmineo, men vigoroso dello schiedam, ma assai più di
quel dolciume nauseabondo che si spaccia in altri paesi colla
raccomandazione del suo nome. Dopo il curaçò altri moltissimi, di tutte
le gradazioni di forza e di sapore, coi quali un bevitore esperto si può
dare, a sua fantasia, tutte le sfumature dell'ebbrezza; l'ebbrezza
gentile, la forte, la chiassosa, la cupa--e disporre in modo il suo
cervello da vedere il mondo nell'aspetto che convien meglio al suo
umore, come si farebbe con uno strumento ottico, cambiando il colore
delle lenti.
La prima volta che si desina in Olanda c'è una sorpresa curiosa al
momento di pagare lo scotto. Io avevo fatto un desinare scarso per un
batavo, ma per un italiano, abbondantino, e con quel che sapevo del gran
caro d'ogni cosa in Olanda, m'aspettavo una di quelle sonate, alle
quali, come dice Teofilo Gauthier, la sola risposta ragionevole da darsi
è una pistolettata. Fui dunque gratamente meravigliato quando il
cameriere mi disse che dovevo pagare _quarante sous_, e siccome nelle
città grandi dell'Olanda tutte le monete corrono, misi sulla tavola
quaranta soldi in argento francese, e aspettai, per dar tempo all'amico
di ravvedersi, nel caso che si fosse ingannato. Ma l'amico guardò quel
denaro senza alcun segno di ravvedimento, e disse con la più gran
serietà:--Ancora altri quaranta soldi.--Scattai sulla seggiola
domandando una spiegazione; e la spiegazione, ahimè, fu semplicissima.
L'unità monetaria, in Olanda, è il fiorino, che corrisponde a due lire
nostre e quattro centesimi; per il che il centesimo e il soldo olandesi
corrispondono a qualcosa di più del doppio del centesimo e del soldo
nostro; onde l'inganno e il disinganno.
* * * * *
Rotterdam, la sera, presenta un aspetto impreveduto a uno straniero.
Mentre nelle altre città settentrionali a una cert'ora la vita si
raccoglie nelle case, a Rotterdam, a quella stess'ora, si espande nelle
strade. L'Hoog-Straat è percorsa fino a notte avanzata da una folla
fittissima, le botteghe sono aperte,--perchè le serve vanno a far la
spesa la sera;--i caffè sono affollati. I caffè olandesi hanno una forma
particolare. Son per lo più una sala unica, lunga, divisa per mezzo da
una tenda verde, che s'abbassa verso sera e nasconde, come un telone da
teatro, tutta la parte di dietro, la quale è la sola illuminata; la
parte davanti, separata dalla strada da una grande vetrata, rimane al
buio, in maniera che dal di fuori non vi si vede che delle forme nere, e
un luccichio di punte di sigari che paion lucciole; e tra quelle forme
nere, qualche profilo vago di donna, a cui non conviene la luce.
Dopo i caffè, dan nell'occhio, come a Rotterdam in tutte le città
d'Olanda, le botteghe dei tabaccai. Ce n'è una, si può dire, a ogni
passo; e sono senza paragone le più belle d'Europa; non escluse le
grandi botteghe di tabacchi d'Avana di Madrid. I sigari sono chiusi in
scatole di legno, su ciascuna delle quali è attaccato un ritratto a
stampa del re e della regina, o di qualche illustre cittadino olandese;
e tutte queste scatole sono ammontate nelle vetrine altissime, in mille
forme architettoniche, come di torri, di campanili, di tempietti, di
scale a chiocciola, che s'inalzano da terra fin quasi al soffitto. In
queste botteghe, risplendenti di fiammelle come botteghe di Parigi, si
trovan sigari di tutte le forme e di tutti i sapori; e il tabaccaio
cortese ve li porge in una apposita busta di carta velina, dopo averne
spuntato uno con una macchinetta.
