Il bastimento uscì dal Volkerak, passò dinanzi alla fortezza di

Willemstad, innalzata nel 1583, dal principe d'Orange, ed entrò nel

Hollandsdiep, gran braccio della Mosa, che separa l'Olanda meridionale

dal Brabante del Nord. Una grande distesa d'acqua, due strisce oscure a

destra e a sinistra e un cielo color di cenere, eran tutto lo spettacolo

che si vedeva dal bastimento. Una signora francese esclamò in mezzo al

silenzio generale, tirando uno sbadiglio: "Com'è bella l'Olanda!" Tutti

risero, fuor che gli Olandesi.

"Eh, signor capitano," uscì a dire uno riattaccando il discorso, un

vecchietto belga, una di quelle cariatidi da caffè che caccian la loro

politichina in tutti i buchi: "ogni paese ha il suo bene e il suo male,

e noialtri Belgi e Olandesi avremmo dovuto esser persuasi di questa

verità, e fare a compatirci, per veder di vivere d'amore e d'accordo.

Quando si pensa che ora saremmo uno statino di nove milioni, noi colle

nostre industrie, voialtri col vostro commercio, con due capitali come

Amsterdam e Bruxelles, e due città commerciali come Anversa e Rotterdam!

Si conterebbe per qualche cosa nel mondo, eh, capitano?"

Il capitano non rispose. Un altro Olandese disse: "Già, colla guerra

religiosa in casa dodici mesi dell'anno."

Il vecchietto belga, un po' sconcertato, continuò il discorso a bassa

voce con me: "È un fatto, signor mio. È stata una corbelleria,

specialmente da parte nostra. Lei vedrà l'Olanda: Amsterdam non è

Bruxelles, no davvero, e il paese è piatto e noioso quanto si può dire;

ma per quel che sia prosperità, ci rivende. Si figuri che spendono il

fiorino, che val due lire e centesimi, come noi spendiamo la lira. Se ne

accorgerà dai conti degli alberghi. Son due volte più ricchi di noi. La

colpa è stata di Guglielmo I, che voleva fare un Belgio olandese e ci ha

spinto agli estremi. Lei sa come sono seguite le cose ec."

Nell'Hollandsdiep cominciammo a veder barconi, piccoli bastimenti da

pesca e qualche grande naviglio proveniente da Hellewoetsluis, grande

porto marittimo, posto sulla riva destra del braccio della Mosa chiamato

Haringvliet, presso la foce, dove s'arrestano quasi tutti i bastimenti

che fanno il viaggio delle Indie. La pioggia cessò, il cielo, a poco a

poco, quasi a malincuore, si rifece in parte sereno, e subito le acque

e le rive ripresero i loro colori vivi e freschi, e risentimmo l'estate.

In breve tempo il bastimento giunse vicino al villaggio di Moerdijk.

Là si vede uno dei più grandi ponti del mondo.

È un ponte di ferro, lungo un miglio e mezzo, sul quale passa la strada

ferrata che va a Dordrecht e a Rotterdam. Di lontano presenta l'aspetto

come di quattordici enormi edifizi eguali e schierati a traverso il

fiume, parendo un edifizio ognuno dei quattordici archi altissimi che

sormontano in forma di volta il piano su cui scorrono i treni. A

passarci su--ci passai pochi mesi dopo ritornando in Olanda--non si vede

altro che acqua e cielo, da tanto che è largo il fiume; e si prova un

sentimento quasi di paura, come se si fosse sul mare, e il ponte dovendo

finire tutt'a un tratto, il treno avesse da un momento all'altro a dare

un tuffo nell'acqua.

Il bastimento voltò a sinistra passando dinanzi al ponte, e infilò uno

strettissimo braccio della Mosa, chiamato Dordsche kil, fiancheggiato da

dighe, che ha più l'aspetto di canale che di fiume. Era già la settima

svoltata che si faceva dopo il passaggio della frontiera.

Passando per il Dordsche kil cominciammo a vedere intorno a noi qualche

cosa che ci annunziava la vicinanza d'una grande città. Lunghe file di

alberi sulle sponde, cespugli, casette, canali a destra e a sinistra, e

un via vai di barche e di barconi. Fra i passeggieri si vedeva un certo

movimento, si sentiva dire qua e là:--Dordrecht,--vedremo

Dordrecht;--pareva che tutti si disponessero a qualche spettacolo

straordinario.

