XVIII.

Simile effetto ebbe quella lettera nell’animo di donna Angioliera, ma

al dottor Fabio quello sfogo procurò un buon sonno di tre o quattr’ore.

Quando si destò si sentì stanco, ma meno violentato da quei pensieri

che la sera prima l’avevano spinto fino all’insano proposito

d’aspettare in istrada il marchese. Non già che quei pensieri non se li

sentisse fremere ancora; ma mentre prima di quel sonno benefico egli

era come una povera vela sull’abisso delle onde, ora su quelle onde i

venti s’erano rallentati; la ragione aveva ripreso il suo impero, e ciò

gli dava un senso di magnanimità e di fierezza. Con quei primi impeti

era un po’ sbollito anche il suo odio contro il marchese, a cui non

poteva pensare senza aggiungergli due enormi orecchie asinine; non già

per poco rispetto degli asini soccorritori miti e pazienti al travaglio

umano, ma per il gusto di rappresentarsi quella testa di falso eroe

come un mito della malvagia e stolida prepotenza.

Restava fermo intanto nel suo proposito d’accettare la sfida. Era

risoluto di non più sopportare i capricci, le bizzarrie di donna

Angioliera, ma non voleva che ella giustificasse sè stessa, reputando

lui pusillanime e vile. Il motivo era frivolo, ma certe cose frivole

ci trascinano talora più delle serie; e perciò, sbrigate in fretta le

visite più importanti, ritornò presto a casa ad aspettarvi i padrini

del marchese di Mascarpone.

L’uno era il giovane ed elegante avvocato Ugo di San Secondo, e

l’altro (il dottore quasi non credeva ai suoi occhi) era il conte

Pier Francesco Aquilegi. Egli aveva dovuto subordinarsi alla volontà

dell’amico, a nome del quale rimise al dottore due buste. L’una

conteneva la lettera del marchese che nominava lui e l’avvocato suoi

testimoni, e l’altra una dichiarazione già tutta scritta, e che il

dottore doveva semplicemente firmare, se gli fosse piaciuto.

Secondo ii codice cavalleresco, l’offeso era il marchese perchè più

gravemente ingiuriato: perciò «dette le ragioni, ecc. ecc., il capitano

marchese Rolando di Mascarpone chiedeva uno scontro con le armi al

signor dottore, ecc. ecc.; ovvero chiedeva semplicemente che egli

firmasse, ecc. ecc....»

I due gentiluomini guardavano immobili e attentissimi il dottore

che leggeva la dichiarazione. Ma la faccia del conte Aquilegi è

indescrivibile: meritava certo d’esser fotografata. Malcontento della

parte che gli era imposta dall’amicizia, egli nondimeno la sosteneva

sul serio, e con un piglio violento, feroce e comminatorio pareva dire

al dottore:

«O voi, signor dottore, accettate il combattimento, ecc. ecc., oppure

firmate codesta carta, con la quale dichiarate d’avere agito da vile

e da villano, non tollerando uno scherzo innocente del marchese

capitano Rolando di Mascarpone, e rispondendogli offese e minacce punto

cavalleresche, cioè indegne di un gentiluomo, ecc. ecc....»

Il dottore, dopo aver letto, alzò gli occhi dal foglio, e li rivolse a

guardare, uno dopo l’altro, i due gentiluomini pieno d’ammirazione, e

deplorando che fra i fenomeni storici si fosse avuto anche quello della

cavalleria, che gli vietava di farli saltare a colpi di frusta.

— Accetto la sfida — egli disse, facendo in quattro brani quel foglio.

Scambiate poche parole per fissare il luogo dove si sarebbero abboccati

i testimoni delle due parti, i due gentiluomini uscirono senza salutare

il dottore, offesi che egli avesse strappato, in faccia a loro, quella

insidiosa dichiarazione.

— Io mi sono frenato soltanto per non pregiudicare la questione

principale — disse il conte all’avvocato: e ambedue lanciarono alle

spalle del dottore i più eroici insulti.

Il dottore capì di fare il gioco di quella canaglia cavalleresca, ma

come uscirne senza parere un vigliacco, o prenderli tutti a legnate?

Uscì subito per trovarsi i padrini. Quattro de’ suoi colleghi si

scusarono di non poterlo servire.

Ricorse allora a un suo compagno d’università, capitano dei granatieri,

il dott. Giustini, un milanese allegrone che aveva lasciata la toga per

la divisa: molto amava, molto beveva, molto fumava, senza risentirne

gli effetti salvo che al viso, assai rubicondo.

— Caro dottore — gli disse — il nostro colonnello ci ha proibito

d’immischiarci nei duelli dei borghesi, ma tu sei un compagno di quei

tempi... «quei tempi che non tornan mai!» come disse il Giusti, e per

te vo volentieri agli arresti.

— Mi dispiace di procurarti non solo un incomodo, ma anche una

punizione.

— E credi che io guardi a questo quando si tratta d’aiutare un amico,

in un’occasione simile? chi non cura l’onore dell’amico, non cura

neppure il proprio!

— Ringrazio Dio d’aver trovato finalmente un uomo di cuore! — gridò il

dottore.

