XIII.

S’era di luglio, e la vasta ventilazione del lago e dei boschi

temperava il calore di quella bella giornata. Quasi aliti purissimi che

si svolgessero dagli occulti e benefici elementi della natura, quei

fiati carezzevoli facevano dovunque tremolare le fronde verdi, come

altrettanti ventagli aerei.

Nel giardino della villa si vedeva, ora qui, e ora là, apparire Maria,

bellissima bambina di cinque anni, in candida veste orlata di larghe

trine, nude le piccole braccia, e i capelli neri volanti. Si fermava

a guardare con occhi grandi il luccichio della peschiera e del lago,

e quella varietà infinita dei fiori... Ma le rondini saltellavano su

i meli carichi di pomi, le farfalle palpitavano sulle rose, sulle

viole; di sotto i vasi dei limoni, sbucavano le lucertole trepidanti;

oscillavano le foglie, balenavano le acque, tutto era palpito e moto

di vita; e così dopo quel lampo d’inconsapevole ammirazione, tornava

a muoversi anche Maria; correva, saltava la siepe, si stendeva, si

rotolava su i praticelli... Poi si fermò di nuovo a guardare attenta

i pesci dorati che si muovevano anch’essi nella fontana, e vedendovi

riflessa, in un’ombra più scura, la sua immagine bianca, rimase assorta

in quella contemplazione.

A un tratto, non meno agile d’un grillo che spicchi un salto nel prato,

ella corse incontro alla mamma, che, con in mano un gran mazzo di fiori

e d’erbe odorose, e accompagnata dal dottore, era apparsa sotto il

portico del giardino.

— Oh ecco la mammina dei gatti! — disse il dottore perchè Maria

prodigava carezze a tutti i piccoli gatti della villa.

Maria, aprendo le braccia, si fogò, con un impeto d’affetto e di gioia,

addosso alla mamma, si tenne stretta al suo collo; e quindi tornò a

divertirsi.

— Come ama sua madre! — sclamò il dottore.

Donna Angioliera sorrise, ed entrò con lui nel museo.

C’era caldo perchè durante la notte le finestre erano state chiuse. Il

dottore le aprì, ed entrò l’aria fresca delle montagne che un turbine

di nubi rendeva più azzurre nell’ombra, con qua e là dei larghi sprazzi

di neve.

Di fuori era spenta ogni voce degli animali. Soltanto gli uccelli

avevano come dei placidi colloqui di famiglia nei loro nidi. La natura

silenziosa pareva incantata dal suo stesso splendore.

Donna Angioliera vestiva un lungo abito di lanina bianca, con un largo

nastro color tortora stretto alla vita sottile, e fermato, sul fianco

sinistro, da una grande e antica fibula di lucido _strass_. Quel

giorno s’era voltata i capelli sulla fronte come una fiamma, o come la

corona d’un cherubino pallido ed estasiato, una copia dell’Angelico

che ella teneva in camera, presso il serico padiglione del suo letto.

Il dottore pensò che ella aveva voluto quella mattina acconciare la

sua pettinatura su quel modello celeste, ma nondimeno il suo viso, sì

nobile e fine, ricordava pur sempre la generazione galante di quelle

aristocratiche donne che ballavano con tanta leggiadria i minuetti,

accompagnate dal dolce violoncello del Boccherini.

Ella spartiva nei vasi quella gran copia di fiori che serbavano

tuttavia la freschezza della rugiada, e che parevano espandere,

odorando, la loro anima pura per quelle stanze. Tanta gaiezza e varietà

di colori era come il giubilo d’una festa fugace accanto alla severa

malinconia di quei molti simulacri marmorei, di quei miti dell’estetica

e del culto pagano, nelle cui nobili forme pareva che l’antichità

spenta avesse impresso un senso triste e solenne, quasi d’immagini

eternate nell’immobilità della morte.

— Ecco! — ella fece tutta contenta, quando ebbe finito d’infiorare

il salotto; e presa da una coppa d’argento una sigaretta, andò ad

appoggiare la testa sui morbidi guanciali del suo sofà, sì civettuoli

di colori e di gale. Accese la sigaretta al dottore e per sè, e, come

soleva spesso, incominciò a spiegare all’amico il proprio carattere.

Egli l’ascoltava sorridendo e fumando.

— Si sì, hai ragione, cara, — le disse sapendo di farle piacere — tu

sei ancora un mistero per me dopo sei anni: ma che cosa vale il tempo

in questo? noi potremmo rimanere insieme tutta l’eternità amandoci

sempre, odiandoci qualche volta, ma senza comprenderci mai, non è

vero?...

Ella sorrise, e atteggiò le labbra a fumatrice =provetta=.

