XVI.

Il dottore, neppure a farlo apposta, quella sera capitò proprio in casa

del banchiere commendatore Anatolio Gobbetta.

Era una casa ricchissima, dove andava donna Angioliera, e perciò anche

lui quando, come questa volta, ella lo avvertiva. Ma vi andava così

di rado, che il comm. Anatolio e la sua bella moglie, donna Aganippe,

quando, dopo mesi e mesi, lo rivedevano, non si ricordavano mai del suo

nome. Non trovando in quel salotto nessuna intima rispondenza che lo

potesse rendere socievole ed espansivo, egli vi rimaneva solitario, e

quasi silenzioso, tra un nuvolo di aristocratici vecchi e di borghesi

nuovi, tutti maldicenti, e molto bene mescolati dal comm. Gobbetta

intorno al suo gran potere bancario.

E alla banca, il commendatore (bell’uomo tra i 45 e i 49), è inutile

dirlo, era serio come un musulmano nella moschea, era assetato,

occorrendo, come Shyloch che esige la libbra di carne; ma la sera,

quando si riposava, col sigaro in bocca, in mezzo agli ospiti, nello

splendore del suo salotto, era gaio e leggiero e lingua assassina anche

lui, come occorreva per divertire e non affaticare la conversazione

delle signore.

La loquacità gentile delle signore ricreava l’orecchio come il murmure

vario d’un’uccellanda, più festosa però, perchè accompagnata spesso da

risa argentine, ed esclamazioni, provocate facilmente dai loro amici:

mariti, amanti, clienti, tutti concordi; taluno dei quali, con la canna

in mano dondolante, arieggiava a certi nobili nobilissimi dell’epoca

goldoniana.

Donna Angioliera non era ancora venuta, e il dottore, aspettandola,

girellava tra quei signori, cercava qualche viso femminile simpatico,

o qualche punto dove fermare il discorso, ma le parole che rivolgeva

o che riceveva da qualche labbro gentile, erano presto rapite

dall’onda invadente degli altri, che volevano conquistare per sè

tutta l’attenzione, tutta la stima della signora; sicchè il colloquio

annegava, e il dottore passava oltre. C’era per altro di che ammirare

con tutta quella gioconda esposizione di veli trasparenti come le ali

di certi coleotteri, di fiori, di piume, di merletti lievi come la

spuma del mare, di perle occhieggianti a gorgiera sui seni, di carni

spalmate di cipria grassa, e diffuse per le poltrone e per i sofà

suntuosi.

L’idolo della sera era una contessina non so se più nivea o più bionda,

ma così bene accordata nelle due note, che pareva una composizione

d’oro e d’avorio; con un bocchino dolce come un confetto, e aperto

a un sorriso che pareva imparato a memoria. Aveva intorno un corteo

di donne e fanciulle tutte innamorate di lei, in una briosissima

gara d’ammirazioni e di scherzi coi giovinotti. La povera contessina

rimaneva quasi spossata dalle sue stesse risa vezzose. Soltanto donna

Aganippe la guardava severa, perchè alcune volte la contessina era

scomparsa in altre stanze con Anatolio.

Proprio l’opposto di questa immagine di fanciulla sì pura, sì

sorridente, era una signora seria, in tutta la pompa ben nutrita della

sua mezza età. Seduta sola sopra un sofà, parlava affabile e modesta

con alcuni signori in piedi. Le signore pareva che rifuggissero da

lei come da qualche cosa di troppo evidente. E la signora invece

pareva affatto inconsapevole d’aver raggiunto il massimo effetto

dell’eleganza, unendo, nel suo abbigliamento, il nero della farfalla

notturna alle rose di primavera. Bellezza vigorosamente orientale,

l’ebano lucente delle sue sopracciglia, de’ suoi occhi, de’ suoi

capelli corvini, risaltava così bene per l’accento vivo di quelle

rose sparse sulla sua veste di velo nero, molto abbreviata! Ella, col

massimo candore, era trascorsa anche un po’ più giù di quell’estremo

limite delicato, a cui può arrivare, in una _soirée_, lo studio

del nudo: taluni quello studio lo facevano con piacere, e poi ne

mormoravano e ne ridevano intorno: bella gratitudine!

Dopo il thè e il _punch_, approssimandosi l’ora del gioco, il salotto

incominciò a diradare: giù nell’ampio cortile s’incominciò a sentire il

rumore delle carrozze partenti.

Un po’ più tardi, quando la compagnia era ridotta ai congiunti e ai

più intimi consorti di casa Gobbetta, entrò a invadere il salotto il

marchese di Mascarpone, con la sua grossa figura di sciabolatore e

d’intenditore d’equini, incivilito abbastanza dall’abito nero e dal

piastrone bianco della camicia, donde gli ciondolavano, tra lo sparato

e il _gilet_, un paio di guanti nuovi.

Egli guardò intorno con aria altera e trionfante, e strinse la mano a

tutti fuorchè al dottore.

— Il conte Aquilegi non c’è? — domandò a donna Aganippe.

— No.

«Che vigliacco!» egli bisbigliò, e tornò a fissare il dottor Fabio

Stellini, così con una grinta severa tra lo scozzone e il giandarme di

servizio...

Egli era geloso; non poteva dimenticare che donna Angioliera l’aveva

mortalmente offeso nel suo amor proprio: non poteva capire come donna

Angioliera favorisse quell’individuo con quella faccia antipatica da

poeta!... Invece l’individuo non sapendo in che cosa avesse mancato

verso colui, non poteva capire perchè lo guardasse tanto e con tanto

livore.

