Egli uscì dal palazzo del banchiere acceso d’un’ira non meno cieca
di quella che sconvolge e fa micidiali gli elementi della natura. In
quel momento era spinto alla vendetta come ad un atto meritatissimo
di giustizia verso un soverchiatore che non aveva mai offeso, mentre
in lui appariva sì manifesta e sì perversa l’intenzione di fargli del
male, e perchè?... non ne sapeva il motivo.
Si fermò sulla strada ad aspettarlo. Era una strada delle più solitarie
di Roma, poco illuminata, e chiusa da alti palazzi che si perdevano
nell’oscurità delle stelle.
Il portinaio s’insospettì di quell’uomo uscito con tanta furia, lo
spiò dalla finestretta, e vedendolo passeggiare su e giù come una
sentinella, capì che era un male intenzionato, e salì premuroso a dirlo
ai padroni.
Sorsero molte voci in salotto che consigliavano d’avvisar la questura,
ma il marchese vi s’oppose con tutta l’energia del suo terribile
sguardo.
— Questi timori — disse — sono assolutamente ridicoli! carte!
E giocò e sbravazzò fino a tardissima notte.
Poi spinse la temerità fino a volere andar solo. Zitto zitto seguì per
lo scalone una di quelle signore, avvolta le spalle nude d’un gran
manto violaceo, trascinante, e orlato di zibellino. Si ritrovarono
insieme, come per caso, nelle tenebre del cortile, allo sportello della
carrozza, e salendovi, ella gli porse la mano, e con pietà femminea lo
trasse a sè come se volesse salvarlo da un incontro funesto. Se non che
ella amava spesso di galoppare notturnamente per le strade di Roma con
qualche amico, riportandone tutt’al più qualche strappatura nella veste
regale.
Quella notte, prendendo nella sua carrozza il marchese, ella salvò
anche il dottore. Perchè se il dottore avesse affrontato il marchese in
istrada, avrebbe sofferto egli solo gli ultimi e peggiori effetti di
tutto quel viluppo di ree passioni che accentravasi in lui e in donna
Angioliera, non gli sarebbe mancata la condanna del codice penale, nè
quella di tutto il genere umano; mentre invece là sul terreno, col
ferro in pugno, e i testimoni presenti, quel medesimo atto ostile
d’offesa, diveniva agli occhi di tutti una cosa ben diversa, cioè
diveniva un atto cavalleresco. Anche se ammazzava il marchese, egli
era ben ammazzato in quelle forme quasi legali! un omicidio in quel
modo non gli toglieva la stima dei gentiluomini: anzi gliel’avrebbero
dimostrata con delle strette di mano anche più inglesi.
Il dottore non aveva mai approvato i duelli: ma la vita, questo curioso
poliedro dalle facce infinite, c’insegna che tutto è necessario, e che
all’occorrenza divengono logiche anche le assurdità. Ora il dottore si
compiaceva a pensare che avrebbe avuto di fronte quell’uomo odiato.
Sentiva di far cosa contraria ai suoi principii, la irrideva in sè
stesso come una volgare follìa, ma l’odio contro colui, e la vanità di
non parer vile a donna Angioliera, erano più forti della sua coscienza
e della sua ragione. E questo, quando di donna Angioliera non ne voleva
ormai più sapere, quando sentiva per lei quel disgusto che si ha per
ogni cosa discordante e nociva.
L’ultima volta che s’eran visti ella avevagli dato una nuova prova
di quella sincerità o ingenuità così allettatrice, così incitosa,
e, come in quello che ora diremo, più scaltra della malizia, e più
barbara dell’inganno celato sotto un’apparenza fedele. Gli s’era
mostrata ammiratissima d’un principe tedesco, un pittore paesista, che
frequentava quegli opulenti salotti dove il bel sesso volge la ruota
della fortuna, insinua le proprie grazie nella politica, nella scienza,
nella letteratura, nell’arte, e infine in tutte le più gravi questioni
che talora risolve in un batter d’occhio. Poi, il principe ella l’aveva
rivisto al Pincio in un bel mattino, mentre egli dipingeva, da uno
di quei terrazzi, la cupola di S. Pietro elevata sola nel luminoso
orizzonte dei colli severi, e più avanti, a destra, i grandi pini che
allineano il muraglione della villa Borghese. Lì presso traboccava la
fontana come una gran pàtera sempre colma. Maria, affidata all’agilità
del suo corpicino di bambina forte e felice, correva per quei foschi
viali di castagni e di palme con altri fanciulli della sua età; e la
mamma era rapita dalla propria ammirazione per il principe paesista,
biondo e bello come il Manfredi di Dante.
