Come poi un tale amore potesse continuare sett’anni è uno di quei
misteri che si spiegano facilmente pensando che le radici profonde
d’una passione non cessano di rinverdire anche quando il terreno è
arido, e la fede e l’illusione sono trascorse.
Donna Angioliera, con quella fermezza di volontà che poneva per
soddisfare ogni suo desiderio, lo pregava in ogni lettera di stabilirsi
a Roma, occorrendole di vederlo spesso perchè il suo amore, lontano
dagli occhi, non avesse a languire. Confessando questo pericolo, ella
dimostravasi innamorata e sincera, sebbene sincera, certe volte,
volesse esserlo troppo, e non ingenuamente, ma per apparire, secondo i
casi e le circostanze, o più candida, o più procace, o più cattiva, o
più buona. Quale fosse di tutte queste la sua nota caratteristica più
costante, era difficile a definirsi in quella volubilità e oscillazione
continua d’impulsi e di contraddizioni.
Ma quegli inviti incessanti, la felicità, sì agognata, di vivere a
Roma, di redimersi da quella schiavitù, a catena corta, dei piccoli
luoghi, attraevano molto il dottore... Aveva messo da parte coi suoi
risparmi una somma che gli bastò per trarsi di pena quando l’autunno
dopo si stabilì, libero medico, a Roma, vicino alla donna che amava.
A Roma ella non gli era impedita, come a Riva, dai troppi occhi e dalle
troppe lingue assiepate intorno a spiare e accusare. Donna Angioliera
era libera di star fuori di casa quanto voleva. Quella sua bramosia
un po’ zingaresca d’aria, di spazio, di libertà e di mistero, faceva
sbuffare il marito, conte Pier Francesco Acquilegi; il quale, molto
bell’uomo e spiantato, poi si calmava attingendo senza riguardo alla
ricchissima dote della moglie. La moglie lo reputava addirittura un
cretino: lui reputava la moglie una testa debole, e così andavan
d’accordo. Ma lui provava quasi il piacere d’una vendetta a rifarsi
su i danari della sbadata consorte, valersene per mantenersi in gran
lusso, per soddisfare le sue volgari eleganze da sibarita, per giocare
a rotta di collo, per divertirsi in tutti i modi leciti e illeciti, e
per trovare le teste forti femminili, le quali si commuovevano nel più
tenero modo possibile quando egli si lamentava con loro dei rifiuti e
dell’incuranza della moglie capricciosa, fredda, crudele.
D’una sola cosa aveva paura: del mondo; e quando la moglie passava un
po’ troppo la parte, egli aggiravasi per la stanza con le mani nei
capelli, e non finiva più di ripetere disperato: «Ma che cosa dirà il
mondo!» Era una delle sue vanità, il credersi un uomo d’onore, e anche
un uomo coraggioso, e per mantenere il decoro, la padronanza e il
carattere di marito, s’abbandonava di tanto in tanto a delle sfuriate
achillesche. La moglie lo lasciava sfogare senza resistere e senza
scuse, come una docile pianta che, nella sua molle cedevolezza, è più
forte degli sbuffi del vento. E il marito, per vero dire, sbuffava
terribilmente, sbuffava sempre, era sempre inquieto, brontolone
e nervoso quando era in casa; sicchè procurava di starvi il meno
possibile, e di fuggire la moglie. La sola vista della moglie gli
muoveva una bile acerrima, dissimulata, in presenza altrui, sotto
parole melate e tramezzate, per la vanità di parere un uomo di spirito,
da insulti scherzevoli ed ironie sorridenti, di cui donna Angioliera
del resto non offendevasi punto.
Anche i figliuoli davano poco da fare a donna Angioliera, che era pure
una tenerissima madre. Ma Gastoncino devastatore l’avevano messo in un
buon collegio di gesuiti; e allattata Maria, i più molesti pensieri
ne rimasero alla Giuditta, la bambinaia; e più tardi alla signora
Emilia. Questa, caduta in miseria per le mangerìe d’un parente, donna
Angioliera, sua amica d’infanzia, l’aveva presa molto volentieri come
istitutrice della bambina.
Così donna Angioliera aveva molto tempo da consacrare al dottore. I due
amanti si ritrovavano qualche volta nelle ville dei principi romani,
solitarie, in certe ore, come la muta campagna che le circonda, sotto
quei grandi pini selvaggi che mormorano in alto come una voce armoniosa
e immensa dell’aria.
Talora ella usciva per fare le sue devozioni. Vestiva un abito nero
dimesso, e la bavera nera, e i capelli biondi ripresi dietro e
ricadenti sulle spalle a grosse trecce addoppiate, le davano l’aspetto
d’una eleganza più singolare perchè disusata, ma pur d’un gusto
squisito, e semplicissima. Teneva in mano un libro devoto ingrossato
dalle immagini, dalle foglie secche, e dai fiori che ella, tenerissima
dei ricordi, conservava tra quelle carte. Entrava in una chiesa grande,
vuota, echeggiante, si metteva a sedere innanzi all’effige del _Sacro
Cuore_, e con quel cuore pareva conversare fervidamente, finchè non
veniva il suo amico, com’ella lo chiamava, a distrarla e portarla via.
