Si divisero. Ella andò a Roma, e il dottore al luogo della sua nuova
condotta. Vi passò i primi giorni molto tranquillo. Le immagini
dell’amore, senz’ombra di sospetto o di dubbio, gli passavano per lo
spirito placide e sorridenti come un’acqua libera di montagna che
riflette il sole, le stelle, l’aria serena, nè diviene torbida e
tempestosa se non quando altre correnti ne attraversano il naturale
andamento.
Due lettere appassionatissime di donna Angioliera seguitarono a
mantenerlo in questa felice disposizione di spirito, ma quando egli
aspettava la terza lettera, non la vide arrivare. Naturalmente egli
temè che ella fosse ammalata, e che perciò non potesse ritirare,
com’eran d’intesa, le sue lettere tra le _ferme in posta_. Riscrisse
dunque dopo due settimane, e il silenzio continuò...
Egli, più disposto a dubitare che a credere, già la vedeva nera. Tentò
di schermirsene con l’indifferenza superba, ma più si sforzava di non
pensarci, e più lo premevano le violenze, i sospetti, gli accoramenti
della passione.
Se era malata, e se fosse morta? Nessun presentimento malauguroso
avrebbe potuto più atterrirlo di questo pensiero; ma accanto ad esso
sorgeva il bieco sospetto che quel suo grande amore non fosse stato per
lei che il passatempo allegro d’una stagione, e allora gli veniva la
tentazione d’ucciderla. Soddisfatta nella sua perversa e frivola vanità
di provocatrice d’amori, ella forse attendeva allora a suscitarne dei
nuovi nel suo gran mondo?... In questo caso egli avrebbe voluto, con
tutte le potenze dell’anima altera, non apparirle irato o lamentevole
come un amante deluso, ma celarle, come lo spartano divorato dalla
fiera nascosta, la sua tortura; e intanto il pensiero d’aver perduto
l’amore di quella donna, l’agghiacciava come una condanna di morte.
La sua curiosità critica era anche assai stimolata a scrutare
l’enigma di quel silenzio improvviso e succeduto a tanto impeto, a
tanta soavità di passione... Era possibile che ella potesse fingere
e simulare fino a quel segno?... Era inferma? Ma, fuorchè non fosse
stata aggravatissima, avrebbe potuto mandarglielo, con qualche scusa,
e anche per mano d’altri, un semplice avviso a lui che l’aveva curata
durante la lunga villeggiatura. Probabilmente, dunque, non era inferma,
e allora ella era un fenomeno abbominevole di perfidia e di fatuità.
Regina nel regno della bellezza corporea, in quello della ragione,
parevagli un’orrenda chimera, una sfinge sinistra, una stupida forma
dell’assurdo e del male. Ma la deformità, l’incomprensibilità della
sfinge non gli rendevano meno affascinante la donna... L’aborriva col
cuore, e non poteva più levarsela dalla mente. Secondo che gli era
delineata dal vario giudizio ch’ei ne faceva, ella vagavagli innanzi
la notte in tutte le immagini possibili; le buone tramescolate alle
triste, e di nessuna era certo, e tutte lo assalivano con le frecce del
dolore e del desiderio. Agognava di rivederla in viso la sfinge, voleva
ancora scrutarne il cuore, e sarebbe corso a Roma; ma per l’appunto
un’epidemia difterica, sopraggiunta in quei giorni, scavava continue
fosse là in quel paese; ed egli non poteva lasciare gl’infermi, e
doveva attendere sempre calmo, àlacre, accorto, e senza distrazioni
colpevoli, alle visite continue nelle case e nell’orrendo spedale.
Quando poi usciva di mezzo ai malati ed ai cataletti, restava solo là
nella casa nuova, sotto la ferrea oppressione di quel silenzio. Il
sonno gli fuggiva dagli occhi, la stanchezza gli impediva lo studio.
Prima d’essere assalito da quella febbre, soleva vivere con certi libri
suoi prediletti in una dolce intimità di pensiero, ma ora anche i
libri più eloquenti e più veri non erano se non voci morte per lui, a
confronto di quell’unica voce viva che portava in sè: la voce di quella
donna lontana, di quella donna tacente.
