I.

Il dottore rimase altri due giorni in quel borgo, parlò ancora con

la signora Emilia, ma evitò sempre d’incontrare donna Fausta. Finita

l’ispezione in quei dintorni, egli ripartì, al solito, col postino, per

continuarla negli altri luoghi afflitti dal tifo.

Il calesse andava su per una strada trarotta dai temporali e

costeggiante una voragine larga e selvosa, donde saliva il mormorìo,

disperso per l’aria, d’un fiumicello dalle candide spume e verdastro.

Pendenti dalla sua altissima ripa, quelle selve color sangue sbiadito

si muovevano al vento, e suonavano come una moltitudine clamorosa che

discendesse per passare Acheronte. Le montagne ascondevano in parte

tra i vapori i loro foschi mantelli di neve, gettati là all’orizzonte

in orride forme di chimere fuggenti, il sole si consumava nel cielo

bianco, e la sua abbagliante agonia pareva l’agonia stessa del mondo.

Il dottore, sobbalzato qua e là dal calesse, dormicchiava avvolto nel

suo mantello, quando lo riscosse un grave rumore di ruote, accompagnato

da sonori schiocchi di frusta... Si voltò, e vide avanzarsi un carro da

mercanzie, tratto da due robusti cavalli, con sopra una cassa lunga a

spiaggetta, segnata da una croce, e coperta d’un panno nero, frangiato

d’oro.

— È quel signore che morì alla _Levriera_, e ora lo portano alla

stazione — disse il postino, traendo da una parte il cavallo.

Dietro il carro veniva una carrozza con dentro il rubicondo don

Raffaele in cotta e stola nera, e un servitore in livrea.

Il carro e la carrozza passarono avanti, e dopo un certo tratto

svoltarono, e sparirono giù per un’altra strada discendente nel piano.

— Per colpa mia e tua, o cadavere — disse il dottore fra sè,

accompagnando con gli occhi quel carro — ella patì, anche da bambina,

il dolore di chi non ha genitori, e sente d’esser fuori di casa sua,

nè può alimentarsi di quell’amore della famiglia che ne circonda, in

quegli anni, come una tutela benefica contro ogni contagio dell’anima

e del corpo. E così ne abbiamo fatto una suora di carità, una donna

felice, come scrive alla signora Emilia la povera monaca. Se n’andò

lontano, in America, a trovare la felicità e l’oblìo che non avrà mai.

Prese il velo non per vocazione, ma per disperazione!... Ella proverà

invano quegli impulsi di tenerezza che in lei avrebbero allietato la

donna e la madre, e raccomanderà la sua anima a Dio! E così ella è

felice, mentre s’aggira fra i letti d’uno spedale!... Se essendole

tutto mancato, le mancasse anche la calma, l’elevazione, e il coraggio

che solo può dare la fede, che ne sarebbe di lei?... A me pare una

grande infelice, ma io sono un cattivo giudice che non crede più

all’innocenza, perchè ha visto troppo la colpa. Col nostro scetticismo,

con la nostra povera scienza delle leggi e dei fenomeni naturali,

dubitando dei sentimenti più puri, o intendendoli solo come un

travestimento d’un medesimo istinto inferiore, noi siamo come il vento

del deserto che uccide i fiori, e impedisce i frutti. Perciò, sebbene

mi sia dolce l’immaginarlo, tuttavia non posso credere con certezza

che suora Angioliera, facendo il bene a chi non lo ha, nè potrebbe

averlo da altre mani nè da altra parola, provi gioie sconosciute a

chi cerca sempre il piacere, e spende la vita unicamente a pro suo...

