XVII.

Egli uscì dal palazzo del banchiere acceso d’un’ira non meno cieca

di quella che sconvolge e fa micidiali gli elementi della natura. In

quel momento era spinto alla vendetta come ad un atto meritatissimo

di giustizia verso un soverchiatore che non aveva mai offeso, mentre

in lui appariva sì manifesta e sì perversa l’intenzione di fargli del

male, e perchè?... non ne sapeva il motivo.

Si fermò sulla strada ad aspettarlo. Era una strada delle più solitarie

di Roma, poco illuminata, e chiusa da alti palazzi che si perdevano

nell’oscurità delle stelle.

Il portinaio s’insospettì di quell’uomo uscito con tanta furia, lo

spiò dalla finestretta, e vedendolo passeggiare su e giù come una

sentinella, capì che era un male intenzionato, e salì premuroso a dirlo

ai padroni.

Sorsero molte voci in salotto che consigliavano d’avvisar la questura,

ma il marchese vi s’oppose con tutta l’energia del suo terribile

sguardo.

— Questi timori — disse — sono assolutamente ridicoli! carte!

E giocò e sbravazzò fino a tardissima notte.

Poi spinse la temerità fino a volere andar solo. Zitto zitto seguì per

lo scalone una di quelle signore, avvolta le spalle nude d’un gran

manto violaceo, trascinante, e orlato di zibellino. Si ritrovarono

insieme, come per caso, nelle tenebre del cortile, allo sportello della

carrozza, e salendovi, ella gli porse la mano, e con pietà femminea lo

trasse a sè come se volesse salvarlo da un incontro funesto. Se non che

ella amava spesso di galoppare notturnamente per le strade di Roma con

qualche amico, riportandone tutt’al più qualche strappatura nella veste

regale.

Quella notte, prendendo nella sua carrozza il marchese, ella salvò

anche il dottore. Perchè se il dottore avesse affrontato il marchese in

istrada, avrebbe sofferto egli solo gli ultimi e peggiori effetti di

tutto quel viluppo di ree passioni che accentravasi in lui e in donna

Angioliera, non gli sarebbe mancata la condanna del codice penale, nè

quella di tutto il genere umano; mentre invece là sul terreno, col

ferro in pugno, e i testimoni presenti, quel medesimo atto ostile

d’offesa, diveniva agli occhi di tutti una cosa ben diversa, cioè

diveniva un atto cavalleresco. Anche se ammazzava il marchese, egli

era ben ammazzato in quelle forme quasi legali! un omicidio in quel

modo non gli toglieva la stima dei gentiluomini: anzi gliel’avrebbero

dimostrata con delle strette di mano anche più inglesi.

Il dottore non aveva mai approvato i duelli: ma la vita, questo curioso

poliedro dalle facce infinite, c’insegna che tutto è necessario, e che

all’occorrenza divengono logiche anche le assurdità. Ora il dottore si

compiaceva a pensare che avrebbe avuto di fronte quell’uomo odiato.

Sentiva di far cosa contraria ai suoi principii, la irrideva in sè

stesso come una volgare follìa, ma l’odio contro colui, e la vanità di

non parer vile a donna Angioliera, erano più forti della sua coscienza

e della sua ragione. E questo, quando di donna Angioliera non ne voleva

ormai più sapere, quando sentiva per lei quel disgusto che si ha per

ogni cosa discordante e nociva.

L’ultima volta che s’eran visti ella avevagli dato una nuova prova

di quella sincerità o ingenuità così allettatrice, così incitosa,

e, come in quello che ora diremo, più scaltra della malizia, e più

barbara dell’inganno celato sotto un’apparenza fedele. Gli s’era

mostrata ammiratissima d’un principe tedesco, un pittore paesista, che

frequentava quegli opulenti salotti dove il bel sesso volge la ruota

della fortuna, insinua le proprie grazie nella politica, nella scienza,

nella letteratura, nell’arte, e infine in tutte le più gravi questioni

che talora risolve in un batter d’occhio. Poi, il principe ella l’aveva

rivisto al Pincio in un bel mattino, mentre egli dipingeva, da uno

di quei terrazzi, la cupola di S. Pietro elevata sola nel luminoso

orizzonte dei colli severi, e più avanti, a destra, i grandi pini che

allineano il muraglione della villa Borghese. Lì presso traboccava la

fontana come una gran pàtera sempre colma. Maria, affidata all’agilità

del suo corpicino di bambina forte e felice, correva per quei foschi

viali di castagni e di palme con altri fanciulli della sua età; e la

mamma era rapita dalla propria ammirazione per il principe paesista,

biondo e bello come il Manfredi di Dante.

