II.

Per buona fortuna egli poteva scacciare da sè i cupi fantasmi, e

liberarsi da quel cilizio della memoria per essere il medico ben

presente a sè stesso, quando doveva, lungo la via alpestre, scender dal

legno per visitare i poderi e le frazioni di Comune dove, secondo le

indicazioni dell’ufficiale sanitario, v’erano ammalati di tifo.

Dopo averne visitati parecchi, arrivò la sera stanchissimo a un’osteria

con macelleria, e tre camere disponibili. Egli prese la più pulita.

Aveva anche la luce elettrica, indizio di molto progresso nel luogo.

Egli non sapeva peraltro dove posare i suoi panni: due seggioloni da

barbiere erano appiccicosi e nerastri, il tappeto del tavolino pareva

un turpe scialle della padrona idropica, che non si poteva muovere

dal canto del focolare; e il cassettone era tutto ingombro di fichi,

pere, mele, grappoli d’uva, ova affrittellate, fette di cocomero e

fette di salame... di marmo! La macelleria mandava su un odorino di

manzo sacrificato. Insomma non mancava nulla in quella camera benissimo

illuminata, fuorchè l’acqua. Il dottore se ne fece portare un secchione

pieno. Prima di coricarsi lasciò aperto uno spiraglio della finestra, e

così ebbe tutta la notte aria pura, con inquietudine e freddo.

La mattina incominciarono molto per tempo a tonfare sulla scaletta

di legno gli scarponi ferrati a ghiaccio, e gli zoccoletti. L’oste

anatomico incominciò a battere la coltella sul ceppo.

Questo lieto rumore sollecitò il dottore ad uscir di casa che non

s’erano ancora dileguate le ultime ombre notturne dal cielo pigro di

dicembre. Ma era bel tempo: l’azzurro pareva cadere su i monti, tanto

v’erano immersi: il sole era ancora al di là, ma quelle cime eccelse

già lo vedevano, e lo salutavano con le loro nevi infuocate.

Uno spettacolo non meno superbo attendeva il dottore sulla piazzetta

del municipio: quello delle autorità del Comune che l’aspettavano, con

molti intorno, muti e immobili come i senatori romani in attesa dei

Galli Senoni, e non si saziavano di guardarlo, pensando che egli era

un’autorità del Governo venuta apposta per loro. Intanto il povero

dottore tossiva molto, e il cuore gli palpitava come se in quei giorni

gli fosse divenuto d’un peso enorme...

Nonostante per due settimane, quanto durò l’ispezione, si strapazzò e

s’inquietò. Non ebbe intorno che sindaci, i quali, o erano rispettosi e

docili contadini; o teste dure di Cesari, di tribuni, o di socialisti

alteri del loro progresso mentale. C’entrava qualche volta anche il

prete, custode amorevole della chiesa, ovvero un fanatico scontroso

che portava la passione politica persino nel fumo dell’incenso, e nel

suono delle campane. Ma la persona con cui talora il dottore doveva

lottare più lungamente, era il segretario comunale, ben distinto, fra

quelle plebi rurali, per l’abito civile, e la sua malizia pratica

della legge. Egli era tomo, per esempio, di richiamare in vigore una

consuetudine degli antichi Romani, opponendola a una legge del Governo

non accetta al Comune, di cui egli era, in ogni simile congiuntura,

l’intrigante abile, il diplomatico, l’oratore. Altro bravo atleta, in

qualche altro luogo, era il maestro di scuola, cattedrante d’osteria,

arca di scienza biologica e pedagogica. Egli portava dovunque l’odore

progressista della sua pipa, non parlava il linguaggio comune, scriveva

nel giornaletto del capoluogo usando i grecismi della rettorica e della

scienza, e traeva dall’urna elettorale il favore della fortuna.

Il dottore diceva: «Se fossero selvaggi, io avrei con costoro la

pazienza d’un missionario: invece è tutta gente, questa qui, benissimo

illuminata, che riceve lettere affettuose dalla _Camera dei Deputati_,

e che la pensa col suo giornale. Se non hanno convinzioni, hanno

intenti, hanno idee che spesso esalano l’acquavite, ma sono idee. Non

credono più all’eterna dannazione del loro spirito immortale, ma questo

allarga le vedute della loro logica: bisogna ch’io li secondi.»

Invece contro il sotterfugio volpesco, contro la mediocrità ipocrita,

ciarlona, avventava qualche volta delle parole che parevano scoppiare

da una mitragliatrice, e allora li scontentava tutti, e tutti si

sfogavano a dirne male.

Si trovava meglio ne’ luoghi più alpestri, abitati da poveri montanari,

i quali erano ancora capaci di quella semplice e paziente rassegnazione

simile alla mitezza con cui il camoscio o il capriolo soffrono su

i greppi nudi la fame lunga, finchè rimangono flebile presa del

cacciatore.

In quelle casupole nere, col tetto bianco di neve, esposte talora al

precipizio della valanga, il lurido letto andava a toccare in fondo

la bassa pietra del focolare preistorico. Ivi, intorno alla brace

accesa, o a un cumulo di cenere, o a un abisso di fumo, s’accoglievano

uomini dalla fronte solcata da mille stenti e fatiche, donne anemiche

e strane, bambini sparuti, col colore di cimitero; o qualche vecchio

ricurvo come un angolo ottuso, e che nondimeno sforzavasi a camminare

come cammina un povero rospo sopravvissuto alla sassaiuola.

Di fuori il maiale sguazzava nell’abbondanza della fetida pozza.

Quanto meno avevano aiuto dall’uomo, e più lo imploravano quei miseri

dalle croci, dalle madonne, e dai santi appiccicati a quelle muraglie

bruciate.

In qualche luogo lontano da ogni parrocchia, avevano eretto, con

sistema ciclopico, un’informe cappella sul ciglio della montagna, e

colà un campano di vacca li chiamava la sera a pregare insieme, nel

silenzio della neve crepuscolare.

Il dottore s’arrampicava agilmente su quelle rocce, su quei dirupi,

esaminava dovunque, con moltissima cura, la qualità del terreno,

e trovava nelle acque impure la causa micidiale: conveniva perciò

derivarle da fonti e per condotti più profondi e salubri.

Questo scriveva, nella sua relazione finale, al prefetto Caccianemico,

quando gli giunse il dispaccio seguente:

«Villapluvia, 20 dicembre 189...

«Piaccia a Vossignoria trovarsi domattina questa sede per cosa

urgente che la riguarda.

_Il Prefetto_

TUMMISTUFETTI.»

Il dottore spedì la sua relazione al Caccianemico, ritornò quella sera

stessa a Villapluvia col suo fedele Speranza, e la mattina dopo si

presentò al comm. Tummistufetti.

Il peccato del dottore · 第 46 / 53 题