Il dottore, ascoltando quelle lodi, la guardava rannuvolato, e si
ricordava che quando ella più ardeva di lui, egli l’aveva vista
sorridere in quella guisa, così inebriata.
— Oh gli strani voli della mia fantasia! — ella soggiunse — non te
n’avere a male: li avevo anche da bambina: un signore veniva spesso a
visitare mammà... Dio mio che bene che gli volevo! mi nascondevo dietro
un uscio, e quando passava, gli saltavo al collo, e lo baciavo.
— Quello che ora tu vorresti fare a Manfredi!
— No; ora non sono più una bambina.
— Ma tu l’ami Manfredi!
— Se anche fosse... lui non lo saprà mai.
— Non lo saprà mai... e tu hai il coraggio di farlo sapere a me?
Ella non rispose, e il dottore si sentì in petto come una corrente
d’odio capace di fulminarla; lo prese un pensiero violento di
distruzione, avrebbe voluto spezzarla come si spezza una verga, e se ne
salvò lasciandola in fretta.
S’era proposto di non curarsene più: non voleva tiranneggiarla, non
voleva offenderla, ma neanche voleva seguirla come un accattone segue
un signore avaro: il signore era lui. E già, dopo due settimane di
silenzio e di tortura, egli sentiva rinascere in sè la fierezza di chi
deve solo a sè stesso la propria liberazione, quando ella lo riprese
con la letterina seguente:
«Tu dovresti conoscere, o caro, quanto il mio cuore è pieno
d’ingenuità. T’è rincresciuta la mia ammirazione per quel signore?...
Un’ammirazione sì pura! Vuoi dunque soffocarmi con il tuo odio? Sei
così egoista? Io non lo sono punto. Vuoi rivedermi? Mi vuoi stringere
la mano senza rancore? Vieni stasera dal banchiere Gobbetta. Io
ci verrò dopo il teatro col pretesto di giuocare, ma invece per
trattenermi con te, ecc., ecc.»
Non credè alla voce della sirena, ma il non crederle, non lo scampò
dall’esserne sedotto di nuovo. Dal fondo dell’amore non vinto, gli
rinacque un gran desiderio di rivederla, di scrutare ancora la colpa o
l’innocenza in quel bellissimo viso; e un senso cortese di non mancare
all’invito, un delicato timore di non respingere troppo duramente una
donna che pure gli aveva dato sì grandi prove d’amarlo; tutti questi
impulsi della passione vinsero il freddo, il dignitoso proposito della
mente. Egli ritornò in quella casa del banchiere affatto straniera per
lui, piegandosi di nuovo a quella falsità dell’ossequio verso persone
sì avverse, e sì capaci di quella vile malignità comune a tutta la
specie umana, ma che più facilmente s’esperimenta colà dove la bassezza
è maggiore.
Ed era rimasto deluso: donna Angioliera non s’era lasciata vedere.
N’era stata impedita da qualche giusto motivo? Egli aveva troppe
ragioni per non crederlo. Non solo quell’ombra molesta del principe
tedesco lo persuadeva che ormai ella eragli infida, ma glielo
persuadevano pure le sue visite scarse ultimamente, e spesso mancate,
sì frequenti invece una volta, sfidando talora, con eroica imprudenza,
gli occhi e le spie: e le sue lettere, il suo pane, com’ella già
le chiamava, lasciate ferme in posta, senza curarsi di ritirarle:
e le scuse poi addotte: scuse inverosimili da donna che si diletta
a torturarvi facendo travedere, sotto un velo leggiero, la perfida
orditura de’ suoi sotterfugi.
«Quest’amore io avrei dovuto spengerlo in cuna — egli diceva a sè
stesso — non lasciarlo crescere perchè poi divenisse una piccola vipera
attorcigliata a tutto lo stame della mia vita. Il residuo di quanto
arse, di quanto visse, è la cenere, e se io non ardessi ancora, non mi
ribellerei invano a questa logica inesorabile delle cose che solo è
vera, e per cui è a me così naturale il dolermi, come a lei l’andare
dove la portano i voli strani della sua fantasia di lucciola errante.
Ella ha nell’anima il fuoco e la notte: in quel fuoco è tutto il bene
e tutto il male di cui è capace: dipoi, quando gli anni le avranno
rapito ogni potenza di seduzione, non rimarrà che la notte, cioè il
rimpianto, la tristezza e la noia nell’oscurità di tutti gli affetti,
di tutte le bontà, di tutte le altezze che non conobbe. Tale è il suo
destino: perchè invidiarle dunque questa sua felicità sì fugace?...
