Ma per quanto sia meravigliosa la storia fisica dell'Olanda,

Produced by Emanuela Piasentini and the Online Distributed

Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was

produced from images generously made available by The

Internet Archive/Canadian Libraries)

OLANDA.

OLANDA

DI

EDMONDO DE AMICIS.

Terza edizione.

FIRENZE,

G. BARBÈRA, EDITORE.

1876.

Quest'opera, della quale ho acquistato la proprietà, è stata depositata

al Ministero d'Agricoltura e Commercio per godere i diritti accordati

dalla legge sulla proprietà letteraria.

G. BARBÈRA.

A

PIETRO GROLIER.

L'OLANDA.

Chi guarda per la prima volta una grande carta dell'Olanda, si

meraviglia che un paese così fatto possa esistere. A primo aspetto, non

si saprebbe dire se ci sia più terra o più acqua, se l'Olanda appartenga

più al continente che al mare. Al vedere quelle coste rotte e compresse,

quei golfi profondi, quei grandi fiumi che, perduto l'aspetto di fiumi,

par che portino al mare nuovi mari; e quel mare che, quasi cangiandosi

in fiume, penetra nelle terre e le rompe in arcipelaghi; i laghi, le

vaste paludi, i canali che s'incrociano in ogni parte, pare che un paese

così screpolato debba da un momento all'altro disgregarsi e sparire. Si

direbbe che non possa essere abitato che da castori e da foche, e si

pensa che gli abitanti, poichè c'è gente tanto ardita da starvi, non ci

debbano dormire coll'anima in pace.

Pensai queste cose la prima volta che guardai una grande carta

dell'Olanda, e mi venne il desiderio di sapere qualche cosa intorno

alla formazione di questo singolare paese; e siccome quello che ne seppi

mi determinò a fare il libro, lo scrivo qui, colla speranza che possa

determinare altri a leggerlo.

Di un paese che non si conosce, si suol fare a chi lo vide questa

domanda:--Che paese è?

Che paese sia l'Olanda l'hanno detto molti in poche parole.

Napoleone disse ch'è un'alluvione di fiumi francesi,--il Reno, la

Schelda e la Mosa,--e con questo pretesto l'aggregò all'Impero. Uno

scrittore la definì una sorta di transazione fra la terra e il mare. Un

altro, un'immensa crosta di terra che galleggia sulle acque. Altri, un

annesso del vecchio continente, la China dell'Europa, la fine della

terra e il principio dell'oceano, una smisurata zattera di fango e di

sabbia; e Filippo II--il paese più vicino all'inferno.

Ma sur un concetto furon tutti d'accordo, e lo espressero tutti colle

stesse parole:--L'Olanda è una conquista dell'uomo sul mare,--è un paese

artificiale,--lo fecero gli Olandesi,--esiste perchè gli Olandesi lo

conservano,--sparirebbe se gli Olandesi lo abbandonassero.

Per rendersi ragione di questa verità, bisogna raffigurarsi l'Olanda

com'era quando andarono ad abitarla le prime tribù germaniche che

erravano in cerca di una patria.

L'Olanda era un paese quasi inabitabile. Eran vasti laghi tempestosi,

come mari che si toccavano l'un l'altro; paludi accanto a paludi;

sterpeti dietro sterpeti; immense foreste di pini, di quercie e

d'ontani, percorse da stormi di cavalli indomiti, nelle quali, come dice

la tradizione, si sarebbe potuto far delle leghe passando d'albero in

albero senza toccare la terra. Le baie profonde portavano fin nel cuore

del paese la furia delle tempeste boreali. Alcune provincie sparivano

una volta all'anno sotto le acque del mare, ed erano pianure fangose, nè

terra nè acqua, sulle quali non si poteva nè camminare nè navigare. I

grandi fiumi che non avevano inclinazione bastante per discendere al

mare erravano qua e là come incerti della via da seguire e

s'addormentavano in grandi stagni fra le sabbie della costa. Era un

paese sinistro, corso da venti furiosi, flagellato da pioggie ostinate,

velato da una nebbia perpetua, nel quale non s'udiva che il muggito

delle onde e le voci delle fiere e degli uccelli marini. I primi popoli

che ebbero il coraggio di piantarvi le tende, dovettero innalzare colle

proprie mani dei monticciuoli di terra per salvarsi dagli straripamenti

dei fiumi e dalle invasioni dell'oceano, e vivere su quelle alture come

naufraghi su isole solitarie, scendendo al ritirarsi delle acque per

cercare un nutrimento nella pesca e nella caccia, e raccogliere le uova

deposte dagli uccelli marini sulle sabbie. Cesare, passando, nominò pel

primo quei popoli. Gli altri storici latini parlarono con pietoso

rispetto di que' barbari intrepidi che vivevano su «terre galleggianti»

esposti alle intemperie d'un cielo spietato e alle collere del

misterioso mare del Nord; e l'immaginazione si compiace a raffigurarsi i

soldati romani che dall'alto delle estreme cittadelle dell'impero

percosse dalle onde, contemplavano con tristezza e con meraviglia le

tribù erranti per quelle terre desolate come una razza maledetta dal

cielo.

Ora, se si pensa che una tal regione è diventata uno dei più fertili,

dei più ricchi e dei meglio ordinati paesi del mondo, si capisce come

sia giusto il dire che l'Olanda è una conquista dell'uomo.

Ma bisogna aggiungere: è una conquista continua.

A spiegare questo fatto, a mostrare come l'esistenza dell'Olanda,

malgrado le grandi opere di difesa che gli abitanti vi costrussero,

richieda ancora una lotta incessante e piena di pericoli, basta

rammentare di volo alcune fra le vicende principali della sua storia

fisica, a partir dal tempo in cui gli abitanti l'avevano già ridotta una

terra abitabile.

