XII.

Come poi un tale amore potesse continuare sett’anni è uno di quei

misteri che si spiegano facilmente pensando che le radici profonde

d’una passione non cessano di rinverdire anche quando il terreno è

arido, e la fede e l’illusione sono trascorse.

Donna Angioliera, con quella fermezza di volontà che poneva per

soddisfare ogni suo desiderio, lo pregava in ogni lettera di stabilirsi

a Roma, occorrendole di vederlo spesso perchè il suo amore, lontano

dagli occhi, non avesse a languire. Confessando questo pericolo, ella

dimostravasi innamorata e sincera, sebbene sincera, certe volte,

volesse esserlo troppo, e non ingenuamente, ma per apparire, secondo i

casi e le circostanze, o più candida, o più procace, o più cattiva, o

più buona. Quale fosse di tutte queste la sua nota caratteristica più

costante, era difficile a definirsi in quella volubilità e oscillazione

continua d’impulsi e di contraddizioni.

Ma quegli inviti incessanti, la felicità, sì agognata, di vivere a

Roma, di redimersi da quella schiavitù, a catena corta, dei piccoli

luoghi, attraevano molto il dottore... Aveva messo da parte coi suoi

risparmi una somma che gli bastò per trarsi di pena quando l’autunno

dopo si stabilì, libero medico, a Roma, vicino alla donna che amava.

A Roma ella non gli era impedita, come a Riva, dai troppi occhi e dalle

troppe lingue assiepate intorno a spiare e accusare. Donna Angioliera

era libera di star fuori di casa quanto voleva. Quella sua bramosia

un po’ zingaresca d’aria, di spazio, di libertà e di mistero, faceva

sbuffare il marito, conte Pier Francesco Acquilegi; il quale, molto

bell’uomo e spiantato, poi si calmava attingendo senza riguardo alla

ricchissima dote della moglie. La moglie lo reputava addirittura un

cretino: lui reputava la moglie una testa debole, e così andavan

d’accordo. Ma lui provava quasi il piacere d’una vendetta a rifarsi

su i danari della sbadata consorte, valersene per mantenersi in gran

lusso, per soddisfare le sue volgari eleganze da sibarita, per giocare

a rotta di collo, per divertirsi in tutti i modi leciti e illeciti, e

per trovare le teste forti femminili, le quali si commuovevano nel più

tenero modo possibile quando egli si lamentava con loro dei rifiuti e

dell’incuranza della moglie capricciosa, fredda, crudele.

D’una sola cosa aveva paura: del mondo; e quando la moglie passava un

po’ troppo la parte, egli aggiravasi per la stanza con le mani nei

capelli, e non finiva più di ripetere disperato: «Ma che cosa dirà il

mondo!» Era una delle sue vanità, il credersi un uomo d’onore, e anche

un uomo coraggioso, e per mantenere il decoro, la padronanza e il

carattere di marito, s’abbandonava di tanto in tanto a delle sfuriate

achillesche. La moglie lo lasciava sfogare senza resistere e senza

scuse, come una docile pianta che, nella sua molle cedevolezza, è più

forte degli sbuffi del vento. E il marito, per vero dire, sbuffava

terribilmente, sbuffava sempre, era sempre inquieto, brontolone

e nervoso quando era in casa; sicchè procurava di starvi il meno

possibile, e di fuggire la moglie. La sola vista della moglie gli

muoveva una bile acerrima, dissimulata, in presenza altrui, sotto

parole melate e tramezzate, per la vanità di parere un uomo di spirito,

da insulti scherzevoli ed ironie sorridenti, di cui donna Angioliera

del resto non offendevasi punto.

Anche i figliuoli davano poco da fare a donna Angioliera, che era pure

una tenerissima madre. Ma Gastoncino devastatore l’avevano messo in un

buon collegio di gesuiti; e allattata Maria, i più molesti pensieri

ne rimasero alla Giuditta, la bambinaia; e più tardi alla signora

Emilia. Questa, caduta in miseria per le mangerìe d’un parente, donna

Angioliera, sua amica d’infanzia, l’aveva presa molto volentieri come

istitutrice della bambina.

Così donna Angioliera aveva molto tempo da consacrare al dottore. I due

amanti si ritrovavano qualche volta nelle ville dei principi romani,

solitarie, in certe ore, come la muta campagna che le circonda, sotto

quei grandi pini selvaggi che mormorano in alto come una voce armoniosa

e immensa dell’aria.

Talora ella usciva per fare le sue devozioni. Vestiva un abito nero

dimesso, e la bavera nera, e i capelli biondi ripresi dietro e

ricadenti sulle spalle a grosse trecce addoppiate, le davano l’aspetto

d’una eleganza più singolare perchè disusata, ma pur d’un gusto

squisito, e semplicissima. Teneva in mano un libro devoto ingrossato

dalle immagini, dalle foglie secche, e dai fiori che ella, tenerissima

dei ricordi, conservava tra quelle carte. Entrava in una chiesa grande,

vuota, echeggiante, si metteva a sedere innanzi all’effige del _Sacro

Cuore_, e con quel cuore pareva conversare fervidamente, finchè non

veniva il suo amico, com’ella lo chiamava, a distrarla e portarla via.

