Si verificava nella condotta di Giuditta la sentenza dolorosa del
Vangelo che «i nemici dell’uomo sono i suoi familiari». Donna
Angioliera era stata molto buona con lei; ne aveva tollerato i difetti,
l’aveva ricolmata di doni; poi aveva dovuto, per un motivo giustissimo,
licenziarla; tale conseguenza inevitabile Giuditta la doveva solo a sè
stessa, ma invece incolpavane la padrona, e cercava di farle del male.
Ignorando affatto l’odiosa congiura che le era sorta alle spalle,
donna Angioliera anticipò il suo ritorno a Roma, e vi riprese la sua
solita vita, cioè la fatica continua, estenuante, di chi, con lena
affannata, sospira la gioia, la felicità, e invece si trova tanto
respinto indietro, quanto più si esaurì tendendo verso l’inarrivabile
meta del sogno e del desiderio. E così in mezzo alle dovizie, ai
piaceri, agli svaghi, alle sodisfazioni di vedersi corteggiata come una
delle principesse della bellezza e dell’eleganza, non mancavano alla
povera donna le lacrime, le noie, il senso doloroso della fugacità, gli
scoraggiamenti.
Nondimeno questa vita fastosa e superficiale insuperbivala in modo che
il dottore, affaticato nell’opera necessaria alla sua sussistenza,
le appariva talora d’una condizione troppo modesta se paragonata
alla sua, e alle relazioni tutte splendide di titoli, d’ozio, di
signoria, in mezzo alle quali viveva in un ritorno continuo di visite,
di convegni, di cavalcate, di balli, di conferenze, e di concerti
musicali, nei quali ella talora faceva udire, fra gli applausi, la sua
voce profondamente gentile. In lei dunque nasceva naturalmente un po’
di quella superba fatuità che raffredda l’affetto, e scema la stima
verso i più umili. Ella era inoltre un’anima eminentemente cercatrice
di quanto poteva eccitare la sua ammirazione, la sua curiosità, la sua
simpatia. Le cause ne erano molteplici e varie. Potevano consistere,
per esempio, nel bel sorriso d’un volto; ne’ begli occhi d’un fascino
imperatorio; nella fama di briccone d’ingegno, o di libertino
irresistibile, o di scienziato, o d’artista; nella modestia, o anche
nella superbia, d’un valentuomo; nei modi gentili, o anche rozzi di
qualcheduno, purchè rozzi in una certa guisa sprezzante e virile che le
piaceva. Infine tutti questi non erano che gli appetiti dell’ape che ha
una puntura per ogni fiore nell’interesse del miele: ossia tutto questo
non dimostrava in donna Angioliera che un ridestarsi continuo di quelle
non mai paghe aspirazioni verso quell’incognito indistinto a cui ne
guidano gl’incogniti fini della natura.
L’universo ne è pieno in un modo occulto, terribilmente vorticoso e
imperioso; sicchè le povere leggi umane che ne vogliono saviamente
frenare la violenza, sono come una fragile diga battuta continuamente
dal fiotto d’una tempesta. Per tali aspirazioni, o anche istigazioni
dell’istinto, gli occhi intelligenti, attenti e curiosi di questa donna
intuivano le sue affinità maschili in tutti quei pregi corporei, ovvero
spirituali, che secondo lei, giustificavano la sua stima, e, in certi
casi, la sua amabile tenerezza.
Naturalmente, altrettanto vive che le sue simpatie e le sue tenerezze,
erano le sue ripugnanze. Bastava che uno, per esempio, ai gusti, ai
modi, ai costumi, al vestire, ai discorsi, le ricordasse il marito,
(quel marito di cui si pentiva tanto, e che era stato l’avventatezza
più fatale della sua gioventù sitibonda e inesperta); perchè ella
non lo potesse soffrire colui, fosse pur bello come l’«Antinoo» del
Vaticano, o slanciato come il «Mercurio» di Gian Bologna, o formidabile
come il marchese capitano Rolando di Mascarpone.
Come amico del cuore del conte Pier Francesco Aquilegi, il marchese di
Mascarpone tentò naturalmente di possederne la moglie...