Le tradizioni parlano già di una grande inondazione della Frisia nel

sesto secolo. D'allora in poi, ogni golfo, ogni isola, e si può dir

quasi ogni città dell'Olanda ricorda una catastrofe. Da tredici secoli

si conta che vi sia seguita una grande inondazione ogni sette anni,

oltre le piccole; e perchè il paese è tutto pianura, queste inondazioni

furon veri diluvii. Verso la fine del tredicesimo secolo il mare disfece

una parte d'una fertile penisola vicino alle foci dell'Ems e distrusse

più di trenta villaggi. Nel corso del medesimo secolo, una serie

d'inondazioni marine aprirono un immenso varco nell'Olanda

settentrionale, e formarono il Golfo di Zuiderzee, dando la morte a

quasi ottantamila persone. Nel 1421 una burrasca fece straripare la

Mosa, che seppellì sotto le sue acque, in una notte, settantadue

villaggi e centomila abitanti. Nel 1532 il mare ruppe le dighe della

Zelanda, distrusse centinaia di villaggi e coprì per sempre un vasto

tratto di paese. Nel 1570 una tempesta produsse un'altra inondazione

nella Zelanda e nella provincia d'Utrecht, Amsterdam fu invasa dalle

acque, in Frisia annegarono ventimila persone. Altre grandi inondazioni

avvennero nel secolo diciassettesimo, due spaventose sul principio e

sulla fine del decimottavo, una nel 1825 che desolò la Nord-Olanda, la

Frisia, l'Over-Yssel e la Gheldria, un'altra grande nel 1855 del Reno,

che invase la Gheldria e la provincia d'Utrecht, e coperse gran parte

del Brabante settentrionale. Oltre a queste grandi catastrofi, ne

seguirono, nei varii secoli, altre innumerevoli, che sarebbero famose in

altri paesi, e che in Olanda appena si ricordano, come le inondazioni

del grande lago di Haarlem, prodotto esso medesimo da un'inondazione del

mare; città fiorenti del Golfo di Zuiderzee sparite sotto le acque; le

isole della Zelanda a volta a volta coperte dal mare e rilasciate; i

villaggi della costa, da Helder fino alle foci della Mosa, di tempo in

tempo invasi e rovinati; e in tutte queste inondazioni, eccidii immensi

d'uomini e d'animali. Si capisce che miracoli di coraggio, di costanza,

d'industria, abbia dovuto fare il popolo Olandese per creare prima, e

poi per conservare un simile paese.

Il nemico al quale gli Olandesi dovettero strappare le loro terre, era

triplice: il mare, i fiumi, i laghi; gli Olandesi disseccarono i laghi,

respinsero il mare e imprigionarono i fiumi.

Per disseccare i laghi si serviron dell'aria. I laghi, le paludi furono

circondati di dighe, le dighe di canali, e un esercito di mulini a

vento, mettendo in moto delle pompe aspiranti, riversò le acque nei

canali, che le condussero ai fiumi ed al mare. Così dei vasti spazii di

terra sepolti nell'acqua, videro il sole e si trasformarono come per

incanto in fertili campagne, popolate di villaggi e percorse da canali e

da strade. Nel secolo decimosettimo, in meno di quarant'anni, furono

disseccati ventisei laghi. Sul principio di questo secolo, nella sola

Nord-Olanda erano tolti all'acqua più di seimila ettari di terreno;

nell'Olanda meridionale, prima del 1844, ventinove mila; in tutta

l'Olanda, dal 1500 al 1658, trecento cinquantacinque mila. Colla

sostituzione dei mulini a vapore ai mulini a vento si compì in

trentanove mesi la grande impresa del prosciugamento del lago di

Haarlem, che aveva quarantaquattro chilometri di circuito e minacciava

con tempeste furiose le città di Haarlem, d'Amsterdam e di Leida. E in

questo mentre si sta meditando l'impresa prodigiosa di prosciugare il

golfo di Zuiderzee, che abbraccia uno spazio di più di settecento

chilometri quadrati.

I fiumi, altro nemico interno dell'Olanda, non costarono meno fatiche e

meno sacrifizi. Alcuni, come il Reno, che si perdevano nelle sabbie

prima di giungere al mare, dovettero essere incanalati, e difesi dalla

marea alla foce con cateratte formidabili; altri, come la Mosa,

fiancheggiati da dighe altrettanto potenti che quelle innalzate contro

il mare; altri deviati; le acque vagabonde, raccolte; regolato il corso

degli affluenti; ripartite le acque con rigorosa misura in vari sensi

per mantenere in equilibrio quella enorme massa liquida, della quale un

leggero spostamento basta a inabissare provincie intere; e così tutti i

fiumi che spandevano anticamente per il paese le loro acque sfrenate e

devastatrici, furono disciplinati come ruscelli e costretti a servire.

Ma la lotta più tremenda fu quella combattuta coll'oceano. L'Olanda è in

gran parte più bassa del livello del mare: perciò, dappertutto dove la

costa non è difesa dalle dune, si dovette difenderla colle dighe. Se

questi sterminati baluardi di terra, di legno e di granito non fossero

là ad attestare come monumenti il coraggio e la perseveranza degli

Olandesi, non si crederebbe che la mano dell'uomo abbia potuto, sia pure

in molti secoli, compire un così grande lavoro. Nella sola Zelanda le

dighe si stendono per la lunghezza di quattrocento chilometri. La costa

occidentale dell'isola di Valcheren è difesa da una diga, della quale si

calcola che le spese di costruzione sommate alle spese di conservazione

messe a frutto, ammontino a una somma pari al valore che avrebbe la

diga stessa se fosse tutta di rame massiccio. Intorno alla città di

Helder, alla estremità settentrionale della Nord-Olanda, si stende per

dieci chilometri una diga costrutta di massi di granito di Norvegia, che

scende più di sessanta metri nel mare. Tutta la provincia di Frisia, per

la lunghezza di ottantotto chilometri, è difesa da tre file di palafitte

enormi, sostenute da massi di granito di Norvegia e di Germania.

Amsterdam, tutte le città delle rive del Zuiderzee, e tutte le

isole,--frammenti di terre sparite,--che formano come una corona fra la

Frisia e della Nord-Olanda, sono protette da dighe; dalle foci dell'Ems

fino alle foci della Schelda l'Olanda è tutta una fortezza

impenetrabile, nei cui immensi bastioni i mulini son le torri, le

cateratte son le porte, le isole sono i forti avanzati; e che al pari

d'una fortezza vera, non mostra al suo nemico, il mare, che le punte dei

campanili e i tetti degli edifizii, quasi come una derisione e una

sfida.

