XIV.

— Che cos’ha la mamma? — domandava Maria, divenuta tutta timida, alla

signora Emilia.

La madre era andata a nascondere nel suo _boudoir_ la sua angoscia.

Sentivasi combattuta, e come serrata fra due pene contrarie, la pena

dolce e la pena amara, ovvero pene amarissime tutte e due in quel

contrasto del libero amore, e del vincolo d’un uomo che non meritava

il sacrifizio di quanto ella aveva più desiderabile e vivo se non solo

perchè il patto matrimoniale glielo imponeva. Ci fu un momento che le

parve così intollerabile la vita condannata a quella catena e a quella

faticosa finzione, che non pensò più a reprimere i suoi gemiti e i suoi

sospiri.

La cameriera l’udì, ed entrò a domandarle se si sentiva male. Ella non

le rispose. Ma quando la cameriera fu uscita, la signora riprese a

piangere più desolatamente per l’umiliazione sofferta da una persona di

servizio, che aveva preteso di consolarla!...

«Ecco, ecco le conseguenze» ella diceva.

La mattina dopo il conte mandò ad avvertire il portinaio che la signora

non riceveva nessuno: ma la padrona era lei, e perciò mandò a dire che

la signora per il dottore Stellini era in casa.

Ella era in uno di quei periodi, nei quali (ora forse per quella

solitudine della villa) il suo amore per il dottore rinverdiva come una

giovane pianta di primavera. Quel giorno sarebbe andata incontro anche

alla morte pur di vederlo. E quando nel giardino udì la voce del suo

amico che parlava col servo, ella si fogò alla finestra, e provò una

ebbrezza infinita.

Il servo introdusse timidamente il dottore nel salotto della signora...

Credeva di trovarla sola, e ci trovò anche il marito!... Stava colà

in piedi nell’ombra gettata dal tendone della finestra, e pareva uno

spettro. Non è possibile immaginarsi un’apparenza più fredda e più

altera. La moglie gli presentò l’amico, e il conte gli sporse la

mano, guardandolo con gli occhi fissi e sbarrati d’un impiccato. Il

dottore dovè pur toccar quella mano, ma compiendo, con grandissima

ripugnanza, quell’atto bugiardo, gli sembrò di perdere qualcosa della

sua integrità morale e d’acquistare egli pure una brutta piega di falso

e di farabutto. Il conte sorrise: quel sorriso, accompagnato da quello

sbarramento degli occhi lenti era spaventevole. Quell’uomo soffriva, e

il dottore n’ebbe pietà.

Dopo pochi minuti, ad accrescere le spine di quel terribile incontro,

entrò in salotto Maria. Entrò fresca e giuliva come un fiore di

campo. Teneva in collo un gattino infioccato di nastri azzurri, e

gli faceva da mamma baciandolo e dicendogli delle tenere paroline.

Tutt’e due incominciarono a giocare allegramente per il salotto.

Maria fece qualche passo di _valzer_, insegnatole in que’ giorni

dalla signora Emilia, e quando il gattino saltava improvviso a

mordicchiarle i calcagni, ella rideva ed esclamava di gioia. Quale

immagine, in ambedue, nel gattino e nella bambina, della felicità

fanciullesca!... Il conte s’accarezzava la barba con un moto lento, e

con que’ suoi occhi velenosi, ma che avevano pure qualcosa del santo

estatico, guardava ora il dottore, e ora Maria sì vagamente brunetta

e dai capelli neri. Egli invece i capelli li aveva d’un biondo che

nell’infanzia era stato rosso arancio.

— Angioliera cara, — poi disse con voce placida e mansueta — ricordati

che dobbiamo fare quella visita. — Ed uscì senza salutare il dottore.

Maria continuava a ballare e ridere col gattino.

— Maria, vai di là — le disse la mamma: — mi dai noia.

Appena uscita Maria, ella porse le avide labbra al dottore.

— No no — egli bisbigliò trasalendo.

— Non lo vede, signor dottore, che povera donna son io? — ella disse —

che cosa vale a noi povere donne tanta forza morale, se poi la forza

fisica ci abbandona? Io non vorrei nella battaglia della vita rimanere

mai così spenta, mai come oggi!

Il dottore le fece varie domande da medico che conosceva bene la sua

ammalata, e le raccomandò la calma e il riposo.

Ella guardò: poi si piegò di fianco verso di lui che le sedeva vicino,

gli baciò sommessamente la guancia, e gli bisbigliò frettolosa: —

Voglio che almeno ti rimanga tutto il giorno la dolcezza di questo

bacio.

Il dottore uscì accompagnato dagli occhi desolati e amorosi della

signora.

