IX.

Abbiamo sentito la contessa Grossoni accusare anche lei il dott.

Stellini per la disgrazia della povera contadina. Il dottore invece non

l’aveva abbandonata se non quando i progressi rapidissimi d’una febbre

infettiva, causatale da un parto infelice, soverchiavano ogni rimedio

ed ogni speranza di poterla salvare. Egli dunque se n’era andato la

sera da quel tugurio, intendendo di non ripetervi un’altra visita

oziosa.

Ma il giorno dopo il marito della contadina ricorse disperato al

dottore, quando già ella era per morire. Non lo trovò a casa, non lo

trovò in farmacia, ma in farmacia ci trovò l’Eufemia, e suo padre, il

sor Telemaco Figurini.

— Pover uomo! — sclamò l’Eufemia — che cosa ci si può fare noi? la

colpa è di quella canaglia del medico: andate al Municipio a fare il

vostro ricorso: non è la prima donna che fa morire il medico!... per

lui la vita dei poveri e dei contadini, non conta nulla!

— Eppure siamo carne di cristiani anche noi! — gridò il contadino.

— Non scrive mai una ricetta: — disse il sor Telemaco, tenendo in mano,

con sicumera, uno specifico che aveva preso dalla scansia riservata

ai medicamenti esteri — io faccio venire le medicine da tutte le

parti del mondo, ma è inutile con lui! Questa boccetta, vedete, viene

dall’Inghilterra, e questa era la medicina che ci voleva per vostra

moglie: e l’avrebbe salvata, non gliel’ha ordinata...

— Birbaccione! — sclamò l’Eufemia.

— Assassino! — gridò il contadino — o dargliela ora a mia moglie?

— Ora è troppo tardi, e poi io senza la ricetta del dottore non posso

darla.

— Ma dove sarà?

— Mah... sarà andato a caccia.

— Oppure da qualche donna — aggiunse l’Eufemia.

— Pensare che rimango con tre creature!

— Pover uomo, meritate tutta la compassione! — disse l’Eufemia — tutta

colpa sua, del medico nero! è tanto ingannatore! tanto traditore! tanto

canaglia!...

Il contadino fuggì disperato dalla bottega.

— Mi ha ammazzato la moglie! mi ha ammazzato la moglie, quel medico

infame! — egli ripeteva, empiendo de’ suoi lamenti il paese, e poi la

camera della morta, dove vagiva una culla.

Il sor Telemaco si fregava le mani e diceva: — Eh perdio! non mi morse

lupo che io non mi rifacessi col suo pelo: mi hai impedito di vendere

il mio piccolo chinino ai contadini, non m’hai sposato la figliuola, o

prendi canaglia!...

Più tardi capitò in farmacia il giovane medico di Gaggiano, un

comunello poco distante da Riva, e ne dissero corna insieme. Quella

di Gaggiano era la prima condotta del giovinotto, ma essendo nativo

di Riva, e volendoci ritornare, cercava di scalzarne il medico nero.

Anche lui dunque ripeteva con sicumera agl’imbecilli del paese, che

erano un numero rispettabile, che la contadina, con certi espedienti,

poteva esser salvata; ma il medico nero o gli ignorava, o non ci

aveva pensato. Era innegabile, egli soggiungeva, che il medico nero

disprezzava troppo scetticamente gli immensi sussidi della farmacopea.

E lo stesso press’a poco ripeteva il veterinario, tristo individuo, che

si sentiva troppo soggetto anche lui all’occhio severo e vigile del

dottore.

Il rispettabile numero, così facilmente aizzabile, s’indignava, e già

s’agitava con quel vagante e torbido mormorìo che precede lo scoppio

della procella. Il sindaco temeva una rivolta di popolo, e ne aveva

scritto alla prefettura. La prefettura aveva scritto al capitano dei

reali carabinieri perchè il comandante della stazione più prossima a

Riva, si recasse con due uomini sul luogo, immediatamente. Il furore

del maggior numero lampeggiò la sera stessa che fu seppellita la

contadina: volarono dei sassi a fracassare i vetri al dottore. Egli si

precipitò giù in istrada. Nessuno era stato. Lo salutarono rispettosi e

si dispersero nell’oscurità del crepuscolo, sibilando.

I carabinieri passeggiarono a lungo su e giù... Ma quel malanimo del

numero rispettabile, essendo stato impedito dai carabinieri di sfogarsi

coi sassi, le fucilate, le bombe, il petrolio, la dinamite, ricorse a

un giornaluccio della provincia come al suo esòfago naturale.

E dall’esòfago uscì il giorno dopo un’accusa tuonante come appunto il

grido d’una moltitudine. Il dottore aveva mancato al proprio dovere col

sacrifizio d’una vita: la vita d’una povera madre di tre figliuoli!...

E qui l’esòfago rivolgeva due lunghissime apostrofi funebri l’una

ai figliuoli, e l’altra alla madre, che riuscirono d’un effetto

lacrimatorio grandissimo: il giornale andò a ruba, e raddoppiò gli

abbonati. Il dottore si degnò di rispondere.

Disse che egli adempiva sempre con scrupolosa coscienza ai doveri serî

della sua professione, non curandosi di quegli apparenti o di falso

zelo, i quali non servono a nulla, o soltanto a soddisfare la vanità

propria, o ad evitare il biasimo degli ipocriti e degli sciocchi. Fece

quindi la storia scientificamente esatta del male; espose i resultati

dell’autopsia cadaverica, dimostrando che nessun potere umano avrebbe

potuto salvare la contadina.

Queste luminose prove del vero gettate contro quei tristi, interessati

o ciechi, non valsero che a invelenirli e accecarli di più.

L’esòfago sostenne di nuovo l’accusa, dimostrando con un gergo molto

oscuro e confuso, ma altrettanto scientifico, che il dottore Stellini

aveva trascurato quei mezzi _farmaceutici_ e _teraupetici_ che erano,

in quel caso, indicati dalla più elementare dottrina medica.

Il dottore rispose ancora: ma questa volta con minacciosa ironia e

arte sottile come una lama temprata, toccò sì addentro le catoniane

coscienze de’ suoi accusatori, che l’esòfago tacque. Certi fattarelli

che dovevano aggirarsi come le nottole nelle tenebre, paventarono che

sorgesse da quelle parole del dottore un’alba importuna; il paese, non

più istigato dalla pubblica stampa, si calmò, e il sindaco telegrafò al

prefetto d’aver soffocato l’insurrezione.

Il dottore ebbe ancora gli onori del luogo; ma dovè visitare più

brevemente o occultamente donna Angioliera, il cui nome eragli troppo

caro per tollerarne la censura e l’irriverenza. Nei giorni di questa

lotta, sì perversamente misera e scempia, egli aveva trepidato solo

per lei. Egli pensava che forse, per obbligo vano d’ufficio, avrebbe

fatto quella visita alla contadina morente, se i capelli biondi di

donna Angioliera non gli avessero infuso, quella mattina, un soave

oblìo delle inesorabili esigenze della vita reale. Questo era sempre il

suo torto, il suo peccato, ed il suo gastigo: abbandonarsi troppo alle

seduzioni della donna, dell’immaginazione e del cuore.

Egli dunque in quei giorni aveva temuto che, col suo, fosse vituperato

anche il nome della signora. Ma tutt’e due avevano messo tanto studio

e tanto ingegno nel nascondere il loro amore, che, per allora, potè

sfuggire alla malignità, la quale, per buona fortuna, non è sempre

accorta e veggente, ma qualche rara volta dorme anche lei.

Il peccato del dottore · 第 25 / 53 题