Simile effetto ebbe quella lettera nell’animo di donna Angioliera, ma
al dottor Fabio quello sfogo procurò un buon sonno di tre o quattr’ore.
Quando si destò si sentì stanco, ma meno violentato da quei pensieri
che la sera prima l’avevano spinto fino all’insano proposito
d’aspettare in istrada il marchese. Non già che quei pensieri non se li
sentisse fremere ancora; ma mentre prima di quel sonno benefico egli
era come una povera vela sull’abisso delle onde, ora su quelle onde i
venti s’erano rallentati; la ragione aveva ripreso il suo impero, e ciò
gli dava un senso di magnanimità e di fierezza. Con quei primi impeti
era un po’ sbollito anche il suo odio contro il marchese, a cui non
poteva pensare senza aggiungergli due enormi orecchie asinine; non già
per poco rispetto degli asini soccorritori miti e pazienti al travaglio
umano, ma per il gusto di rappresentarsi quella testa di falso eroe
come un mito della malvagia e stolida prepotenza.
Restava fermo intanto nel suo proposito d’accettare la sfida. Era
risoluto di non più sopportare i capricci, le bizzarrie di donna
Angioliera, ma non voleva che ella giustificasse sè stessa, reputando
lui pusillanime e vile. Il motivo era frivolo, ma certe cose frivole
ci trascinano talora più delle serie; e perciò, sbrigate in fretta le
visite più importanti, ritornò presto a casa ad aspettarvi i padrini
del marchese di Mascarpone.
L’uno era il giovane ed elegante avvocato Ugo di San Secondo, e
l’altro (il dottore quasi non credeva ai suoi occhi) era il conte
Pier Francesco Aquilegi. Egli aveva dovuto subordinarsi alla volontà
dell’amico, a nome del quale rimise al dottore due buste. L’una
conteneva la lettera del marchese che nominava lui e l’avvocato suoi
testimoni, e l’altra una dichiarazione già tutta scritta, e che il
dottore doveva semplicemente firmare, se gli fosse piaciuto.
Secondo ii codice cavalleresco, l’offeso era il marchese perchè più
gravemente ingiuriato: perciò «dette le ragioni, ecc. ecc., il capitano
marchese Rolando di Mascarpone chiedeva uno scontro con le armi al
signor dottore, ecc. ecc.; ovvero chiedeva semplicemente che egli
firmasse, ecc. ecc....»
I due gentiluomini guardavano immobili e attentissimi il dottore
che leggeva la dichiarazione. Ma la faccia del conte Aquilegi è
indescrivibile: meritava certo d’esser fotografata. Malcontento della
parte che gli era imposta dall’amicizia, egli nondimeno la sosteneva
sul serio, e con un piglio violento, feroce e comminatorio pareva dire
al dottore:
«O voi, signor dottore, accettate il combattimento, ecc. ecc., oppure
firmate codesta carta, con la quale dichiarate d’avere agito da vile
e da villano, non tollerando uno scherzo innocente del marchese
capitano Rolando di Mascarpone, e rispondendogli offese e minacce punto
cavalleresche, cioè indegne di un gentiluomo, ecc. ecc....»
Il dottore, dopo aver letto, alzò gli occhi dal foglio, e li rivolse a
guardare, uno dopo l’altro, i due gentiluomini pieno d’ammirazione, e
deplorando che fra i fenomeni storici si fosse avuto anche quello della
cavalleria, che gli vietava di farli saltare a colpi di frusta.
— Accetto la sfida — egli disse, facendo in quattro brani quel foglio.
Scambiate poche parole per fissare il luogo dove si sarebbero abboccati
i testimoni delle due parti, i due gentiluomini uscirono senza salutare
il dottore, offesi che egli avesse strappato, in faccia a loro, quella
insidiosa dichiarazione.
— Io mi sono frenato soltanto per non pregiudicare la questione
principale — disse il conte all’avvocato: e ambedue lanciarono alle
spalle del dottore i più eroici insulti.
Il dottore capì di fare il gioco di quella canaglia cavalleresca, ma
come uscirne senza parere un vigliacco, o prenderli tutti a legnate?
Uscì subito per trovarsi i padrini. Quattro de’ suoi colleghi si
scusarono di non poterlo servire.
Ricorse allora a un suo compagno d’università, capitano dei granatieri,
il dott. Giustini, un milanese allegrone che aveva lasciata la toga per
la divisa: molto amava, molto beveva, molto fumava, senza risentirne
gli effetti salvo che al viso, assai rubicondo.
— Caro dottore — gli disse — il nostro colonnello ci ha proibito
d’immischiarci nei duelli dei borghesi, ma tu sei un compagno di quei
tempi... «quei tempi che non tornan mai!» come disse il Giusti, e per
te vo volentieri agli arresti.
— Mi dispiace di procurarti non solo un incomodo, ma anche una
punizione.
— E credi che io guardi a questo quando si tratta d’aiutare un amico,
in un’occasione simile? chi non cura l’onore dell’amico, non cura
neppure il proprio!
— Ringrazio Dio d’aver trovato finalmente un uomo di cuore! — gridò il
dottore.