Alcune volte peraltro, ricomponendosi nella dignità della sua
coscienza, riusciva a isolarsi da quella terribile sopraffazione
muliebre. Ella divenivagli allora pressochè indifferente come una
femmina qualunque incontrata a caso; gli si freddava, gli s’allontanava
dal cuore come se non dovesse più ritornarvi. Ma dopo poco il dolore
dell’isolamento e dell’abbandono, l’umiliazione d’aver potuto credere
all’amore di quella donna, gliela facevano apparire di nuovo così
falsa e malvagia, che dimenticava tutte le prove che pure ella gli
aveva dato d’amabilità, di bontà, o non gli parevano che menzogne.
E mentre per più disamarla e spregiarla, egli non voleva vedere in
lei se non la femmina frivola, volgare, corrotta; accadeva che ella
invece esercitasse su i suoi sensi una seduzione maggiore di quando
una simile seduzione non era sola, ma in armonia con tutto l’essere di
lei non destituito delle sue più nobili e gentili attrattive. Aveva
un bel disprezzarla e scacciarla da sè: la rimembranza d’uno sguardo,
d’una parola, d’un moto, bastava a rigettargliela nel pensiero sotto
quella sembianza malefica, soffocante che lo precipitava di nuovo, come
un’orribile ondata, nel dissolvimento della tempesta. La passione,
tutt’altro che spenta, tornava a sormontare su lui con molteplici
effetti, secondo che egli provocavali in sè medesimo con le varie
rappresentazioni di quel solo fantasma che n’era la causa e l’oggetto.
Di tali effetti quest’ultimo era il più basso, e violento: l’amore,
privo della sua essenza eterea, si gettava a scoprire il fondo cieco,
vorticoso della lussuria selvaggia. Per liberarsene egli ricorreva,
in quella solitudine, a tutti gli antidoti che poteva ritrovare in sè
stesso: apriva la _Divina Commedia_ e leggeva a voce alta i canti più
ascendenti del _Paradiso_ chiedendo a quelle note armoniose l’aiuto per
risalire, per ritrovare la luce dell’altezza e della poesia; faceva
le più severe riflessioni sul dolore delle creature, sulla morte, sul
male, sulla forza e sulla dignità umana unicamente affidate al lavoro e
al costume severo. Egli invece aveva anteposto, come sempre, a questa
voce del vero l’allettamento della propria sensualità. Espiava: si
sentiva d’intorno un’atmosfera bassa, color di fango, una specie di
scirocco letale che gli aggravava l’anima, gli prostrava l’ingegno, gli
annientava il volere. Fuori di lui nulla che gli portasse il conforto
d’una buona novella, d’una nobile ispirazione, d’un alto pensiero:
in lui le tenebre del dolore, del dubbio, dei sensi, con l’inutile
sete ardente d’una fede sempre negata; e avverse alla fede, quelle
miserabili influenze d’una donna incostante, non potute evitare in
quella impossibilità d’ogni distrazione geniale. Nondimeno egli ancora
la ringraziava. Non incontrando lei sarebbe rimasto nei lacciuoli
d’Eufemia.
Egli piegava la fronte, come sentendo ruotare sopra di sè l’ala
poderosa del fato.
Intanto donna Angioliera era condannata anch’essa, in un altro modo e
per un altro motivo, a una specie di pena espiatoria; non lei perversa,
come pareva al dottore ne’ suoi momenti più brutti, ma piuttosto
perverso il male a cui la misera soggiaceva.
Era potuta tornare a tempo presso il marito perchè anche lui potesse
riconoscere in quel male, o in quell’incomoda novità, una legittima
conseguenza del matrimonio. Ella avrebbe voluto evitarla, ne aveva una
specie di rimorso, o d’inutile pentimento; ma nondimeno si scusava e
si compiangeva pensando quanto sarebbe stata più felice e più buona, e
insomma diversa, con un diverso marito.
Soffriva molto. Quel mistero inesorabile che tanto la travagliava,
assorbendo, a suo profitto, in un centro d’incessante operosità, tutte
le potenze di lei, cagionavale una perfetta indifferenza, o un gran
disgusto anche per le cose che prima aveva più amate e desiderate; le
dava un malessere inenarrabile come se, alimentando altrui, sentisse
fuggire la propria vita, la faceva piangere e ridere, quasi pazza, in
certi momenti. In quello spasimo ella avrebbe respinto da sè anche il
nettare degli Dei, qualora gliel’avessero offerto. Ella odiava tutti
gli uomini, gli accusava d’egoismo e di brutalità, senza pensare alla
parte che ci hanno, sia pure ingenuamente, le donne; una collera sorda
spesso l’assaliva contro il dottore, il quale, secondo lei, avrebbe
dovuto risparmiarle quell’affanno, quel peso. Perciò ella aveva a
sdegno lo scrivergli, perchè scrivergli come donna innamorata più
ormai non poteva, nè voleva d’altronde manifestargli il motivo di que’
suoi sentimenti avversi; mentre poi, da vera epicurea dell’amore, si
compiaceva a supporre che, privo delle sue lettere, dovesse molto
soffrire anche lui, e dovesse più intensamente desiderarla. Perciò
lasciava correre i giorni, e non gli scriveva.