Il dottore, ascoltando quelle lodi, la guardava rannuvolato, e si

ricordava che quando ella più ardeva di lui, egli l’aveva vista

sorridere in quella guisa, così inebriata.

— Oh gli strani voli della mia fantasia! — ella soggiunse — non te

n’avere a male: li avevo anche da bambina: un signore veniva spesso a

visitare mammà... Dio mio che bene che gli volevo! mi nascondevo dietro

un uscio, e quando passava, gli saltavo al collo, e lo baciavo.

— Quello che ora tu vorresti fare a Manfredi!

— No; ora non sono più una bambina.

— Ma tu l’ami Manfredi!

— Se anche fosse... lui non lo saprà mai.

— Non lo saprà mai... e tu hai il coraggio di farlo sapere a me?

Ella non rispose, e il dottore si sentì in petto come una corrente

d’odio capace di fulminarla; lo prese un pensiero violento di

distruzione, avrebbe voluto spezzarla come si spezza una verga, e se ne

salvò lasciandola in fretta.

S’era proposto di non curarsene più: non voleva tiranneggiarla, non

voleva offenderla, ma neanche voleva seguirla come un accattone segue

un signore avaro: il signore era lui. E già, dopo due settimane di

silenzio e di tortura, egli sentiva rinascere in sè la fierezza di chi

deve solo a sè stesso la propria liberazione, quando ella lo riprese

con la letterina seguente:

«Tu dovresti conoscere, o caro, quanto il mio cuore è pieno

d’ingenuità. T’è rincresciuta la mia ammirazione per quel signore?...

Un’ammirazione sì pura! Vuoi dunque soffocarmi con il tuo odio? Sei

così egoista? Io non lo sono punto. Vuoi rivedermi? Mi vuoi stringere

la mano senza rancore? Vieni stasera dal banchiere Gobbetta. Io

ci verrò dopo il teatro col pretesto di giuocare, ma invece per

trattenermi con te, ecc., ecc.»

Non credè alla voce della sirena, ma il non crederle, non lo scampò

dall’esserne sedotto di nuovo. Dal fondo dell’amore non vinto, gli

rinacque un gran desiderio di rivederla, di scrutare ancora la colpa o

l’innocenza in quel bellissimo viso; e un senso cortese di non mancare

all’invito, un delicato timore di non respingere troppo duramente una

donna che pure gli aveva dato sì grandi prove d’amarlo; tutti questi

impulsi della passione vinsero il freddo, il dignitoso proposito della

mente. Egli ritornò in quella casa del banchiere affatto straniera per

lui, piegandosi di nuovo a quella falsità dell’ossequio verso persone

sì avverse, e sì capaci di quella vile malignità comune a tutta la

specie umana, ma che più facilmente s’esperimenta colà dove la bassezza

è maggiore.

Ed era rimasto deluso: donna Angioliera non s’era lasciata vedere.

N’era stata impedita da qualche giusto motivo? Egli aveva troppe

ragioni per non crederlo. Non solo quell’ombra molesta del principe

tedesco lo persuadeva che ormai ella eragli infida, ma glielo

persuadevano pure le sue visite scarse ultimamente, e spesso mancate,

sì frequenti invece una volta, sfidando talora, con eroica imprudenza,

gli occhi e le spie: e le sue lettere, il suo pane, com’ella già

le chiamava, lasciate ferme in posta, senza curarsi di ritirarle:

e le scuse poi addotte: scuse inverosimili da donna che si diletta

a torturarvi facendo travedere, sotto un velo leggiero, la perfida

orditura de’ suoi sotterfugi.

«Quest’amore io avrei dovuto spengerlo in cuna — egli diceva a sè

stesso — non lasciarlo crescere perchè poi divenisse una piccola vipera

attorcigliata a tutto lo stame della mia vita. Il residuo di quanto

arse, di quanto visse, è la cenere, e se io non ardessi ancora, non mi

ribellerei invano a questa logica inesorabile delle cose che solo è

vera, e per cui è a me così naturale il dolermi, come a lei l’andare

dove la portano i voli strani della sua fantasia di lucciola errante.

Ella ha nell’anima il fuoco e la notte: in quel fuoco è tutto il bene

e tutto il male di cui è capace: dipoi, quando gli anni le avranno

rapito ogni potenza di seduzione, non rimarrà che la notte, cioè il

rimpianto, la tristezza e la noia nell’oscurità di tutti gli affetti,

di tutte le bontà, di tutte le altezze che non conobbe. Tale è il suo

destino: perchè invidiarle dunque questa sua felicità sì fugace?...

