Willemstad, innalzata nel 1583, dal principe d'Orange, ed entrò nel
Hollandsdiep, gran braccio della Mosa, che separa l'Olanda meridionale
dal Brabante del Nord. Una grande distesa d'acqua, due strisce oscure a
destra e a sinistra e un cielo color di cenere, eran tutto lo spettacolo
che si vedeva dal bastimento. Una signora francese esclamò in mezzo al
silenzio generale, tirando uno sbadiglio: "Com'è bella l'Olanda!" Tutti
risero, fuor che gli Olandesi.
"Eh, signor capitano," uscì a dire uno riattaccando il discorso, un
vecchietto belga, una di quelle cariatidi da caffè che caccian la loro
politichina in tutti i buchi: "ogni paese ha il suo bene e il suo male,
e noialtri Belgi e Olandesi avremmo dovuto esser persuasi di questa
verità, e fare a compatirci, per veder di vivere d'amore e d'accordo.
Quando si pensa che ora saremmo uno statino di nove milioni, noi colle
nostre industrie, voialtri col vostro commercio, con due capitali come
Amsterdam e Bruxelles, e due città commerciali come Anversa e Rotterdam!
Si conterebbe per qualche cosa nel mondo, eh, capitano?"
Il capitano non rispose. Un altro Olandese disse: "Già, colla guerra
religiosa in casa dodici mesi dell'anno."
Il vecchietto belga, un po' sconcertato, continuò il discorso a bassa
voce con me: "È un fatto, signor mio. È stata una corbelleria,
specialmente da parte nostra. Lei vedrà l'Olanda: Amsterdam non è
Bruxelles, no davvero, e il paese è piatto e noioso quanto si può dire;
ma per quel che sia prosperità, ci rivende. Si figuri che spendono il
fiorino, che val due lire e centesimi, come noi spendiamo la lira. Se ne
accorgerà dai conti degli alberghi. Son due volte più ricchi di noi. La
colpa è stata di Guglielmo I, che voleva fare un Belgio olandese e ci ha
spinto agli estremi. Lei sa come sono seguite le cose ec."
Nell'Hollandsdiep cominciammo a veder barconi, piccoli bastimenti da
pesca e qualche grande naviglio proveniente da Hellewoetsluis, grande
porto marittimo, posto sulla riva destra del braccio della Mosa chiamato
Haringvliet, presso la foce, dove s'arrestano quasi tutti i bastimenti
che fanno il viaggio delle Indie. La pioggia cessò, il cielo, a poco a
poco, quasi a malincuore, si rifece in parte sereno, e subito le acque
e le rive ripresero i loro colori vivi e freschi, e risentimmo l'estate.
In breve tempo il bastimento giunse vicino al villaggio di Moerdijk.
Là si vede uno dei più grandi ponti del mondo.
È un ponte di ferro, lungo un miglio e mezzo, sul quale passa la strada
ferrata che va a Dordrecht e a Rotterdam. Di lontano presenta l'aspetto
come di quattordici enormi edifizi eguali e schierati a traverso il
fiume, parendo un edifizio ognuno dei quattordici archi altissimi che
sormontano in forma di volta il piano su cui scorrono i treni. A
passarci su--ci passai pochi mesi dopo ritornando in Olanda--non si vede
altro che acqua e cielo, da tanto che è largo il fiume; e si prova un
sentimento quasi di paura, come se si fosse sul mare, e il ponte dovendo
finire tutt'a un tratto, il treno avesse da un momento all'altro a dare
un tuffo nell'acqua.
Il bastimento voltò a sinistra passando dinanzi al ponte, e infilò uno
strettissimo braccio della Mosa, chiamato Dordsche kil, fiancheggiato da
dighe, che ha più l'aspetto di canale che di fiume. Era già la settima
svoltata che si faceva dopo il passaggio della frontiera.
Passando per il Dordsche kil cominciammo a vedere intorno a noi qualche
cosa che ci annunziava la vicinanza d'una grande città. Lunghe file di
alberi sulle sponde, cespugli, casette, canali a destra e a sinistra, e
un via vai di barche e di barconi. Fra i passeggieri si vedeva un certo
movimento, si sentiva dire qua e là:--Dordrecht,--vedremo
Dordrecht;--pareva che tutti si disponessero a qualche spettacolo
straordinario.
