Quelle parole così carezzevoli di donna Angioliera furono per
quell’uomo sensuale ed innamorato come l’aura dolce che disgombra la
nube, e rende alla terra triste la bellezza del sole. Egli non vide
altro motivo d’ogni atto, d’ogni parola di donna Angioliera, e anche
delle sue omissioni al confessionale, se non il suo immenso amore
per lui. Quella mattina l’aveva taciuto al tribunale di penitenza, e
poi l’aveva fatto benedire da Dio. Che desiderava di più? A quella
benedizione non ci avrebbe pensato di certo, se non si fosse sentita
così felice d’amarlo! Un teologo la poteva ben condannare, ma non
l’amante partecipe della colpa. Nei duri contrasti in cui si trovava
quella povera donna come moglie, come innamorata e come signora
obbligata a dare esempio di religione a quel piccolo luogo, quel
sacrilegio era inevitabile. E il comprendere la morale efficacia
dell’esempio, non era essa di per sè una cosa lodevolissima e
giudiziosa?...
Così, dopo quel primo disgusto, pensava il dottore con animo più
indulgente, e seguendo più o meno i varii moti della passione. Se prima
d’affidarsi a tale passione, l’aveva preso qualche momento di dubbio, e
quasi di paura, innanzi all’onda formidabile che s’avanzava a rapirlo
a sè stesso; ora sentiva tanto di possedere il cuore di quella donna,
di penetrare, con il suo amore, ogni molecola del suo corpo, ogni filo
d’oro de’ suoi capelli, che gli pareva d’essersene assicurato per
sempre l’amore e la fede. Una tale felice illusione gli impediva ora
di riflettere che quel sentimento, finchè lo proviamo, ci pare che
debba essere eterno perchè è il più vivo, ed è il più instabile invece,
specialmente per una creatura come donna Angioliera, che ne seguiva
gl’impulsi sì facilmente, ricorrendo poi ai ripieghi di quell’accorta
politica femminile che risolve i casi difficili con lo spirito morale e
conciliativo d’un buon padre gesuita.
Ma amandosi ora davvero e illusi ambedue, inorridivano al solo pensiero
d’una possibile infedeltà. Non bramavano nuove occasioni d’amare,
nè di peccare, non solo perchè allora tali occasioni erano celate
o remote, ma anche perchè nell’ardore estivo non si brama l’acqua
d’altra fontana, quando quella che ci disseta ha tutto l’incanto
della freschezza e dell’ombra. Perciò si cullavano entrambi sul mare
voluttuoso, dimenticando i vortici, le correnti occulte dell’elemento
variabile, del cupo abisso che sorride alla superficie in tutta
l’infinita amenità dell’azzurro mormorante e del sole. Operava in
loro l’azione cieca del senso, del caso, della natura, avendone tanta
dolcezza, che pareva a tutt’e due d’essere buoni, d’essere felici,
d’essere innocenti: pareva a tutt’e due che non ci fosse che il loro
cuore infiammato nel mondo, e che il loro cuore, come il mondo, dovesse
continuamente rinnovarsi nell’infinito.
Non importa dire che donna Angioliera, versandogli nelle fibre questo
liquore così inebriante, gli aveva reso insoffribile l’Eufemia, ed in
ciò ella era stata per lui una vera provvidenza salvatrice. Egli aveva
vergogna e rimorso di quel suo frivolo errore, ma se lo perdonava
mettendolo fra le conseguenze del suo isolamento a Riva, dove, prima
della venuta di donna Angioliera, l’unica Eva che fingesse di palpitare
per lui era quella diabolica figlia dello speziale. Costei aveva
tentato con tutte le raffinatezze della falsità e della civetteria,
di condurlo alle nozze allegre, e il dottore, senza prometterglielo,
gliel’aveva fatto credere, e un po’ l’aveva creduto anche lui. Ora,
per non attirarsene l’odio, avrebbe potuto continuare a illuderla
ancora, ma egli che credeva ingenuamente d’essere amato da quella
ragazza speculatrice, volle piuttosto essere crudele che falso. La vera
disonestà incominciava, secondo lui, quando veniva a mancare la ragione
intima, cioè sincera, d’un atto; quando a un’affezione reale (qualunque
fosse stata quella sua per l’Eufemia) succedeva la parte in commedia:
una parte che egli aborriva. Era un misero peccatore che Minosse
avrebbe mandato tra gl’incontinenti e i violenti, non mai al più cupo
baratro della frode malvagia. Egli dunque non andava più in farmacia a
leggere l’_Etoile Médicale_.