Morte a tutti i tiranni, anche a quelli dell’amore! Otello non è meno

esecrabile di Caligola e d’Ezzelino. Io sono peggiore di lei. Io

soffro ora la pena dovuta alla mia sensualità, al mio egoismo, alla

mia debolezza: ora m’è reso quello che io ho fatto soffrire a quel

povero conte Aquilegi. Pover’uomo! pover’uomo! quel giorno che io lo

vidi alla villa, egli mi guardava con gli occhi inorriditi, sbarrati,

con un sorriso così immobile, che pareva fissato sulle labbra d’una

maschera pallida, stralunata... la sua sofferenza mi fece ribrezzo e

pietà... una sofferenza simile a questa mia: un’ignobile sofferenza!

Io me la merito, e nondimeno l’abbandono di quella donna mi strazia

come se io ne fossi immeritevole; mi urta come una villania, come

un’ingiustizia, una malvagità. Io avrò la forza di non più seguire quel

suo vago sembiante composto di capriccio, di voluttà, di superbia e di

frivolezza. Dal seno di quelle sue grazie escono ora le furie punitrici

del mio peccato: ebbene io vincerò anche le furie, io cambierò in

purificazione il loro tormento!...»

Così egli si proponeva, e intanto albeggiava.

Spalancò la finestra, e lo sorprese quel gran silenzio, e quella gran

pace del mondo ancora assopito. Il Tevere scorreva fra due convalli

nebbiose, lento e remoto; la luna piena, come una gran lampada d’oro

che, durante la notte, si fosse avvicinata alla terra, irradiava

le tacite onde; e quello splendore pareva sorridere al giorno che

diffondeva pel cielo la sua rosea verginità mattinale.

Innanzi a quel lieto risorgere della luce, lo sorprese l’immagine

oscura della morte che forse l’aspettava in duello, e pensò:

«Quell’uomo già premedita il colpo assassino, ed è più forte, e più

esperto di me. Voglio scrivere dunque a Angioliera, e se anche non

muoio, sarà per l’ultima volta.»

In quel proposito di scriverle egli celava l’intenzione di vendicarsi.

Le tacque l’accaduto di quella sera, ma adoperò la penna come un

pugnale che, in caso di morte, le restasse nell’anima, avvelenato.

Invece quelle parole crude, quelle pungenti ironie la commossero ben

poco, irritarono molto il suo orgoglio, la sua grande sensibilità

femminile, soddisfecero la sua vanità perchè la vincitrice era sempre

lei, quell’uomo l’amava ancora, e insieme le dettero il pretesto di

ribellarsi al dispotismo d’una passione, in lei quasi spenta.

... Oh rimproverarla tanto d’esser mancata in casa Gobbetta, quando

suo marito gliel’aveva proibito severamente, e lei s’era sottomessa da

buona moglie!... I rimproveri del dottore ora le erano insopportabili

come quelli di suo marito, perchè tutt’e due esigevano da lei

l’impossibile: esigevano la devozione, la tenerezza, la servitù del suo

cuore, quando il suo cuore ormai tendeva verso un altro ideale, verso

un’altra primizia desiderata, verso, insomma, il biondo Manfredi. Lui

solo la poteva ora rimproverare, lui solo la comprendeva. Al marito

la legava ancora il barbaro vincolo della legge civile, e pazienza!

ma questo vincolo col dottore non c’era, nè c’era più ormai l’altro

spontaneo del cuore, perchè il suo cuore apparteneva a Manfredi, dunque

che la lasciasse in pace. La colpa era tutta sua, sì tutta del dottore!

Lei era buona, e con quella pietosa finzione delle povere donne schiave

e sacrificate, avrebbe potuto seguitare ad essergli amica, ma giacchè

lui lo voleva per forza, nulla per forza, e tutto per amore! tutto

tutto a Manfredi, e lui la lasciasse in pace. Si ricorderebbe sempre di

lui, ma l’aveva troppo offesa con quella lettera: nessuno le aveva mai

dette quelle cose, no!... non gliel’avrebbe mai perdonate!

Non si volle neppure giustificare, gli tacque superbamente il motivo

che l’aveva fatta mancare all’appuntamento: credesse pure quel che

voleva!... e gli rimandò quella lettera sì offensiva dicendogli addio

per sempre. Se non che era certa che il dottore sarebbe tornato ancora

a pregarla; e lei, contenta di vederselo ancora ai piedi, avrebbe

avuto però il dispiacere di non potergli più accordare nessuna grazia,

neppure un mezzo bacio... per non fare un torto a Manfredi.

Il peccato del dottore · 第 33 / 53 题