Lo spettacolo non si fece aspettare, e fu straordinario davvero.
Il bastimento svoltò un'ottava volta, a destra, ed entrò nell'Oude-Maas,
o vecchia Mosa.
Dopo pochi minuti si videro le prime case dei dintorni della città di
Dordrecht.
Fu come l'apparizione improvvisa dell'Olanda, la soddisfazione
istantanea di tutte le nostre curiosità, la rivelazione di tutti i
misteri che ci tormentavano la fantasia; fu come lo svegliarsi in un
mondo nuovo.
Si vedevano da tutte le parti altissimi mulini a vento che giravano le
braccia; casine sparpagliate lungo le rive, di mille forme strane, come
villette, padiglioni, chioschi, capanne, cappelle, teatrini, coi tetti
rossi, le mura nere, azzurre, rosee, cinerine, con contorni bianchi come
la neve intorno alle finestre e alle porte. In mezzo alle case, canali e
canaletti; davanti alle case e lungo i canali, gruppi e file di alberi;
bastimenti fra casa e casa; barchette davanti alle porte; vele in fondo
alle strade; antenne, bandierine di bastimenti e braccia di mulino
sporgenti confusamente di sopra gli alberi e di là dai tetti; ponti,
piccoli scali, giardinetti sull'acqua, mille cantucci, bacinetti, seni,
sbocchi, crocicchi di canali, nascondigli di barchette, un andare e
venire di uomini, di donne e di bambini dal fiume alla riva, dai canali
in casa, dai ponti sui barconi; uno spettacolo vario e mobile; per tutto
acqua, colori, cose piccine, forme fanciullesche, tutto lustro e fresco,
un'ostentazione ingenua di leggiadria, un misto di primitivo e di
teatrale, di gentile e di ridicolo, un po' chinese, un po' europeo, un
po' di nessun paese; con un'aria beata di pace e d'innocenza.
Così mi apparì per la prima volta Dordrecht, una delle più vecchie, e
insieme delle più fresche e allegre città dell'Olanda; regina del
commercio olandese nel medio evo; madre feconda di pittori e di dotti;
onorata dalla prima assemblea dei deputati delle provincie unite
nell'anno 1572; sede in vari tempi di sinodi memorabili; e
particolarmente famosa per quell'assemblea dei teologi protestanti del
1618, che fu come il Concilio Ecumenico della Riforma, e definì la
terribile controversia religiosa tra Arminiani e Gomaristi, fissando la
forma della religione nazionale, e dando principio a quella serie di
torbidi e di persecuzioni, che finì col malaugurato supplizio del
Barnewelt e il sanguinoso trionfo di Maurizio d'Orange. Dordrecht è
ancora presentemente una delle più floride città commerciali delle
provincie unite per la sua agevolissima comunicazione col mare, col
Belgio e coll'interno dell'Olanda. A Dordrecht arrivano le immense
provvigioni di legna che scendono per il Reno dalla Foresta Nera e dalla
Svizzera, i vini del Reno, la calce, i cementi, le pietre; nel suo
piccolo porto è un via vai continuo di vele, di nuvoli di fumo e di
bandierine, che le portano i saluti di Arnhem, di Bois-le-Duc, di
Nimega, di Rotterdam, di Anversa e di tutte le sue sorelle misteriose
della Zelanda.
Il bastimento si soffermò pochi minuti a Dordrecht, e in quei pochi
minuti, guardando le case più vicine, vidi mille piccole cose nuove,
inaspettate, prette olandesi, che mi misero addosso una gran smania di
scendere, di toccare, di sapere. Ma pensando che avrei visto le stesse
cose e molte altre di più a Rotterdam, vinsi la curiosità e stetti a
bordo. Il bastimento partì, voltò a sinistra (era la nona svoltata) ed
entrò in uno stretto braccio della Mosa chiamato _de Noord_, uno dei
mille fili della inestricabile rete di acqua che copre l'Olanda
meridionale.
Il capitano mi si avvicinò; io lo cercavo per pregarlo di spiegarmi
sulla carta la situazione di Dordrecht, che, così a occhio, mi pareva
singolarissima. È singolarissima in fatti. Dordrecht è posta
sull'estremità d'un tratto di terra separato dal continente, che forma
un'isola in mezzo alle terre, un crocicchio di fiumi, metà fatto dalla
natura, metà dall'uomo, un pezzo di Olanda circondato e imprigionato
dalle acque, come un battaglione sopraffatto da un esercito. Da una
parte lo cinge il fiume Merwede, dall'altra la vecchia Mosa, dall'altra
il Dordsche kil, dall'altra l'arcipelago di Bies-bosch, attraversato
dalla nuova Merwede, largo corso d'acqua formato dalla mano dell'uomo.
