chiuse in fondo come da una tenda che nasconde la campagna, e che appena
comparsa, sparisce, ed è la vela d'un bastimento che passa per un
canale. In altre strade, si vede in fondo una rete di cordami che par
tesa fra le due ultime case per impedire il passaggio, e sono cordami di
bastimenti fermi in un bacino. In fondo ad altre strade si vede la porta
d'un ponte levatoio, sormontata da due lunghe travi parallele che
presentano un aspetto bizzarro, come d'una gigantesca altalena destinata
a divertimento della gente leggiera, che sta in quelle case stravaganti.
In altre strade, si vede in fondo un mulino a vento, alto come un
campanile, e nero come una torre antica, che gira le braccia a modo
d'una enorme girandola sopra i comignoli delle case vicine. Da tutte le
parti infine, fra le case, sopra i tetti, in mezzo agli alberi lontani,
si vedono spuntare alberi di bastimenti, bandierine, vele, qualcosa che
ricorda che s'è circondati dall'acqua, e che fa immaginare che la città
sia fabbricata nel bel mezzo d'un porto.
In questo tempo s'erano aperte le botteghe e popolate le strade.
V'era gran movimento di gente, ma gente affaccendata senza fretta, la
qual cosa distingue il movimento delle strade di Rotterdam da quello di
certe strade di Londra, che a parecchi viaggiatori parvero
somigliantissime fra loro, in specie per il colore delle case e
l'aspetto grave degli abitanti. Visi bianchi, visi pallidi, visi color
di cacio parmigiano, capelli biondi, biondissimi, rossicci, giallastri,
larghi visi sbarbati, barbe intorno al collo, occhi azzurri, chiari
tanto da doverci cercar le pupille; donne tarchiate, grasse, rosee,
lente, con cuffiette bianche, e orecchini in forma di cavaturaccioli:
son le prime cose che osservai nella folla.
Ma la gente non era quello che per il momento stimolasse di più la mia
curiosità. Attraversai l'Hoog-Straat, e mi trovai nella città nuova.
Qui non si sa più dire se è una città o un porto, se c'è più terra o più
acqua, se c'è più bastimenti o più case.
Sono lunghi e larghi canali che dividono la città in tante isole, unite
per mezzo di ponti levatoi, di ponti giranti e di ponti di pietra. Dalle
due parti di ogni canale si stendono due strade, fiancheggiate ciascuna
da una fila d'alberi dalla parte dell'acqua e da una schiera di case
dalla parte opposta. Tutti questi canali formano altrettanti porti
abbastanza profondi da ricevere i più grandi bastimenti, e ogni canale
n'è pieno da un capo all'altro, fuor che in un ristretto spazio nel
mezzo che serve per l'entrata e per l'uscita. Par di vedere un'immensa
flotta imprigionata in una città.
Quando vi giunsi era l'ora del maggior movimento; e io m'andai a
piantare sul ponte più alto del crocicchio principale.
Si vedevano quattro canali, quattro foreste di bastimenti, fiancheggiate
da otto file d'alberi; le strade ingombre di mercanzie e di gente;
branchi di bestiame che passavan sui ponti; ponti che s'alzavano o si
spezzavano per lasciar passare i bastimenti, ed erano appena riabbassati
o ricomposti, che v'irrompeva su un'onda di gente, di carrozze e di
carretti; bastimenti che entravano o uscivano dai canali, lucenti come
modelli da museo, colle donne e i bambini dei marinai sul ponte;
barchette che guizzavano fra bastimento e bastimento; un via vai
d'avventori nelle botteghe; un gran lavorío di serve che lavavano muri e
vetrate; e tutto questo movimento rallegrato dal riflesso dell'acqua,
dal verde degli alberi, dal rosso delle case, dai mulini altissimi che
disegnavano lontano la loro cima nera e le loro ali bianche sul cielo
azzurro; e più ancora, da un'aria non vista mai in alcun'altra città
settentrionale, di semplicità e di quiete.
Osservai attentamente un bastimento olandese.