— Ma come tu vuoi comprendermi, — disse — se io stessa non mi

comprendo? tu dici che io son piena d’incoerenze, che sono troppo

volubile e strana, e sarà così: stamani, per esempio, assaporo una gran

voluttà qui con te, in mezzo al profumo di questi fiori; e stasera

forse mi sentirò triste, accasciata, mi sentirò come se io fossi la più

misera donna di questo mondo...

— E domani?

— Chi sa domani?... forse... se rimarrai qui con me mi sentirò ancora

felice.

— Forse!... come sei cattiva!

— Non sono io cattiva, ma quel piccolo demonietto che ho in me, e che

forse ereditai da mia nonna: mia nonna era molto bella e capricciosa:

fuggì dal marito, viaggiò mezzo mondo, e poi per amore s’avvelenò:

quello che di certo non farò io, perchè io non sono una donna

appassionata, non sono una donna sentimentale, io sono una donna molto

positiva: soltanto... vedi se io sono buona!... io mi rattristo, io mi

scoraggio quando vedo delle donne più giovani e più belle di me: allora

penso: se il mio amico mi vedesse in mezzo a loro, non sarei più io la

sua preferita.

— Come sei buona! ma stai sicura, nessuna donna, fosse anche la più

bella del mondo, può preferirsi a quella che amiamo.

— Sì sì, ma se io, bionda, avessi, per esempio, gli occhi neri della

marchesa di Valmorel, quella che mi lodavi tanto, mi adoreresti, mi

baceresti i piedi come al papa!

— No, i piedi nè a te, nè al papa: ma tu credi che saresti più bella

con gli occhi neri? no, mia cara: la natura, quando non produce dei

mostri, fa tutto corrispondere in una relazione armoniosa di colori, di

linee, di sfumature, per cui se tu presumi far meglio di lei, e vuoi

variarla, ne nasce subito una bruttissima stonatura, come le brune,

per esempio, che si trasformano in bionde, facendo acquistare ai loro

capelli un bellissimo colore di stoffa ritinta.

— Già, come qui a Riva, la marchesa Ciancieri: oh come sei intelligente

tu!... zitto... una carrozza...

— Qualche visita! — sclamò il dottore.

— No, io oggi sono invisibile a tutti: via leggimi qualche cosa.

— Che devo leggerti?

— Quel brano dell’ombra...

— Di Patroclo?

— Sì.

— Ma ti secca: sbadigli: tu non capisci i poeti.

— Io capisco tutto, quando c’è chi mi aiuta.

— Come sei buona! — sclamò il dottore, e, aprendo il libro, soggiunse

sorridendo: — Facciamo anche questa per contentarti, ma al primo

sbadiglio, smetto: Achille dunque non è più un mito, ma un uomo, quando

piange l’amico ucciso: e «piange disteso sulla riva del mare...»

S’interruppe, e tutt’e due ammutirono, perchè una mano furiosa scosse,

in fondo all’andito, l’uscio del museo, come se volesse atterrarlo.

— Sarà la mia cameriera che è tanto villana — ella disse — ma non può

entrare perchè ho chiuso di dentro: seguita a leggere: Achille dunque è

disteso sulla riva del mare; mi piace quell’apparizione del morto sulla

riva del mare.

— Sì «il mare dagl’innumerevoli suoni dove Achille gemeva alla riva

imbiancata dai flutti. Ma poichè aveva affaticato le belle membra

inseguendo Ettore attorno l’alto Ilio, il dolce sonno gli versò l’oblìo

delle pene, e lo circonfuse... e l’anima dello infelice Patroclo gli

apparì, gli s’arrestò sospesa sul capo, e gli disse: — Achille, tu

mi dimentichi... più non ti ricordi di me... Dammi la mano, io te ne

supplico piangendo, perchè non tornerò più dall’Ade...

Di nuovo s’interruppe, perchè fu battuto all’uscio.

— Ma chi è? vado a vedere: tu resta qui — ella disse.

Tornò dopo pochi istanti dicendo serissima, e col tono di chi annunzia

una gran disgrazia: — È venuto mio marito.

— Era lui che bussava?

— No, ora era l’Emilia; ma prima era lui.

— E dov’è andato?

— Su in casa.

— E ora?

— Ora...

E per mostrare che non aveva paura, ma che era molto irritata da

quell’arrivo improvviso, incominciò a canticchiare, pallida e

animatissima, un’aria sgherra, imitando, coi moti vivi e graziosi della

testa e del busto, la civetteria ardita d’una cantatrice di canzonette.

— Ecco il demonietto della nonna! — disse il dottore — ma ora

non è tempo di gorgheggiare, benchè tu abbia in te tutti i doni

dell’armonia!...

