X.

Donna Angioliera lo volle rivedere alla vigilia della sua partenza

per Roma. Disse di sentirsi male, allontanò i servi per riposare

tranquilla, e rimase sola nelle sue stanze a terreno.

Il dottore, avviandosi verso la villa sull’imbrunire, provava un dolore

acuto quasi come può dare la morte d’una persona cara; dolore che egli

sentiva in sè per la partenza di donna Angioliera, e che esalava pure

di fuori da quella infinita tristezza dell’ora e della stagione. La

campagna s’oscurava in un gran silenzio: l’autunno moriva come una

festa abbandonata dai numi e dai cultori. Nell’interno della villa, le

acque della peschiera, così raggianti in quel pomeriggio d’agosto, ora

erano livide, dormenti sotto una lieve nebbia, e sparse d’uno sfacelo

di foglie cadute. Il suono d’una campana pareva il gemito delle cose, e

accresceva il lutto di quel crepuscolo senza voci, di quel velo oscuro

in cui tutte le immagini visibili scomparivano come ombre di cose non

più esistenti.

Egli s’inoltrò per un viale chiuso da carpini cupi, e giunse a una

porticina socchiusa. Entrò: in fondo a una tacita fila di stanze vide

pendere dal soffitto una lampada accesa, e affiochita dagli ultimi

bagliori di quel pallido giorno d’ottobre. Credè che donna Angioliera

l’aspettasse in quella stanza illuminata, ma non c’era alcuno.

Battè leggermente a un uscio vetrato, una voce sommessa gli rispose

chiamandolo a nome, ed egli si fece avanti. La stanza era oscura, ma

egli vide, distesa sul sofà, la bianca signora al fievole albore della

lampada che filtrava attraverso i vetri dell’uscio, coperti da bianche

tende. Ella si alzò su i guanciali e gli aprì le braccia...

Poi si tolse dal collo una lunga catena d’oro, donde pendeva un

porta-ricordi, con una ciocca de’ suoi capelli, e gliela diede

domandandogli: — Sei contento?

— Sì, ma la collana sta bene a te: mi basta il dono de’ tuoi capelli.

— Oh che dottore poetico! io sono più positiva.

— Lo so, e nel positivo è la saggezza, ma può esservi anche la

vigliaccheria: nella poesia può essere la vanità dell’affetto,

del ricordo, della speranza, del sogno, ma è anche la nobiltà, la

sincerità, la fierezza, l’indipendenza: perdonami Angioliera, ma la

collana non la voglio.

— Vuoi dunque soltanto questi miei pochi e brutti capelli? come ne sono

superba! e ora dimmi, il tempo con te mi fugge come un baleno, e tra

poco ci dovremo lasciare: dunque te ne vai da Riva?

— Sì; qui hanno già nominato il medico di Gaggiano che li servirà a

dovere: farà vendere, a centinaia di bottiglie, un certo olio di fegato

di merluzzo che fabbrica il farmacista, e non serve che a guastare lo

stomaco.

— È bravo almeno?

— Bravissimo! conosce a uno a uno, per nome, forma e costumi, tutti i

_microbi_ possibili e immaginabili, tiene nel taccuino le ricette per

guarire tutte le malattie, ed ha sempre la coscienza pronta agli ordini

di chi lo paga e lo premia.

— E tu quando parti?

— Fra pochi giorni: vado a X; un’altra condotta da aggiungere alle

altre, e che sarà come le altre.

— Tu devi venire a Roma; voglio averti vicino, voglio vederti ogni

giorno.

— Ti stancheresti, Angioliera; la consuetudine raffredda, e spenge

quell’ardente sospiro che, dolce o penoso, ci fa rivolgere ad

un’immagine sola, ci fa capaci d’ogni sacrifizio per essa, e anche

d’ogni follia; ma non bisogna crederci troppo: quel sospiro è così

fugace, e gl’incontri son tanti in questo mare difficile della vita,

dove naufraghiamo sì spesso e sì volentieri, senza mai arrivare al

porto della felicità...

— Io ci sono arrivata! io sono tanto contenta stasera!...

— Io no; non vorrei che tu partissi, che tu ritornassi in quel gran

mondo aristocratico dove si ha tanto tempo da consacrare ai peccati.

— E come devo fare? ci sono nata in quel mondo... ma, per farti piacere

ci anderò, il meno possibile; sei contento?

— No, non fare per me un così gran sacrifizio: senza quel mondo tu

saresti come una regina senza sudditi, e senza corte: a chi mostreresti

lo splendore de’ tuoi capelli, la bianchezza delle tue spalle, la

superbia del tuo portamento? Da chi saresti ammirata, desiderata,

tentata, invidiata?

— Non me n’importa nulla: ma non sai che quel mondo si vuole e si

desidera e ci si va soltanto perchè speriamo di trovarci chi ci

comprenda, ci ami, il nostro ideale, insomma, e ora che l’ho trovato in

te...

— Ma proprio?... basta, in me puoi riposare sicura: il mio amore è

fermo, forte, sincero: è soltanto sull’onda mobile che non si trova

riposo.

— E io sono l’onda?

— Sì, ma un’onda così deliziosa per ora...

— E per te, solo per te, io sarò sempre così! io non so mentire, non so

mutare!... perchè sorridi?

— Perchè ho paura che il diavolo non ti tenti troppo, là nel gran

mondo. Per resistere al diavolo ci vuole, in certi momenti, una virtù

sovrumana.

— E io l’avrò, l’avrò, te lo giuro! non pensar mai male di me; credimi

capace d’ogni cosa elevata, credimi diversa da tutte le altre donne che

hai conosciuto.

— Sì sì, ora, in questo momento, ti credo la più buona, la più nobile

delle donne, la più dotata del potere divino di render felici; ora tu

sei per me soave e gentile come una santa, intelligente come una fata,

perchè tu oggi mi ami; ma se domani tu non mi amassi più, allora tu

diverresti per me la più perversa, la più fatua, la più falsa delle

creature... Io mi sgomento a pensare da quale fondo d’infinito egoismo

viene l’amore e l’odio che c’inspiran le donne: ma insomma, ecco come

io ti amo!...

— Amami sempre così, questo tuo egoismo mi piace: anzi se tu non fossi

egoista così, ti odierei... ti ucciderei...

Il peccato del dottore · 第 26 / 53 题