Lo spettacolo non si fece aspettare, e fu straordinario davvero.

Il bastimento svoltò un'ottava volta, a destra, ed entrò nell'Oude-Maas,

o vecchia Mosa.

Dopo pochi minuti si videro le prime case dei dintorni della città di

Dordrecht.

Fu come l'apparizione improvvisa dell'Olanda, la soddisfazione

istantanea di tutte le nostre curiosità, la rivelazione di tutti i

misteri che ci tormentavano la fantasia; fu come lo svegliarsi in un

mondo nuovo.

Si vedevano da tutte le parti altissimi mulini a vento che giravano le

braccia; casine sparpagliate lungo le rive, di mille forme strane, come

villette, padiglioni, chioschi, capanne, cappelle, teatrini, coi tetti

rossi, le mura nere, azzurre, rosee, cinerine, con contorni bianchi come

la neve intorno alle finestre e alle porte. In mezzo alle case, canali e

canaletti; davanti alle case e lungo i canali, gruppi e file di alberi;

bastimenti fra casa e casa; barchette davanti alle porte; vele in fondo

alle strade; antenne, bandierine di bastimenti e braccia di mulino

sporgenti confusamente di sopra gli alberi e di là dai tetti; ponti,

piccoli scali, giardinetti sull'acqua, mille cantucci, bacinetti, seni,

sbocchi, crocicchi di canali, nascondigli di barchette, un andare e

venire di uomini, di donne e di bambini dal fiume alla riva, dai canali

in casa, dai ponti sui barconi; uno spettacolo vario e mobile; per tutto

acqua, colori, cose piccine, forme fanciullesche, tutto lustro e fresco,

un'ostentazione ingenua di leggiadria, un misto di primitivo e di

teatrale, di gentile e di ridicolo, un po' chinese, un po' europeo, un

po' di nessun paese; con un'aria beata di pace e d'innocenza.

Così mi apparì per la prima volta Dordrecht, una delle più vecchie, e

insieme delle più fresche e allegre città dell'Olanda; regina del

commercio olandese nel medio evo; madre feconda di pittori e di dotti;

onorata dalla prima assemblea dei deputati delle provincie unite

nell'anno 1572; sede in vari tempi di sinodi memorabili; e

particolarmente famosa per quell'assemblea dei teologi protestanti del

1618, che fu come il Concilio Ecumenico della Riforma, e definì la

terribile controversia religiosa tra Arminiani e Gomaristi, fissando la

forma della religione nazionale, e dando principio a quella serie di

torbidi e di persecuzioni, che finì col malaugurato supplizio del

Barnewelt e il sanguinoso trionfo di Maurizio d'Orange. Dordrecht è

ancora presentemente una delle più floride città commerciali delle

provincie unite per la sua agevolissima comunicazione col mare, col

Belgio e coll'interno dell'Olanda. A Dordrecht arrivano le immense

provvigioni di legna che scendono per il Reno dalla Foresta Nera e dalla

Svizzera, i vini del Reno, la calce, i cementi, le pietre; nel suo

piccolo porto è un via vai continuo di vele, di nuvoli di fumo e di

bandierine, che le portano i saluti di Arnhem, di Bois-le-Duc, di

Nimega, di Rotterdam, di Anversa e di tutte le sue sorelle misteriose

della Zelanda.

Il bastimento si soffermò pochi minuti a Dordrecht, e in quei pochi

minuti, guardando le case più vicine, vidi mille piccole cose nuove,

inaspettate, prette olandesi, che mi misero addosso una gran smania di

scendere, di toccare, di sapere. Ma pensando che avrei visto le stesse

cose e molte altre di più a Rotterdam, vinsi la curiosità e stetti a

bordo. Il bastimento partì, voltò a sinistra (era la nona svoltata) ed

entrò in uno stretto braccio della Mosa chiamato _de Noord_, uno dei

mille fili della inestricabile rete di acqua che copre l'Olanda

meridionale.

