VIII.

Quelle parole così carezzevoli di donna Angioliera furono per

quell’uomo sensuale ed innamorato come l’aura dolce che disgombra la

nube, e rende alla terra triste la bellezza del sole. Egli non vide

altro motivo d’ogni atto, d’ogni parola di donna Angioliera, e anche

delle sue omissioni al confessionale, se non il suo immenso amore

per lui. Quella mattina l’aveva taciuto al tribunale di penitenza, e

poi l’aveva fatto benedire da Dio. Che desiderava di più? A quella

benedizione non ci avrebbe pensato di certo, se non si fosse sentita

così felice d’amarlo! Un teologo la poteva ben condannare, ma non

l’amante partecipe della colpa. Nei duri contrasti in cui si trovava

quella povera donna come moglie, come innamorata e come signora

obbligata a dare esempio di religione a quel piccolo luogo, quel

sacrilegio era inevitabile. E il comprendere la morale efficacia

dell’esempio, non era essa di per sè una cosa lodevolissima e

giudiziosa?...

Così, dopo quel primo disgusto, pensava il dottore con animo più

indulgente, e seguendo più o meno i varii moti della passione. Se prima

d’affidarsi a tale passione, l’aveva preso qualche momento di dubbio, e

quasi di paura, innanzi all’onda formidabile che s’avanzava a rapirlo

a sè stesso; ora sentiva tanto di possedere il cuore di quella donna,

di penetrare, con il suo amore, ogni molecola del suo corpo, ogni filo

d’oro de’ suoi capelli, che gli pareva d’essersene assicurato per

sempre l’amore e la fede. Una tale felice illusione gli impediva ora

di riflettere che quel sentimento, finchè lo proviamo, ci pare che

debba essere eterno perchè è il più vivo, ed è il più instabile invece,

specialmente per una creatura come donna Angioliera, che ne seguiva

gl’impulsi sì facilmente, ricorrendo poi ai ripieghi di quell’accorta

politica femminile che risolve i casi difficili con lo spirito morale e

conciliativo d’un buon padre gesuita.

Ma amandosi ora davvero e illusi ambedue, inorridivano al solo pensiero

d’una possibile infedeltà. Non bramavano nuove occasioni d’amare,

nè di peccare, non solo perchè allora tali occasioni erano celate

o remote, ma anche perchè nell’ardore estivo non si brama l’acqua

d’altra fontana, quando quella che ci disseta ha tutto l’incanto

della freschezza e dell’ombra. Perciò si cullavano entrambi sul mare

voluttuoso, dimenticando i vortici, le correnti occulte dell’elemento

variabile, del cupo abisso che sorride alla superficie in tutta

l’infinita amenità dell’azzurro mormorante e del sole. Operava in

loro l’azione cieca del senso, del caso, della natura, avendone tanta

dolcezza, che pareva a tutt’e due d’essere buoni, d’essere felici,

d’essere innocenti: pareva a tutt’e due che non ci fosse che il loro

cuore infiammato nel mondo, e che il loro cuore, come il mondo, dovesse

continuamente rinnovarsi nell’infinito.

Non importa dire che donna Angioliera, versandogli nelle fibre questo

liquore così inebriante, gli aveva reso insoffribile l’Eufemia, ed in

ciò ella era stata per lui una vera provvidenza salvatrice. Egli aveva

vergogna e rimorso di quel suo frivolo errore, ma se lo perdonava

mettendolo fra le conseguenze del suo isolamento a Riva, dove, prima

della venuta di donna Angioliera, l’unica Eva che fingesse di palpitare

per lui era quella diabolica figlia dello speziale. Costei aveva

tentato con tutte le raffinatezze della falsità e della civetteria,

di condurlo alle nozze allegre, e il dottore, senza prometterglielo,

gliel’aveva fatto credere, e un po’ l’aveva creduto anche lui. Ora,

per non attirarsene l’odio, avrebbe potuto continuare a illuderla

ancora, ma egli che credeva ingenuamente d’essere amato da quella

ragazza speculatrice, volle piuttosto essere crudele che falso. La vera

disonestà incominciava, secondo lui, quando veniva a mancare la ragione

intima, cioè sincera, d’un atto; quando a un’affezione reale (qualunque

fosse stata quella sua per l’Eufemia) succedeva la parte in commedia:

una parte che egli aborriva. Era un misero peccatore che Minosse

avrebbe mandato tra gl’incontinenti e i violenti, non mai al più cupo

baratro della frode malvagia. Egli dunque non andava più in farmacia a

leggere l’_Etoile Médicale_.

