VII.

Qualche settimana dopo era l’otto di settembre, la festa della Madonna

come annunziavano le solenni campane fin dalla aurora.

La chiesa sul lago aveva esposto tutte le sue modeste ricchezze.

Sull’altare brillava tra le molte candele accese la statua della

Vergine incoronata, con in collo il bambino, il rosario pendente

dalle dita affusolate, e la mezza luna curva, sotto i piedi, come una

navicella. La vigilia della festa alcune ragazze del luogo l’avevano

vestita di quel bellissimo manto azzurro sparso di stelle, e avevano

ornato il paliotto dell’altare con fiori alpestri e rami d’abete

intrecciati in un rustico ma grazioso disegno. Quel lieve profumo di

fiori spandeva per la chiesa come un’aura mite di gentilezza e di

purità, che pareva elevare il fervore delle preghiere bisbiglianti.

I contadini inginocchiati, curvavano le teste faticose, abbronzate,

calve, canute, tra cui spiccavano i fazzoletti a varî colori delle loro

donne, e qua e là i cappellini, trionfanti di penne e nastri, delle

signore. Queste stavano inginocchiate o sedute sulla propria sedia

particolare, agitavano i ricchi ventagli, si salutavano, si guardavano;

o tenevano gli occhi intenti nella Vergine per implorarne le grazie, o

raccolti sul libro legato in morbida pelle, e perfino in tartaruga, in

madreperla, in avorio.

Dalla porta della chiesa appariva l’estrema falda d’un monte coi bruni

abeti che oscuravano le acque del lago lievemente increspate d’oro.

Suonò la campanella di sagrestia, e uscì il parroco rubicondo, seguito

dai due accoliti, oppressi tutt’e tre da una grave pianeta gialla su

luccicante trama d’argento. Dietro a loro due chierici in cotta bianca

lanciavano nubi d’incenso dai turiboli ardenti. I tre preti in fila

ed a mani giunte fecero una profonda riverenza all’altar maggiore, e

lassù nella cantoria dell’organo incominciò la messa cantata, con un

coro di voci così formidabili, che passavano ogni misura. L’organo

sfiatava, mandava fremiti, gnauli, sussurri, dava negli acuti, o ne’

bassi fondamentali; insomma non voleva tacere nemmeno quando cantavano

i sacerdoti all’altare. Il parroco si voltò incollerito più volte, ma

l’organo era indomabile come la voce d’un creditore. Ma a metà della

messa tacque l’organo, tacquero i celebranti e i cantori...

Una voce di donna, di lassù dalla cantoria, trascorse, come un’ala che

sale in alto, su tutto quel popolo inginocchiato. Era donna Angioliera

che ogni anno, per la festa della Vergine, soleva cantare una laude

antica nell’umile chiesa di Riva. Soltanto la preghiera di San Bernardo

nei sovrani versi di Dante è paragonabile al mistico, appassionato,

doloroso fervore di quelle note. Finchè durarono, tutta la chiesa

affollata rimase muta come se non ci fosse nessuno.

Finita la messa, il popolo uscì, e tutta la piazzetta ariosa sul lago,

risuonò di voci varie e giulive.

Mentre si vuotava la chiesa, donna Angioliera rimase a pregare su in

cantoria. Ma la marchesa Santelli, la contessa Grossoni, la Trippetini

e la Filippuzzi guardavano in su con tanta insistenza, che ella dovè

discendere, tenendosi al naso un boccettino di sali odorosi.

Quelle signore si volevano congratulare con lei che aveva cantato

divinamente, ma donna Angioliera le accolse con freddezza: esse le

fecero un dispettoso saluto, e se n’andarono.

Essendo l’ora del desinare festivo, in chiesa non c’era rimasto

nessuno. Le candele votive continuavano ad ardere innanzi all’altare

della Madonna dal manto azzurro stellato. Donna Angioliera guardò

intorno e vide il dottore da lei atteso: nondimeno se ne maravigliò, e

gli disse che proprio non l’aspettava.

— Come ho cantato? — poi gli chiese timidamente.