L'Olanda è una fortezza, e il popolo olandese ci sta come in una

fortezza: sul _piede di guerra_ col mare. Un esercito d'ingegneri,

dipendente dal Ministero dell'Interno, sparpagliato sul paese e ordinato

come un esercito, spia continuamente il nemico, veglia sull'ordine delle

acque interiori, previene la rottura delle dighe, ordina e dirige i

lavori di difesa. Le spese della guerra son ripartite: una parte è allo

Stato, una parte alle provincie; ogni proprietario paga, oltre l'imposta

generale, un'imposta speciale per le dighe, proporzionata

all'estensione dei suoi poderi e alla vicinanza dell'acque. Una rottura

accidentale, un'inavvertenza possono cagionare un diluvio; il pericolo è

continuo; le sentinelle sono al loro posto sui baluardi; al primo

assalto del mare, danno il grido di guerra, e l'Olanda manda braccia,

materiali e denari. Ed anche quando non si combattono grandi battaglie

si combatte una lotta sorda e lenta. I mulini innumerevoli, anche nei

laghi prosciugati, seguitano a lavorare senza posa per assorbire e

versare nei canali l'acqua piovana e quella che filtra dalla terra. Ogni

giorno le cateratte dei golfi e dei fiumi, chiudono le loro porte

gigantesche all'alta marea che tenta di slanciare i suoi flutti nel

cuore del paese. Si lavora continuamente a rafforzare le dighe malferme,

a fortificare le dune con piantagioni, a gettar nuove dighe, dove le

dune son basse, diritte come lande immense vibrate nel seno del mare,

per rompere il primo impeto delle onde. E il mare picchia eternamente

alle porte dei fiumi, flagella eternamente gli argini, brontola da ogni

parte la sua eterna minaccia, solleva i suoi flutti curiosi come per

guardare le terre che gli sono contese, ammonta dei banchi di sabbia

dinanzi ai porti per uccidere il commercio delle città invise, rode,

raspa, scava le coste; e non potendo rovesciare i baluardi su cui frange

in schiuma rabbiosa i suoi sforzi impotenti, getta ai loro piedi dei

bastimenti pieni di cadaveri perchè annunzino al paese ribelle il suo

corruccio e la sua forza.

Mentre questa gran lotta dura, l'Olanda si trasforma: l'Olanda è la

terra delle trasformazioni. Una carta geografica di questo paese com'era

otto secoli fa, a primo aspetto, non si riconosce. Trasforma il mare,

trasformano gli uomini. Il mare, in alcuni punti, fa indietreggiare la

costa: toglie al continente delle parti di terra, le rilascia, poi le

riprende; riunisce al continente delle isole con legami di sabbia, come

nella Zelanda; stacca dei lembi di continente e forma delle isole nuove,

come Wieringen; si ritira da certe provincie, e fa rimaner città di

terra città ch'eran di mare, come Leuwarde; converte in arcipelaghi di

cento isole vasti tratti di pianura come il Biesbosch; separa la città

dalla terra, come Dordrecht; forma dei nuovi golfi larghi due leghe,

come il Golfo di Dollart; divide due Provincie con un nuovo mare, come

la Nord-Olanda e la Frisia. Per effetto delle inondazioni il livello

delle terre s'innalza in un luogo, in un altro s'abbassa; terre sterili

sono fecondate dal limo dei fiumi straripati, terre fertili sono

cangiate in deserti di sabbia. Colle trasformazioni delle acque si

alternano le trasformazioni del lavoro. Si riuniscono delle isole al

continente come l'isola di Ameland; si riducono ad isole provincie

intere, come sarà la Nord-Olanda col nuovo canale d'Amsterdam che la

deve separare dall'Olanda meridionale; si fanno sparire dei laghi grandi

come Provincie, come il lago di Beemster; si convertono le terre,

coll'estrazione delle torbe basse, in laghi, e si ritrasformano questi

laghi in praterie. E così il paese si altera, si corregge e cangia

aspetto secondo le violenze dell'acqua e i bisogni dell'uomo. E

percorrendolo colla più recente carta geografica alla mano, si può

essere sicuri che quella carta sarà inutile fra qualche anno, perchè

mentre lo si percorre, vi son dei golfi che a poco a poco spariscono,

dei tratti di terra in procinto di staccarsi dal continente, e dei

grandi canali che s'aprono per portar la vita in terre disabitate.

Ma l'Olanda fece ben più che difendersi dall'acqua, se ne impadronì.

L'acqua era il suo flagello, ne fece la sua difesa. Se un esercito

straniero invade il suo territorio, essa apre le dighe e scatena il mare

ed i fiumi, come li scatenò contro i Romani, contro gli Spagnuoli,

contro l'esercito di Luigi XIV, e difende le città di terra colle

flotte. L'acqua era la sua miseria, ne fece la sua ricchezza. Su tutto

il paese si stende una immensa rete di canali che servono insieme come

vie di comunicazione e ad irrigare le terre. Le città comunicano col

mare per mezzo di canali; canali vanno da città a città, legano le città

ai villaggi, i villaggi fra loro, ogni villaggio coi casolari sparsi per

la campagna; e canali minori cingono i poderi, i pascoli, gli orti, fan

l'ufficio di muri di cinta e di siepi; ogni casa è un piccolo porto. I

bastimenti, i barconi, le barchette, le zattere percorrono la campagna,

attraversano i villaggi, girano fra le case e solcano il paese in tutte

le direzioni come in altri luoghi i carri e le carrozze. E anche qui

l'Olanda ha fatto dei lavori giganteschi, come il canale Guglielmo nel

Brabante settentrionale, il canale che congiunge Amsterdam,

attraversando tutta la Nord-Olanda, col mare del Nord, lungo più di

ottanta chilometri e largo più di trenta metri; il nuovo canale che

congiungerà Amsterdam col mare attraversando le dune, e sarà il più

largo canale d'Europa; e un altro non meno grande che congiungerà il

mare colla città di Rotterdam. I canali sono le vene dell'Olanda e

l'acqua è il suo sangue.