Quasi tutti i bastimenti affollati nei canali di Rotterdam non fanno
altri viaggi che sul Reno e in Olanda; hanno un albero solo, e son
larghi, robusti, e variopinti come barchette da giocattolo. Il fasciame
della carcassa è per lo più color verde d'erba montanina, ornato intorno
all'orlo d'una striscia rossissima o bianca, o di parecchie striscie,
che paiono una gran fascia di nastri di vario colore. La poppa, per lo
più, è dorata. Il tavolato del ponte e l'albero sono inverniciati e
lucidi, come il più pulito pavimento di sala. Il rovescio dei coperchi
delle botole, le secchie, i barili, le antenne, le assicelle, tutto è
tinto di rosso, strisciato di bianco o di azzurro. Il casotto dove stan
le famiglie dei marinai è anch'esso colorito come un chiosco chinese, e
ha i suoi vetri limpidissimi e le sue tendine bianche ricamate e legate
con nastri color di rosa. In tutti i ritagli di tempo, marinai, donne e
fanciulli sono occupati a lavare, a spazzare, a strofinare da tutte le
parti con una cura infinita; e quando poi il loro bastimentino fa la sua
uscita dal porto tutto fresco e pomposo come un cocchio di gala, essi
ritti sulla poppa cercano con alterezza un muto complimento negli occhi
della gente accalcata lungo i canali.
Di canale in canale, di ponte in ponte, arrivai sino alla diga dei
Boompjes, dinanzi alla Mosa, dove ferve tutta la vita della grande città
commerciale. A sinistra si stende una lunga fila di piccoli piroscafi
variopinti, che partono ogni ora del giorno per Dordrecht, per Arnhem,
per Gouda, per Schiedam, per Brilla, per la Zelanda, e riempiono
continuamente l'aria del suono allegro delle loro campanelle e di
nuvoletti bianchi di fumo. A destra ci sono i grandi bastimenti che
fanno il viaggio ai vari porti d'Europa, frammisti ai bellissimi navigli
a tre alberi che vanno alle Indie orientali, coi nomi scritti a
caratteri d'oro: Java, Sumatra, Borneo, Samarang, che ravvicinano alla
fantasia quelle terre e quei popoli selvaggi, come un eco di voci
lontane. Dinanzi, la Mosa percorsa da un gran numero di barchette e di
barconi, e la riva lontana sulla quale s'inalza una foresta di faggi,
di mulini a vento, di torri d'officine; e sopra questo spettacolo, un
cielo inquieto, pieno di bagliori e di oscurità sinistre, che si agita e
si trasforma, come per imitare il movimento operoso della terra.
* * * * *
Rotterdam--cade qui a proposito il dirlo--è, per importanza commerciale
la prima città dell'Olanda, dopo Amsterdam. Era già una fiorente città
di commercio nel tredicesimo secolo. Ludovico Guicciardini, nella sua
opera sui Paesi-Bassi, già rammentata, adduce una prova della ricchezza
di quella città nel decimosesto secolo, dicendo che in men d'un anno
riedificò novecento case ch'erano state distrutte da un incendio. Il
Bentivoglio, nella sua storia della guerra di Fiandra, la chiama _terra
delle più grosse e più mercantili che abbia l'Olanda_. Ma la sua maggior
prosperità non comincia che dopo il 1830, ossia dopo la separazione
dell'Olanda e del Belgio, che parve fruttare a lei tutto quello che fece
perdere alla sua rivale Anversa. La sua situazione è vantaggiosissima.
Comunica col mare per la Mosa, che conduce nel suo porto, in poche ore,
i più grandi bastimenti mercantili, e per lo stesso fiume comunica col
Reno, che le porta dalle montagne della Svizzera e della Baviera una
immensa quantità di legname, foreste intere che vanno in Olanda a
trasformarsi in navi, in dighe e in villaggi. Più di ottanta bellissimi
bastimenti vanno e vengono, nello spazio di nove mesi, tra Rotterdam e
le Indie. Le merci vi affluiscono da ogni parte in così grande
abbondanza, che debbono essere portate in parte nelle città vicine.
Intanto Rotterdam si allarga; vi si stanno costruendo dei vasti
magazzini e si lavora intorno a un ponte smisurato che attraverserà la
Mosa e tutta la città, stendendo così la strada ferrata che ora
s'arresta nella riva sinistra del fiume, sino alla porta di Delft, dove
si congiungerà colla strada dell'Aja.
Rotterdam, in somma, ha un avvenire più splendido che Amsterdam, ed è da
molto tempo una rivale temuta della sorella maggiore. Non possiede le
grandi ricchezze della capitale; ma è più industriosa nel valersi delle
sue; intraprende, ardisce, rischia, da città giovane e avventurosa.