L’Eufemia, accorta e superba, taceva, non lo cercava. Ma un giorno
ch’egli la scorse ferma in piedi sullo scalino esterno della bottega,
capì bene da quali vipere invelenite fosse agitata contro di lui.
Guardandolo a tradimento con la coda dell’occhio, ella serrò le
mani alla vita per meglio erigersi e sporgere quel suo petto d’una
floridezza smodata, coi suoi piccoli denti a sega morse le sue grosse
labbra da mora, aggrottò i neri ciglioni che le solcavano la fronte
come un argine macchioso sul nero baleno degli occhi; e tutta l’anima
falsa e plebea le apparì sull’orrida faccia seducentissima. Aspettò che
il dottore le passasse davanti, e quando egli fece atto di salutarla,
lei gli voltò superbamente le spalle, e disparve nell’oscurità del
laboratorio.
Il dottore passò oltre mormorando quei bellissimi versi di Virgilio
che dipingono nella selva delle ombre la sanguinante Didone torva, e
rifugente da Enea.
Così l’Eufemia, avendo voluto tradire, offendevasi tanto d’essere
stata, non veramente tradita, ma soltanto delusa nelle sue nere
speranze di tradimento. Ella era piena d’orgoglio, e se ne compiaceva
come d’un sentimento elevato che la innalzasse al proprio cospetto.
Perciò ella taceva con il dottore, ormai non sperando più di riaverlo;
altrimenti, se non fosse stata furba quanto era orgogliosa, non
avrebbe mancato di supplicarlo come la più innamorata e la più umile
delle donne. Ma lei, i suoi genitori e Palmiro si vendicavano facendo
scorrere per il paese il vento malvagio e occulto delle loro lingue
disingannate.
La cosa dunque giunse all’orecchio anche delle principali signore di
Riva, quelle che dirigevano l’opinione, o costituivano il senno critico
femminile del luogo, le quali condannarono il dottore, e deplorarono
che una buona ragazza di Riva fosse stata tradita da un forestiero.
Guai se avessero saputo che donna Angioliera era la causa principale
d’un simile tradimento!... Ma un angiolo o un diavolo pareva che ancora
cuoprisse delle sue ali i due amanti.
Donna Angioliera, temendone alquanto la maldicenza, e curiosa di
conoscere il piccolo Decamerone di Riva, (ella aveva un poco questa
malsana curiosità) le riceveva il giovedì nel suo salotto del museo,
e credeva d’ingrazionirsele ricolmandole di thè, d’aranciate, di
limonate, di cioccolate, confetti e rosoli dolci.
Ma ci voleva altro che zucchero per le lingue di quelle signore!
Criticavano molto donna Angioliera: aveva dei modi troppo liberi,
che non erano da contessa, diceva la contessa Grossoni. Per esempio,
quando c’era il cav. Trippetini assessore, ella distendeva sempre la
gamba sulla _chaise-longue_, offrendo alla contemplazione di quel grave
uomo di Stato la sua breve scarpetta appuntata, e il piede svelto
e trasparente di sotto la calza nera: cose da cui volevano quelle
signore distogliere gli occhi intenti del cav. Trippetini. Inoltre
non vedevano volentieri che ella sfoggiasse ogni giovedì una nuova
veste di seta, vero miracolo d’eleganza che lasciavale aperta, tra
i pizzi bianchi come la neve, una punta del seno roseo, mentre, con
negligenza di spettinata, ella si faceva cadere le trecce bionde sulle
gracili spalle. Dicevano poi che si voleva dar l’aria di letterata
che molto leggesse e scrivesse con quelle sue tavole sparse di carta
elegante, di calamai preziosi, di grandi stecche d’avorio, di romanzi,
di dizionari, e di taccuini. Invece quei taccuini ella li portava
sempre con sè perchè vi aveva deposto il tesoro de’ suoi ricordi,
i suoi pensieri virginei, tante belle massime amatorie e morali
gustate molto dalla palpitante fanciulla nelle sue letture proibite.