Ma anche senza badare ai canali, ai prosciugamenti dei laghi e alle

opere di difesa, percorrendo l'Olanda si vedono da ogni parte le traccie

d'un lavoro meraviglioso. Il terreno, che in altri paesi è un dono della

natura, là è un'opera dell'industria. L'Olanda tirò la maggior parte

delle sue ricchezze dal commercio; ma prima del commercio dovette far

fruttare la terra; la terra non c'era; dovette crearla. Erano banchi di

sabbia, interrotti da strati di torba, dune che il vento smuoveva e

spandeva per il paese, grandi spazi di terreno lotoso che parevan

condannati a una sterilità eterna. Mancavano i primi elementi

dell'industria, il ferro e il carbone; mancava il legno, poichè le

foreste eran già state distrutte dalle tempeste quando sorse

l'agricoltura; mancavano le pietre, mancavano i metalli. La natura, come

dice un poeta olandese, aveva rifiutato all'Olanda tutti i suoi doni;

gli Olandesi dovettero far tutto a dispetto della natura. Cominciarono

coll'infertilire le sabbie. In alcuni luoghi formarono lo strato

produttivo del suolo con terre portate di lontano come si forma un

giardino; sparsero la silice delle dune sulle praterie troppo umide;

mescolarono colle terre troppo sabbiose i detriti delle torbe tratti dal

fondo delle acque; estrassero dell'argilla per comunicare alla

superficie della terra una fertilità nuova; lavorarono a dissodare le

dune; e così industriandosi in mille maniere, e difendendo continuamente

l'opera loro dalle acque minaccianti, riuscirono a condurre l'Olanda a

uno stato di floridezza non inferiore a quello dei paesi più favoriti

dalla natura. Quell'Olanda sabbiosa e paludosa che gli antichi

consideravano appena come abitabile, manda fuori dei suoi confini, anno

per anno, dei prodotti agricoli per il valore di cento milioni di lire,

possiede circa un milione e trecentomila teste di bestiame, e si può

annoverare, proporzionatamente all'estensione del suo territorio, fra i

paesi più popolati d'Europa.

Ora si capisce come in un paese così fisicamente straordinario, debba

esservi un popolo molto diverso dagli altri. Su pochi popoli, in fatti,

la natura del paese abitato esercitò un influsso più profondo che sugli

Olandesi. Il genio olandese è in perfetta armonia col carattere fisico

dell'Olanda. Basta guardare i monumenti della gran lotta combattuta da

questo popolo col mare, per comprendere come il suo carattere distintivo

debba essere la fermezza e la pazienza, accompagnata da un coraggio

calmo e costante. Questa lotta gloriosa, e la coscienza di dover tutto

a sè stesso, deve aver infuso e fortificato in esso un sentimento

altissimo della propria dignità e uno spirito indomabile di libertà e

d'indipendenza. La necessità d'una lotta continua, d'un continuo lavoro

e di sacrifizi continui per difendere la propria esistenza,

riconducendolo perpetuamente al sentimento della realtà, deve averlo

reso un popolo altamente pratico ed economo; il buon senso dev'essere la

sua qualità più spiccata, l'economia dev'essere una delle sue virtù

principali; deve quindi primeggiare nelle arti utili, essere parco di

godimenti, essere semplice anche quando è grande, riuscire in tutto

quello a cui si riesce colla tenacità dei propositi e con un'attività

pensata e regolare; esser più saggio che eroico, più conservatore che

creatore, non dare all'edifizio del pensiero moderno dei grandi

architetti, ma molti abili operai, una legione di lavoratori pazienti ed

utili. E in virtù di queste sue qualità di prudenza, di attività

flemmatica e di spirito di conservazione, progredir sempre, ma a poco a

poco; acquistar lentamente, ma non perder nulla dell'acquistato; esser

restío a spogliarsi degli usi antichi; serbare quasi intera, malgrado la

vicinanza di tre grandi nazioni, la sua originalità; serbarla passando a

traverso di tutte le forme di governo, malgrado le invasioni straniere,

malgrado le guerre politiche e religiose di cui fu teatro, malgrado

l'immenso concorso di stranieri d'ogni paese che vi cercarono un rifugio

e ci vissero in tutti i tempi; essere infine di tutti i popoli del

settentrione quello che, benchè procedendo sempre nella via della

civiltà, ha serbato più netta l'impronta antica.

Ma basta anche rappresentarsi alla mente la sua forma, per comprendere

che questo paese di tre milioni e mezzo d'abitanti, benchè fuso in una

così compatta unità politica, benchè riconoscibile fra tutti gli altri

popoli del Nord a certi tratti comuni agli abitanti di tutte le sue

provincie, deve presentare una varietà grande. E così è in fatti. Tra la

Zelanda e l'Olanda propriamente detta, fra l'Olanda e la Frisia, tra la

Frisia e la Gheldria, tra la Groninga e il Brabante, malgrado tanti

vincoli comuni e la vicinanza grandissima, non v'è meno differenza che

fra le provincie più lontane dell'Italia e della Francia: differenza di

lingua, di costumi, di carattere; differenze di razza e di religione. Il

regime comunale ha impresso a questo popolo un carattere incancellabile,

perchè in nessun paese fu conforme come in questo alla natura delle

cose. Il paese è diviso in parecchi gruppi d'interessi dallo stesso

organismo del sistema idraulico. Quindi associazione e mutuo soccorso

contro il comune nemico, il mare; ma libertà delle forze e delle

istituzioni locali. La monarchia non ha estinto l'antico spirito

municipale, ed è questo spirito che rese impossibile la completa fusione

dello Stato in tutti i grandi Stati che ne fecero la prova. I grandi

fiumi e i golfi profondi sono nello stesso tempo vie di commercio che

servono come legami di nazionalità fra le varie Provincie, e barriere

che difendono vecchie tradizioni e vecchie costumanze diverse fra loro.

In questo paese apparentemente così uniforme, ad ogni passo, si può

dire, fuorchè l'aspetto della natura, tutto cangia e tutt'a un tratto,

come la natura stessa all'occhio di chi varca per la prima volta la

frontiera dello Stato.

Ma per quanto sia meravigliosa la storia fisica dell'Olanda, è più

meravigliosa la sua storia politica. Questa piccola terra invasa da

principio da differenti tribù della razza germanica, soggiogate, dai

Romani e dai Franchi, devastata dai Danesi e dai Normanni, desolata per

secoli da orrende guerre civili, questo piccolo popolo di pescatori e di

mercanti salva la sua libertà civile e la sua libertà di coscienza con

una guerra di ottant'anni contro la formidabile monarchia di Filippo II

e fonda una repubblica che diventa l'arca di salvamento delle libertà di

tutti i paesi, la patria adottiva delle scienze, la Borsa d'Europa, la

stazione del commercio del mondo; una repubblica che stende la sua

dominazione a Java, a Sumatra, nell'Indostan, a Ceylan, nella Nuova

Olanda, nel Giappone, nel Brasile, nella Guiana, al Capo di Buona

Speranza, nelle Indie occidentali, a Nuova-York; una repubblica che

vince l'Inghilterra sul mare, che resiste alle armi unite di Carlo II e

di Luigi XIV, che tratta da pari a pari colle più grandi nazioni ed è

per un tempo una delle tre Potenze che reggono le sorti d'Europa.