Egli aveva su tutti gli altri uomini il vantaggio d’un’erculea
corporatura, e doveva ad essa le sue continue conquiste, non meno che
alla sua bella uniforme di capitano di cavalleria; uniforme che poi
dovè abbandonare per esuberanza di debiti non pagati. Gliene rimase
per altro la soldatesca fierezza di parata nel portamento, nei baffi
arroncigliati e stirati innanzi verso lo spettatore, e nell’incedere
dei passi: veri passi di Marte coi quali egli misurava prestissimo, a
suon di sproni, le strade e le piazze della città. A vederlo, pareva
sempre che fosse come il banditore d’uno stato d’assedio. Per queste
qualità fortunato assai con le donne, non lo era egualmente al gioco,
e doveva ricorrere, per le riparazioni, ai suoi numerosissimi e ricchi
amici, i quali poi ricorrevano a lui per le loro compre di cavalli, e
per le loro questioni d’onore. Quando un cavallo era stato sottoposto
all’occhio intelligente e al tatto squisito del capitano, si poteva
andar franchi riguardo alla fede di nascita e al merito della bestia.
Come pure il suo giudizio era egualmente infallibile quando si trattava
di sapere se due pistole o due lame erano così pure o onorate, da
potersi misurare di fronte, e barattarsi colpi più o meno vicini, più o
meno fatali.
Con tanti pregi, la resistenza incrollabile di donna Angioliera parve
al marchese, furiosamente respinto e non più ricevuto, una cosa
veramente incomprensibile e nuova: più ci pensava, e meno se la sapeva
spiegare: gli pareva infine una grande stupidità, ma specialmente
una grande offesa fatta a lui, ai suoi meriti personali. Non c’era
che il disprezzo, ed egli disprezzò la signora, e aumentò invece la
sua amicizia per l’amico del cuore; a tal segno che quando l’aura
maligna soffiata da Giuditta, per le istigazioni d’Eufemia, cominciò
a circolare in quel bel mondo cattivo, il solo a non riderne fu il
marchese di Mascarpone; anzi se n’offese per l’amico del cuore, e corse
a avvertirlo.
L’amico del cuore non glielo diè a divedere, ma si stizzì parecchio
per questo zelo importuno; gli parve curioso, per vero dire, gli parve
anche sospetto; si domandò se quello era un servizio da amico; non gli
parve, per vero dire, ma lo ringraziò moltissimo, e tacque come se la
cosa fosse finita.
— E dunque, che intendi di fare? — gli domandò il capitano,
maravigliato di quel silenzio.
— Ci penserò.
— Ci penserai? ma, caro mio, un uomo d’onore, come sei tu, in questi
casi non pensa... agisce!
— Agirò: io voglio che il dottore Stellini mi provochi davanti a
testimoni, e allora io potrò sfidarlo senza che apparisca il nome di
mia moglie come motivo dello scontro.
— Tua moglie... tua moglie... — incominciava a dire il marchese
accigliato, ma l’altro lo interruppe esclamando:
— Basta! basta! non credo alle ciarle: Angioliera mi fu sempre fedele.
Il marchese, per alcuni istanti, lo contemplò stupefatto; e soggiunse:
— Capisco, sei un gentiluomo: la tua buona fede non potrebbe esser
maggiore, la tua delicatezza è grandissima: io t’ammiro; e trattandosi
di tua moglie, d’una signora, sono un gentiluomo anch’io, e la
rispetto: ma con franchezza di soldato ti dico (io un po’ me n’intendo)
che il dottore Stellini se ne vanta, e perciò lo scontro bisogna che
avvenga, e presto.
— Avverrà, avverrà.
— Non mica che io non lo deplori, sai: un duello è sempre una cosa
seria, specialmente quando impegna un amico come te...
— Oh grazie! grazie!
— Ma vedi, tu tiri benissimo, e il dott. Stellini è un vile che non ha
mai preso una sciabola, nè un fioretto: non si batterà.
— Oh si batterà! si batterà!
— Non si batterà, stai sicuro: e allora, vedi, gli facciamo firmare una
dichiarazione la più umiliante, la più infamante che sia possibile,
gliela pubblichiamo insieme col verbale, e lo svergognamo!
— Benissimo, ma per obbligarlo a firmare questa dichiarazione bisogna
prima provocare un’offesa da lui, ed è quello che voglio.
— Già già, ma sbrigati.
— Dove posso trovar questo mascalzone? io l’andrò cercando per tutta
Roma! quali sono i luoghi che è solito frequentare?
— Io spesso lo vedo al Pincio, so che recapita in una farmacia in via
Gregoriana, e pranza in un’osteriuccia in Piazza di Pietra: qualche
volta viene anche in casa Gobbetta: io stasera ci vado a far la
partita: vieni anche te; chi sa che non ci capiti la palla al balzo...
vieni, vieni.
— Sì sì verrò: addio.