Le botteghe olandesi sono illuminate sfarzosamente; e benchè non
presentino per sè stesse alcuna differenza da quelle delle altre grandi
città europee, offrono però un aspetto particolare, di notte, per il
contrasto che ne riesce fra il pian terreno e la parte superiore delle
case. Sotto è tutto vetri, lumi, colori, splendori; sopra son quelle
facciate cupe, con quelle punte, con quegli scalini, con quelle curve;
la parte superiore della casa è la vecchia Olanda, semplice, buia e
silenziosa; il pian terreno è la vita nuova, la moda, il lusso,
l'eleganza. Oltre a questo, siccome le botteghe, essendo tutte le case
strettissime, occupano l'intero piano terreno, e sono per lo più tanto
fitte che si toccano le une le altre, così di notte nelle strade come
l'Hoog-Straat, non si vede quasi punto muro dal primo piano in giù, e
sembra che le case sian tutte sorrette dalle vetrine, e le vetrine si
confondono tutte da lontano in due larghe striscie fiammeggianti che
fiancheggiano la strada come due siepi accese e l'inondano di luce, in
modo che vi si troverebbe uno spillo.
Passeggiando per le strade di Rotterdam, la sera, si vede che è una
città riboccante di vita, che si espande; una città, sto per dire,
adolescente, nel periodo della crescenza, la quale, come una persona nei
suoi panni, si sente d'anno in anno più allo stretto nelle sue case e
nelle sue strade. I suoi centoquattordici mila abitanti saranno forse
duecentomila in un avvenire non lontano. Le strade secondarie sono
formicai di bimbi; ce n'è un ripieno, un ribocco, che rallegra gli occhi
ed il cuore. Per le vie di Rotterdam spira un non so che aria di festa.
Quei visotti bianchi e rossi delle serve, di cui si vedono spuntare da
tutte le parti le cuffiette bianche, quei faccioni sereni di negozianti
che sorbiscono lentamente dei grandi bicchieri di birra, quelle
contadine coi grossi orecchini d'oro, quella pulizia, quei fiori alle
finestre, quella folla operosa e tranquilla, danno a Rotterdam un
aspetto di salute e di pace contenta, che fa venir sulle labbra il _Te
beata_ dei _Sepolcri_, non col grido dell'entusiasmo, ma col sorriso
della simpatia.
Rientrando all'albergo, vidi tutt'una famiglia francese ferma in un
corridoio ad ammirare i chiodi d'una porta che parevan tanti bottoni
d'argento.
* * * * *
La mattina seguente appena levato, mi affacciai alla finestra, ch'era al
secondo piano, e vedendo i tetti delle case dirimpetto, riconobbi, con
meraviglia, che il Bismark era da scusarsi se aveva creduto di veder dei
fantasmi sui tetti delle case di Rotterdam. Sulle rocche di cammino, in
fatti, di tutte le case antiche, s'alzano dei tubi curvi o diritti,
sovrapposti di traverso gli uni agli altri, incrociati e ricrociati in
forma di braccia aperte, di forche, di corna smisurate, di atteggiamenti
impossibili, da far pensare che abbiano un significato, che sian come un
richiamo misterioso da casa a casa, e che di notte si debbano muovere
con uno scopo.
Scesi nell'Hoog-Straat, era giorno di festa, si vedevano le poche
botteghe aperte; ma nemmen quelle poche, mi dissero gli stessi Olandesi,
si sarebbero viste non molti anni fa: l'osservanza del precetto
religioso, ch'era rigorosissima, si comincia a rilassare. Vidi piuttosto
un segno di festa nel vestire della gente, e specialmente degli uomini.
Gli uomini, soprattutto delle classi inferiori (e osservai questo anche
nelle altre città) hanno una manifesta simpatia per gli abiti neri, e li
sfoggiano per lo più la domenica: cravatta nera, calzoni neri e certe
palandrane nere che toccan quasi il ginocchio; costume che coll'andatura
lenta e il viso grave, dà loro un'aria di sindaci di villaggio che
vadano ad assistere a un _Te Deum_ ufficiale.
Ma quello che mi stupì fu di vedere, a quell'ora, quasi tutte le persone
che incontravo, signori e povera gente, uomini e ragazzi, col sigaro in
bocca. Questa malaugurata abitudine di _sognare da svegli_, come
scriveva Emilio Girardin, quando faceva la guerra ai fumatori, occupa
una così larga parte nella vita degli Olandesi, che bisogna dirne
qualchecosa.
