Il dottore rimase altri due giorni in quel borgo, parlò ancora con
la signora Emilia, ma evitò sempre d’incontrare donna Fausta. Finita
l’ispezione in quei dintorni, egli ripartì, al solito, col postino, per
continuarla negli altri luoghi afflitti dal tifo.
Il calesse andava su per una strada trarotta dai temporali e
costeggiante una voragine larga e selvosa, donde saliva il mormorìo,
disperso per l’aria, d’un fiumicello dalle candide spume e verdastro.
Pendenti dalla sua altissima ripa, quelle selve color sangue sbiadito
si muovevano al vento, e suonavano come una moltitudine clamorosa che
discendesse per passare Acheronte. Le montagne ascondevano in parte
tra i vapori i loro foschi mantelli di neve, gettati là all’orizzonte
in orride forme di chimere fuggenti, il sole si consumava nel cielo
bianco, e la sua abbagliante agonia pareva l’agonia stessa del mondo.
Il dottore, sobbalzato qua e là dal calesse, dormicchiava avvolto nel
suo mantello, quando lo riscosse un grave rumore di ruote, accompagnato
da sonori schiocchi di frusta... Si voltò, e vide avanzarsi un carro da
mercanzie, tratto da due robusti cavalli, con sopra una cassa lunga a
spiaggetta, segnata da una croce, e coperta d’un panno nero, frangiato
d’oro.
— È quel signore che morì alla _Levriera_, e ora lo portano alla
stazione — disse il postino, traendo da una parte il cavallo.
Dietro il carro veniva una carrozza con dentro il rubicondo don
Raffaele in cotta e stola nera, e un servitore in livrea.
Il carro e la carrozza passarono avanti, e dopo un certo tratto
svoltarono, e sparirono giù per un’altra strada discendente nel piano.
— Per colpa mia e tua, o cadavere — disse il dottore fra sè,
accompagnando con gli occhi quel carro — ella patì, anche da bambina,
il dolore di chi non ha genitori, e sente d’esser fuori di casa sua,
nè può alimentarsi di quell’amore della famiglia che ne circonda, in
quegli anni, come una tutela benefica contro ogni contagio dell’anima
e del corpo. E così ne abbiamo fatto una suora di carità, una donna
felice, come scrive alla signora Emilia la povera monaca. Se n’andò
lontano, in America, a trovare la felicità e l’oblìo che non avrà mai.
Prese il velo non per vocazione, ma per disperazione!... Ella proverà
invano quegli impulsi di tenerezza che in lei avrebbero allietato la
donna e la madre, e raccomanderà la sua anima a Dio! E così ella è
felice, mentre s’aggira fra i letti d’uno spedale!... Se essendole
tutto mancato, le mancasse anche la calma, l’elevazione, e il coraggio
che solo può dare la fede, che ne sarebbe di lei?... A me pare una
grande infelice, ma io sono un cattivo giudice che non crede più
all’innocenza, perchè ha visto troppo la colpa. Col nostro scetticismo,
con la nostra povera scienza delle leggi e dei fenomeni naturali,
dubitando dei sentimenti più puri, o intendendoli solo come un
travestimento d’un medesimo istinto inferiore, noi siamo come il vento
del deserto che uccide i fiori, e impedisce i frutti. Perciò, sebbene
mi sia dolce l’immaginarlo, tuttavia non posso credere con certezza
che suora Angioliera, facendo il bene a chi non lo ha, nè potrebbe
averlo da altre mani nè da altra parola, provi gioie sconosciute a
chi cerca sempre il piacere, e spende la vita unicamente a pro suo...