L'imprigionamento di questo spazio di terra su cui giace Dordrecht, è
un episodio d'una delle grandi battaglie dell'Olanda coll'acqua.
L'arcipelago di Biesbosch non esisteva prima del secolo decimoquinto, e
si stendeva in quel luogo una bella pianura sparsa di villaggi popolosi.
Nella notte del 18 novembre del 1421, le acque del Waal e della Mosa
ruppero le dighe, distrussero più di settanta villaggi, annegarono quasi
centomila abitanti e frastagliarono quella pianura in più di cento
isolette, lasciando ritta, in mezzo a tante rovine, una sola torre,
chiamata _casa Merwede_ della quale si vedono ancora gli avanzi. Così
Dordrecht fu separata dal continente, e fece la sua comparsa sulla terra
l'arcipelago di Biesbosch, il quale tanto per mostrare che ha una
ragione qualunque di esistere, offre del fieno, delle canne e dei
giunchi a un piccolo villaggio che si formò come un nido di rondini sur
una delle dighe circostanti. Ma non è tutta qui la singolarità della
storia di Dordrecht. La tradizione racconta, molti credono e qualcheduno
sostiene che Dordrecht, tutta la città di Dordrecht, si noti bene, colle
sue case, coi suoi mulini, coi suoi canali, abbia fatto, al tempo di
quella memorabile inondazione, una breve passeggiata, si sia cioè
trasportata di sana pianta da un luogo all'altro come l'accampamento
d'un esercito; e che per conseguenza gli abitanti dei paesi vicini che
si recarono dopo la catastrofe alla loro città, non ce l'abbiano più
trovata, e sian rimasti, figuriamoci come! E questo prodigio si spiega
col fatto che Dordrecht è fondata sur uno strato d'argilla, e che
questo strato d'argilla sarebbe scivolato sulla massa di torba che forma
la base del suolo. E io la scrivo qui come l'ho udita e come l'ho letta.
Prima che il bastimento uscisse dal canale de Noord, la mia speranza di
vedere il primo tramonto di sole in Olanda, fu delusa da un altro
improvviso cangiamento di tempo. Il cielo si oscurò, le acque si fecero
livide e l'orizzonte scomparve dietro un velo denso di vapori.
Il bastimento sboccò nella Mosa e voltò, per la decima volta, a
sinistra.
In quel punto la Mosa, che travolge con sè prigioniere le acque del
principal braccio del Reno, il Vaal, e riceve quelle del Leck e
dell'Yssel, è larghissima e le sue sponde son fiancheggiate da lunghe
file di alberi e sparse di case, di officine, di opifici, di arsenali,
che spesseggiano via via che ci s'avvicina a Rotterdam. Per poco che si
conosca la storia fisica d'Olanda, la prima volta che si vede la Mosa, e
che si pensa agli straripamenti memorabili, alle devastazioni, alle
trasformazioni, alle mille calamità e alle vittime infinite di quel
fiume capriccioso e terribile, si guarda con una sorta di curiosità
inquieta, come si guarda un brigante famoso, e si giran gli occhi sulle
dighe con un sentimento quasi di soddisfazione e di gratitudine, come,
al veder passare un brigante ammanettato, si giran gli occhi sui
carabinieri. Mentre io cominciavo a cercar cogli occhi Rotterdam, un
passeggiere olandese raccontava che quando la Mosa è gelata, la
corrente che sopraggiunge dai paesi men freddi, investe lo strato di
ghiaccio che copre il fiume, lo spezza, ne solleva con un terribile
fracasso dei massi enormi, li scaglia contro le dighe, li ammonta in
mucchi smisurati che arrestano e fanno straripare le acque. Allora segue
una battaglia strana. Alle minaccie della Mosa gli Olandesi rispondono
col fuoco. Accorre l'artiglieria, e a scariche di mitraglia risolve in
una tempesta di scheggie e in una pioggia di brina le torri e le
barricate di ghiaccio che si oppongono alla corrente. "Noia" concluse il
passeggiere "che abbiamo noialtri Olandesi soltanto, questa di dover
pigliare i fiumi a cannonate."