Il popolo olandese è forse di tutti i popoli del settentrione quello che
fuma di più. L'umidità del clima gliene fanno quasi un bisogno; il
prezzo moderatissimo del tabacco rende possibile a tutti di soddisfarlo.
Per mostrare quanto sia radicata quest'abitudine, basti dire che i
barcaioli del _trekschuit_, che è la diligenza acquatica dell'Olanda,
misurano le distanze col fumo. Di qui, dicono, alla tal città, ci sono,
non tante miglia, ma tante pipate. Quando s'entra in una casa, dopo il
primo saluto, l'ospite vi porge un sigaro; quando uscite, ve ne porge un
altro, qualche volta ve ne riempie le tasche. Per le strade si vedon
persone che accendono un sigaro col mozzicone ancora acceso dell'ultimo
fumato, senza soffermarsi, con aria di gente affaccendata, per la quale
è ugualmente rincrescevole di perdere un minuto di tempo e una boccata
di fumo. Moltissimi s'addormentano col sigaro in bocca, accendono il
sigaro quando si svegliano durante la notte e lo riaccendono la mattina
prima di mettere i piedi fuori del letto. Un olandese, scriveva il
Diderot, è un lambicco vivente; e pare infatti che il fumare sia per lui
quasi una funzione necessaria della vita. Molti dissero che tutto questo
fumo gli annebbia l'intelligenza. Eppure se v'è un popolo, come osserva
giustamente l'Esquiroz, che abbia un'intelligenza netta e precisa al più
alto grado, è il popolo olandese. D'altra parte in Olanda, il sigaro non
è scusa all'ozio, nè si fuma per _sognare da svegli_; ognuno fa i fatti
suoi cacciando fuori dei nuvoletti bianchi dalla bocca, regolarmente,
come il tubo di un fornello d'officina, e il sigaro, invece d'essere una
distrazione, è uno stimolo e un aiuto al lavoro. Il fumo, mi disse un
olandese, è il nostro secondo fiato; e un altro mi definì il sigaro: il
sesto dito della mano.
* * * * *
Qui, a proposito di tabacco, vorrei raccontare la vita e la morte d'un
famoso fumatore olandese; ma temo un po' le scrollate di spalla de' miei
amici olandesi, i quali mi raccontarono quella vita e quella morte,
lamentandosi appunto che gli stranieri, che scrivon dell'Olanda, lascin
da parte delle cose importanti ed onorevoli per il paese, per occuparsi
di corbellerie di quella natura.
Ma tant'è, mi pare una corbelleria così nuova che non posso tenermela
nella penna.
V'era dunque una volta un ricco signore dei dintorni di Rotterdam, il
quale si chiamava Van Klaës, ed era soprannominato papà gran pipa,
perchè era vecchio, grosso e gran fumatore. La tradizione racconta
ch'egli aveva fatto fortuna, da onesto negoziante, nelle Indie, e ch'era
un uomo di miti costumi e di buon cuore. Tornato dalle Indie, s'era
fatto fabbricare un bellissimo palazzo vicino a Rotterdam, e in questo
palazzo aveva raccolto e disposto in forma di Museo tutti i modelli di
pipe che vide il sole, in tutti i paesi e in tutti i tempi, da quelle
che servivano agli antichi barbari per fumare la canapa alle splendide
pipe di schiuma e d'ambra sopraccaricate di figurine e cerchiellate
d'oro che si ammirano nelle più belle botteghe di Parigi. Il Museo era
aperto agli stranieri, e ad ognuno che lo visitasse, il signor Van
Klaës, dopo aver sfoggiato la sua vasta erudizione fumatoria, riempiva
le tasche di sigari e di tabacco e regalava un catalogo del Museo con
una copertina di velluto.
Il signor Van Klaës fumava cento cinquanta grammi di tabacco al giorno,
e morì all'età di novantott'anni; così che, fatto il conto colla
supposizione che abbia cominciato a fumare di diciotto anni, in tutto il
corso della sua vita egli ne fumò quattromila trecento ottantatrè
chilogrammi; colla quale quantità di tabacco, si forma una striscia nera
non interrotta della lunghezza di venti leghe francesi. Con tutto ciò il
signor Van Klaës si mostrò assai più grande fumatore in morte che in
vita. La tradizione ha conservato tutti i particolari della sua fine.