Consolandosi con le consolazioni che reca, ella potrà ancora patire
l’ingratitudine, l’ingiustizia, tutti i disinganni, tutte le pene,
tranne quelle ignobili, quelle immeritevoli di pietà, che l’egoismo,
l’orgoglio e la vanità apportano a chi vive nell’abbondanza di tutti i
beni... Così speriamo che avvenga, o povera creatura, che trovasti un
rifugio, forse consolante, dove gli altri non vedono che lo squallore
della miseria e dell’agonia!... Ma sua madre?... Quando ci penso,
io provo un dolore amaro mescolato a una dolcezza di ricordi che mi
consuma. La nostra vita sembra guidata talora da uno spirito ignoto che
la conduce a effetti imprevisti. Dopo aver ritrovato su quella pagina,
che un giorno leggemmo insieme, que’ suoi capelli fini, ondulati,
aerei quasi, com’io li vidi errare intorno al suo bellissimo collo, e
alla sua pallida fronte; dopo quell’incontro, mai più immaginato, alla
locanda della _Levriera_, ella, che io avevo sepolto sotto la _grave
mora_ del mio scetticismo, e ben di rado la ricordavo; ha ripreso per
me lo strale e il palpito della vita... La sua ombra mi parla ora con
un senso di rimprovero come mi parlerebbe una povera innocente da
me calunniata ed offesa... Ah fanciullo, fanciullo, non t’illudere
ancora!... Non t’affliggere troppo, trasformando il tuo affetto in una
dolce chimera!... Non volere che quella povera morta abbia ancora per
te le seduzioni che ebbe da viva; ovvero getti ancora dall’alto la sua
piccola moneta nel cappello del cieco!... Il rimorso e l’amore riacceso
per questi ultimi casi, ora non ti fanno vedere che la parte buona, la
parte luminosa di lei, non più la volubile e oscura. Tu dimentichi la
donna quale fu veramente, e i tormenti che ti prodigò spensierata ed
altera, dopo la dolcezza delle umili promesse e dei baci!... Tuttavia
sono sempre io il più colpevole. Io dovevo rispettare e compatire di
più una fragile donna; non dovevo innamorarmene troppo; non dovevo
negarle da ultimo la parola di perdono e di pace che ella voleva
da me prima di partire, e d’immolarsi per la figliuola. Come prima
l’egoismo sensuale, così dipoi l’orgoglio ferito, e infine sempre lo
stesso egoismo, soffocò in me ogni voce della coscienza e della pietà.
Questo è il mio peccato, questo il mio rimorso. Dovevo almeno essere
più indulgente con lei... Ma ella mi abbandonò, e quando in un giorno
triste, forse il più triste della sua vita, ella volle tornare a me, io
la respinsi incredulo e offeso. Così è morta senza il mio perdono; è
morta disperata di dover lasciar Maria in quelle mani: mani crudeli che
vendicarono su quella innocente bambina il nostro peccato!
E l’enorme mistero del peccato e del dolore nel mondo, gli apparve
più che mai terribile in quel momento. Ben comprendeva come fosse
sorto su di esso un ordine teologico che spiegava il dominio del male
accusandone l’uomo, che ne ebbe, più d’ogni altro essere di questo
nostro pianeta, la facoltà, la tentazione, la coscienza, il tormento;
e spronandolo a togliersene di dosso l’umiliante fatalità col seguire
una via di perfezione e di salvezza. In questa dottrina religiosa il
dottore vedeva tale sapienza, che non ricercava se vi fosse altrettanta
giustizia. Gli pareva che a renderla benefica, bastasse il concetto
d’una possibile purificazione da quella parte di colpa che ogni uomo
porta con sè, come effetto perenne d’una prima causa ignorata. E il
dottore portava ora la sua. In quel momento egli voltavasi addietro
a riguardare, come il primo uomo, il paradiso perduto; l’illusione a
cui più non poteva tornare. Quella illusione gli aveva pur dato delle
dolcezze, che nondimeno non avrebbe mai voluto gustare, se dovevano in
ultimo fruttargli tanta amarezza. Avrebbe voluto riconoscere in ciò il
suo destino, e sorridergli con stoica serenità, e opporgli l’accusa, la
protesta del suo pensiero ribelle, ma intanto non potevasi levare dal
cuore l’avvoltoio lacerante... Quella madre e quella figliuola che non
aveva più rivedute, che non poteva più rivedere, gli davano il senso
amarissimo dell’irreparabile, della morte, dell’impossibilità d’una
riconciliazione agognata, d’un ritorno a quei giorni, a quei palpiti,
a quei ricordi... E quei ricordi gli passavano innanzi alla mente come
fiori caduti nel precipitoso fiume degli anni, irremeabile e oscuro.