Il capitano mi si avvicinò; io lo cercavo per pregarlo di spiegarmi

sulla carta la situazione di Dordrecht, che, così a occhio, mi pareva

singolarissima. È singolarissima in fatti. Dordrecht è posta

sull'estremità d'un tratto di terra separato dal continente, che forma

un'isola in mezzo alle terre, un crocicchio di fiumi, metà fatto dalla

natura, metà dall'uomo, un pezzo di Olanda circondato e imprigionato

dalle acque, come un battaglione sopraffatto da un esercito. Da una

parte lo cinge il fiume Merwede, dall'altra la vecchia Mosa, dall'altra

il Dordsche kil, dall'altra l'arcipelago di Bies-bosch, attraversato

dalla nuova Merwede, largo corso d'acqua formato dalla mano dell'uomo.

L'imprigionamento di questo spazio di terra su cui giace Dordrecht, è

un episodio d'una delle grandi battaglie dell'Olanda coll'acqua.

L'arcipelago di Biesbosch non esisteva prima del secolo decimoquinto, e

si stendeva in quel luogo una bella pianura sparsa di villaggi popolosi.

Nella notte del 18 novembre del 1421, le acque del Waal e della Mosa

ruppero le dighe, distrussero più di settanta villaggi, annegarono quasi

centomila abitanti e frastagliarono quella pianura in più di cento

isolette, lasciando ritta, in mezzo a tante rovine, una sola torre,

chiamata _casa Merwede_ della quale si vedono ancora gli avanzi. Così

Dordrecht fu separata dal continente, e fece la sua comparsa sulla terra

l'arcipelago di Biesbosch, il quale tanto per mostrare che ha una

ragione qualunque di esistere, offre del fieno, delle canne e dei

giunchi a un piccolo villaggio che si formò come un nido di rondini sur

una delle dighe circostanti. Ma non è tutta qui la singolarità della

storia di Dordrecht. La tradizione racconta, molti credono e qualcheduno

sostiene che Dordrecht, tutta la città di Dordrecht, si noti bene, colle

sue case, coi suoi mulini, coi suoi canali, abbia fatto, al tempo di

quella memorabile inondazione, una breve passeggiata, si sia cioè

trasportata di sana pianta da un luogo all'altro come l'accampamento

d'un esercito; e che per conseguenza gli abitanti dei paesi vicini che

si recarono dopo la catastrofe alla loro città, non ce l'abbiano più

trovata, e sian rimasti, figuriamoci come! E questo prodigio si spiega

col fatto che Dordrecht è fondata sur uno strato d'argilla, e che

questo strato d'argilla sarebbe scivolato sulla massa di torba che forma

la base del suolo. E io la scrivo qui come l'ho udita e come l'ho letta.

Prima che il bastimento uscisse dal canale de Noord, la mia speranza di

vedere il primo tramonto di sole in Olanda, fu delusa da un altro

improvviso cangiamento di tempo. Il cielo si oscurò, le acque si fecero

livide e l'orizzonte scomparve dietro un velo denso di vapori.

Il bastimento sboccò nella Mosa e voltò, per la decima volta, a

sinistra.

In quel punto la Mosa, che travolge con sè prigioniere le acque del

principal braccio del Reno, il Vaal, e riceve quelle del Leck e

dell'Yssel, è larghissima e le sue sponde son fiancheggiate da lunghe

file di alberi e sparse di case, di officine, di opifici, di arsenali,

che spesseggiano via via che ci s'avvicina a Rotterdam. Per poco che si

conosca la storia fisica d'Olanda, la prima volta che si vede la Mosa, e

che si pensa agli straripamenti memorabili, alle devastazioni, alle

trasformazioni, alle mille calamità e alle vittime infinite di quel

fiume capriccioso e terribile, si guarda con una sorta di curiosità

inquieta, come si guarda un brigante famoso, e si giran gli occhi sulle

dighe con un sentimento quasi di soddisfazione e di gratitudine, come,

al veder passare un brigante ammanettato, si giran gli occhi sui

carabinieri. Mentre io cominciavo a cercar cogli occhi Rotterdam, un

passeggiere olandese raccontava che quando la Mosa è gelata, la

corrente che sopraggiunge dai paesi men freddi, investe lo strato di

ghiaccio che copre il fiume, lo spezza, ne solleva con un terribile

fracasso dei massi enormi, li scaglia contro le dighe, li ammonta in

mucchi smisurati che arrestano e fanno straripare le acque. Allora segue

una battaglia strana. Alle minaccie della Mosa gli Olandesi rispondono

col fuoco. Accorre l'artiglieria, e a scariche di mitraglia risolve in

una tempesta di scheggie e in una pioggia di brina le torri e le

barricate di ghiaccio che si oppongono alla corrente. "Noia" concluse il

passeggiere "che abbiamo noialtri Olandesi soltanto, questa di dover

pigliare i fiumi a cannonate."