Consolandosi con le consolazioni che reca, ella potrà ancora patire

l’ingratitudine, l’ingiustizia, tutti i disinganni, tutte le pene,

tranne quelle ignobili, quelle immeritevoli di pietà, che l’egoismo,

l’orgoglio e la vanità apportano a chi vive nell’abbondanza di tutti i

beni... Così speriamo che avvenga, o povera creatura, che trovasti un

rifugio, forse consolante, dove gli altri non vedono che lo squallore

della miseria e dell’agonia!... Ma sua madre?... Quando ci penso,

io provo un dolore amaro mescolato a una dolcezza di ricordi che mi

consuma. La nostra vita sembra guidata talora da uno spirito ignoto che

la conduce a effetti imprevisti. Dopo aver ritrovato su quella pagina,

che un giorno leggemmo insieme, que’ suoi capelli fini, ondulati,

aerei quasi, com’io li vidi errare intorno al suo bellissimo collo, e

alla sua pallida fronte; dopo quell’incontro, mai più immaginato, alla

locanda della _Levriera_, ella, che io avevo sepolto sotto la _grave

mora_ del mio scetticismo, e ben di rado la ricordavo; ha ripreso per

me lo strale e il palpito della vita... La sua ombra mi parla ora con

un senso di rimprovero come mi parlerebbe una povera innocente da

me calunniata ed offesa... Ah fanciullo, fanciullo, non t’illudere

ancora!... Non t’affliggere troppo, trasformando il tuo affetto in una

dolce chimera!... Non volere che quella povera morta abbia ancora per

te le seduzioni che ebbe da viva; ovvero getti ancora dall’alto la sua

piccola moneta nel cappello del cieco!... Il rimorso e l’amore riacceso

per questi ultimi casi, ora non ti fanno vedere che la parte buona, la

parte luminosa di lei, non più la volubile e oscura. Tu dimentichi la

donna quale fu veramente, e i tormenti che ti prodigò spensierata ed

altera, dopo la dolcezza delle umili promesse e dei baci!... Tuttavia

sono sempre io il più colpevole. Io dovevo rispettare e compatire di

più una fragile donna; non dovevo innamorarmene troppo; non dovevo

negarle da ultimo la parola di perdono e di pace che ella voleva

da me prima di partire, e d’immolarsi per la figliuola. Come prima

l’egoismo sensuale, così dipoi l’orgoglio ferito, e infine sempre lo

stesso egoismo, soffocò in me ogni voce della coscienza e della pietà.

Questo è il mio peccato, questo il mio rimorso. Dovevo almeno essere

più indulgente con lei... Ma ella mi abbandonò, e quando in un giorno

triste, forse il più triste della sua vita, ella volle tornare a me, io

la respinsi incredulo e offeso. Così è morta senza il mio perdono; è

morta disperata di dover lasciar Maria in quelle mani: mani crudeli che

vendicarono su quella innocente bambina il nostro peccato!

E l’enorme mistero del peccato e del dolore nel mondo, gli apparve

più che mai terribile in quel momento. Ben comprendeva come fosse

sorto su di esso un ordine teologico che spiegava il dominio del male

accusandone l’uomo, che ne ebbe, più d’ogni altro essere di questo

nostro pianeta, la facoltà, la tentazione, la coscienza, il tormento;

e spronandolo a togliersene di dosso l’umiliante fatalità col seguire

una via di perfezione e di salvezza. In questa dottrina religiosa il

dottore vedeva tale sapienza, che non ricercava se vi fosse altrettanta

giustizia. Gli pareva che a renderla benefica, bastasse il concetto

d’una possibile purificazione da quella parte di colpa che ogni uomo

porta con sè, come effetto perenne d’una prima causa ignorata. E il

dottore portava ora la sua. In quel momento egli voltavasi addietro

a riguardare, come il primo uomo, il paradiso perduto; l’illusione a

cui più non poteva tornare. Quella illusione gli aveva pur dato delle

dolcezze, che nondimeno non avrebbe mai voluto gustare, se dovevano in

ultimo fruttargli tanta amarezza. Avrebbe voluto riconoscere in ciò il

suo destino, e sorridergli con stoica serenità, e opporgli l’accusa, la

protesta del suo pensiero ribelle, ma intanto non potevasi levare dal

cuore l’avvoltoio lacerante... Quella madre e quella figliuola che non

aveva più rivedute, che non poteva più rivedere, gli davano il senso

amarissimo dell’irreparabile, della morte, dell’impossibilità d’una

riconciliazione agognata, d’un ritorno a quei giorni, a quei palpiti,

a quei ricordi... E quei ricordi gli passavano innanzi alla mente come

fiori caduti nel precipitoso fiume degli anni, irremeabile e oscuro.

Il peccato del dottore · 第 45 / 53 题