Quando si arrivò in vista di Rotterdam, imbruniva e piovigginava; quindi
vidi appena come a traverso un velo una confusione immensa di
bastimenti, di case, di mulini a vento, di torri, d'alberi, di gente in
moto sui ponti e sulle dighe; lumi da ogni parte; una gran città d'un
aspetto non mai visto prima d'allora; e che la nebbia e l'oscurità mi
nascosero ben presto. Quando mi fui accomiatato dai miei compagni di
viaggio, ed ebbi messo in ordine il mio bagaglio, era notte. "Tanto
meglio;" dissi salendo in una carrozza "vedrò per la prima volta una
città olandese di notte, che dev'essere uno spettacolo nuovo." E in
fatti il Bismark, quando fu a Rotterdam, scrisse a sua moglie che di
notte vedeva dei fantasmi sui tetti.
ROTTERDAM.
È difficile raccapezzare qualcosa della città di Rotterdam entrandoci di
notte. La carrozza, appena mossa, passò sopra un ponte che risonò
cupamente, e mentre credevo d'essere, ed ero infatti, dentro la città,
vidi con stupore a destra e a sinistra due file di bastimenti che si
perdevano nel buio. Passato il ponte, percorremmo una strada illuminata
e piena di gente, e riuscimmo a un altro ponte, in mezzo ad altre file
di bastimenti. E così innanzi per un pezzo, da un ponte in una strada,
da una strada sur un ponte, e per accrescere la confusione, una
luminaria non mai veduta di lampioni agli angoli delle case, di lanterne
sui bastimenti, di fanali sui ponti, di lumi alle finestre, di lumicini
sotto le case, di riflessi di tutta questa luce sull'acqua. A un tratto
la carrozza si fermò, si affollò gente, misi la testa fuori e vidi un
ponte in aria. Domandai che c'era, uno sconosciuto mi rispose che
passava un bastimento. Di lì a un minuto, andammo innanzi, vidi di
sfuggita un crocicchio di canali e di ponti che formavano come una gran
piazza tutta irta di alberi di bastimento e tempestata di punti
luminosi, e infine s'infilò una strada e s'arrivò all'albergo.
La prima cosa che feci, entrando nella mia camera, fu di vedere se
rispondeva alla gran fama della pulizia olandese. Rispondeva, ed è tanto
più da ammirarsi in una camera d'albergo, quasi sempre occupata da gente
profana a quello che presso gli Olandesi si potrebbe chiamare il culto
della pulizia. La biancheria era candida come la neve, i vetri
trasparenti come l'aria, i mobili lucidi come il cristallo, le pareti
nitide da non trovarci un punto nero colla lente. Oltre a questo, una
paniera per i fogliacci, una tavoletta per accendere i fiammiferi, una
lastrina per smorzare i sigari, una scatola per i mozziconi, un vasetto
per la cenere, una cassetta per gli sputi, un'assicella per le scarpe;
insomma, non un pretesto al mondo per insudiciare checchessia.
Visitata la camera, stesi sul tavolino la pianta di Rotterdam e feci i
miei studi preparatorii per il domani.
È una cosa singolare che le grandi città dell'Olanda, benchè sian state
fabbricate in un suolo malfermo, e vincendo difficoltà d'ogni specie,
hanno tutte una forma straordinariamente regolare. Amsterdam è un
semicircolo, l'Aja è un quadrato, Rotterdam è un triangolo equilatero.
La base del triangolo è una immensa diga, che difende la città dalla
Mosa, chiamata Boompjes, che significa in olandese alberetti, da una
fila di piccoli olmi, ora altissimi, che vi furon piantati quando fu
costruita. Un'altra gran diga forma un secondo baluardo contro le
inondazioni del fiume, che divide in due parti quasi uguali la città,
dal mezzo del lato sinistro fino all'angolo opposto. La parte di
Rotterdam compresa fra le due dighe è tutta grandi canali, isolette e
ponti, ed è la città nuova; quella che si stende di là dalla seconda
diga è la città antica. Due grandi canali si stendono lungo gli altri
due lati della città fino al vertice, dove si congiungono, e ricevono un
fiume che si chiama Rotte, il quale, colla parola _dam_ che significa
diga, forma il nome di Rotterdam.