Ella, con un viso serio e superbo, s’avviò verso l’uscio, e il dottore

la seguì.

— Se ti maltratta? — egli le disse — io vado incontro a tutto, pur di

salvarti.

— Oh come sei noioso, o tragico Otello! come dai sempre troppa

importanza a tutte le cose!

— Ma come ardirai di presentarti a lui? di certo avrà risaputo che io

ero qui...

— E se l’ha risaputo? non sei il mio medico? non posso ricevere il

medico? che mi fa le iniezioni di morfina?...

— Non te l’ho mai fatte per vero dire... e lo crederà?

— Altro! tu non conosci mio marito: mi crede tutto, non è come te che

non mi credi mai: è un marito ideale, specialmente quando è lontano;

ma sai perchè è ritornato? perchè non ha più quattrini, e io, questa

volta, non glieli ho voluti mandare, ma ho fatto male: che cosa non gli

darei pur di non vedermelo vicino!

Prima d’aprir l’uscio, ella baciò il dottore.

Guardarono fuori; tutto taceva: non c’era alcuno nel giardino, tranne

il cane di guardia dormente sulla ghiaia, in un angolo ombroso.

— Vai — ella gl’intimò a bassa voce.

Il dottore esitava. Parevagli una viltà l’andar via incolume, e lasciar

quella povera e debole donna sola, senza che egli fosse lì a difenderla

contro la collera del marito.

— Vai — ella gli ripetè sommessa e impaziente: poi soggiunse ad alta

voce: — Arrivederla a domani, signor dottore; venga e farà un gran

piacere anche a mio marito.

Ella corse sotto il portico, ed entrò in casa: il dottore s’avviò giù

per l’ombroso stradone verso il cancello, ma era inquieto: voltavasi

addietro, guardava intorno, si fermava a ascoltare.

Paventava per donna Angioliera, ma questa invece, pur sentendo tutto

il peso e tutto l’incomodo della sua condizione, era perfettamente

tranquilla riguardo alle conseguenze di quella noiosa improvvisata di

suo marito.

I suoi peccati d’amore non le davano alcun rimorso: li riguardava

come un modo, troppo facile a dire il vero, di reagire contro l’uggia

e l’antipatia che le ispirava quella subiezione legale ad un uomo sì

grossolano e sì indelicato. Egli, oltre all’essere ciò che era, aveva

altri grandissimi torti verso di lei. D’un’intelligenza e d’una potenza

morale tanto inferiore alla sua, fino dai primi dì della loro unione,

quando intorno alla sposa novella ed innamorata aleggiava ancora

qualche spirito di poesia; egli aveva tolto queste ali alla psiche,

abbassandola alla sua scuola; ed era avvenuto come se offendendo il

profumo d’un fiore, egli ne avesse contro di sè eccitato i veleni. Una

tale contaminazione aveva avuto poi l’altro effetto di deprimerlo anche

di più in faccia alla moglie ricchissima, ardente, indisciplinata; onde

in lui quella tolleranza stizzosa che accresceva la irritabilità de’

suoi nervi, e a cui non rimaneva altro sfogo che un biasimo continuo

e inefficace, ma, secondo lui, ben meritato da quella moglie infedele

e malvagia. Perchè come marito benedetto da un vescovo in chiesa,

e autorizzato dal sindaco, pretendeva che una virtù che egli aveva

contribuito a spengere, dovesse sussistere ancora, e unicamente per lui.

Il pover uomo aveva bisogno di spazio, e perciò era andato ad aspettare

la moglie nella gran sala da ballo...

Egli malediva cordialmente chi gli aveva reso quel bel servizio di

farlo accorrere a riparare i suoi torti. Ma non sarebbe accorso,

e sarebbe rimasto invece a giocare e nudrire una delle più belle

avventuriere d’Europa, una vera meteora di Venere disastrosa; se

appunto, come sappiamo, non si fosse, tra il gioco e la meteora,

vuotato le tasche: non aveva più un soldo.

Ora dunque andava su e giù a gran passi per la gran sala da ballo, e

faceva quei moti superflui che ordinariamente fa ognuno che, acceso di

rabbia, e senza potersi sfogare come vorrebbe, si trovi in un grande

impiccio. Gli passavano per il viso furibondo e allibito tutte le ombre

del male: l’odio, la collera, lo sgomento, la gelosia, la disperazione.

Si mordicchiava le unghie, strabuzzava gli occhi, levava su il pugno

come per avventare una saetta a qualcuno; stringevasi nelle spalle,

si cacciava le mani in tasca, si fermava, guardava in terra, oppure

guardava il grande soffitto come se volesse invocarlo o sfidarlo:

perchè nel soffitto ridevano largamente dipinti gli Dei in quella

carnale e rosea nudità che era permessa in Olimpo quando v’imperava

Giove tuonante.