Ovvero si recava colà in quel remoto quartiere dell’Aventino, dove

nessuno la conosceva, e dove il suo caro amico abitava solo, in faccia

alla Roma antica «in cenere e caverne:» colonne, mura, macerie, volte

oscure e profonde, che sembrano lo scheletro immane avanzato alla

distruzione d’una città favolosa.

Entrando nel vasto portico di quella casa lontana, ella non poteva

sfuggire agli occhi della vecchia e vigile portinaia, la quale erasi

messa in testa che ella fosse una signora inglese che saliva spesso,

sofferente e velata, a consultare il dottore. Attraversava l’umido

cortile, svoltava a sinistra per una scaletta segreta, la saliva

celere con giuliva ansietà, batteva lievemente alla porta, che subito

le s’apriva, ed ei ne calmava sul suo petto il petto affannoso. Erano

frettolose queste venute, più frettolose le fughe, ma lunghe le

permanenze. Talora, in aprile e maggio, la luce grandiosa dei tramonti

romani, mista al profumo dei glicini purpurei, che pendevano a grappoli

dalle finestre di quella casa, declinava e smoriva in un azzurro

annottato, ed essi erano ancora là quasi invisibili in quella camera

oscura.

In tal modo trovavano nell’amore un ristoro alle loro tribolazioni,

quando l’amore non diveniva, esso pure, per ambedue, la tribolazione

più grossa di tutte.

Ella non sapeva tollerare in nessuna cosa una troppo lunga continuità,

per cui in lei alle vampe del sole meridiano succedevano i crepuscoli

e le agonie: quando se n’era appagata, lasciava in maggese, dirò così,

quel campo della passione, o perchè dopo le rifiorisse più vivo, o

perchè altri gliene sorridessero più graditi. Allora certe sue cattive

inaspettate crudezze esasperavano la passione del dottore, che si

corrucciava come la fiamma scompigliata dal vento. Egli sentiva di

portare in quell’amore una nota alta, generosa e costante, che non

era la nota di lei. Ella si compiaceva più d’accendere, che non

essere accesa. La sua vanità n’era soddisfatta come a farsi credere

un enigma cangiante e indecifrabile a tutti. In questo vedevasi

troppo il suo proposito d’imbrogliare il problema, per impedirne

la soluzione. Prendeva a bello studio le fisonomie, dirò così, più

opposte della bontà e della perfidia, della sincerità e della finzione,

come se si confondessero e apparissero in lei gli elementi di più

anime, i residui di più stirpi. Ne resultava un carattere morale

proteiforme, assurdo, contradditorio, di tutti i colori come l’abito

d’arlecchino: un carattere capace pure d’un affettuosità e d’una

tenerezza, che poi, quando non era più esaltata dal desiderio, ella

dissimulava per apparire una donna forte, una domatrice di leoni, e

poco capace d’innamorarsi. Desiderando molto di farsi credere tale,

ella s’immaginava d’esserlo veramente, e se prima s’era abbandonata

all’impulso spontaneo e caldo della passione, poi, quando le venivan

quei grilli, ostentava una superba musoneria; fredda, altera, sdegnosa,

intollerante e serissima, quasi non fosse più quella, ma un’altra donna

in cui ogni sensibilità fosse spenta.

Tale enigma non era oscuro per il dottore, ma soltanto irritante.

Egli che manifestava sempre così libero e schietto il suo sentimento,

aborriva que’ complicati artifizi, deplorava che, trascorso il tempo

dei dolci sospiri, nulla potesse sorgere dal cuore di quella donna

che non fosse artefatto e alterato da un abito di seconda maniera. Da

quest’antitesi dei loro temperamenti, nasceva, con l’amore, l’odio,

l’antipatia, la procella: pallidi di furore e dolore si dichiaravano

allora tutt’e due, con la solita frase, ma sempre con solennità

tragica, che tutto era finito tra loro, e si lasciavano superbamente

indignati. Il dottore resistendo all’amarezza di quelle rotture

soltanto per la forza del proprio orgoglio, non le scriveva, non la

cercava, ma pensava intanto, con una specie di terrore, al pericolo

d’averla perduta per sempre. Se non che ella non spingeva mai la

sua crudeltà fino a non farsi più rivedere, e il solito giorno gli

ricompariva alla porta. Entrava sorridente, festosa, piena di celie, lo

baciava, gli diceva d’aver tutto dimenticato; e al dottore, per quel

ritorno non chiesto, ella sembrava infinitamente buona e gentile. Ella

voleva che il dottore ammirasse i suoi superbi capelli d’una fiammea

e lucente bellezza, e se li pettinava, cuoprendosene il pallido viso.