Compiuto così il mio dovere di viaggiatore coscienzioso, usando mille
cautele per non offendere nemmeno col fiato la pulizia purissima di quel
gioiello di camera, mi abbandonai con una sorta di timidità contadinesca
al mio primo letto olandese.
I letti olandesi, parlo di quei degli alberghi, sono ordinariamente
corti, larghi, e occupati in buona parte da un grandissimo guanciale
pieno di piuma, nel quale s'affonderebbe la testa d'un ciclope; e
aggiungo, per dir tutto, che il lume ordinario è una bugia di rame
grande come un piatto che potrebbe sostenere una torcia a vento, e regge
invece, una candelina corta e sottile come il dito mignolo di una
spagnuola.
La mattina, appena levato, scesi le scale a precipizio.
Che strade, che case, che città, che confusione di cose nuove per uno
straniero: che spettacolo diverso da tutto quel che si vede in tutti gli
altri paesi d'Europa!
Vidi prima l'Hoog-Straat, una strada lunghissima e diritta, che corre
sulla diga interna della città.
Le case senza intonaco, color di mattone di tutte le sfumature, dal
rosso cupo quasi nero, al rosso quasi roseo, la maggior parte non più
larghe di due finestre e non più alte di due piani, hanno il muro della
facciata che sorpassa e nasconde il tetto, stringendosi in forma di
triangolo mozzo, sormontato da un frontone. Di queste facciate a punta,
altre s'alzano con due curve, come un lungo collo senza testa; altre son
tagliate a scalini, come le case che fanno i bambini coi legnetti;
alcune presentano il prospetto d'un padiglione conico, altre di
chiesuole di campagna, altre di baracche da palcoscenico. I frontoni
sono generalmente contornati di righe bianche, di ornati di cattivo
gusto, di grossolani rabeschi in rilievo intonacati; le finestre e le
porte, con larghi contorni bianchi; altre righe bianche fra piano e
piano; gli spazii tra porta e porta di bottega, rivestiti di legno
bianchiccio; così che per tutta la lunghezza delle strade non si vedon
che due colori: bianco e rosso scuro, e in lontananza tutte le case
paion nere, listate di tela, e presentano un aspetto tra funebre e
carnevalesco, che lascia in dubbio se s'abbia da dire che rattrista o
che rallegra. Al primo aspetto mi venne da ridere, non parendomi
possibile che quelle case fossero state fatte sul serio, e che ci
potesse star dentro della gente posata. Avrei detto che passata
l'occasione di non so che festa dovessero sparire, come certi edifizi di
cartone dopo che si son fatti i fuochi d'artifizio.
Mentre guardavo così vagamente la strada, vidi una casa che mi fece fare
un atto di stupore. Credetti d'aver preso abbaglio, la guardai meglio,
guardai le case vicine, le raffrontai colla prima e fra di loro, e
temetti ancora di aver le traveggole. Svoltai in fretta in una strada
laterale e mi parve di vedere la stessa cosa. Infine mi persuasi che
veramente non m'ingannavo, e che tutta la città era in quel modo.
Tutta la città di Rotterdam è tal quale sarebbe una città rimasta
immobile nel punto che, scossa da un terremoto, stava per cadere in
rovina.
Tutte le case--si possono, in una strada, contar le eccezioni sulle
dita--pendono, quale più quale meno; ma la maggior parte tanto che,
all'altezza del tetto, sporgono innanzi un buon braccio dalla casa
vicina, che sia ritta o inclinata appena visibilmente. Ma lo strano è
questo, che le case che si toccano le une con le altre, sono inclinate
da diverse parti; una pende innanzi, che pare voglia precipitare;
l'altra pende indietro; una s'inclina a sinistra, l'altra s'inclina a
destra. In alcuni punti sei o sette case contigue pendono tutte innanzi,
quelle in mezzo di più, quelle all'estremità di meno, formando così una
gran pancia come uno stecconato che s'incurvi sospinto da una folla. In
altri punti due case un po' discoste s'inclinano l'una verso l'altra
come si sorreggessero a vicenda. In certe strade, per un lungo tratto,
tutte le case pendono dalla stessa parte di fianco, come alberi
abbattuti l'un sull'altro dal vento; e poi, per un altro lungo tratto,
pendono tutte nella direzione opposta, come un'altra fila d'alberi
incurvati da un vento contrario. In alcuni punti vi è una certa
regolarità d'inclinazione, che quasi non si avverte; in altri, su certi
crocicchi, in certe stradette è uno scompiglio da non poter descrivere,
una vera baldoria architettonica, una danza di case, un disordine che
sembra animato. Vi son le case che par che caschin innanzi dal sonno,
quelle che si rovesciano indietro spaventate, quelle che s'inclinano
l'una verso l'altra, quasi fino a toccarsi coi tetti, come per
confidarsi di segreti; quelle che si cascano addosso le une alle altre
come ubriache; alcune che pendono indietro, in mezzo a due che pendono
innanzi, come malfattori strascinati da due guardie; schiere di case che
fanno una riverenza a un campanile; gruppi di casette tutte inclinate
verso una nel mezzo, che par che congiurino contro qualche palazzo. E
dirò poi il segreto della cosa.