Quando si arrivò in vista di Rotterdam, imbruniva e piovigginava; quindi

vidi appena come a traverso un velo una confusione immensa di

bastimenti, di case, di mulini a vento, di torri, d'alberi, di gente in

moto sui ponti e sulle dighe; lumi da ogni parte; una gran città d'un

aspetto non mai visto prima d'allora; e che la nebbia e l'oscurità mi

nascosero ben presto. Quando mi fui accomiatato dai miei compagni di

viaggio, ed ebbi messo in ordine il mio bagaglio, era notte. "Tanto

meglio;" dissi salendo in una carrozza "vedrò per la prima volta una

città olandese di notte, che dev'essere uno spettacolo nuovo." E in

fatti il Bismark, quando fu a Rotterdam, scrisse a sua moglie che di

notte vedeva dei fantasmi sui tetti.

ROTTERDAM.

È difficile raccapezzare qualcosa della città di Rotterdam entrandoci di

notte. La carrozza, appena mossa, passò sopra un ponte che risonò

cupamente, e mentre credevo d'essere, ed ero infatti, dentro la città,

vidi con stupore a destra e a sinistra due file di bastimenti che si

perdevano nel buio. Passato il ponte, percorremmo una strada illuminata

e piena di gente, e riuscimmo a un altro ponte, in mezzo ad altre file

di bastimenti. E così innanzi per un pezzo, da un ponte in una strada,

da una strada sur un ponte, e per accrescere la confusione, una

luminaria non mai veduta di lampioni agli angoli delle case, di lanterne

sui bastimenti, di fanali sui ponti, di lumi alle finestre, di lumicini

sotto le case, di riflessi di tutta questa luce sull'acqua. A un tratto

la carrozza si fermò, si affollò gente, misi la testa fuori e vidi un

ponte in aria. Domandai che c'era, uno sconosciuto mi rispose che

passava un bastimento. Di lì a un minuto, andammo innanzi, vidi di

sfuggita un crocicchio di canali e di ponti che formavano come una gran

piazza tutta irta di alberi di bastimento e tempestata di punti

luminosi, e infine s'infilò una strada e s'arrivò all'albergo.

La prima cosa che feci, entrando nella mia camera, fu di vedere se

rispondeva alla gran fama della pulizia olandese. Rispondeva, ed è tanto

più da ammirarsi in una camera d'albergo, quasi sempre occupata da gente

profana a quello che presso gli Olandesi si potrebbe chiamare il culto

della pulizia. La biancheria era candida come la neve, i vetri

trasparenti come l'aria, i mobili lucidi come il cristallo, le pareti

nitide da non trovarci un punto nero colla lente. Oltre a questo, una

paniera per i fogliacci, una tavoletta per accendere i fiammiferi, una

lastrina per smorzare i sigari, una scatola per i mozziconi, un vasetto

per la cenere, una cassetta per gli sputi, un'assicella per le scarpe;

insomma, non un pretesto al mondo per insudiciare checchessia.

Visitata la camera, stesi sul tavolino la pianta di Rotterdam e feci i

miei studi preparatorii per il domani.

È una cosa singolare che le grandi città dell'Olanda, benchè sian state

fabbricate in un suolo malfermo, e vincendo difficoltà d'ogni specie,

hanno tutte una forma straordinariamente regolare. Amsterdam è un

semicircolo, l'Aja è un quadrato, Rotterdam è un triangolo equilatero.

La base del triangolo è una immensa diga, che difende la città dalla

Mosa, chiamata Boompjes, che significa in olandese alberetti, da una

fila di piccoli olmi, ora altissimi, che vi furon piantati quando fu

costruita. Un'altra gran diga forma un secondo baluardo contro le

inondazioni del fiume, che divide in due parti quasi uguali la città,

dal mezzo del lato sinistro fino all'angolo opposto. La parte di

Rotterdam compresa fra le due dighe è tutta grandi canali, isolette e

ponti, ed è la città nuova; quella che si stende di là dalla seconda

diga è la città antica. Due grandi canali si stendono lungo gli altri

due lati della città fino al vertice, dove si congiungono, e ricevono un

fiume che si chiama Rotte, il quale, colla parola _dam_ che significa

diga, forma il nome di Rotterdam.