N’era giustamente orgogliosa, e lo scoprirvi ogni anno qualche vestigio

bianco di più l’affliggeva per il terrore d’una canizie lontana:

vedevasi già tutta bianca di biondissima che ella era: e conoscendo la

vanità anche de’ suoi capelli, piangeva sulla vanità di tutte le cose.

Così poterono mantenere la loro stagione amorosa, tra tempestosa e

serena, per sette anni, finchè da altri casi non furono separati per

sempre. Nella tessitura, o nella preparazione di questi casi, ci ebbe

che fare anche Giuditta, la bambinaia, una cattiva ragazza di Riva,

che non ispirava nessun timore a donna Angioliera, ma Giuditta, coi

suoi occhi neri e grifagni, accompagnati da una bocca vezzosa e da un

naso adunco, spiava continuamente la condotta della padrona, e traevane

conclusioni assai semplici e grossolane, ma che la incoraggiavano

a curare anche lei, come la padrona, i propri interessi amorosi.

Sebbene questi interessi fossero molto intimi e riserbati, nondimeno

un giorno la moglie del cocchiere vi trovò assai da ridire: anche la

piccola Maria aveva visto qualcosa di molto strano, e donna Angioliera

necessariamente dovè licenziare Giuditta.

Ella ritornò al suo paese dove incominciò a dir bene con tutti della

sua buona, della sua cara signora. Questa, dopo due mesi, venne,

secondo il solito, a villeggiare, e si sentì ripetere quelle lodi

di Giuditta da tutte le bocche di Riva. Volevano che la signora la

riprendesse come desiderava Giuditta non pel servizio che era buono,

poca fatica e un lauto salario; ma solo per il suo grande attaccamento

alla sua buona, alla sua cara signora, ma essa non ne volle sapere.

Allora Giuditta incominciò a dire un gran male della sua buona, della

sua cara signora, non risparmiandole i titoli più ignominiosi.

L’Eufemia, la figliuola dello speziale, l’ascoltò con più attenzione e

più consenso di tutti. Era rimasta zitella screditata con un bambino

sofferto dal salumaio, e d’essere nubile e madre accusava solo il

dottore.

Ella fece confessare tutto a Giuditta. Seppe da lei che la scorsa

estate il dottore era venuto, nottetempo, alla villa. In un angolo

del giardino essi credevano d’esser soli, e non esser visti che dalle

stelle innumerevoli e palpitanti nel cielo, ma dalla stanza illuminata

spandevasi fuori un alito di riflesso per l’aria bruna; e Giuditta, di

dietro a un’alta siepe di bossolo, tutto sentì e tutto vide.

L’Eufemia a tali racconti fu quasi per cader tramortita, e se li fece

ripetere non so mai quante volte coi più minuti particolari. Giuditta

le dette anche molto segretamente una lettera del dottore. La signora

l’aveva dimenticata un giorno sotto uno de’ suoi tanti guanciali,

sì morbidi e vaghi, dove abbandonava, nelle sue ore di malinconia o

di superbia, la testa bionda, chiudendo gli occhi per non veder più

nessuno.

Quelle due birbone stettero attente se anche quell’anno il dottore, o

di giorno o di notte, non fosse capitato da quelle parti. Ci capitò

infatti, prendendo dimora sull’altra riva del lago, in una piccola

locanduccia che aveva sempre pronta una vela per condurlo alla villa.

Il dottore era comparso un giorno alla villa improvvisamente, perchè

donna Angioliera non gli scriveva più dopo gl’inviti ripetuti invano

per vincere la sua troppo cauta prudenza. Ella ne esultò e rise come

una bambina che ha potuto fare una celia, e lo pregò a rimanere. Non

essendo possibile evitare la maldicenza, ella ora, senza temere di

nulla, senza l’incomodo della maschera che impedisce e non salva,

provava un gran piacere a vivere a modo suo, e sfidare il mondo cattivo.

Di che temere?... L’indegno marito non se ne incaricava, ed era

lontano: egli, il suo medico curante, il solo che ella stimasse, e

volesse consultare ogni giorno; nessun ospite nelle camere vuote;

i servi fidi, e tementi, se avessero osato di parlarne, d’essere

licenziati; nessuna visita, perchè oramai s’era liberata di tutte

quelle false amiche di Riva. Voleva esser sola con lui.

— Amiamoci, amico! — ella gli disse baciandolo — si vive una volta

sola, e la vita che si vive è sì triste! Rallegriamola con l’amore! io

non temo di nulla: non temo che di perdere la mia parte di felicità,

che mi puoi dare tu solo!

E la stagione bellissima piena d’abbagli, di verde, e d’un immenso

tripudiare di fiori, di volatili, di farfalle, di formiche e di

calabroni, pareva infatti sorridere alla loro felicità.

Il peccato del dottore · 第 28 / 53 题