Ora non è più la grande Olanda del secolo decimosettimo; ma è ancora,

dopo l'Inghilterra, il primo Stato coloniale del mondo; invece della

grandezza antica ha una prosperità tranquilla; si ristrinse nel

commercio, acquistò nell'agricoltura; del reggimento repubblicano

perdette più la forma che la sostanza; una famiglia di principi patrioti

e cari al popolo, vi siede tranquillamente in mezzo a tutte le libertà

antiche e moderne. Vi è la ricchezza senza fasto, la libertà senza

insolenza, l'imposta senza miseria. Il paese procede senza scosse, senza

turbamenti, coll'antico buon senso, conservando nelle tradizioni, negli

usi e nelle libertà stesse l'impronta della sua nobile origine. È forse

fra tutti gli Stati d'Europa quello dove c'è più istruzione popolare e

meno corruzione di costumi. Solo, all'estremità del continente, occupato

delle sue acque e delle sue colonie, si gode in pace i frutti del suo

lavoro senza far parlare di sè, coll'alto conforto di poter dire che

nessun popolo al mondo ha conquistato a prezzo di più grandi sacrifizi

la libertà della sua fede e l'indipendenza del suo stato.

Tutte queste cose io rivolgevo in mente per stimolare la mia curiosità,

una bella mattina d'estate, ad Anversa, salendo su un bastimento che mi

doveva condurre per il corso della Schelda nella Zelanda, ch'è la

provincia più misteriosa dei Paesi Bassi.

ZELANDA.

Se prima che io mi determinassi a fare un viaggio in Olanda, un

professore qualunque di geografia m'avesse fermato allo svolto d'una

strada, domandandomi bruscamente:--Dov'è la Zelanda?--sarei rimasto

senza parola, e non credo d'ingannarmi, supponendo che un buon numero

dei miei concittadini, a cui si facesse quella domanda, non troverebbero

subito una risposta. Per gli Olandesi medesimi la Zelanda ha del

mistero; pochissimi ci sono stati, e tra questi i più non fecero che

attraversarla in battello; quindi se ne parla di rado e come d'un paese

lontano. Dalle prime parole che intesi dire ai viaggiatori che salirono

con me sul bastimento, quasi tutti belgi e olandesi, m'accorsi che

anch'essi avrebbero veduto quella provincia per la prima volta; eravamo

dunque tutti curiosi ad un modo; e il bastimento non era ancora partito

che avevamo attaccato discorso, e ci aguzzavamo la curiosità

reciprocamente, con domande alle quali nessuno sapeva rispondere.

Allo spuntare del sole, il bastimento partì, godemmo per un pezzo la

vista del campanile della cattedrale d'Anversa, fatto di trina di

Malines, come diceva Napoleone I, che n'era innamorato; e dopo aver

toccato il forte di Lillo e il villaggio di Doel, uscimmo dal Belgio ed

entrammo nella Zelanda.

Nel punto che si passa per la prima volta la frontiera d'uno Stato, per

quanto si sappia che lo spettacolo non cangia tutt'a un tratto, si

guarda intorno curiosamente come se tutto dovess'essere cangiato. Tutti

infatti s'appoggiarono al parapetto del bastimento come per assistere

all'apparizione improvvisa della Zelanda.

Per un buon tratto la curiosità rimase delusa: non si vedevano che lo

sponde piane e verdi della Schelda, larga come un braccio di mare, e

sparsa di banchi di sabbia, su' quali raccoglievano il volo degli stormi

di gabbiani gettando dei leggieri gridi; e il cielo purissimo non pareva

punto cielo d'Olanda.

Si navigava fra l'isola di Zuid-Beveland e quella lista di terra che

forma la riva sinistra della Schelda, chiamata Fiandra degli Stati o

Fiandra Zelandese.

La storia di questa lista di terra è assai curiosa. Per lo straniero che

entra in Olanda, essa è come la prima pagina della grande epopea che

s'intitola: la lotta col mare. Nel medio evo non era che un vasto golfo

con poche isolette. Questo golfo, sul principio del sedicesimo secolo,

non esisteva più; con quattrocento anni di lento lavoro lo avevan

cangiato in una fertile pianura difesa da dighe, solcata da canali e

popolata di villaggi, che si chiamava la Fiandra Zelandese. Quando

scoppiò la guerra dell'indipendenza, gli abitanti della Fiandra

Zelandese, piuttosto che cedere la loro terra agli eserciti spagnuoli,

apersero le dighe, il mare irruppe e distruggendo in un giorno il lavoro

di quattro secoli riformò il golfo del medio evo. Finita la guerra

d'indipendenza, si ricominciarono i lavori di prosciugamento, e dopo

trecento anni la Fiandra Zelandese risalutò il sole e fu restituita al

continente, come una figliuola risorta. Così in Olanda le terre sorgono,

spariscono e riappaiono, a somiglianza dei regni delle novelle arabe, al

tocco delle verghe dei maghi. La Fiandra Zelandese, divisa dalla Fiandra

Belga dalla doppia barriera politica e religiosa, e separata dall'Olanda

dalla Schelda, conserva i costumi, le credenze, l'impronta intatta del

sedicesimo secolo. Le tradizioni della guerra contro la Spagna vi sono

ancora vive e parlanti come d'un avvenimento del tempo. La terra è

fertile, gli abitanti godono d'una prosperità straordinaria, hanno

costumi severi, scuole, stamperie, e vivono così in pace nel loro

frammento di patria rinata ieri, fino al giorno che il mare non la

ridomandi per una terza sepoltura. Un Belga, mio compagno di viaggio,

che mi diede queste notizie, mi fece osservare giustamente che gli

abitanti della Fiandra Zelandese, quando inondarono le loro terre,

benchè già sollevati contro la dominazione spagnuola, erano ancora

cattolici, e che per conseguenza era seguìto a quella provincia lo

strano caso di sprofondarsi nelle acque cattolica, e di tornare a galla

protestante.

Il bastimento, con mia grande meraviglia, invece di continuare a

discendere la Schelda per girare intorno all'isola di Zuid-Beveland,

arrivato a un certo punto, entrò nell'isola infilando uno stretto

canale, che l'attraversa da un capo all'altro, o meglio la spacca in

due, e congiunge così i due bracci del fiume, che formano l'isola

stessa.