L’Eufemia, accorta e superba, taceva, non lo cercava. Ma un giorno

ch’egli la scorse ferma in piedi sullo scalino esterno della bottega,

capì bene da quali vipere invelenite fosse agitata contro di lui.

Guardandolo a tradimento con la coda dell’occhio, ella serrò le

mani alla vita per meglio erigersi e sporgere quel suo petto d’una

floridezza smodata, coi suoi piccoli denti a sega morse le sue grosse

labbra da mora, aggrottò i neri ciglioni che le solcavano la fronte

come un argine macchioso sul nero baleno degli occhi; e tutta l’anima

falsa e plebea le apparì sull’orrida faccia seducentissima. Aspettò che

il dottore le passasse davanti, e quando egli fece atto di salutarla,

lei gli voltò superbamente le spalle, e disparve nell’oscurità del

laboratorio.

Il dottore passò oltre mormorando quei bellissimi versi di Virgilio

che dipingono nella selva delle ombre la sanguinante Didone torva, e

rifugente da Enea.

Così l’Eufemia, avendo voluto tradire, offendevasi tanto d’essere

stata, non veramente tradita, ma soltanto delusa nelle sue nere

speranze di tradimento. Ella era piena d’orgoglio, e se ne compiaceva

come d’un sentimento elevato che la innalzasse al proprio cospetto.

Perciò ella taceva con il dottore, ormai non sperando più di riaverlo;

altrimenti, se non fosse stata furba quanto era orgogliosa, non

avrebbe mancato di supplicarlo come la più innamorata e la più umile

delle donne. Ma lei, i suoi genitori e Palmiro si vendicavano facendo

scorrere per il paese il vento malvagio e occulto delle loro lingue

disingannate.

La cosa dunque giunse all’orecchio anche delle principali signore di

Riva, quelle che dirigevano l’opinione, o costituivano il senno critico

femminile del luogo, le quali condannarono il dottore, e deplorarono

che una buona ragazza di Riva fosse stata tradita da un forestiero.

Guai se avessero saputo che donna Angioliera era la causa principale

d’un simile tradimento!... Ma un angiolo o un diavolo pareva che ancora

cuoprisse delle sue ali i due amanti.

Donna Angioliera, temendone alquanto la maldicenza, e curiosa di

conoscere il piccolo Decamerone di Riva, (ella aveva un poco questa

malsana curiosità) le riceveva il giovedì nel suo salotto del museo,

e credeva d’ingrazionirsele ricolmandole di thè, d’aranciate, di

limonate, di cioccolate, confetti e rosoli dolci.

Ma ci voleva altro che zucchero per le lingue di quelle signore!

Criticavano molto donna Angioliera: aveva dei modi troppo liberi,

che non erano da contessa, diceva la contessa Grossoni. Per esempio,

quando c’era il cav. Trippetini assessore, ella distendeva sempre la

gamba sulla _chaise-longue_, offrendo alla contemplazione di quel grave

uomo di Stato la sua breve scarpetta appuntata, e il piede svelto

e trasparente di sotto la calza nera: cose da cui volevano quelle

signore distogliere gli occhi intenti del cav. Trippetini. Inoltre

non vedevano volentieri che ella sfoggiasse ogni giovedì una nuova

veste di seta, vero miracolo d’eleganza che lasciavale aperta, tra

i pizzi bianchi come la neve, una punta del seno roseo, mentre, con

negligenza di spettinata, ella si faceva cadere le trecce bionde sulle

gracili spalle. Dicevano poi che si voleva dar l’aria di letterata

che molto leggesse e scrivesse con quelle sue tavole sparse di carta

elegante, di calamai preziosi, di grandi stecche d’avorio, di romanzi,

di dizionari, e di taccuini. Invece quei taccuini ella li portava

sempre con sè perchè vi aveva deposto il tesoro de’ suoi ricordi,

i suoi pensieri virginei, tante belle massime amatorie e morali

gustate molto dalla palpitante fanciulla nelle sue letture proibite.

Deploravano anche che ella sprecasse tanti danari, che potevano essere

dati ai poveri, in tutte quelle galanterie comprate dai gioiellieri e

dagli antiquari. N’aveva tutta piena una suntuosa e fragile vetrina

di legno roseo, scorniciata alla _rococò_. Figuriamoci! V’erano tre

ventagli sempre vaghissimi, sebbene nel secolo dei minuetti e dei nei

fossero stati molto adoprati; v’erano finissime miniature in avorio

di gentildonne Angiolieri e Aquilegi, state in Francia (egli nasceva

da una principessa francese) dame d’onore di delfine e regine; v’era

un’intiera orchestrina di piccoli alati amorini di vecchio Sax;