Morte a tutti i tiranni, anche a quelli dell’amore! Otello non è meno
esecrabile di Caligola e d’Ezzelino. Io sono peggiore di lei. Io
soffro ora la pena dovuta alla mia sensualità, al mio egoismo, alla
mia debolezza: ora m’è reso quello che io ho fatto soffrire a quel
povero conte Aquilegi. Pover’uomo! pover’uomo! quel giorno che io lo
vidi alla villa, egli mi guardava con gli occhi inorriditi, sbarrati,
con un sorriso così immobile, che pareva fissato sulle labbra d’una
maschera pallida, stralunata... la sua sofferenza mi fece ribrezzo e
pietà... una sofferenza simile a questa mia: un’ignobile sofferenza!
Io me la merito, e nondimeno l’abbandono di quella donna mi strazia
come se io ne fossi immeritevole; mi urta come una villania, come
un’ingiustizia, una malvagità. Io avrò la forza di non più seguire quel
suo vago sembiante composto di capriccio, di voluttà, di superbia e di
frivolezza. Dal seno di quelle sue grazie escono ora le furie punitrici
del mio peccato: ebbene io vincerò anche le furie, io cambierò in
purificazione il loro tormento!...»
Così egli si proponeva, e intanto albeggiava.
Spalancò la finestra, e lo sorprese quel gran silenzio, e quella gran
pace del mondo ancora assopito. Il Tevere scorreva fra due convalli
nebbiose, lento e remoto; la luna piena, come una gran lampada d’oro
che, durante la notte, si fosse avvicinata alla terra, irradiava
le tacite onde; e quello splendore pareva sorridere al giorno che
diffondeva pel cielo la sua rosea verginità mattinale.
Innanzi a quel lieto risorgere della luce, lo sorprese l’immagine
oscura della morte che forse l’aspettava in duello, e pensò:
«Quell’uomo già premedita il colpo assassino, ed è più forte, e più
esperto di me. Voglio scrivere dunque a Angioliera, e se anche non
muoio, sarà per l’ultima volta.»
In quel proposito di scriverle egli celava l’intenzione di vendicarsi.
Le tacque l’accaduto di quella sera, ma adoperò la penna come un
pugnale che, in caso di morte, le restasse nell’anima, avvelenato.
Invece quelle parole crude, quelle pungenti ironie la commossero ben
poco, irritarono molto il suo orgoglio, la sua grande sensibilità
femminile, soddisfecero la sua vanità perchè la vincitrice era sempre
lei, quell’uomo l’amava ancora, e insieme le dettero il pretesto di
ribellarsi al dispotismo d’una passione, in lei quasi spenta.
... Oh rimproverarla tanto d’esser mancata in casa Gobbetta, quando
suo marito gliel’aveva proibito severamente, e lei s’era sottomessa da
buona moglie!... I rimproveri del dottore ora le erano insopportabili
come quelli di suo marito, perchè tutt’e due esigevano da lei
l’impossibile: esigevano la devozione, la tenerezza, la servitù del suo
cuore, quando il suo cuore ormai tendeva verso un altro ideale, verso
un’altra primizia desiderata, verso, insomma, il biondo Manfredi. Lui
solo la poteva ora rimproverare, lui solo la comprendeva. Al marito
la legava ancora il barbaro vincolo della legge civile, e pazienza!
ma questo vincolo col dottore non c’era, nè c’era più ormai l’altro
spontaneo del cuore, perchè il suo cuore apparteneva a Manfredi, dunque
che la lasciasse in pace. La colpa era tutta sua, sì tutta del dottore!
Lei era buona, e con quella pietosa finzione delle povere donne schiave
e sacrificate, avrebbe potuto seguitare ad essergli amica, ma giacchè
lui lo voleva per forza, nulla per forza, e tutto per amore! tutto
tutto a Manfredi, e lui la lasciasse in pace. Si ricorderebbe sempre di
lui, ma l’aveva troppo offesa con quella lettera: nessuno le aveva mai
dette quelle cose, no!... non gliel’avrebbe mai perdonate!
Non si volle neppure giustificare, gli tacque superbamente il motivo
che l’aveva fatta mancare all’appuntamento: credesse pure quel che
voleva!... e gli rimandò quella lettera sì offensiva dicendogli addio
per sempre. Se non che era certa che il dottore sarebbe tornato ancora
a pregarla; e lei, contenta di vederselo ancora ai piedi, avrebbe
avuto però il dispiacere di non potergli più accordare nessuna grazia,
neppure un mezzo bacio... per non fare un torto a Manfredi.