Amsterdam, come un negoziante divenuto cauto dopo essersi fatto ricco
con imprese ardite, comincia a sonnecchiare sui suoi tesori. A
Rotterdam, per definire in un tratto le tre grandi città dell'Olanda, si
fa fortuna; in Amsterdam, si consolida; all'Aja, si spende.
Si capisce da questo come Rotterdam debba essere guardata un po'
dall'alto in basso dalle altre due città; un po' considerata come una
_parvenue_, anche per un'altra ragione: che è mercantessa pretta non
occupata d'altro che dai suoi affari, e che ha poca aristocrazia, e
quella poca non ricchissima e modesta. Amsterdam invece racchiude il
fiore dell'alto patriziato mercantile; Amsterdam ha grandi musei di
pittura, protegge le arti, è letterata; unisce, in somma, il titolo al
sacchetto. Malgrado però la sua superiorità, essa è gelosa della sua
sorella cadetta, e questa di lei; gareggiano e si dispettano; quello che
fa l'una fa l'altra; quello che il Governo accorda all'una, l'altra lo
vuole; in questo stesso momento, aprono tutt'e due un canale verso il
mare; due canali dei quali non è ancora ben certo se si potranno
servire; ma non monta; i bambini fanno così:--Pietro ha un
cavallo;--voglio un cavallo anch'io; e il Governo, babbo condiscendente,
deve contentare il grande e il piccino.
* * * * *
Visto il porto, percorsi tutta la diga dei Boompjes, sulla quale si
stende una schiera non interrotta di grandi case nuove, costrutte
all'uso di Parigi e di Londra,--case che, come da per tutto, gli
abitanti ammirano e lo straniero non guarda, o guarda con dispetto;--poi
tornai indietro, rientrai in città, e di canale in canale, di ponte in
ponte, riuscii nell'angolo formato dall'Hoog-Straat con uno dei due
canali lunghissimi che chiudono la città ad oriente.
Quella è la parte più povera della città.
Entrai nella prima strada che vidi e feci parecchi giri in quel
quartiere, per veder da vicino come sta la gente bassa nelle città
olandesi. Le strade sono strettissime e le case più piccine e più
sbilenche che in ogni altra parte; di molte si può toccare il tetto
colle mani; le finestre sono a poco più d'un palmo da terra; le porte
basse da doversi chinare per entrarci. Malgrado ciò, non v'è la menoma
apparenza di miseria. Anche là le finestre hanno i loro specchietti--le
spie, come si dicono in olandese,--i loro vasi di fiori sul davanzale,
difesi da cancellatine verdi; le loro tendine bianche; gli usci tinti di
verde o di azzurro; tutto spalancato, in modo che si vedon le camere da
letto, le cucine, tutti i recessi della casa, stanzette che paiono
scatole, dove la roba è ammontata come in botteghe da rigattieri; ma
rami, stoviglie, mobili, tutto pulito e luccicante come in case di
signori. Passando per quelle strade non si trova ombra di sudiciume da
nessuna parte, non si sente un cattivo odore, non si vede nè un cencio
nè una mano tesa per chiedere: si respira la pulizia e il benessere, e
si pensa con vergogna ai luridi quartieri dove formicola il basso popolo
in molte delle nostre città, ed anco non nostre, non esclusa Parigi, che
ha pure la sua strada Mouffetard.
* * * * *
Tornando verso l'albergo, passai per la piazza del gran mercato, posta
nel bel mezzo della città, e non meno strana di tutto quello che la
circonda.