Compiuto così il mio dovere di viaggiatore coscienzioso, usando mille

cautele per non offendere nemmeno col fiato la pulizia purissima di quel

gioiello di camera, mi abbandonai con una sorta di timidità contadinesca

al mio primo letto olandese.

I letti olandesi, parlo di quei degli alberghi, sono ordinariamente

corti, larghi, e occupati in buona parte da un grandissimo guanciale

pieno di piuma, nel quale s'affonderebbe la testa d'un ciclope; e

aggiungo, per dir tutto, che il lume ordinario è una bugia di rame

grande come un piatto che potrebbe sostenere una torcia a vento, e regge

invece, una candelina corta e sottile come il dito mignolo di una

spagnuola.

La mattina, appena levato, scesi le scale a precipizio.

Che strade, che case, che città, che confusione di cose nuove per uno

straniero: che spettacolo diverso da tutto quel che si vede in tutti gli

altri paesi d'Europa!

Vidi prima l'Hoog-Straat, una strada lunghissima e diritta, che corre

sulla diga interna della città.

Le case senza intonaco, color di mattone di tutte le sfumature, dal

rosso cupo quasi nero, al rosso quasi roseo, la maggior parte non più

larghe di due finestre e non più alte di due piani, hanno il muro della

facciata che sorpassa e nasconde il tetto, stringendosi in forma di

triangolo mozzo, sormontato da un frontone. Di queste facciate a punta,

altre s'alzano con due curve, come un lungo collo senza testa; altre son

tagliate a scalini, come le case che fanno i bambini coi legnetti;

alcune presentano il prospetto d'un padiglione conico, altre di

chiesuole di campagna, altre di baracche da palcoscenico. I frontoni

sono generalmente contornati di righe bianche, di ornati di cattivo

gusto, di grossolani rabeschi in rilievo intonacati; le finestre e le

porte, con larghi contorni bianchi; altre righe bianche fra piano e

piano; gli spazii tra porta e porta di bottega, rivestiti di legno

bianchiccio; così che per tutta la lunghezza delle strade non si vedon

che due colori: bianco e rosso scuro, e in lontananza tutte le case

paion nere, listate di tela, e presentano un aspetto tra funebre e

carnevalesco, che lascia in dubbio se s'abbia da dire che rattrista o

che rallegra. Al primo aspetto mi venne da ridere, non parendomi

possibile che quelle case fossero state fatte sul serio, e che ci

potesse star dentro della gente posata. Avrei detto che passata

l'occasione di non so che festa dovessero sparire, come certi edifizi di

cartone dopo che si son fatti i fuochi d'artifizio.

Mentre guardavo così vagamente la strada, vidi una casa che mi fece fare

un atto di stupore. Credetti d'aver preso abbaglio, la guardai meglio,

guardai le case vicine, le raffrontai colla prima e fra di loro, e

temetti ancora di aver le traveggole. Svoltai in fretta in una strada

laterale e mi parve di vedere la stessa cosa. Infine mi persuasi che

veramente non m'ingannavo, e che tutta la città era in quel modo.

Tutta la città di Rotterdam è tal quale sarebbe una città rimasta

immobile nel punto che, scossa da un terremoto, stava per cadere in

rovina.

Tutte le case--si possono, in una strada, contar le eccezioni sulle

dita--pendono, quale più quale meno; ma la maggior parte tanto che,

all'altezza del tetto, sporgono innanzi un buon braccio dalla casa

vicina, che sia ritta o inclinata appena visibilmente. Ma lo strano è

questo, che le case che si toccano le une con le altre, sono inclinate

da diverse parti; una pende innanzi, che pare voglia precipitare;