Deploravano anche che ella sprecasse tanti danari, che potevano essere
dati ai poveri, in tutte quelle galanterie comprate dai gioiellieri e
dagli antiquari. N’aveva tutta piena una suntuosa e fragile vetrina
di legno roseo, scorniciata alla _rococò_. Figuriamoci! V’erano tre
ventagli sempre vaghissimi, sebbene nel secolo dei minuetti e dei nei
fossero stati molto adoprati; v’erano finissime miniature in avorio
di gentildonne Angiolieri e Aquilegi, state in Francia (egli nasceva
da una principessa francese) dame d’onore di delfine e regine; v’era
un’intiera orchestrina di piccoli alati amorini di vecchio Sax;
una pantofola turca, già appartenuta a _madame di Maintenon_: nè
bastavano queste profanità, ma v’erano mescolate anche le cose sacre:
un crocifisso d’oro pendente da un rosario di lapislazzuli; una mezza
pianeta d’argento dov’era istoriata l’agonia di Nostro Signore; un
uffiziolo molto sudicio all’estremità dei vivagni, ma ridente di
colori come una primavera, e perfino (questa poi era la stravaganza
più grossa di tutte) il tricorno rosso dello zio cardinale! È vero
che donna Angioliera diceva di serbarlo per il figliuolo qualora
gli fosse piaciuto di dedicarsi alla Chiesa, ma quelle signore le
rispondevano, sorridendo, che Gastoncino aveva gli occhi troppo furbi
per sottostare alle astinenze del sacerdozio. Facevano qualche volta di
tali riflessioni sì argute, e nondimeno anche certe stampe a colori,
di quelle che Parigi volteriana diffuse per i salotti alla vigilia
del _Terrore_, riproducevano scene d’una galanteria troppo raffinata,
perchè esse non le guardassero spesso scandalizzate. Le più ingenue e
sincere ammiravano francamente la candida mensa ricca di porcellane, di
fiori, d’argenteria, ma soprattutto le trine finissime che orlavano la
tovaglia e i tovaglioli da thè ricamati e cifrati con una grande corona.
Quel giovedì d’ottobre la contessa Grossoni (una bambola superba e
piena di devozione presso alla quarantina) deplorò, con aria alquanto
amministrativa, che le cose del Comune andassero a rotoli: bisognava
essere più energici, e licenziare tre o quattro che non facevano il
loro dovere.
— Chi sono? — domandò donna Angioliera fumando una sigaretta.
— Il lampionaio che s’ubriaca, e che l’altra sera si scordò perfino
d’accendere i lumi; l’acchiappacani che lascia venire in paese tutti i
canacci della campagna, e il _medico nero_ che trascura gli ammalati.
— Chi è il _medico nero_? — domandò donna Angioliera che lo sapeva
benissimo.
— È quell’antipatico del dottore Stellini — rispose la Grossoni con
gran disprezzo.
— Ha avuto qualche rapporto lei, contessa, col _medico nero_? — domandò
donna Angioliera languidamente distratta.
— Rapporto?... che intende dire per rapporto...
— Intendo dire un rapporto lecito, onesto come posso averlo io...
averlo lei... la signora Trippetini, la marchesa Ciancieri....
La vecchia marchesa Ciancieri, cachettico avanzo di molti amori,
sorrise scetticamente con la bocca sdentata, scotendo la faccia magra e
rugosa.
— L’ho chiamato una sola volta — rispose la Grossoni — per un mio
incomodo, ma non lo chiamo più: mi piacquero poco i suoi modi, e glielo
feci capire: lui mi rispose come non si risponde mai ad una signora...
È un gran donnaiuolo!
— Davvero! — sclamò maravigliata donna Angioliera, e guardando il viso
severo della Grossoni, aspettava di saperne di più. Ma la Grossoni con
quella esclamazione aveva già concluso un fatto mentale, offrendolo
alla facile supposizione delle amiche, e bastava.
— Non se ne meravigli — le disse la Trippetini — si figuri s’era messo
perfino con l’Eufemia, che è tanto brutta!
— No, non è mica brutta l’Eufemia — disse la Ciancieri — è una moretta
che agli uomini piace molto.
— Chi è? — domandò donna Angioliera, lanciando con indifferenza il fumo
della sua sigaretta.
— La figlia dello speziale.
— Quant’anni ha?
— Trentadue, o trentatre.
— Ma che c’è stato? — domandò donna Angioliera nascondendo con un
sorriso il suo turbamento.
— Fino a che punto siano andate le cose — rispose la Grossoni — io non
lo so: ma la doveva sposare, gliel’aveva promesso, e poi l’ha lasciata.
— Gli uomini sono tutti volubili! — disse la marchesa Ciancieri col
tono di chi se n’intende, ed annunzia una gran verità per la prima
volta.
— Veramente — riprese a dire donna Angioliera — io lo conosco poco il
dottore Stellini, ma quando lo chiamai per la malattia di Gastone, con
me si condusse da gentiluomo; forse s’avvide che io non son donna a cui
si può far la corte: ha fatto benissimo, contessa, a metterlo al posto.
— Si figuri, io che adoro mio marito! — essa rispose teneramente.
— E trascura anche gli ammalati? — domandò donna Angioliera.
— Non va neppure a vederli! — disse la Trippetini.