È una piazza sospesa sull'acqua; nello stesso punto piazza e ponte; un
ponte larghissimo che congiunge la diga principale,--l'Hoog-Straat,--con
un quartiere della città, circondato da canali. Questa piazza aerea è
cinta di vecchi edifizi su tre dei suoi lati, sull'uno dei quali s'apre
una strada lunga, stretta ed oscura, occupata tutt'intera da un canale
che pare una strada di Venezia; ed è aperta dal quarto lato sur una
specie di bacino formato dal canale più largo della città, che comunica
direttamente colla Mosa. Su questa piazza s'innalza, circondata da
baracche e da carretti, in mezzo a mucchi di legumi, d'aranci, di
tegami, fra una folla di rivendugliole e di merciaiuoli, dentro una
cancellata coperta di stuoie e di cenci, la statua di Desiderius
Erasmus, la prima gloria letteraria di Rotterdam; quel Gerrit
Gerritz,--poichè il nome latino, a somiglianza di tutti gli altri grandi
scrittori del suo tempo, se l'era posto egli medesimo;--quel Gerrit
Gerritz appartenente, per la sua educazione, il suo stile e le sue idee,
alla famiglia degli umanisti e degli eruditi d'Italia, scrittore fine,
profondo e infaticabile di lettere e di scienze, che riempì del suo nome
l'Europa fra il decimoquinto e il decimosesto secolo, che fu colmato di
favori dai papi, cercato, festeggiato dai principi; e delle cui
innumerevoli opere, scritte tutte in latino, si legge ancora l'_Elogio
della pazzia_, dedicato a Tommaso Moro. Quella statua di bronzo,
innalzata nel 1622, rappresenta Erasmo vestito d'una pelliccia, con un
berretto di pelo, un po' inclinato innanzi come uno che cammina, con un
grosso libro aperto in mano, nell'atto di leggere; e il piedestallo
porta una doppia iscrizione olandese e latina che lo chiama _vir sæculi
sui primarius_ e _civis omnium præstantissimus_. E malgrado questo
pomposo elogio, il povero Erasmo, piantato là come una guardia
municipale in mezzo al mercato, fa compassione. Non v'è, io credo,
sulla faccia della terra un'altra statua di letterato che sia come la
sua trascurata da chi passa, disprezzata da chi la circonda, commiserata
da chi la guarda. Ma chi sa che Erasmo, da quell'arguto filosofo che fu
e che dev'essere ancora, non si contenti di quel cantuccio, tanto più
che non è lontano da casa sua, se la tradizione non tradisce. In una
stradetta vicino alla piazza, nel muro d'una piccola casa occupata da
una taverna, si vede dentro una nicchia una statuetta di bronzo che
rappresenta il grande scrittore, e sotto la nicchia l'iscrizione _Hæc
est parva domus magnus qua natus Erasmus_; che forse otto su dieci
Rotterdamesi non hanno mai letta nè vista.
In un angolo di quella stessa piazza, v'è una piccola casa chiamata la
_casa della paura_, sopra un muro della quale si vede un'antica pittura
di cui non ricordo il soggetto. Il nome di casa della paura le fu posto,
stando alla tradizione, perchè i più cospicui personaggi vi si
ricoverarono quando gli Spagnuoli diedero il sacco alla città, e vi
rimasero chiusi tre giorni interi senza mangiare. E non è quella la sola
memoria degli Spagnuoli che si conservi a Rotterdam. Molti edifizi,
costrutti al tempo della loro dominazione, rammentano la maniera
d'architettura che s'usava allora nella Spagna; e parecchi portano
ancora iscrizioni spagnuole. Nelle città d'Olanda le iscrizioni sulle
case sono molto comuni. Le case si gloriano della loro vecchiezza come
le bottiglie di vino, e mostrano la data della loro costruzione scritta
in grandi caratteri nel mezzo della facciata.
* * * * *
Sulla piazza del mercato potei osservare con tutto comodo gli orecchini
delle donne, i quali sono una cosa da meritare che se ne parli
minutamente.
A Rotterdam non vidi che gli orecchini in uso nell'Olanda meridionale;
ma anche solo in questa provincia, la varietà è grandissima. Si
somigliano però tutti in questo, che invece di essere appesi
all'orecchio, sono appesi alle due estremità d'un cerchio metallico,
d'oro o d'argento o di rame dorato, che cinge la testa come un mezzo
diadema, e viene a terminare sulle tempie. Gli orecchini più comuni
hanno la forma d'una spirale a cinque o sei giri, sovente larghissimi, e
sono attaccati in modo alle due estremità del cerchio, che sporgono
innanzi al viso come le gambe di un paio d'occhiali. Molte donne portano
ancora appesi a queste spirali due orecchini della forma ordinaria, ma
più grandi, i quali scendono quasi fino a toccare il seno e dondolano
dinanzi alle guance come le gingioliere dei bovi. Altre hanno il cerchio
d'oro che cinge anche la fronte ed è cesellato, ornato di fiorami in
rilievo, di borchiette, di bottoni. Quasi tutte portano i capelli lisci
e compressi, e una cuffia bianca ricamata od ornata di trina che copre e
stringe la testa come una cuffia da notte e scende in forma di velo pure
trinato e ricamato intorno al collo e sulle spalle. Questo velo
svolazzante all'uso arabo e quegli orecchini spropositati e
stravaganti, dànno a queste donne un aspetto tra regale e barbaresco,
che, se non fossero bianche come sono, le farebbe pigliare per donne di
qualche paese selvaggio, che avessero conservato del loro costume nativo
l'ornamento del capo. Non mi meraviglio che certi viaggiatori, al vedere
per la prima volta quegli orecchini, abbiano creduto che fossero ad un
tempo un ornamento e uno strumento, e abbiano chiesto a che cosa
servissero. Ma si può anche supporre che siano fatti così per un altro
scopo: che servano cioè come armi di difesa al pudore femminile, perchè
un impertinente che avvicinasse troppo il viso, incontrerebbe
quell'impedimento almeno quattro dita prima di giungere a toccare la
guancia. Questi orecchini, portati particolarmente dalle donne del
contado, son quasi tutti d'oro e costano, grandi come sono e poi col
cerchio e gli altri accessorii, una bella somma; ma dei contadini
olandesi vidi ben altre ricchezze nelle mie passeggiate in campagna.