una pantofola turca, già appartenuta a _madame di Maintenon_: nè

bastavano queste profanità, ma v’erano mescolate anche le cose sacre:

un crocifisso d’oro pendente da un rosario di lapislazzuli; una mezza

pianeta d’argento dov’era istoriata l’agonia di Nostro Signore; un

uffiziolo molto sudicio all’estremità dei vivagni, ma ridente di

colori come una primavera, e perfino (questa poi era la stravaganza

più grossa di tutte) il tricorno rosso dello zio cardinale! È vero

che donna Angioliera diceva di serbarlo per il figliuolo qualora

gli fosse piaciuto di dedicarsi alla Chiesa, ma quelle signore le

rispondevano, sorridendo, che Gastoncino aveva gli occhi troppo furbi

per sottostare alle astinenze del sacerdozio. Facevano qualche volta di

tali riflessioni sì argute, e nondimeno anche certe stampe a colori,

di quelle che Parigi volteriana diffuse per i salotti alla vigilia

del _Terrore_, riproducevano scene d’una galanteria troppo raffinata,

perchè esse non le guardassero spesso scandalizzate. Le più ingenue e

sincere ammiravano francamente la candida mensa ricca di porcellane, di

fiori, d’argenteria, ma soprattutto le trine finissime che orlavano la

tovaglia e i tovaglioli da thè ricamati e cifrati con una grande corona.

Quel giovedì d’ottobre la contessa Grossoni (una bambola superba e

piena di devozione presso alla quarantina) deplorò, con aria alquanto

amministrativa, che le cose del Comune andassero a rotoli: bisognava

essere più energici, e licenziare tre o quattro che non facevano il

loro dovere.

— Chi sono? — domandò donna Angioliera fumando una sigaretta.

— Il lampionaio che s’ubriaca, e che l’altra sera si scordò perfino

d’accendere i lumi; l’acchiappacani che lascia venire in paese tutti i

canacci della campagna, e il _medico nero_ che trascura gli ammalati.

— Chi è il _medico nero_? — domandò donna Angioliera che lo sapeva

benissimo.

— È quell’antipatico del dottore Stellini — rispose la Grossoni con

gran disprezzo.

— Ha avuto qualche rapporto lei, contessa, col _medico nero_? — domandò

donna Angioliera languidamente distratta.

— Rapporto?... che intende dire per rapporto...

— Intendo dire un rapporto lecito, onesto come posso averlo io...

averlo lei... la signora Trippetini, la marchesa Ciancieri....

La vecchia marchesa Ciancieri, cachettico avanzo di molti amori,

sorrise scetticamente con la bocca sdentata, scotendo la faccia magra e

rugosa.

— L’ho chiamato una sola volta — rispose la Grossoni — per un mio

incomodo, ma non lo chiamo più: mi piacquero poco i suoi modi, e glielo

feci capire: lui mi rispose come non si risponde mai ad una signora...

È un gran donnaiuolo!

— Davvero! — sclamò maravigliata donna Angioliera, e guardando il viso

severo della Grossoni, aspettava di saperne di più. Ma la Grossoni con

quella esclamazione aveva già concluso un fatto mentale, offrendolo

alla facile supposizione delle amiche, e bastava.

— Non se ne meravigli — le disse la Trippetini — si figuri s’era messo

perfino con l’Eufemia, che è tanto brutta!

— No, non è mica brutta l’Eufemia — disse la Ciancieri — è una moretta

che agli uomini piace molto.

— Chi è? — domandò donna Angioliera, lanciando con indifferenza il fumo

della sua sigaretta.

— La figlia dello speziale.

— Quant’anni ha?

— Trentadue, o trentatre.

— Ma che c’è stato? — domandò donna Angioliera nascondendo con un

sorriso il suo turbamento.

— Fino a che punto siano andate le cose — rispose la Grossoni — io non

lo so: ma la doveva sposare, gliel’aveva promesso, e poi l’ha lasciata.

— Gli uomini sono tutti volubili! — disse la marchesa Ciancieri col

tono di chi se n’intende, ed annunzia una gran verità per la prima

volta.

— Veramente — riprese a dire donna Angioliera — io lo conosco poco il

dottore Stellini, ma quando lo chiamai per la malattia di Gastone, con

me si condusse da gentiluomo; forse s’avvide che io non son donna a cui

si può far la corte: ha fatto benissimo, contessa, a metterlo al posto.

— Si figuri, io che adoro mio marito! — essa rispose teneramente.

— E trascura anche gli ammalati? — domandò donna Angioliera.

— Non va neppure a vederli! — disse la Trippetini.