E i due compagni d’università s’abbracciarono.
Andarono subito a cercare il sergente Barucca.
— Vedrai che lui accetta di farti da testimone — gli disse il capitano
per via — era il più svelto tiratore del reggimento, e cantore famoso
di canzonette: non c’era ragazza del vicinato che non sentisse la sua
voce sentimentale, e la sua chitarra: un po’ romantico come tutti
i granatieri d’una volta che avevano letto le poesie del Prati, e
l’_Ettore Fieramosca_: ma ora s’è dato al sodo: è impiegato, come t’ho
detto, al Ministero delle finanze.
Il sergente Barucca fu lietissimo che il suo capitano si fosse
ricordato di lui.
— Gli amici degli amici son nostri amici! — egli disse al dottore
piegando un poco la sua alta e snella figura che serbava ancora, sotto
l’abito borghese, la severa eleganza del granatiere; e soggiunse: —
Che cosa non farei io per il mio capitano che m’ha salvato tante volte
dalla fucilazione!
— Quanto me ne pento! quanto me ne pento! — esclamò il capitano con una
sonora risata, che infiammò vie più il suo bel viso vermiglio.
Ebbero dal dottore, senza esagerazioni e senza omissioni, tutti
gli schiarimenti che erano necessari, e quindi, all’ora fissata,
conferirono con gli altri due testimoni in casa dell’avvocato di S.
Secondo.
Il capitano Giustini ritornò dall’abboccamento, con la faccia vermiglia
molto rannuvolata.
— Io, insomma — disse al dottore — accettai d’esserti padrino per
tutelare il tuo onore, ma anche sperando di non spingere le cose al
peggio. «Il nostro dovere è di trattare la questione nel modo il meno
funesto ai nostri _primi_:» ho detto ai padrini del marchese: ma loro,
senza volerlo mostrare, covavano della malevolenza contro di te.
— Lo sapevo! — esclamò il dottore.
— Specialmente il conte Aquilegi! — continuò il capitano — era
dolentissimo, ma con quel suo viso di santo, e moltissima cortesia
gesuitica ripeteva che la questione non si poteva risolvere a mezzo,
l’onore del suo carissimo amico v’era impegnato, l’onore prima di
tutto, l’offesa fatta al suo amico era di _terzo grado_, cioè la
suprema offesa... insomma, come vedi qui dal verbale di scontro, le
condizioni son gravi: nessun colpo è escluso, e si dovranno ripetere
gli assalti fino all’impossibilità di continuare il combattimento.
— Va bene: — disse il dottore — se così vuole il codice della
cavalleria in mano della canaglia, oppure la nostra stupidità e il
nostro cattivo istinto, questa è una fatalità come un’altra, e non c’è
che dire: andiamo dunque in sala di scherma, amici, perchè io da quando
lasciai l’Università, non ho più ripreso la sciabola, e ho bisogno di
rimettermi un po’ in esercizio.
— Andiamo pure — disse il Barucca — e io le insegnerò un colpo che non
lo insegna nessun maestro, un colpo che non si trova in nessun trattato
di scherma...
— Un colpo di tua invenzione, Barucca? — domandò il capitano ridendo.
— No, me lo insegnò uno zuavo francese nel ’59, e se il signor dottore
gliel’appioppa bene, è un colpo sicuro come quello della morte: lo
infila là come un rospo.
— Dio lo voglia! — disse il dottore — la buona volontà non mi manca. —
E andarono in sala d’armi.
Era un grande stanzone un tempo malinconica sagrestia d’un convento di
francescani, come mostrava ancora il lavabo sorretto da due angioletti.
Tre alte finestre mandavano una luce ammezzata, una luce quasi di
chiesa, sulle muraglie umide, grigie, coperte di trofei, di bandierine
tricolori, e di sentenze marziali.
Dopo due o tre assalti col sergente Barucca, il dottore si sentì il
braccio gagliardo, e ancora capace dell’antica velocità, destrezza,
esattezza di movimenti. Nella necessità di difendersi e d’assalire
il nemico, tutte le norme dell’arte gli occorrevano pronte come se
rispondessero ad un appello.
— Bene — gli diceva il Barucca — ma bisogna ancora allenarsi alla
resistenza: bisogna ripetere ancora quel colpo; bisogna che il fendente
non solo sposti il ferro dell’avversario, ma l’abbatta giù a terra, e
così trovi un varco aperto al colpo di punta: da capo!... là... là...
là... e là... bene: ora a fondo, prima che l’avversario ritorni in
guardia... là... là... là... e là... bene: da capo: in guardia!
E così per una trentina di volte: il che al dottore, per vero dire,
pareva un po’ comico nella serietà della cosa, ma era parato, come don
Chisciotte, a tutte le sorti della battaglia.
— Sei un forte e agile schermitore che tocca poco, ma tocca bene — gli
disse il capitano Giustini.
E il sergente Barucca, levatasi la maschera, salutò il dottore, e
depose il ferro, cantarellando:
La stagion delle morette
È l’aprile, il maggio e il giugno.