XV.

Si verificava nella condotta di Giuditta la sentenza dolorosa del

Vangelo che «i nemici dell’uomo sono i suoi familiari». Donna

Angioliera era stata molto buona con lei; ne aveva tollerato i difetti,

l’aveva ricolmata di doni; poi aveva dovuto, per un motivo giustissimo,

licenziarla; tale conseguenza inevitabile Giuditta la doveva solo a sè

stessa, ma invece incolpavane la padrona, e cercava di farle del male.

Ignorando affatto l’odiosa congiura che le era sorta alle spalle,

donna Angioliera anticipò il suo ritorno a Roma, e vi riprese la sua

solita vita, cioè la fatica continua, estenuante, di chi, con lena

affannata, sospira la gioia, la felicità, e invece si trova tanto

respinto indietro, quanto più si esaurì tendendo verso l’inarrivabile

meta del sogno e del desiderio. E così in mezzo alle dovizie, ai

piaceri, agli svaghi, alle sodisfazioni di vedersi corteggiata come una

delle principesse della bellezza e dell’eleganza, non mancavano alla

povera donna le lacrime, le noie, il senso doloroso della fugacità, gli

scoraggiamenti.

Nondimeno questa vita fastosa e superficiale insuperbivala in modo che

il dottore, affaticato nell’opera necessaria alla sua sussistenza,

le appariva talora d’una condizione troppo modesta se paragonata

alla sua, e alle relazioni tutte splendide di titoli, d’ozio, di

signoria, in mezzo alle quali viveva in un ritorno continuo di visite,

di convegni, di cavalcate, di balli, di conferenze, e di concerti

musicali, nei quali ella talora faceva udire, fra gli applausi, la sua

voce profondamente gentile. In lei dunque nasceva naturalmente un po’

di quella superba fatuità che raffredda l’affetto, e scema la stima

verso i più umili. Ella era inoltre un’anima eminentemente cercatrice

di quanto poteva eccitare la sua ammirazione, la sua curiosità, la sua

simpatia. Le cause ne erano molteplici e varie. Potevano consistere,

per esempio, nel bel sorriso d’un volto; ne’ begli occhi d’un fascino

imperatorio; nella fama di briccone d’ingegno, o di libertino

irresistibile, o di scienziato, o d’artista; nella modestia, o anche

nella superbia, d’un valentuomo; nei modi gentili, o anche rozzi di

qualcheduno, purchè rozzi in una certa guisa sprezzante e virile che le

piaceva. Infine tutti questi non erano che gli appetiti dell’ape che ha

una puntura per ogni fiore nell’interesse del miele: ossia tutto questo

non dimostrava in donna Angioliera che un ridestarsi continuo di quelle

non mai paghe aspirazioni verso quell’incognito indistinto a cui ne

guidano gl’incogniti fini della natura.

L’universo ne è pieno in un modo occulto, terribilmente vorticoso e

imperioso; sicchè le povere leggi umane che ne vogliono saviamente

frenare la violenza, sono come una fragile diga battuta continuamente

dal fiotto d’una tempesta. Per tali aspirazioni, o anche istigazioni

dell’istinto, gli occhi intelligenti, attenti e curiosi di questa donna

intuivano le sue affinità maschili in tutti quei pregi corporei, ovvero

spirituali, che secondo lei, giustificavano la sua stima, e, in certi

casi, la sua amabile tenerezza.

Naturalmente, altrettanto vive che le sue simpatie e le sue tenerezze,

erano le sue ripugnanze. Bastava che uno, per esempio, ai gusti, ai

modi, ai costumi, al vestire, ai discorsi, le ricordasse il marito,

(quel marito di cui si pentiva tanto, e che era stato l’avventatezza

più fatale della sua gioventù sitibonda e inesperta); perchè ella

non lo potesse soffrire colui, fosse pur bello come l’«Antinoo» del

Vaticano, o slanciato come il «Mercurio» di Gian Bologna, o formidabile

come il marchese capitano Rolando di Mascarpone.

Come amico del cuore del conte Pier Francesco Aquilegi, il marchese di

Mascarpone tentò naturalmente di possederne la moglie...