* * * * *
Vicino alla piazza del mercato v'è la Cattedrale, fondata verso la fine
del decimoquinto secolo, al tempo della decadenza dell'architettura
ogivale: allora chiesa cattolica, dedicata a san Lorenzo, ora la prima
chiesa protestante della città. Il protestantesimo, vandalo della
religione, entrò nella chiesa antica col piccone e col pennello
dell'imbianchino, ruppe, scrostò, sdorò, intonacò, lacerò con pedantesco
fanatismo tutto quello che vi rinvenne di bello e di splendido, e la
ridusse un edifizio nudo, bianco, freddo, quale avrebbe dovuto essere,
al tempo degli _Dei falsi e bugiardi_, un tempio consacrato alla Dea
della Noia. Un organo immenso, composto di quasi cinquemila canne, che
rende, fra gli altri suoni, l'effetto dell'eco; alcune tombe d'ammiragli
ornate di lunghi epitaffi olandesi e latini; molti banchi, qualche
ragazzo col cappello in capo, un gruppo di donne che chiacchieravano ad
alta voce, un vecchietto col sigaro in bocca in un canto: non vidi
altro. Quella era la prima chiesa protestante in cui mettevo il piede e
confesso che mi fece un senso sgradevole, misto un po' di tristezza e di
scandalo. Confrontai quell'aspetto di chiesa devastata colle magnifiche
cattedrali d'Italia e di Spagna, dove sulle pareti rischiarate d'una
luce soave e misteriosa, a traverso le nuvole d'incenso, s'incontrano
gli sguardi amorosi degli angioli e delle sante, che ci mostrano il
cielo; dove si vedono tante immagini d'innocenza che rasserenano, tante
immagini di dolore che aiutano a soffrire, che ispirano la
rassegnazione, la pace, la dolcezza del perdono; dove il povero senza
tetto e senza pane, respinto dalla porta del ricco, può pregare fra i
marmi e gli ori, come in una reggia, nella quale non è disdegnato, fra
uno splendore e una pompa che non lo umilia, che anzi onora e conforta
la sua miseria; quelle cattedrali, in fine, dove c'inginocchiammo da
fanciulli accanto a nostra madre, e sentimmo per la prima volta una
dolce sicurezza di riviver un giorno con lei in quei profondi spazi
azzurri che vedevamo dipinti nelle cupole sospese sul nostro capo.
Confrontando quella chiesa con queste cattedrali, mi accorsi ch'ero
assai più cattolico che non credessi, e sentii la verità di quelle
parole del Castelar:--Ebbene, sì, sono razionalista: ma se un giorno
dovessi tornare in seno ad una religione, tornerei a quella splendida
dei miei padri, e non a codesta religione squallida e nuda, che
rattrista i miei occhi e il mio cuore!
Dall'alto della torre si vede con un colpo d'occhio tutta la città di
Rotterdam coi suoi piccoli tetti rossi ed acuti, i suoi larghi canali, i
suoi bastimenti sparpagliati fra le case, e tutt'intorno alla città, una
pianura sconfinata e verdissima, percorsa da canali fiancheggiati
d'alberi, sparsa di mulini a vento, di villaggi nascosti in mezzo a
mucchi di verzura, che non mostrano che la punta dei loro campanili. In
quel momento il cielo era sereno, si vedevano luccicare le acque della
Mosa dalle vicinanze di Bois-le-Duc fino quasi alla sua foce; si
scorgevano i campanili di Dordrecht, di Leida, di Delft, dell'Aja, di
Gouda; ma da nessuna parte, nè vicino nè lontano, una collina, un rialto
di terra, una curva che interrompesse la linea diritta rigidissima
dell'orizzonte. Era come un mare verde ed immobile, sul quale i
campanili rappresentavano alberi di bastimenti ancorati. L'occhio
spaziava su quell'immenso piano quasi riposandosi, ed io provavo per la
prima volta quel sentimento indefinibile che ispira la campagna
olandese, che non è tristezza, nè piacere, nè noia, ma un misto di
tutte e tre queste cose, che ci tien là molto tempo immobili, senza
saper che cosa si guarda e a che cosa si pensa.