L’unico sentimento buono che ancora la toccasse nel vivo era la sua
tenerezza materna, non placida, ma funestata essa pure da presentimenti
sinistri, da trepidazioni paurose che le correvano per le alterate e
tenere fibre. Per esempio, un giorno ella leggeva l’ultimo romanzo
francese nel suo grand’orto romano, donde si slanciava un agile pino
verde nell’ampio azzurro. Sebbene si fosse a mezzo decembre, e il fico
non avesse più fronde, e le foglie della pergola, che ombreggiava
un’alta muraglia conventuale, ormai fossero rade e d’un color grigio
dorato; nondimeno a quel tepore e a quello splendore di sole, pareva
ancora il tempo delle _ottobrate_ romane. Il rumore della gente e delle
carrozze, non strepitante ma confuso in un medesimo mormorìo lontano,
mandava esso pure colà, in quell’orto solitario, come un’onda perenne
di movimento e di gioia.
A un certo punto donna Angioliera lasciò di leggere per ascoltare,
confuso a quel leggiero brusìo, un organino che suonava l’aria della
canzone popolare:
Io questa notte in sogno l’ho veduto,
Era vestito tutto di broccato.
Un giorno ella aveva sentito il dottore cantarellare nel bosco della
villa quella canzone, e, a quel ricordo, un’improvvisa soavità le
ammollì il viso superbo e sì triste!...
Ma a un tratto, come colta da una paura istantanea, trasalì e guardò
intorno. Gastone, che poco prima schiamazzava per il giardino, era
scomparso. «Gastone! Gastone!...» Zitto... Quel silenzio la colpisce
come un tristo annunzio di sciagura e di morte. Già vede Gastone
affogato nella fontana, o precipitato dal muro. «Gastone! Gastone!...»
ella grida, correndo per il giardino... La cameriera glielo riporta:
era sgattaiolato in istrada dall’uscietto del giardino per vedere un
uomo far ballare le scimmie. Il ragazzaccio brutale sghignazzava per la
celia fatta alla mamma, e perchè la vedeva sorridere così spaventata,
così pallida, così ansante.
Ma intanto era avvenuto un miracolo. Quel giorno, chiusa nel suo
salotto, dopo un mese di silenzio e di pena, scrisse al dottore una
lettera lunghissima. Era rinato l’amore, ed ella ne sentiva di nuovo
quasi l’impressione fisica nella soave dolcezza che la invadeva,
pensando a lui. La creaturina era stata la causa innocente del suo
silenzio: le perdonasse, dicevagli, perchè anche lei aveva tanto
sofferto come la madre. Aspettava una sua lettera «ferma in posta».
Questa lettera di donna Angioliera non persuase troppo il dottore. E
non sapeva di doverla alla fatalità d’un suono errante per l’aria!...
Si domandò se quel silenzio così freddo e così inumano, oltre che dalla
condizione anormale, non fosse dipeso anche dall’indole capricciosa
e impulsiva della signora. Ma era troppa la gioia ricevuta da quella
lettera: quindi, senza pensarci troppo, perdonò, dimenticò tutte le
torture sofferte, e le rispose molto affettuosamente, senza lamentarsi,
senza rimproverarla... Perchè affliggerla in quello stato?
Invece le dispiacque.
— Oh come dice poco questa lettera! — ella disse buttandola via
indispettita. — Io mi aspettavo i più severi rimproveri! credevo che
mi dicesse infedele, perfida, trista, cattiva! invece non una parola
dura, non un lamento! dunque non ha sofferto nulla pel mio silenzio!...
dunque non mi ama più!... sì sì, ha sofferto, ma non me l’ha voluto
dire perchè è superbo: io invece sono così umile, così buona, così
sincera!...
In tal modo ella lo amava, e il suo si potrà chiamare anche amore, ma
talora l’odio è più gentile e più umano.