— Ah sì sì, l’ho detto e lo ripeto, io li vorrei più energici quei
signori del municipio! — sclamò la Grossoni — a me piacciono gli uomini
energici!
— Anche a me — disse donna Angioliera.
— Ora poi saranno obbligati a licenziarlo per forza — riprese la
Ciancieri — tutto il paese gli è contro per via di quella contadina
morta stamani...
— Una madre di tre figliuoli! — sclamò la Grossoni con voce di gran
pietà.
— E n’ha colpa lui se è morta? — domandò donna Angioliera.
— Sicuro — rispose la Grossoni — ha mancato di visitarla, di
soccorrerla in tempo... dicono lo speziale, il parroco, il medico di
Gaggiano, il veterinario, tutti, che si poteva salvare, purchè nella
_crisi_ il medico le avesse dato un certo rimedio, ma il medico non
c’era, il rimedio mancò, ed è morta; una madre di tre figliuoli!
— Oh povera donna! povera donna! che disgrazia! — sclamò donna
Angioliera.
E per alcuni istanti tacquero tutte, perchè erano tutte visibilmente
commosse: poi la Grossoni guardò l’orologio, si spaventò, e disse,
alzandosi in fretta:
— Ho fatto tardi, e mio marito mi attende; io ho l’abitudine di non far
mai attendere mio marito: dunque, donna Angioliera...
— Arrivederla, contessa: l’avverto che oggi è l’ultimo giovedì che
ricevo, perchè quest’altra settimana dovrò partire.
— Così presto!... oh mi dispiace!...
— Eh ormai per quest’anno la villeggiatura è finita: ma mi procurerò il
piacere di rivederla.
— Brava!
— Sì, perchè lei mi dice sempre delle cose utili a sapersi.
— Grazie, cara donna Angioliera: tutta sua bontà: ma dunque ci
rivedremo davvero prima che parta?
— Certamente.
— Oh, e poi io verrò al vaporino a salutarla: arrivederla, donna
Angioliera.
E la contessa Grossoni uscì a passo veemente.
— Ecco! — disse dopo un poco la Trippetini — la contessa Grossoni è una
buona donna, una donna molto intelligente, ma io ho osservato che non
può stare se non dice male di qualcheduno.
— Pare che il dottore Stellini si sia condotto poco bene con lei —
disse donna Angioliera.
— Non le dia retta! — rispose scotendo il capo la marchesa Ciancieri
— se fosse vero, non l’avrebbe detto: ma lei vuol far sempre credere
d’essere tentata da tutti, e di salvarsi sempre.
— Già! — sclamò ridendo la Trippetini.
— E invece anche lei, anche lei... ma via! tronchiamo questo capitolo.
— Ma come! — sclamò donna Angioliera scandalizzata — che cosa si può
dire della contessa Grossoni? adora suo marito!...
La Ciancieri non rispose, ma la giovine Trippetini incominciò a ridere;
e poi nominò due signorotti del luogo, l’uno giovane e l’altro anziano,
amicissimi tra loro, e più del marito; e ne raccontarono delle belle,
in quella loro intimità tutta femminile. Donna Angioliera si divertiva
a sentirle, ma dopo sclamò indignata:
— Non lo credo! sono calunnie: altrimenti bisogna dire che non c’è più
onestà a questo mondo: io per esempio potrei ricordare una ventina
delle mie amiche che non mancarono mai ai loro doveri verso il marito:
ne son sicura!
— Come sei ingenua, cara Angioliera! — disse la Trippetini alzandosi
per andar via con la Ciancieri — addio, cara; voglimi bene: ma non
essere tanto ingenua, sai.
Aveva creduto la furba Trippetini che quel colloquio così confidenziale
e segreto fra loro donne, raccontando gli amori della Grossoni,
l’avesse così avvicinata, lei borghese, alla nobilissima gentildonna,
da osare, per la prima volta, di trattarla alla pari, e darle del tu.
Donna Angioliera s’impettì, abbassò i bellissimi occhi alteri,
s’inseverì, s’irrigidì come un busto marmoreo sopra un monumento
sepolcrale del 400, e rispose:
— Arrivederla, signora Trippetini.
— Arrivederla — ripetè l’altra esagerando quel medesimo tono.
E uscita, andò subito a sfogarsi dalla contessa Grossoni. Era anche lei
aristocratissima ma, invidiosa, ascoltò quei biasimi volentieri, dette
ragione alla Trippetini, ed aggiunse che donna Angioliera portava a
Riva di Lago anche degli usi, come quello, per esempio, di dare il thè,
che assolutamente non erano del paese.