— Ah sì sì, l’ho detto e lo ripeto, io li vorrei più energici quei

signori del municipio! — sclamò la Grossoni — a me piacciono gli uomini

energici!

— Anche a me — disse donna Angioliera.

— Ora poi saranno obbligati a licenziarlo per forza — riprese la

Ciancieri — tutto il paese gli è contro per via di quella contadina

morta stamani...

— Una madre di tre figliuoli! — sclamò la Grossoni con voce di gran

pietà.

— E n’ha colpa lui se è morta? — domandò donna Angioliera.

— Sicuro — rispose la Grossoni — ha mancato di visitarla, di

soccorrerla in tempo... dicono lo speziale, il parroco, il medico di

Gaggiano, il veterinario, tutti, che si poteva salvare, purchè nella

_crisi_ il medico le avesse dato un certo rimedio, ma il medico non

c’era, il rimedio mancò, ed è morta; una madre di tre figliuoli!

— Oh povera donna! povera donna! che disgrazia! — sclamò donna

Angioliera.

E per alcuni istanti tacquero tutte, perchè erano tutte visibilmente

commosse: poi la Grossoni guardò l’orologio, si spaventò, e disse,

alzandosi in fretta:

— Ho fatto tardi, e mio marito mi attende; io ho l’abitudine di non far

mai attendere mio marito: dunque, donna Angioliera...

— Arrivederla, contessa: l’avverto che oggi è l’ultimo giovedì che

ricevo, perchè quest’altra settimana dovrò partire.

— Così presto!... oh mi dispiace!...

— Eh ormai per quest’anno la villeggiatura è finita: ma mi procurerò il

piacere di rivederla.

— Brava!

— Sì, perchè lei mi dice sempre delle cose utili a sapersi.

— Grazie, cara donna Angioliera: tutta sua bontà: ma dunque ci

rivedremo davvero prima che parta?

— Certamente.

— Oh, e poi io verrò al vaporino a salutarla: arrivederla, donna

Angioliera.

E la contessa Grossoni uscì a passo veemente.

— Ecco! — disse dopo un poco la Trippetini — la contessa Grossoni è una

buona donna, una donna molto intelligente, ma io ho osservato che non

può stare se non dice male di qualcheduno.

— Pare che il dottore Stellini si sia condotto poco bene con lei —

disse donna Angioliera.

— Non le dia retta! — rispose scotendo il capo la marchesa Ciancieri

— se fosse vero, non l’avrebbe detto: ma lei vuol far sempre credere

d’essere tentata da tutti, e di salvarsi sempre.

— Già! — sclamò ridendo la Trippetini.

— E invece anche lei, anche lei... ma via! tronchiamo questo capitolo.

— Ma come! — sclamò donna Angioliera scandalizzata — che cosa si può

dire della contessa Grossoni? adora suo marito!...

La Ciancieri non rispose, ma la giovine Trippetini incominciò a ridere;

e poi nominò due signorotti del luogo, l’uno giovane e l’altro anziano,

amicissimi tra loro, e più del marito; e ne raccontarono delle belle,

in quella loro intimità tutta femminile. Donna Angioliera si divertiva

a sentirle, ma dopo sclamò indignata:

— Non lo credo! sono calunnie: altrimenti bisogna dire che non c’è più

onestà a questo mondo: io per esempio potrei ricordare una ventina

delle mie amiche che non mancarono mai ai loro doveri verso il marito:

ne son sicura!

— Come sei ingenua, cara Angioliera! — disse la Trippetini alzandosi

per andar via con la Ciancieri — addio, cara; voglimi bene: ma non

essere tanto ingenua, sai.

Aveva creduto la furba Trippetini che quel colloquio così confidenziale

e segreto fra loro donne, raccontando gli amori della Grossoni,

l’avesse così avvicinata, lei borghese, alla nobilissima gentildonna,

da osare, per la prima volta, di trattarla alla pari, e darle del tu.

Donna Angioliera s’impettì, abbassò i bellissimi occhi alteri,

s’inseverì, s’irrigidì come un busto marmoreo sopra un monumento

sepolcrale del 400, e rispose:

— Arrivederla, signora Trippetini.

— Arrivederla — ripetè l’altra esagerando quel medesimo tono.

E uscita, andò subito a sfogarsi dalla contessa Grossoni. Era anche lei

aristocratissima ma, invidiosa, ascoltò quei biasimi volentieri, dette

ragione alla Trippetini, ed aggiunse che donna Angioliera portava a

Riva di Lago anche degli usi, come quello, per esempio, di dare il thè,

che assolutamente non erano del paese.

Il peccato del dottore · 第 24 / 53 题