Era il primo canale olandese per il quale passavo: fu un'impressione

nuova. Il canale è fiancheggiato da due alto dighe che nascondono la

campagna; il bastimento scorreva così quasi di soppiatto, come se avesse

preso quella via traversa per riuscire improvvisamente alle spalle di

qualcuno; e come non v'era una barca nel canale nè un'anima viva sulle

dighe, la solitudine e il silenzio davano ancor meglio a quella corsa

nascosta l'aria d'un tradimento da pirati.

Uscendo dal canale, si entrò nel braccio orientale della Schelda.

Eravamo nel cuore della Zelanda. A destra avevamo l'isola di Tholen, a

sinistra l'isola di Noord-Beveland, dietro quella di Zuid-Beveland,

dinanzi quella di Schouwen. Fuori che l'isola di Valcheren, si vedevano

tutte le principali isole dell'arcipelago misterioso.

Ma in questo consiste il mistero: quelle isole non si vedevano,

s'indovinavano. A destra e a sinistra del fiume larghissimo, davanti e

dietro al bastimento, non si vedeva che la linea diritta delle dighe,

come una striscia verde a fior d'acqua, e dietro questa striscia, qua e

là, cime d'alberi, punte di campanili, comignoli rossi di tetti, che

pareva facessero capolino per vederci passare. Non una collina, non un

rialto di terra, non una casa scoperta da nessuna parte: tutto era

nascosto, tutto pareva immerso nell'acqua; si sarebbe detto che quelle

isole erano sul punto d'esser sepolte dal fiume e si guardava ora l'una

ora l'altra come per assicurarsi che c'erano ancora. Pareva di

attraversare un paese nel giorno del diluvio e si provava un piacere a

pensare che si era sur un bastimento. Di tratto in tratto il bastimento

si arrestava e qualche passeggiero zelandese scendeva in una barca che

si dirigeva verso la riva. Benchè fossi curioso anch'io di visitare la

Zelanda, pure guardavo quella gente con un certo sentimento di

compassione, come se quelle che parevano isole non fossero che balene

mostruose, che si dovessero sprofondare nell'acqua all'avvicinarsi della

barca.

Il capitano di bastimento, olandese, passandomi accanto, si soffermò a

guardare una piccola carta della Zelanda che avevo tra le mani; io

afferrai l'occasione pel ciuffo e lo tempestai di domande. Per mia

fortuna m'ero imbattuto in uno di quei pochi Olandesi che hanno comune

con noi Latini la debolezza di amar il suono della propria voce.

"Qui, in Zelanda," mi disse colla serietà d'un maestro che fa la

lezione, "le dighe, più ancora che nelle altre provincie, sono quistione

di vita o di morte. A marea alta tutta la Zelanda rimane al di sotto

delle acque. A ogni diga che si rompesse, sparirebbe un'isola. E il

guaio è che qui la diga non deve soltanto resistere all'urto diretto

dell'onda; ma ad un'altra forza anche più pericolosa. I fiumi si gettano

verso il mare, il mare si getta contro i fiumi, e in questa lotta

continua, si formano delle correnti basse che rodono la base delle

dighe, sin che le fanno sprofondare tutt'a un tratto, come farebbe una

mina ad un muro. Gli Zelandesi debbono stare continuamente all'erta.

Quando una diga è in pericolo, ne fanno un'altra più addentro, e

aspettano l'assalto delle acque dietro a questa, e così guadagnan tempo,

e o rifanno la prima diga, o continuano a dare addietro di fortezza in

fortezza, o la corrente si svia e son salvi."

"E non potrebbe darsi," domandai sempre avido di notizie poetiche, "che

un giorno la Zelanda non esistesse più?"

"Tutto il contrario," mi rispose con mio rammarico; "può venire il

giorno in cui la Zelanda non sia più arcipelago ma terraferma. La

Schelda e la Mosa portano continuamente limo che rimane in fondo ai

bracci del mare e che alzandosi a poco a poco ingrandisce le isole e

chiude nella terra città e villaggi ch'erano sulla riva e avevano i loro

porti. Axel, Goes, Veere, Arnemiuden, Middelburg, erano città marittime

e ora sono città di terra. Verrà dunque un giorno in cui fra le isole

della Zelanda non passeranno più che le acque dei fiumi e si stenderà

una rete di strade ferrate su tutto il paese, che sarà congiunto al

continente, come gli è già congiunta l'isola di Zuid-Beveland. La

Zelanda, nella lotta col mare, ingrandisce. Il mare potrà riuscire a

qualche cosa dalle altre parti dell'Olanda; ma qui ha la peggio. Lei

conosce lo stemma della Zelanda: è un leone che nuota e vi è scritto su:

_Luctor et emergo_."

Qui rimase qualche momento senza parlare e gli brillava negli occhi un

barlume d'alterezza che si estinse subito; poi ricominciò colla gravità

di prima:

"_Emergo_; ma non emerse sempre. Tutte le isole della Zelanda, una dopo

l'altra, dormirono per più o men tempo sott'acqua. Tre secoli fa l'isola

di Schouwen fu inondata dal mare, che annegò abitanti e bestiami da un

capo all'altro e la ridusse un deserto. L'isola di Noord-Beveland fu

sommersa tutta intera poco tempo dopo, e per parecchi anni non si videro

più che le punte dei campanili fuor dell'acqua. L'isola di Zuid-Beveland

ebbe la stessa sorte verso la metà del quattordicesimo secolo. L'isola

di Tholen, la stessa sorte in questo medesimo secolo, nel 1825. L'isola

di Walcheren la stessa sorte nel 1808, e nella città di Middelburg, sua

città capitale, lontana parecchie miglia dalla costa, ci fu l'acqua sino

ai tetti."

A sentir sempre parlar d'acqua, d'inondazioni, di paesi sommersi, ero

ridotto che mi pareva strano di non essere ancora annegato. Domandai al

capitano che gente fosse quella che stava in quei paesi invisibili,

coll'acqua sotto i piedi e sopra la testa.

"Agricoltori e pastori," mi rispose. "Noi diciamo che la Zelanda è un

gruppo di fortezze difese da un presidio di agricoltori e di pastori. In

fatto d'agricoltura la Zelanda è la provincia più ricca dei Paesi Bassi.

La terra d'alluvione di queste isole è d'una fertilità meravigliosa. Il

frumento, la colza, la robbia, il lino vi fanno come in pochissimi altri

paesi. Vi sono dei bestiami stupendi e dei cavalli colossali, più grandi

ancora che i cavalli fiamminghi. Il popolo è bello e forte, conserva i

suoi costumi antichi e vive contento nella sua prosperità e nella sua

pace. La Zelanda è un paradiso nascosto."