E i due compagni d’università s’abbracciarono.

Andarono subito a cercare il sergente Barucca.

— Vedrai che lui accetta di farti da testimone — gli disse il capitano

per via — era il più svelto tiratore del reggimento, e cantore famoso

di canzonette: non c’era ragazza del vicinato che non sentisse la sua

voce sentimentale, e la sua chitarra: un po’ romantico come tutti

i granatieri d’una volta che avevano letto le poesie del Prati, e

l’_Ettore Fieramosca_: ma ora s’è dato al sodo: è impiegato, come t’ho

detto, al Ministero delle finanze.

Il sergente Barucca fu lietissimo che il suo capitano si fosse

ricordato di lui.

— Gli amici degli amici son nostri amici! — egli disse al dottore

piegando un poco la sua alta e snella figura che serbava ancora, sotto

l’abito borghese, la severa eleganza del granatiere; e soggiunse: —

Che cosa non farei io per il mio capitano che m’ha salvato tante volte

dalla fucilazione!

— Quanto me ne pento! quanto me ne pento! — esclamò il capitano con una

sonora risata, che infiammò vie più il suo bel viso vermiglio.

Ebbero dal dottore, senza esagerazioni e senza omissioni, tutti

gli schiarimenti che erano necessari, e quindi, all’ora fissata,

conferirono con gli altri due testimoni in casa dell’avvocato di S.

Secondo.

Il capitano Giustini ritornò dall’abboccamento, con la faccia vermiglia

molto rannuvolata.

— Io, insomma — disse al dottore — accettai d’esserti padrino per

tutelare il tuo onore, ma anche sperando di non spingere le cose al

peggio. «Il nostro dovere è di trattare la questione nel modo il meno

funesto ai nostri _primi_:» ho detto ai padrini del marchese: ma loro,

senza volerlo mostrare, covavano della malevolenza contro di te.

— Lo sapevo! — esclamò il dottore.

— Specialmente il conte Aquilegi! — continuò il capitano — era

dolentissimo, ma con quel suo viso di santo, e moltissima cortesia

gesuitica ripeteva che la questione non si poteva risolvere a mezzo,

l’onore del suo carissimo amico v’era impegnato, l’onore prima di

tutto, l’offesa fatta al suo amico era di _terzo grado_, cioè la

suprema offesa... insomma, come vedi qui dal verbale di scontro, le

condizioni son gravi: nessun colpo è escluso, e si dovranno ripetere

gli assalti fino all’impossibilità di continuare il combattimento.

— Va bene: — disse il dottore — se così vuole il codice della

cavalleria in mano della canaglia, oppure la nostra stupidità e il

nostro cattivo istinto, questa è una fatalità come un’altra, e non c’è

che dire: andiamo dunque in sala di scherma, amici, perchè io da quando

lasciai l’Università, non ho più ripreso la sciabola, e ho bisogno di

rimettermi un po’ in esercizio.

— Andiamo pure — disse il Barucca — e io le insegnerò un colpo che non

lo insegna nessun maestro, un colpo che non si trova in nessun trattato

di scherma...

— Un colpo di tua invenzione, Barucca? — domandò il capitano ridendo.

— No, me lo insegnò uno zuavo francese nel ’59, e se il signor dottore

gliel’appioppa bene, è un colpo sicuro come quello della morte: lo

infila là come un rospo.

— Dio lo voglia! — disse il dottore — la buona volontà non mi manca. —

E andarono in sala d’armi.

Era un grande stanzone un tempo malinconica sagrestia d’un convento di

francescani, come mostrava ancora il lavabo sorretto da due angioletti.

Tre alte finestre mandavano una luce ammezzata, una luce quasi di

chiesa, sulle muraglie umide, grigie, coperte di trofei, di bandierine

tricolori, e di sentenze marziali.

Dopo due o tre assalti col sergente Barucca, il dottore si sentì il

braccio gagliardo, e ancora capace dell’antica velocità, destrezza,

esattezza di movimenti. Nella necessità di difendersi e d’assalire

il nemico, tutte le norme dell’arte gli occorrevano pronte come se

rispondessero ad un appello.

— Bene — gli diceva il Barucca — ma bisogna ancora allenarsi alla

resistenza: bisogna ripetere ancora quel colpo; bisogna che il fendente

non solo sposti il ferro dell’avversario, ma l’abbatta giù a terra, e

così trovi un varco aperto al colpo di punta: da capo!... là... là...

là... e là... bene: ora a fondo, prima che l’avversario ritorni in

guardia... là... là... là... e là... bene: da capo: in guardia!

E così per una trentina di volte: il che al dottore, per vero dire,

pareva un po’ comico nella serietà della cosa, ma era parato, come don

Chisciotte, a tutte le sorti della battaglia.

— Sei un forte e agile schermitore che tocca poco, ma tocca bene — gli

disse il capitano Giustini.

E il sergente Barucca, levatasi la maschera, salutò il dottore, e

depose il ferro, cantarellando:

La stagion delle morette

È l’aprile, il maggio e il giugno.

Il peccato del dottore · 第 34 / 53 题