Oh se egli avesse potuto avere nel pugno il fulmine di quel Giove, o la

clava ginnastica su cui riposava tranquillo quel formidabile Alcide,

vicino alla madre Alcmena!

Un lieve passo che s’udì muovere per la sala, gli fece volgere il viso.

Era lei...

Lui spinse innanzi il torace stirando indietro le braccia, coi pugni

stretti: e lei, vedendo quel brutto viso villano, non meno ardita che

altera, gli voltò immediatamente le spalle, avviandosi verso l’uscio

con un’aria da regina che discende dal trono.

— Andate pure! tanto la vita di quell’uomo è nelle mie mani! — le disse

a bassa voce, fremebondo, e seguendola a passo lento.

— Prendetevela, è il mio medico, e domani tornerà a visitarmi:

uccidetelo pure sotto i miei occhi.

A quell’ironia e a quell’annunzio d’un’altra visita del dottore, con

l’obbligo impostogli d’ammazzarlo, non si potè più tenere, non temè più

di provocare uno scandalo, e incominciò a urlare come un ossesso.

— Oh quale divertimento è più divertente, e più indecente di questo

per la servitù! — gli diceva donna Angioliera, chiudendo gli usci e le

finestre — m’avete forse invitata qui a prendervi parte?... Che lettera?

Egli gliela buttò sul divano.

Il dottore le aveva sempre scritto con la più cauta e rispettosa

prudenza, sì da parere non amante, ma medico che dà consigli amichevoli

alla signora che ha in cura. Egli parlava in quella lettera d’una

signora inglese, la quale era mancata a un consulto prestabilito, e

il dottore l’aveva aspettata invano. Su quel particolare si fermava

con un po’ d’ironia, ma era difficile capire che egli alludeva a

donna Angioliera. Seguivano degli avvertimenti, un po’ troppo caldi e

premurosi per vero dire, ma confacenti allo stato nervoso della signora.

— Questa lettera vi dovrebbe rassicurare — ella gli disse dopo avervi

scorso gli occhi rapidamente — è il mio medico, e non deve darmi dei

buoni consigli?

— Già... già a uscio chiuso...

Ella suonò il campanello, e al servo che si presentò sulla soglia,

disse di chiamare la signora Emilia.

— Emilia, chi ha chiuso l’uscio del museo, stamattina?

— Io, non sapevo che la signora vi si trovava, — rispose la signora

Emilia — e non volevo che c’entrasse Maria come fa sempre: tocca tutto:

quei marmi stanno lì per l’appunto, e uno glie ne può cadere facilmente

su i piedi...

— Ah, ha chiuso lei, signora Emilia? — fece il conte — ha chiuso lei?

allora tutto è spiegato, Angioliera cara.

Ma sebbene fosse tutto spiegato e, volessero tutto dissimulare e

cuoprire, quel giorno, a pranzo, pareva che durassero una gran fatica a

parlarsi.

— Angioliera cara, perchè non hai appetito? la tua salute, Angioliera

cara, ne soffrirà se non mangi — ei le diceva pallido e volgendole

certi occhi amorevoli e avvelenati che davano un accento anche più

falso alla sua voce melliflua.

— Papà — disse Maria a un certo punto — perchè mi guardi con occhi così

cattivi?

Il papà guardò sorridente Angioliera cara.

Ella s’alzò, prese Maria per mano, ed uscì.

Il conte, rimasto solo, diè colla punta del coltello sulla tovaglia.

— Ma posso esser trattato in un modo più infame?... — mormorò cupo fra

i denti — certamente!... certamente!... sì signore!... io lo sapevo

da un pezzo, ma zitto il mondo, zitto anch’io! Ora quella lettera

maledetta me ne fa sapere delle altre, il mondo parlerà... e io devo

figurare di crederla la migliore delle mogli, perchè ne ho troppo

bisogno per ora!... Ma verrà il giorno che io me la rifarò sulla sua

figliuola, che non è mia: calma, calma, e prudenza per ora... bisogna

fingere, fingono tutti! io so bene, come bisogna vivere a questo

mondo...

Quest’ultima riflessione parve calmarlo. Ci bevve sopra una bottiglia

di Bordeaux, mangiò parecchie sfogliatine con frutta candite, si versò

del _cognac_, prese il caffè, accese uno sigaro d’Avana, e si alzò da

tavola gonfio, un po’ brillo, ma sufficientemente soddisfatto della sua

politica da uomo di mondo.

Il peccato del dottore · 第 29 / 53 题