Ovvero si recava colà in quel remoto quartiere dell’Aventino, dove
nessuno la conosceva, e dove il suo caro amico abitava solo, in faccia
alla Roma antica «in cenere e caverne:» colonne, mura, macerie, volte
oscure e profonde, che sembrano lo scheletro immane avanzato alla
distruzione d’una città favolosa.
Entrando nel vasto portico di quella casa lontana, ella non poteva
sfuggire agli occhi della vecchia e vigile portinaia, la quale erasi
messa in testa che ella fosse una signora inglese che saliva spesso,
sofferente e velata, a consultare il dottore. Attraversava l’umido
cortile, svoltava a sinistra per una scaletta segreta, la saliva
celere con giuliva ansietà, batteva lievemente alla porta, che subito
le s’apriva, ed ei ne calmava sul suo petto il petto affannoso. Erano
frettolose queste venute, più frettolose le fughe, ma lunghe le
permanenze. Talora, in aprile e maggio, la luce grandiosa dei tramonti
romani, mista al profumo dei glicini purpurei, che pendevano a grappoli
dalle finestre di quella casa, declinava e smoriva in un azzurro
annottato, ed essi erano ancora là quasi invisibili in quella camera
oscura.
In tal modo trovavano nell’amore un ristoro alle loro tribolazioni,
quando l’amore non diveniva, esso pure, per ambedue, la tribolazione
più grossa di tutte.
Ella non sapeva tollerare in nessuna cosa una troppo lunga continuità,
per cui in lei alle vampe del sole meridiano succedevano i crepuscoli
e le agonie: quando se n’era appagata, lasciava in maggese, dirò così,
quel campo della passione, o perchè dopo le rifiorisse più vivo, o
perchè altri gliene sorridessero più graditi. Allora certe sue cattive
inaspettate crudezze esasperavano la passione del dottore, che si
corrucciava come la fiamma scompigliata dal vento. Egli sentiva di
portare in quell’amore una nota alta, generosa e costante, che non
era la nota di lei. Ella si compiaceva più d’accendere, che non
essere accesa. La sua vanità n’era soddisfatta come a farsi credere
un enigma cangiante e indecifrabile a tutti. In questo vedevasi
troppo il suo proposito d’imbrogliare il problema, per impedirne
la soluzione. Prendeva a bello studio le fisonomie, dirò così, più
opposte della bontà e della perfidia, della sincerità e della finzione,
come se si confondessero e apparissero in lei gli elementi di più
anime, i residui di più stirpi. Ne resultava un carattere morale
proteiforme, assurdo, contradditorio, di tutti i colori come l’abito
d’arlecchino: un carattere capace pure d’un affettuosità e d’una
tenerezza, che poi, quando non era più esaltata dal desiderio, ella
dissimulava per apparire una donna forte, una domatrice di leoni, e
poco capace d’innamorarsi. Desiderando molto di farsi credere tale,
ella s’immaginava d’esserlo veramente, e se prima s’era abbandonata
all’impulso spontaneo e caldo della passione, poi, quando le venivan
quei grilli, ostentava una superba musoneria; fredda, altera, sdegnosa,
intollerante e serissima, quasi non fosse più quella, ma un’altra donna
in cui ogni sensibilità fosse spenta.
Tale enigma non era oscuro per il dottore, ma soltanto irritante.
Egli che manifestava sempre così libero e schietto il suo sentimento,
aborriva que’ complicati artifizi, deplorava che, trascorso il tempo
dei dolci sospiri, nulla potesse sorgere dal cuore di quella donna
che non fosse artefatto e alterato da un abito di seconda maniera. Da
quest’antitesi dei loro temperamenti, nasceva, con l’amore, l’odio,
l’antipatia, la procella: pallidi di furore e dolore si dichiaravano
allora tutt’e due, con la solita frase, ma sempre con solennità
tragica, che tutto era finito tra loro, e si lasciavano superbamente
indignati. Il dottore resistendo all’amarezza di quelle rotture
soltanto per la forza del proprio orgoglio, non le scriveva, non la
cercava, ma pensava intanto, con una specie di terrore, al pericolo
d’averla perduta per sempre. Se non che ella non spingeva mai la
sua crudeltà fino a non farsi più rivedere, e il solito giorno gli
ricompariva alla porta. Entrava sorridente, festosa, piena di celie, lo
baciava, gli diceva d’aver tutto dimenticato; e al dottore, per quel
ritorno non chiesto, ella sembrava infinitamente buona e gentile. Ella
voleva che il dottore ammirasse i suoi superbi capelli d’una fiammea
e lucente bellezza, e se li pettinava, cuoprendosene il pallido viso.