Mentre il capitano mi faceva questo discorso, il bastimento entrava nel

canale di Keete che divide l'isola di Tholen dall'isola di Schouwen,

famoso per il guado che vi fecero gli Spagnuoli nel 1575 com'è famoso il

braccio orientale della Schelda per il guado del 1572. Tutta la Zelanda

è piena di memorie di quella guerra. Questo piccolo arcipelago di

sabbia, mezzo sepolto nel mare, per le particolari corrispondenze che vi

riteneva Guglielmo d'Orange, antico signore di molte terre nelle isole,

e per gl'impedimenti d'ogni natura che opponeva agl'invasori, era il

focolare della guerra e dell'eresia, e il Duca d'Alba smaniava

d'impadronirsene. Quindi seguirono su quelle rive delle lotte accanite,

che riunivano tutti gli orrori delle battaglie di terra e delle

battaglie di mare. I soldati guadavano i canali di notte, stretti gli

uni agli altri, coll'acqua alla gola, minacciati dalla marea, flagellati

dalla pioggia, fulminati dalle rive; i cavalli e le artiglierie

affondavano nel fango; i feriti eran travolti dalla corrente o sepolti

vivi nelle fitte; l'aria suonava di voci tedesche, spagnuole, italiane,

fiamminghe, vallone, le fiaccole illuminavano qua e là i grandi

archibugi, i pennacchi pomposi, i volti strani, e le battaglie parevano

funerali fantastici; ed erano davvero i funerali della grande monarchia

spagnuola che s'annegava lentamente nell'acque dell'Olanda, coperta di

maledizioni e di fango. Chi ha peccato di soverchia tenerezza per la

Spagna, se vuol fare ammenda, non ha che da andare in Olanda. Non ci son

forse mai stati due popoli che avessero un maggior numero di buone

ragioni per detestarsi con tutta la forza dell'anima, e che abbian fatto

valere più rabbiosamente tutte queste buone ragioni. Mi ricordo, per

notare uno solo dei mille contrasti, dell'impressione che mi faceva

l'udir parlare di Filippo II in termini così diversi da quelli in cui ne

avevo inteso parlare pochi mesi prima di là dai Pirenei. In Spagna il

meno che se ne dicesse era _gran re_; in Olanda, _tiranno vigliacco_.

Il bastimento entrò fra l'isola di Schouwen e la piccola isola di San

Philipsland, e in pochi minuti sboccò nel largo braccio della Mosa,

chiamato Krammer, che divide l'isola di Overflakkee dal continente.

Pareva di navigare per una catena di grandi laghi. Le rive eran lontane

e presentavano ancora l'aspetto delle rive della Schelda: dighe a

perdita d'occhio, dietro le dighe cime d'alberi, punte di campanili e

tetti di case nascoste, che davano al paesaggio un'aria di mistero e di

solitudine. Solamente su qualche sporgenza delle rive, che formava quasi

una breccia negli immensi bastioni delle isole, si vedeva come un

bozzetto di paesaggio olandese, una casetta colorita, un mulino a vento,

una barca, che parevano la rivelazione d'un segreto, fatta per destare

la curiosità dei viaggiatori, e deluderla, appena desta.

Tutt'a un tratto avvicinandomi alla prora del bastimento, dove sono le

terze classi, feci una gratissima scoperta. V'era un gruppo di

contadini, uomini e donne, vestiti alla zelandese, non ricordo di quale

isola, poichè il costume cangia da isola a isola, come cangia il

dialetto, che è un misto d'olandese e di fiammingo, se pure si può dir

così di due linguaggi che non hanno che piccolissime differenze. Gli

uomini erano tutti vestiti ad un modo. Avevano un cappello di feltro,

rotondo, con un gran nastro ricamato; una giacchetta di panno scuro,

stretta, corta da coprire appena il fianco, aperta in modo da lasciar

vedere una specie di panciotto listato di rosso, giallo e verde, chiuso

sul petto da una fila di bottoni d'argento l'uno che toccava l'altro,

come gli anelli d'una catena; un paio di mezzi calzoni di panno, del

colore della giacchetta, stretti intorno alla vita da una cintura munita

d'una gran borchia d'argento cesellata; e infine la cravatta rossa e le

calze di lana fino al ginocchio. In somma, un po' preti dalla cintura in

giù, e dalla cintura in su un po' arlecchini. Uno di essi aveva per

bottoni delle monete: uso assai comune. Le donne avevano un cappello di

paglia della forma d'un cono tronco, altissimo, che pareva un

secchiolino rovesciato, intorno al quale svolazzavano dei larghi nastri

azzurri; una veste di color scuro aperta sul petto che lasciava vedere

una camicia bianca ricamata; le braccia nude dal gomito in giù; e due

enormi orecchini d'oro o dorati di varie forme stravaganti, che

sporgevano innanzi fin sulle guancie. Per quanto mi sforzassi di fare

come fa Vittor Ugo in viaggio, _di ammirar tutto come un bruto_, non

riuscii a persuadermi che quelle foggie di vestire fossero belle. Ma a

questa sorta di contrarietà ero preparato. Sapevo che in Olanda ci si va

per vedere del nuovo più che del bello, e del buono altrettanto che del

nuovo; e perciò m'ero predisposto più all'osservazione che

all'entusiasmo. E di quella prima impressione poco grata al mio gusto

pittoresco, mi confortai pensando che quei contadini sapevano certamente

tutti leggere e scrivere, che forse la sera prima avevano studiato a

memoria una canzone del loro grande poeta Jacob Catz, e che

probabilmente si recavano col loro bravo programma in tasca a qualche

convegno rurale, dove avrebbero preso la parola per confutare cogli

argomenti della loro modesta esperienza le proposte d'un dotto agronomo

di Goes o di Middelburg. Ludovico Guicciardini, gentiluomo fiorentino,

autore d'una bell'opera sui Paesi Bassi, stampata in Anversa nel secolo

XVI, dice che in Zelanda non v'è quasi uomo nè donna che parli francese

e spagnuolo, e che moltissimi parlano italiano. Questa che forse era una

esagerazione anche ai suoi tempi, sarebbe, detta ora, una favola; ma è

certo però che fra gli abitanti della campagna zelandese si trova una

cultura intellettuale straordinaria, superiore a quella dei contadini

francesi, belgi e tedeschi, e a quella di molte altre provincie

dell'Olanda.