Ma nè la forma, nè l'inclinazione son quello che mi parve più curioso in
quelle case.
Bisogna osservarle attentamente, una per una, dall'alto al basso, e c'è
da divertirsi come dinanzi a un quadro.
Sulla sommità della facciata, nel mezzo del frontone, sporge, in alcune
case, un tronco di trave inclinato, con una carrucola e una corda per
calare e tirar su secchiolini e corbelli. In altre, sporge pure, da un
finestrino tondo, una testa di cervo, di montone o di capra. Sotto la
testa, v'è un cordone di pietre imbiancate, o una traversa di legno che
taglia tutta la facciata. Sotto la traversa, vi son due larghe finestre,
sulle quali sporgono due tende in forma di baldacchino ricascanti dai
lati. Sotto queste tende, sui vetri più alti, una piccola cortina verde.
Sotto la cortina verde, due tendine bianche ed aperte, in mezzo alle
quali è sospesa una gabbietta d'uccelli o un canestro pieno di fiori che
spenzolano. Sotto questo canestro, appoggiata ai vetri, una rete di
sottilissimi fili di ferro incorniciata, che impedisce di veder dentro
la stanza. Dietro la rete, negli intervalli fra la rete stessa e i muri
della finestra, un tavolinetto con su porcellane, cristallame, fiori,
ninnoli, figurine. Sulla pietra del davanzale, dalla parte della strada,
una fila di piccoli vasi di fiori. Nel mezzo della pietra o da un lato,
un ferro sporgente sulla strada, curvo, rivolto in su, che sostiene due
specchi uniti in forma d'un libro, mobili, e sormontati da un terzo
specchietto, pure mobile; in modo che dall'interno della casa si può
vedere, senz'essere visti, tutto quello che segue nella strada. In
alcune case, tra finestra e finestra sporge un lampione. Sotto le
finestre, la porta di casa o d'una bottega. Se è una bottega, v'è sopra
la porta o una testa di moro colla bocca spalancata, o una testa di
turco che fa la smorfia: ora un elefante, ora un'oca: dove una testa di
cavallo, dove una testa di toro, dove un serpente, dove una mezza luna,
dove un mulino a vento, dove un braccio disteso che tiene in mano un
oggetto diverso secondo il genere della bottega. Se è la porta di
casa,--sempre chiusa,--v'è una lastra di ottone con su scritto il nome
dell'inquilino, un'altra lastra con una buca per le lettere, una terza
lastra sul muro col pomo del campanello; lastre, chiodi, serrature,
tutto luccicante come l'oro. Dinanzi alla porta un ponticino di
legno--perchè in molte case il piano terreno è assai più basso della
strada;--e dinanzi al ponticino, due colonnette di pietra sormontate da
due palle; altre colonnette sul davanti unite con catene di ferro, fatto
di grossi anelli in forma di croci, di stelle, di poligoni; nel vuoto
tra la strada e la casa, vasi di fiori; sulle finestre del pian terreno,
nascoste in quel fosso, altri vasi e tendine. Nelle stradette appartate,
poi, gabbie d'uccelli a destra e a sinistra delle finestre, cassette
piene di verdura, panni appesi, biancheria distesa, mille colori, mille
oggetti che sporgono e che dondolano, da parere una fiera universale.
Ma senza uscire dalla vecchia città, basta allontanarsi dal centro, per
vedere a ogni passo qualcosa di nuovo.