N’era giustamente orgogliosa, e lo scoprirvi ogni anno qualche vestigio
bianco di più l’affliggeva per il terrore d’una canizie lontana:
vedevasi già tutta bianca di biondissima che ella era: e conoscendo la
vanità anche de’ suoi capelli, piangeva sulla vanità di tutte le cose.
Così poterono mantenere la loro stagione amorosa, tra tempestosa e
serena, per sette anni, finchè da altri casi non furono separati per
sempre. Nella tessitura, o nella preparazione di questi casi, ci ebbe
che fare anche Giuditta, la bambinaia, una cattiva ragazza di Riva,
che non ispirava nessun timore a donna Angioliera, ma Giuditta, coi
suoi occhi neri e grifagni, accompagnati da una bocca vezzosa e da un
naso adunco, spiava continuamente la condotta della padrona, e traevane
conclusioni assai semplici e grossolane, ma che la incoraggiavano
a curare anche lei, come la padrona, i propri interessi amorosi.
Sebbene questi interessi fossero molto intimi e riserbati, nondimeno
un giorno la moglie del cocchiere vi trovò assai da ridire: anche la
piccola Maria aveva visto qualcosa di molto strano, e donna Angioliera
necessariamente dovè licenziare Giuditta.
Ella ritornò al suo paese dove incominciò a dir bene con tutti della
sua buona, della sua cara signora. Questa, dopo due mesi, venne,
secondo il solito, a villeggiare, e si sentì ripetere quelle lodi
di Giuditta da tutte le bocche di Riva. Volevano che la signora la
riprendesse come desiderava Giuditta non pel servizio che era buono,
poca fatica e un lauto salario; ma solo per il suo grande attaccamento
alla sua buona, alla sua cara signora, ma essa non ne volle sapere.
Allora Giuditta incominciò a dire un gran male della sua buona, della
sua cara signora, non risparmiandole i titoli più ignominiosi.
L’Eufemia, la figliuola dello speziale, l’ascoltò con più attenzione e
più consenso di tutti. Era rimasta zitella screditata con un bambino
sofferto dal salumaio, e d’essere nubile e madre accusava solo il
dottore.
Ella fece confessare tutto a Giuditta. Seppe da lei che la scorsa
estate il dottore era venuto, nottetempo, alla villa. In un angolo
del giardino essi credevano d’esser soli, e non esser visti che dalle
stelle innumerevoli e palpitanti nel cielo, ma dalla stanza illuminata
spandevasi fuori un alito di riflesso per l’aria bruna; e Giuditta, di
dietro a un’alta siepe di bossolo, tutto sentì e tutto vide.
L’Eufemia a tali racconti fu quasi per cader tramortita, e se li fece
ripetere non so mai quante volte coi più minuti particolari. Giuditta
le dette anche molto segretamente una lettera del dottore. La signora
l’aveva dimenticata un giorno sotto uno de’ suoi tanti guanciali,
sì morbidi e vaghi, dove abbandonava, nelle sue ore di malinconia o
di superbia, la testa bionda, chiudendo gli occhi per non veder più
nessuno.
Quelle due birbone stettero attente se anche quell’anno il dottore, o
di giorno o di notte, non fosse capitato da quelle parti. Ci capitò
infatti, prendendo dimora sull’altra riva del lago, in una piccola
locanduccia che aveva sempre pronta una vela per condurlo alla villa.
Il dottore era comparso un giorno alla villa improvvisamente, perchè
donna Angioliera non gli scriveva più dopo gl’inviti ripetuti invano
per vincere la sua troppo cauta prudenza. Ella ne esultò e rise come
una bambina che ha potuto fare una celia, e lo pregò a rimanere. Non
essendo possibile evitare la maldicenza, ella ora, senza temere di
nulla, senza l’incomodo della maschera che impedisce e non salva,
provava un gran piacere a vivere a modo suo, e sfidare il mondo cattivo.
Di che temere?... L’indegno marito non se ne incaricava, ed era
lontano: egli, il suo medico curante, il solo che ella stimasse, e
volesse consultare ogni giorno; nessun ospite nelle camere vuote;
i servi fidi, e tementi, se avessero osato di parlarne, d’essere
licenziati; nessuna visita, perchè oramai s’era liberata di tutte
quelle false amiche di Riva. Voleva esser sola con lui.
— Amiamoci, amico! — ella gli disse baciandolo — si vive una volta
sola, e la vita che si vive è sì triste! Rallegriamola con l’amore! io
non temo di nulla: non temo che di perdere la mia parte di felicità,
che mi puoi dare tu solo!
E la stagione bellissima piena d’abbagli, di verde, e d’un immenso
tripudiare di fiori, di volatili, di farfalle, di formiche e di
calabroni, pareva infatti sorridere alla loro felicità.