Gli mancavan pochi giorni a compire il novantottesimo anno, quando egli
sentì improvvisamente che quell'anno sarebbe stato l'ultimo. Mandò a
chiamare il suo notaio, ch'era pure un fumatore emerito, e senz'altro
preambolo: "Notaro mio" gli disse "riempite la mia pipa e la vostra; io
mi sento morire." Il notaio riempì le pipe, le accesero e il signor Van
Klaës dettò il suo testamento, che diventò poi celebre in tutta
l'Olanda.
Dopo aver disposto d'una gran parte del suo avere a favore di parenti,
d'amici e d'ospizi, dettò i seguenti articoli:
Voglio che tutti i fumatori del paese siano invitati ai miei funerali
con tutti i mezzi possibili: giornali, lettere private, circolari,
annunzi. Ogni fumatore che si renderà all'invito, riceverà in dono dieci
libbre di tabacco e due pipe, sulle quali siano incisi il mio nome, le
mie armi e la data della mia morte. I poveri del distretto che
accompagneranno il mio feretro, riceveranno ogni anno, il giorno
anniversario della mia morte, un gran pacco di tabacco. A tutti coloro
che assisteranno al funerale, metto per condizione, se vogliono
partecipare ai benefizi del mio testamento, che fumino senza
interruzione per tutta la durata della cerimonia. Il mio corpo sarà
chiuso in una cassa rivestita internamente del legno delle mie vecchie
scatole dei sigari d'Avana. In fondo alla cassa, sarà deposta una
scatola di tabacco francese detto _caporal_ e un pacco del nostro
vecchio tabacco olandese. Al mio fianco, sarà messa la mia pipa
prediletta e una scatola di fiammiferi.... perchè non si sa mai quello
che possa accadere. Portato il feretro al cimitero, tutte le persone
del corteggio, prima d'andarsene, gli sfileranno dinanzi e vi getteranno
sopra la cenere della loro pipa.
Le ultime volontà del signor Van Klaës furono rigorosamente compiute; i
funerali riescirono splendidi e velati da una fitta nebbia di fumo; la
cuoca del defunto, che si chiamava Gertrude, alla quale il padrone aveva
lasciato, con un codicillo, una rendita considerevole, a patto che
vincesse la sua ostinata avversione al tabacco, accompagnava la
processione con un sigaretto di carta fra le labbra; i poveri
benedissero la memoria del benefico signore, e tutto il paese risonò
delle sue lodi, come risuona oggi ancora della sua fama.
* * * * *
Passando lungo un canale, vidi, con nuovi effetti, uno di quei rapidi
cambiamenti di tempo che avevo visti il giorno innanzi. Tutt'a un tratto
il sole dispare, quell'infinita varietà di colori ridenti si offusca, e
comincia a soffiare un venticello d'autunno. Allora alla quiete allegra
di poc'anzi succede da tutte le parti e in ogni cosa una sorta
d'agitazione paurosa. I rami degli alberi stormiscono, le bandierine dei
bastimenti ondeggiano, le barchette legate alle palafitte saltellano, le
acque tremolano, i mille oggetti appesi alle case dondolano, le braccia
dei mulini girano più rapide; pare che corra per tutto un brivido
d'inverno e che la città si rimescoli come se avesse inteso una minaccia
misteriosa. Dopo pochi minuti il sole ricompare, e col sole i colori,
la pace, l'allegrezza. Questo spettacolo mi fece pensare che veramente
l'Olanda non si possa dire un paese d'aspetto triste, come molti
credono; ma piuttosto tristissimo o allegrissimo a vicenda, secondo il
tempo. È in ogni cosa il paese dei contrasti. Sotto un cielo
capricciosissimo v'è il popolo meno capriccioso della terra; e questo
popolo fermo e ordinato, ha l'architettura più barcollante e più
scompigliata che si possa veder con due occhi.