Il bastimento girò intorno all'isola di San Philipsland e ci trovammo

fuori della Zelanda.

Così questa provincia misteriosa prima che ci entrassimo, ci parve anche

più misteriosa quando ne fummo usciti. L'avevamo attraversata e non

l'avevamo vista; ci eravamo entrati e ne uscivamo colla medesima

curiosità. La sola cosa che avevamo veduta era che la Zelanda è una

provincia che non si vede. Ma s'ingannerebbe però chi credesse che sia

un paese misterioso per la sola ragione che è un paese nascosto. Tutto,

in Zelanda, è mistero. Prima d'ogni altra cosa, come s'è formata? Era un

gruppo di piccolissime isole d'alluvione, non separate che da canali, e

disabitate, le quali, come credono alcuni, si son riunite e han formato

isole maggiori? o era, come credono altri, terraferma, quando la

Schelda s'andava a versare nella Mosa? Ma lasciando anche stare

l'origine, in che altro paese del mondo seguono le cose che seguono in

Zelanda? In che paese i pescatori pigliano colle reti una sirena, e il

marito dopo averla domandata invano piangendo, getta, per vendicarsi, un

pugno di sabbia, profetando che quella sabbia colmerà i porti delle

città, e la profezia s'avvera? In che paese, come sulle rive dell'isola

di Walcheren, le anime dei morti smarrite nel mare, vanno a svegliare i

pescatori per farsi condurre in barca alle coste d'Inghilterra? In che

paese le tempeste del mare portano, come sulle rive dell'isola di

Schouwen, dei cadaveri rapiti al polo, mostri metà uomo e metà barca,

mummie vestite d'un tronco d'albero che nuota; e se ne può ancora veder

uno nella casa municipale di Zierikzee? In che paese, come presso

Wemeldinge, avviene che un uomo cada a capofitto in un canale, vi resti

immerso un'ora, ci vegga la moglie e il figliuolo morti che lo chiamano

dal paradiso, e ne sia estratto vivo e racconti il prodigio a Vittor

Ugo, che lo tiene per vero e lo commenta, concludendo che l'anima può

uscire per qualche tempo dal corpo e poi ritornarci? In che paese come

presso Domburg, si pescano, a marea bassa, dei tempii antichi, e delle

statue di divinità sconosciute? In che paese, come a Wemeldinge, la

spada d'un capitano spagnuolo, Mondragone, serve di parafulmine a una

torre? In che paese, come nell'isola di Schouwen, le donne infedeli si

fanno passeggiare nude nate per le strade della città, con due pietre

appese al collo e un cilindro di ferro sulla testa? Andiamo,

quest'ultima meraviglia non si vede più; ma le pietre esistono ancora e

ognuno le può vedere nella casa municipale di Brauwershaven.

Il bastimento entrò in quella parte del braccio meridionale della Mosa

che si chiama Volkerak; la scena era sempre la stessa: dighe e poi

dighe, punte di campanili e case nascoste, qualche bastimento qua e là;

una sola cosa era cangiata, il cielo.

Vidi allora per la prima volta il cielo olandese nel suo aspetto

ordinario, e assistetti a una di quelle battaglie di luce, proprie dei

Paesi Bassi, che i grandi paesisti d'Olanda ritrassero con una efficacia

insuperabile. Fino allora il cielo era stato sereno, era una bella

giornata d'estate, le acque azzurre, le rive verdissime, l'aria calda e

non un fiato di vento. Tutt'ad un tratto, una nuvola densa nascose il

sole, e in men che non si dice, ogni cosa cambiò aspetto in una maniera

da far pensare che si fosse cangiato tutt'a un tratto di stagione,

d'ora, di latitudine. Le acque diventaron cupe, il verde delle rive si

fece smorto, l'orizzonte si nascose dietro un velo grigio, ogni cosa

apparve come circonfusa d'una luce crepuscolare che ne sfumava i

contorni, e si levò una brezza maligna che metteva freddo nelle ossa.

Pareva d'essere in dicembre, si sentiva l'uggia dell'inverno e

quell'inquietudine che mette nel cuore ogni minaccia improvvisa della

natura. Poi, da tutto il cerchio dell'orizzonte cominciarono a salir

nuvole color di piombo, mobilissime, che pareva cercassero con una

specie d'impazienza penosa una direzione e una forma, e poi le acque a

incresparsi e a rigarsi di rapidi riflessi luminosi, di larghe striscie

verdastre, violacee, bianchiccie, color di creta, nerognole; e infine

quell'irritazione della natura si risolvette tutt'a un tratto in una

pioggia violenta e fitta, che confuse cielo, acqua e terra in un solo

colore grigiastro, appena interrotto da una sfumatura un po' più fosca

delle rive lontane e da qualche bastimento a vela che appariva qua e là

come un'ombra ritta sulle acque del fiume.

"Eccoci ora veramente in Olanda" disse il capitano del bastimento,

avvicinandosi a un gruppo di passeggieri, che contemplavano quello

spettacolo. "Questi cambiamenti di scena, in così breve tempo, non si

vedono che qui."

Poi interrogato da uno di noi, soggiunse:

"L'Olanda ha una meteorologia tutta sua. L'inverno è lungo, l'estate

breve, la primavera non è che la fine dell'inverno, e nondimeno, come

vedono, di tratto in tratto, anche in estate, l'inverno fa capolino. Noi

sogliamo dire che in Olanda si vedono le quattro stagioni in un giorno.

Abbiamo il cielo più incostante del mondo. Per questo parliamo sempre

del tempo. L'atmosfera è lo spettacolo più vario che abbiamo. Se

vogliamo veder qualche cosa che ci ricrei, dobbiamo guardare in su. Ma è

un clima ben tristo. Il mare ci manda la pioggia da tre parti, i venti

si scatenano sul paese senza trovar resistenza; anche nelle più belle

giornate, la terra esala dei vapori che oscurano l'orizzonte; per

parecchi mesi l'aria non ha alcuna trasparenza. Vedranno l'inverno: vi

son dei giorni, che si direbbe non s'abbia mai più da rivedere il

sereno; l'oscurità par che venga dall'alto, come la luce; il vento di

nord-est ci porta l'aria agghiacciata dei poli e solleva il mare con una

furia e un fracasso che par che debba subissare le coste." Qui si voltò

verso di me, e disse sorridendo: "Si deve star meglio in Italia."

Poi si rifece serio e soggiunse: "Però, ogni paese ha il suo male e il

suo bene."

Olanda · 第 1 / 29 段