— Bene: mi pareva in certi momenti che ti uscisse dal seno non una

voce sola, ma un coro di angioli. Se avessi potuto, io quella tua voce

l’avrei baciata: mi pareva che l’anima tua si slanciasse fuori del

tuo labbro a vivere nello spazio, sola e pregante dinanzi a Dio. In

quelle note è veramente il senso del paradiso sognato nella profondità

del dolore. Quando tacesti mi parve che cessasse per me una grande

felicità, ma è più grande ora quella di rivederti.

Ella di nuovo guardò intorno, e poi sfiorò il viso del dottore con la

bocca, ma così lievemente, che parve l’ombra d’un bacio silenzioso.

— Che ho fatto! — disse poi sorridendo, come riprendendosi per celia

d’un peccatuzzo inconsiderato — dopo essermi confessata...

— Confessata?... e...

— No: ho detto soltanto i piccoli peccati veniali: tanto si sa che son

tutte formalità per il popolo...

Il dottore, che già era disposto così felicemente alla generosa

fiducia, a quelle parole sì inaspettate, fu colpito da un senso freddo

di diffidenza, tanto più odioso per lui, quanto più s’immedesimava ora

col suo affetto per quella donna, e quanto più discordava da quelle

note esprimenti la più fervida fede dell’anima religiosa: note con le

quali ella poco prima l’aveva come rapito in una sfera superiore. Il

contrapposto tra il mondo buono, alto, sincero che egli aveva sognato

udendo quella voce fascinatrice, e il mondo prosaico, in cui l’avevano

fatto precipitosamente ridiscendere quelle parole; mondo brutto come

una fogna, il mondo degl’ipocriti, dei fraudolenti e dei vili; gli

si offrì al pensiero nella maniera più ingrata, e più scoraggiante.

Dove s’era scesi! Si attribuiva non altro che una piccola ragione di

furbizia e di utilità sociale anche alle cose che la fede sapiente

aveva un dì instituite come lavacri e consolazioni dell’anima infetta e

travagliata! Un sacro motivo psicologico diveniva un inganno da piccoli

politici e da commedianti!... E quando anche le donne ragionavano così

politicamente e praticamente in tali materie, che cosa si poteva ormai

più sperare, considerando la profonda reità della natura umana? Questo

mondo senza fede, e nondimeno interessato a mantenerne la fredda larva,

gli pareva tragico e abbominevole. A un tal mondo accorto e pauroso

del soqquadro, apparteneva anche quella bionda e amabile cantatrice.

E se ella, che si protestava sempre d’essere così leale e sincera,

poteva poi tradire, come avrebbe detto un devoto, anche i sacramenti;

quell’amore che ora gli dimostrava con sì fervida tenerezza, che altro

poteva essere se non l’effetto d’un esaltamento fugace?...

— Ma perchè ti sei confessata? — le domandò.

— Perchè a Riva si confessano tutte le signore il giorno della Madonna,

e io avrei dato un cattivo esempio a non farlo.

— Ho capito — disse sorridendo il dottore — hai avuto una piccola

ragione... morale.

— Veramente non ci ho pensato: ho fatto tutti gli anni così, e perchè

non dovevo farlo anche quest’anno? io non voglio passare da eretica;

e poi tu non sai quanta dolcezza ho provato pregando il Signore, e

pensando a te! Quante volte ho ripetuto il tuo nome qui inginocchiata

al balaustro di quest’altare! e mi pareva che il Signore benedisse la

nostra unione.

— Come benedì quella d’Adamo e d’Eva prima del peccato.

— Io non ci penso al peccato, io non me ne ricordo: io mi sento tanto

felice e contenta oggi!... perchè non mi credi? non arrossisco di

dirtelo: se io credessi di peccare, non ardirei di ripeterti oggi che

io t’amo, dopo essermi accostata, in questa chiesa, alla comunione.

— Non parliamone più; tu sei la più buona, la più santa, la più ingenua

delle donne!

— No, non lo credi: ma io impiegherò tutta la vita per acquistarmi la

tua fede, e mi sarà sempre breve la vita dedicata a te, impiegata per

te...

Il peccato del dottore · 第 23 / 53 题