Da quella tensione era forse per scattare qualche parola o atto

impaziente, quando il marchese, sentendosi chiamare dall’amabile voce

di donna Aganippe, si volse, e vide signori e signore attenderlo al

tavolino verde, dove già eran seduti in mezzo allo sfolgorìo d’un gran

lume.

Il capitano si sedè anche lui al tavolino, ma il pensiero del dottore

lo distraeva dal gioco. L’avrebbe volentieri condannato ai ferri, alle

verghe, alla fucilazione.

Incominciò la partita, e presero tutti un aspetto serio, di gravità

pensierosa e superba. Donne e uomini, occupati da una medesima sete,

dismesso ogni brio, ogni civetteria, pareva implorassero tacitamente

la dea Fortuna che teneva su i loro capi sospese le sue bilance. Non

s’udiva che il rumore dei gettoni scambiati, e voci e vocine, che

chiedevano carte, carte. Fumavan tutti, donne e uomini; v’era pure

qualche _sigaressa_ tra i sigari; cioè qualche signora che fumava

maschiamente un lungo virginia da trenta chiedendo carte, carte.

Il dottore se ne sarebbe andato ben volontieri, ma era un uomo

fantastico e sensuale. Era, per esempio, una sua idea fantastica,

quella di parergli che l’ottusa volgarità, la sordidezza, la

falsità del cuore cattivo, e la bassa bindoleria si allargassero e

si sdraiassero nell’opulenza grassa di quel salotto, la cui pompa

aristocratica gli pareva presa a nolo dai tappezzieri, e dagli

antiquari. Gli pareva di sentire alitare colà, in mezzo a tanti

profumi, un lieve sitarello di sepoltura morale. Ubbie, ubbie d’una

testa fantastica! Quando si vogliono avere simili ubbie, non si è così

sensuali: non si soffre la pena della propria sensualità tollerando le

stramberie e la servitù d’una donna svagata ormai da altri pensieri.

Ella gli aveva scritto, è vero, che quella sera sarebbe venuta, dopo

il teatro, in casa Gobbetta a giocare, ma intanto l’ora già declinava,

ella non compariva, e il dottore si rodeva nell’inquietudine cupa del

non vederla venire. Eppure sperava ancora, restava ancora là in piedi

presso quel tavolino! Non aveva abbastanza quattrini per cimentarsi

con la fortuna come que’ signori ricchissimi, e li guardava per vedere

che specie di viso facessero ora che eran sinceri, cioè ora che non

pensavano che a vincere danari, danari in quell’ingorda battaglia di

carte.

Il marchese di Mascarpone buttò là le carte sul tavolino. Aveva perduto

due partite una dopo l’altra. Il dottore sorrise.

— Dottore — gli gridò il marchese, con l’autorità d’un comando

minaccioso — si scosti dal tavolino: lei mi dà la iettatura!

Tutti risero gaiamente.

Il dottore non si mosse.

— Ha capito? mi dà la iettatura.

Le risa continuavano, e dimostravano la soddisfazione generale di veder

quell’uomo schernito, e così pallido e serio, in mezzo a quell’allegria.

— Non mi maraviglio — egli disse — che qui si rida tanto agli scherzi

napoletani del sor marchese.

Il marchese lo guardò con una certa vibrazione dura e truce delle

mascelle.

— Non mi maraviglio! — esclamò — scherzi napoletani! che intende dire?

che scherzi? io non scherzo mai cogl’inferiori!

— Sia pure — gli rispose accigliato il dottore — io non vorrei esserle

eguale! lei mi provoca inutilmente!

Il marchese fece scattare, col pollice iroso, un mazzo di carte, e lo

passò al banchiere.

— Commendatore — gli disse — su un’altra partita! guardiamo se mi porta

ancora la iettatura: chi non sa stare allo scherzo, dovrebbe andare in

cima ad una montagna, non venire nei salotti tra le signore.

Il dottore non si mosse: non voleva andarsene come scacciato e pauroso;

non voleva rispondere, non essendoci parola valida contro quella

deliberata malevolenza di tutti: perciò taceva, e aspettava.

«Non vorrei esserle eguale!... mascalzone!» mormorò a voce più bassa il

marchese.

Il dottore l’udì, come l’udirono tutti, e si slanciò con la mano

alzata; ma prima che quella mano arrivasse al marchese, la faccia

olofernica di costui balenò inorridita tra due che entrarono in mezzo,

ed ei la salvò, la faccia, rovesciandola indietro sul petto di donna

Aganippe: questa gridò e s’alzò: tutte le signore gridavano impaurite,

o indignate; i gridi degli uomini significavano biasimo, ira, minaccia.

Una rissa da taverna nel salotto del banchiere Gobbetta! Il dottore si

fogò di nuovo per barbare un terribile pugno al marchese che, tenuto

indietro da forti braccia, potè ancora schivare il colpo, e il dottore

fu di nuovo respinto con un urlo generale d’indignazione.

— Lei non è un gentiluomo! non è una persona educata.

— M’ha detto mascalzone!

— Non è vero! — gridarono tutti col capitano.

— Ah brutta razza di gentiluomini bugiardi! fango signorile! larve di

maschere turpi!... canaglia!

— Esca! esca!

— A domani! a domani! — gridava il capitano.

— Sì sì, preparerò i miei ferri chirurgici, o bestia più stupida di

Golia filisteo!

Tutti i servitori della casa, accorsi, lo premevano alle calcagne; e

il dottore uscì dal luminoso salotto in mezzo allo scompiglio, alle

minacce, ai gridi, ai fremiti generali. Due o tre signore svennero.

Il peccato del dottore · 第 32 / 53 题