Egli aveva su tutti gli altri uomini il vantaggio d’un’erculea

corporatura, e doveva ad essa le sue continue conquiste, non meno che

alla sua bella uniforme di capitano di cavalleria; uniforme che poi

dovè abbandonare per esuberanza di debiti non pagati. Gliene rimase

per altro la soldatesca fierezza di parata nel portamento, nei baffi

arroncigliati e stirati innanzi verso lo spettatore, e nell’incedere

dei passi: veri passi di Marte coi quali egli misurava prestissimo, a

suon di sproni, le strade e le piazze della città. A vederlo, pareva

sempre che fosse come il banditore d’uno stato d’assedio. Per queste

qualità fortunato assai con le donne, non lo era egualmente al gioco,

e doveva ricorrere, per le riparazioni, ai suoi numerosissimi e ricchi

amici, i quali poi ricorrevano a lui per le loro compre di cavalli, e

per le loro questioni d’onore. Quando un cavallo era stato sottoposto

all’occhio intelligente e al tatto squisito del capitano, si poteva

andar franchi riguardo alla fede di nascita e al merito della bestia.

Come pure il suo giudizio era egualmente infallibile quando si trattava

di sapere se due pistole o due lame erano così pure o onorate, da

potersi misurare di fronte, e barattarsi colpi più o meno vicini, più o

meno fatali.

Con tanti pregi, la resistenza incrollabile di donna Angioliera parve

al marchese, furiosamente respinto e non più ricevuto, una cosa

veramente incomprensibile e nuova: più ci pensava, e meno se la sapeva

spiegare: gli pareva infine una grande stupidità, ma specialmente

una grande offesa fatta a lui, ai suoi meriti personali. Non c’era

che il disprezzo, ed egli disprezzò la signora, e aumentò invece la

sua amicizia per l’amico del cuore; a tal segno che quando l’aura

maligna soffiata da Giuditta, per le istigazioni d’Eufemia, cominciò

a circolare in quel bel mondo cattivo, il solo a non riderne fu il

marchese di Mascarpone; anzi se n’offese per l’amico del cuore, e corse

a avvertirlo.

L’amico del cuore non glielo diè a divedere, ma si stizzì parecchio

per questo zelo importuno; gli parve curioso, per vero dire, gli parve

anche sospetto; si domandò se quello era un servizio da amico; non gli

parve, per vero dire, ma lo ringraziò moltissimo, e tacque come se la

cosa fosse finita.

— E dunque, che intendi di fare? — gli domandò il capitano,

maravigliato di quel silenzio.

— Ci penserò.

— Ci penserai? ma, caro mio, un uomo d’onore, come sei tu, in questi

casi non pensa... agisce!

— Agirò: io voglio che il dottore Stellini mi provochi davanti a

testimoni, e allora io potrò sfidarlo senza che apparisca il nome di

mia moglie come motivo dello scontro.

— Tua moglie... tua moglie... — incominciava a dire il marchese

accigliato, ma l’altro lo interruppe esclamando:

— Basta! basta! non credo alle ciarle: Angioliera mi fu sempre fedele.

Il marchese, per alcuni istanti, lo contemplò stupefatto; e soggiunse:

— Capisco, sei un gentiluomo: la tua buona fede non potrebbe esser

maggiore, la tua delicatezza è grandissima: io t’ammiro; e trattandosi

di tua moglie, d’una signora, sono un gentiluomo anch’io, e la

rispetto: ma con franchezza di soldato ti dico (io un po’ me n’intendo)

che il dottore Stellini se ne vanta, e perciò lo scontro bisogna che

avvenga, e presto.

— Avverrà, avverrà.

— Non mica che io non lo deplori, sai: un duello è sempre una cosa

seria, specialmente quando impegna un amico come te...

— Oh grazie! grazie!

— Ma vedi, tu tiri benissimo, e il dott. Stellini è un vile che non ha

mai preso una sciabola, nè un fioretto: non si batterà.

— Oh si batterà! si batterà!

— Non si batterà, stai sicuro: e allora, vedi, gli facciamo firmare una

dichiarazione la più umiliante, la più infamante che sia possibile,

gliela pubblichiamo insieme col verbale, e lo svergognamo!

— Benissimo, ma per obbligarlo a firmare questa dichiarazione bisogna

prima provocare un’offesa da lui, ed è quello che voglio.

— Già già, ma sbrigati.

— Dove posso trovar questo mascalzone? io l’andrò cercando per tutta

Roma! quali sono i luoghi che è solito frequentare?

— Io spesso lo vedo al Pincio, so che recapita in una farmacia in via

Gregoriana, e pranza in un’osteriuccia in Piazza di Pietra: qualche

volta viene anche in casa Gobbetta: io stasera ci vado a far la

partita: vieni anche te; chi sa che non ci capiti la palla al balzo...

vieni, vieni.

— Sì sì verrò: addio.

Il peccato del dottore · 第 31 / 53 题