Ma più tardi ebbe una sua lettera per mezzo dell’Emilia che uscì per

condurre a spasso Maria. Gli diceva d’avere avuto una scena terribile

col marito, il quale l’aveva offesa nel modo il più orrendo. Ella aveva

sopportato con gioia quei colpi durissimi, perchè straziavano un cuore

tutto pieno di lui! Ma se invece avesse ascoltato sè sola, e non anche

l’amore materno, sarebbe fuggita per non mai più ritornare. Non voleva

che una simile scena si ripetesse. Perciò non venisse più alla villa,

e tornasse a Roma, dove presto sarebbe tornata anche lei. Sì, sarebbe

tornata a rivedere l’uscio verde della sua casa, e a cogliere i glicini

che infioravan le sue finestre. Come amava quel fiore!... Come il solo

ricordarne il profumo la riempiva di serenità e di contentezza!...

Il dottore obbedì, e il giorno dopo, affrettavasi al vaporino, fermo

alla riva in attesa dei passeggieri, quando incontrò il conte Aquilegi

che guardava attorno con occhi spiritati, come se cercasse qualcuno. Si

balenarono un’occhiata, e senza salutarsi, si dispersero ambedue fra la

gente.

Il dottore salì a bordo, s’affacciò alla ringhiera del battello, e

rivide il conte tra la gente che ingombrava la riva. Egli voleva

proprio assicurarsi che il dottore partiva, e lo guardava insaziabile

con un ghigno mefistofelico: un ghigno che aveva quasi la contrazione

del riso, ed era come una finestra a cui l’odio di quell’uomo dagli

occhi dolci s’affacciava in tutta la sua bruttezza.

Il dottore si tolse di là impazientito, e disparve.

Il conte, allontanandosi per ritornare alla villa, si voltava e si

rivoltava verso il battello, bisbigliando tra i denti: «Ha avuto paura

di me quel vigliacco!... quell’infame!... quel gesuita!...»

Dopo la partenza del dottore, il conte, contento assai di non più

incontrarlo, fu anche più mellifluo e cortigiano con Angioliera cara,

ma la serietà e la cupezza dei loro visi pareva spesso la nube nera

d’un gran temporale, distesa ancora sull’orizzonte.

Egli presumeva, con la sua politica, di darla a bere a quei furboni dei

cittadini di Riva; voleva, per lo meno, che lo credessero un marito

ignaro, e vivente in ottima buona fede e armonia con la moglie. Perciò

l’accompagnava alla messa, la seguiva in qualche visita straordinaria,

e facevano insieme, quasi ogni giorno, la trottata per l’amena e

selvaggia strada tra le montagne aspre e il verde specchio del lago.

Guidava lei, con agevolezza sprezzante, la poderosa pariglia, bene

ergendo il busto dall’alto sedile, e con un viso sì serio e intento,

da parer quasi duro. Ovvero ella attraversava il paese cuoprendo

della lunga veste d’amazzone il robusto fianco della sua baia dorata.

I moti del superbo animale invaghivano anche di più la spigliatezza

agile, ma formosa, e bene arcuata alle anche, della pallida e ardita

cavalcatrice. Non guardava nessuno, ma tenendo gli occhi superbamente

fissi all’alta testa della cavalla, mostrava il più alto disprezzo pei

cittadini di Riva, di cui non curava le ciarle. Il marito la seguiva

all’ambio o trottando su un cavallino arabo brioso, ma così mansueto

che lo montava anche Maria; e dava e riceveva i più cordiali saluti.

Poi le più ilari maldicenze si spandevano dietro a loro tra la polvere

della strada.

L’Eufemia e Giuditta, udendo lo scalpitìo dei cavalli, accorrevano

tutte ridenti sull’uscio o alla finestra. Esse ne sapevano più di

tutti. Sapevano che il conte venuto a Riva proprio a tempo per

ripetervi la tragedia della Francesca; invece se l’era lasciato

scappare!...

— Ah ah ah ah!... le risate di quelle sciocche e birbone, non avevan

più fine.

— Come si fa, — diceva l’Eufemia — come si fa a tradire un uomo così

bello, e così buono! Dio mio, se il Signore me l’avesse dato a me un

marito simile, credi, Ditta, l’avrei adorato in ginocchio, senza mai

fargli un torto! e quell’infame invece gliene fa tanti! E senti, Ditta,

ora che hai trovato a Roma un altro servizio, ringraziane il Signore

che t’ha aiutato, fai anche una novena a Sant’Antonio, ma racconta a

tutti quello che sai.

— A tutti: — rispondeva Giuditta — non dubitare! io conosco tutte le

cameriere, tutte le cuoche, tutti i servitorelli delle sue amiche; ci

troviamo in mercato, al Pincio, in piazza Navona, e lo ridirò a tutti:

deve comparire anche sui giornali.

— È quello che io desidero, Ditta, perchè una canaglia simile io non

l’ho mai trovata: lui un traditore! un ingannatore! e lei... e poi

mandarti via senza motivo!

— Senza motivo! — ripetè Giuditta — per un capriccio!...

— E poi su due piedi — rispose l’Eufemia — come neanche una ladra,

neanche una meretrice!

— Appena mi lasciò tempo di far la sacca.

— Vedrai che il Signore la punirà: Addio, Ditta: recita un

_paternostro_ a Sant’Antonio ogni giorno: scrivimi presto, e tiemmi

informata di tutto.

E Ditta partì per Roma.

Il peccato del dottore · 第 30 / 53 题