* * * * *
Prima d'entrare nel Museo di Rotterdam, mi sembrano opportune alcune
osservazioni sulla pittura olandese, non per _coloro che sanno_, ben
inteso, ma per coloro che hanno dimenticato.
La pittura olandese ha una qualità che la rende, per noi Italiani,
particolarmente attrattiva: è di tutte le pitture del mondo la più
diversa dalla nostra, l'antitesi, o per dirla con una di quelle frasi
che facevano stizzire il Leopardi, il polo opposto dell'arte. Sono, la
nostra e l'olandese, le due scuole più originali, o, come altri dice, le
due sole a cui convenga rigorosamente quel titolo; le altre non essendo
che figlie, o sorelle minori, che le arieggiano o poco o molto. E così
anche per il lato della pittura, l'Olanda offre quello che si cerca con
maggior desiderio nei viaggi o nei libri di viaggi: il nuovo.
La pittura olandese nacque colla indipendenza e colla libertà
dell'Olanda. Sin che le provincie del nord e quelle del sud dei Paesi
Bassi stettero unite nella monarchia spagnuola e nella fede cattolica,
ebbero una scuola unica di pittura. I pittori olandesi dipingevano come
i pittori belgi; studiavano nel Belgio, in Germania, in Italia;
l'Heemskerk imitava il Michelangelo; il Bloemaert, il Correggio; il
Moro, il Tiziano, per non accennarne molti altri; ed erano imitatori
pedanti, che congiungevano all'esagerazione dello stile italiano una
certa rozzezza tedesca, di che riusciva una pittura bastarda, inferiore
ancora a quella primissima, quasi infantile, rigida nel disegno, cruda
nel colorito e mancante affatto di chiaroscuro, ma aliena, almeno,
dall'imitazione, che era stata come un preludio lontano della vera arte
olandese.
Colla guerra d'indipendenza, la libertà, la riforma, anche la pittura si
rinnova; cade, colla tradizione religiosa, la tradizione artistica; il
nudo, le ninfe, le madonne, i santi, l'allegoria, la mitologia,
l'ideale, tutto il vecchio edifizio rovina; l'Olanda, animata da una
nuova vita, prova il bisogno di manifestarla e di espanderla in una
maniera nuova; questo piccolo paese divenuto ad un tratto così glorioso
e formidabile sente il desiderio d'illustrare sè medesimo; le facoltà
che si sono rafforzate ed eccitate in quella grande impresa di creare
una patria, un mondo reale, traboccano, ora che l'impresa è compiuta, e
creano un mondo immaginario; le condizioni del paese son favorevoli al
risorgimento dell'arte; i supremi pericoli sono scongiurati; v'è la
sicurezza, la prosperità, un avvenire splendido; gli eroi hanno fatto il
dover loro, possono farsi innanzi gli artisti; l'Olanda, dopo tanti
sacrifizi e tante sventure, uscita vittoriosa dalla lotta, leva il viso
in mezzo ai popoli, e sorride: e quel sorriso è l'arte.
Quale dovess'essere quest'arte, si potrebbe indovinare, quando non ce ne
fosse rimasto alcun monumento. Un popolo pacifico, operoso, pratico,
riabbassato continuamente, per dirla colle parole d'un gran poeta
tedesco, a una realtà prosaica, dalle occupazioni d'una vita volgare e
borghese; che coltiva la sua ragione a spese della sua immaginazione;
che vive, per conseguenza, più d'idee chiare che di immagini belle; che
rifugge dalle astrazioni, che non si slancia col pensiero di là dalla
natura, colla quale è in lotta perpetua; che non vede che ciò che è, che
non gode che di ciò che possiede, che fa consistere la sua felicità
nella quiete agiata e onestamente sensuale d'una vita senza passioni
violente e senza desiderii scomposti; questo popolo doveva avere un
sentimento tranquillo anche dell'arte, amare un'arte che ricreasse senza
scuotere, che parlasse più ai sensi che allo spirito, un'arte riposata,
precisa, squisitamente materiale come la sua vita; l'arte, in una
parola, realista, nella quale egli si potesse specchiare e vedersi tal
quale era, ed era contento di essere.