Tutt'a un tratto fui scosso da una musica bizzarra che non capii subito
di dove venisse. Erano campane che suonavano un'arietta allegra con note
argentine, le quali ora scoccavano lente che pareva si staccassero a
fatica l'una dall'altra, ora prorompevano in gruppi, in fioriture
strane, in trilli, in scoppi sonori; una musica saltellante e piena di
ghiribizzi, che aveva qualcosa di primitivo come la città variopinta,
sulla quale si spandevan le sue note a guisa d'uno stormo d'uccelli; e
anzi consuonava così al carattere della città, che pareva la sua voce
naturale, un'eco della vita antica di quella gente, che faceva pensare
al mare, alla solitudine, alle capanne, e nello stesso tempo destava il
riso e toccava il cuore. All'improvviso la musica cessò e sonarono le
ore. In quello stesso punto altri campanili lanciavano nell'aria altre
ariette delle quali mi arrivavano appena all'orecchio le note più acute,
e finite le ariette, suonavan le ore come il primo. Questo concerto
aereo, come seppi poi, e me ne fu spiegato il meccanismo, si ripete ad
ogni ora del giorno e della notte, in tutti i campanili dell'Olanda; e
sono arie di canzoni nazionali, di salmi, d'opere italiane e tedesche.
Così in Olanda l'ora canta, come per distrarre la mente dal pensiero
triste del tempo che fugge, e canta la patria, la religione e l'amore,
con un'armonia che sorvola a tutti i rumori della terra.
* * * * *
Ora, per continuare a dire per ordine quello che vidi e quello che feci,
devo condurre chi legge in un caffè e pregarlo d'assistere al mio primo
desinare olandese.
* * * * *
Gli Olandesi mangiano molto. Il maggior piacere che si pigli da loro,
come dice il cardinale Bentivoglio, è fra i conviti e le tavole. Ma non
sono golosi, son voraci; tirano alla quantità più che alla qualità. Fin
dai tempi antichi, erano canzonati dai loro vicini, non soltanto per la
ruvidezza dei loro costumi, ma per la semplicità del loro nutrimento: si
chiamavano mangiatori di latte e di formaggio. Mangiano generalmente
cinque volte al giorno. Di levata, tè, caffè, latte, pane, cacio, burro;
poco prima di mezzogiorno una buona colezione; prima di pranzo, quello
che si direbbe uno spuntino, cioè un bicchier di liquore e qualche
biscotto; poi un gran pranzo; e la sera tardi il pusigno, per usare la
parola propria, ossia qualche cosuccia, tanto per non andare a letto
collo stomaco ozioso. Mangiano poi in comune in molte occasioni non
parlo di nascite e di matrimoni, che è uso di tutti i paesi; ma, per
esempio, di sepolture: usando che gli amici e i conoscenti che hanno
accompagnato il convoglio funebre, riconducano la famiglia del defunto a
casa, e là siano invitati a mangiare e a bere, e facciano per solito
molto onore ai loro ospiti. La pittura olandese, quando non ci fosse
altra testimonianza, è là per provarci la parte principalissima che ebbe
sempre la tavola nella vita di quel popolo. Oltre gl'infiniti quadri di
soggetti casalinghi, nei quali si direbbe che il piatto e la bottiglia
sono i protagonisti, quasi tutti i grandi quadri che rappresentano
personaggi storici, borgomastri, guardie civiche, li mostrano seduti a
tavola in atto di mordere, di tagliare, di mescere. Persino il loro
eroe, Guglielmo il Taciturno, l'incarnazione della nuova Olanda, incarnò
pure quest'amor nazionale della tavola, ed ebbe il primo cuoco dei suoi
tempi; un così grande artista che i principi tedeschi mandavano dei
principianti a perfezionarsi alla sua scuola, e Filippo II, in uno di
quei periodi d'apparente riconciliazione col suo mortale nemico, glielo
chiese in regalo.