Abbiamo sentito la contessa Grossoni accusare anche lei il dott.
Stellini per la disgrazia della povera contadina. Il dottore invece non
l’aveva abbandonata se non quando i progressi rapidissimi d’una febbre
infettiva, causatale da un parto infelice, soverchiavano ogni rimedio
ed ogni speranza di poterla salvare. Egli dunque se n’era andato la
sera da quel tugurio, intendendo di non ripetervi un’altra visita
oziosa.
Ma il giorno dopo il marito della contadina ricorse disperato al
dottore, quando già ella era per morire. Non lo trovò a casa, non lo
trovò in farmacia, ma in farmacia ci trovò l’Eufemia, e suo padre, il
sor Telemaco Figurini.
— Pover uomo! — sclamò l’Eufemia — che cosa ci si può fare noi? la
colpa è di quella canaglia del medico: andate al Municipio a fare il
vostro ricorso: non è la prima donna che fa morire il medico!... per
lui la vita dei poveri e dei contadini, non conta nulla!
— Eppure siamo carne di cristiani anche noi! — gridò il contadino.
— Non scrive mai una ricetta: — disse il sor Telemaco, tenendo in mano,
con sicumera, uno specifico che aveva preso dalla scansia riservata
ai medicamenti esteri — io faccio venire le medicine da tutte le
parti del mondo, ma è inutile con lui! Questa boccetta, vedete, viene
dall’Inghilterra, e questa era la medicina che ci voleva per vostra
moglie: e l’avrebbe salvata, non gliel’ha ordinata...
— Birbaccione! — sclamò l’Eufemia.
— Assassino! — gridò il contadino — o dargliela ora a mia moglie?
— Ora è troppo tardi, e poi io senza la ricetta del dottore non posso
darla.
— Ma dove sarà?
— Mah... sarà andato a caccia.
— Oppure da qualche donna — aggiunse l’Eufemia.
— Pensare che rimango con tre creature!
— Pover uomo, meritate tutta la compassione! — disse l’Eufemia — tutta
colpa sua, del medico nero! è tanto ingannatore! tanto traditore! tanto
canaglia!...
Il contadino fuggì disperato dalla bottega.
— Mi ha ammazzato la moglie! mi ha ammazzato la moglie, quel medico
infame! — egli ripeteva, empiendo de’ suoi lamenti il paese, e poi la
camera della morta, dove vagiva una culla.
Il sor Telemaco si fregava le mani e diceva: — Eh perdio! non mi morse
lupo che io non mi rifacessi col suo pelo: mi hai impedito di vendere
il mio piccolo chinino ai contadini, non m’hai sposato la figliuola, o
prendi canaglia!...
Più tardi capitò in farmacia il giovane medico di Gaggiano, un
comunello poco distante da Riva, e ne dissero corna insieme. Quella
di Gaggiano era la prima condotta del giovinotto, ma essendo nativo
di Riva, e volendoci ritornare, cercava di scalzarne il medico nero.
Anche lui dunque ripeteva con sicumera agl’imbecilli del paese, che
erano un numero rispettabile, che la contadina, con certi espedienti,
poteva esser salvata; ma il medico nero o gli ignorava, o non ci
aveva pensato. Era innegabile, egli soggiungeva, che il medico nero
disprezzava troppo scetticamente gli immensi sussidi della farmacopea.
E lo stesso press’a poco ripeteva il veterinario, tristo individuo, che
si sentiva troppo soggetto anche lui all’occhio severo e vigile del
dottore.
Il rispettabile numero, così facilmente aizzabile, s’indignava, e già
s’agitava con quel vagante e torbido mormorìo che precede lo scoppio
della procella. Il sindaco temeva una rivolta di popolo, e ne aveva
scritto alla prefettura. La prefettura aveva scritto al capitano dei
reali carabinieri perchè il comandante della stazione più prossima a
Riva, si recasse con due uomini sul luogo, immediatamente. Il furore
del maggior numero lampeggiò la sera stessa che fu seppellita la
contadina: volarono dei sassi a fracassare i vetri al dottore. Egli si
precipitò giù in istrada. Nessuno era stato. Lo salutarono rispettosi e
si dispersero nell’oscurità del crepuscolo, sibilando.
I carabinieri passeggiarono a lungo su e giù... Ma quel malanimo del
numero rispettabile, essendo stato impedito dai carabinieri di sfogarsi
coi sassi, le fucilate, le bombe, il petrolio, la dinamite, ricorse a
un giornaluccio della provincia come al suo esòfago naturale.
E dall’esòfago uscì il giorno dopo un’accusa tuonante come appunto il
grido d’una moltitudine. Il dottore aveva mancato al proprio dovere col
sacrifizio d’una vita: la vita d’una povera madre di tre figliuoli!...
E qui l’esòfago rivolgeva due lunghissime apostrofi funebri l’una
ai figliuoli, e l’altra alla madre, che riuscirono d’un effetto
lacrimatorio grandissimo: il giornale andò a ruba, e raddoppiò gli
abbonati. Il dottore si degnò di rispondere.
Disse che egli adempiva sempre con scrupolosa coscienza ai doveri serî
della sua professione, non curandosi di quegli apparenti o di falso
zelo, i quali non servono a nulla, o soltanto a soddisfare la vanità
propria, o ad evitare il biasimo degli ipocriti e degli sciocchi. Fece
quindi la storia scientificamente esatta del male; espose i resultati
dell’autopsia cadaverica, dimostrando che nessun potere umano avrebbe
potuto salvare la contadina.
Queste luminose prove del vero gettate contro quei tristi, interessati
o ciechi, non valsero che a invelenirli e accecarli di più.
L’esòfago sostenne di nuovo l’accusa, dimostrando con un gergo molto
oscuro e confuso, ma altrettanto scientifico, che il dottore Stellini
aveva trascurato quei mezzi _farmaceutici_ e _teraupetici_ che erano,
in quel caso, indicati dalla più elementare dottrina medica.
Il dottore rispose ancora: ma questa volta con minacciosa ironia e
arte sottile come una lama temprata, toccò sì addentro le catoniane
coscienze de’ suoi accusatori, che l’esòfago tacque. Certi fattarelli
che dovevano aggirarsi come le nottole nelle tenebre, paventarono che
sorgesse da quelle parole del dottore un’alba importuna; il paese, non
più istigato dalla pubblica stampa, si calmò, e il sindaco telegrafò al
prefetto d’aver soffocato l’insurrezione.
Il dottore ebbe ancora gli onori del luogo; ma dovè visitare più
brevemente o occultamente donna Angioliera, il cui nome eragli troppo
caro per tollerarne la censura e l’irriverenza. Nei giorni di questa
lotta, sì perversamente misera e scempia, egli aveva trepidato solo
per lei. Egli pensava che forse, per obbligo vano d’ufficio, avrebbe
fatto quella visita alla contadina morente, se i capelli biondi di
donna Angioliera non gli avessero infuso, quella mattina, un soave
oblìo delle inesorabili esigenze della vita reale. Questo era sempre il
suo torto, il suo peccato, ed il suo gastigo: abbandonarsi troppo alle
seduzioni della donna, dell’immaginazione e del cuore.
Egli dunque in quei giorni aveva temuto che, col suo, fosse vituperato
anche il nome della signora. Ma tutt’e due avevano messo tanto studio
e tanto ingegno nel nascondere il loro amore, che, per allora, potè
sfuggire alla malignità, la quale, per buona fortuna, non è sempre
accorta e veggente, ma qualche rara volta dorme anche lei.