l'altra pende indietro; una s'inclina a sinistra, l'altra s'inclina a

destra. In alcuni punti sei o sette case contigue pendono tutte innanzi,

quelle in mezzo di più, quelle all'estremità di meno, formando così una

gran pancia come uno stecconato che s'incurvi sospinto da una folla. In

altri punti due case un po' discoste s'inclinano l'una verso l'altra

come si sorreggessero a vicenda. In certe strade, per un lungo tratto,

tutte le case pendono dalla stessa parte di fianco, come alberi

abbattuti l'un sull'altro dal vento; e poi, per un altro lungo tratto,

pendono tutte nella direzione opposta, come un'altra fila d'alberi

incurvati da un vento contrario. In alcuni punti vi è una certa

regolarità d'inclinazione, che quasi non si avverte; in altri, su certi

crocicchi, in certe stradette è uno scompiglio da non poter descrivere,

una vera baldoria architettonica, una danza di case, un disordine che

sembra animato. Vi son le case che par che caschin innanzi dal sonno,

quelle che si rovesciano indietro spaventate, quelle che s'inclinano

l'una verso l'altra, quasi fino a toccarsi coi tetti, come per

confidarsi di segreti; quelle che si cascano addosso le une alle altre

come ubriache; alcune che pendono indietro, in mezzo a due che pendono

innanzi, come malfattori strascinati da due guardie; schiere di case che

fanno una riverenza a un campanile; gruppi di casette tutte inclinate

verso una nel mezzo, che par che congiurino contro qualche palazzo. E

dirò poi il segreto della cosa.

Ma nè la forma, nè l'inclinazione son quello che mi parve più curioso in

quelle case.

Bisogna osservarle attentamente, una per una, dall'alto al basso, e c'è

da divertirsi come dinanzi a un quadro.

Sulla sommità della facciata, nel mezzo del frontone, sporge, in alcune

case, un tronco di trave inclinato, con una carrucola e una corda per

calare e tirar su secchiolini e corbelli. In altre, sporge pure, da un

finestrino tondo, una testa di cervo, di montone o di capra. Sotto la

testa, v'è un cordone di pietre imbiancate, o una traversa di legno che

taglia tutta la facciata. Sotto la traversa, vi son due larghe finestre,

sulle quali sporgono due tende in forma di baldacchino ricascanti dai

lati. Sotto queste tende, sui vetri più alti, una piccola cortina verde.

Sotto la cortina verde, due tendine bianche ed aperte, in mezzo alle

quali è sospesa una gabbietta d'uccelli o un canestro pieno di fiori che

spenzolano. Sotto questo canestro, appoggiata ai vetri, una rete di

sottilissimi fili di ferro incorniciata, che impedisce di veder dentro

la stanza. Dietro la rete, negli intervalli fra la rete stessa e i muri

della finestra, un tavolinetto con su porcellane, cristallame, fiori,

ninnoli, figurine. Sulla pietra del davanzale, dalla parte della strada,

una fila di piccoli vasi di fiori. Nel mezzo della pietra o da un lato,

un ferro sporgente sulla strada, curvo, rivolto in su, che sostiene due

specchi uniti in forma d'un libro, mobili, e sormontati da un terzo

specchietto, pure mobile; in modo che dall'interno della casa si può

vedere, senz'essere visti, tutto quello che segue nella strada. In

alcune case, tra finestra e finestra sporge un lampione. Sotto le

finestre, la porta di casa o d'una bottega. Se è una bottega, v'è sopra

la porta o una testa di moro colla bocca spalancata, o una testa di

turco che fa la smorfia: ora un elefante, ora un'oca: dove una testa di

cavallo, dove una testa di toro, dove un serpente, dove una mezza luna,

dove un mulino a vento, dove un braccio disteso che tiene in mano un

oggetto diverso secondo il genere della bottega. Se è la porta di

casa,--sempre chiusa,--v'è una lastra di ottone con su scritto il nome

dell'inquilino, un'altra lastra con una buca per le lettere, una terza

lastra sul muro col pomo del campanello; lastre, chiodi, serrature,

tutto luccicante come l'oro. Dinanzi alla porta un ponticino di

legno--perchè in molte case il piano terreno è assai più basso della

strada;--e dinanzi al ponticino, due colonnette di pietra sormontate da

due palle; altre colonnette sul davanti unite con catene di ferro, fatto

di grossi anelli in forma di croci, di stelle, di poligoni; nel vuoto

tra la strada e la casa, vasi di fiori; sulle finestre del pian terreno,

nascoste in quel fosso, altri vasi e tendine. Nelle stradette appartate,

poi, gabbie d'uccelli a destra e a sinistra delle finestre, cassette

piene di verdura, panni appesi, biancheria distesa, mille colori, mille

oggetti che sporgono e che dondolano, da parere una fiera universale.

Ma senza uscire dalla vecchia città, basta allontanarsi dal centro, per

vedere a ogni passo qualcosa di nuovo.

Olanda · 第 2 / 29 段