Qualche settimana dopo era l’otto di settembre, la festa della Madonna
come annunziavano le solenni campane fin dalla aurora.
La chiesa sul lago aveva esposto tutte le sue modeste ricchezze.
Sull’altare brillava tra le molte candele accese la statua della
Vergine incoronata, con in collo il bambino, il rosario pendente
dalle dita affusolate, e la mezza luna curva, sotto i piedi, come una
navicella. La vigilia della festa alcune ragazze del luogo l’avevano
vestita di quel bellissimo manto azzurro sparso di stelle, e avevano
ornato il paliotto dell’altare con fiori alpestri e rami d’abete
intrecciati in un rustico ma grazioso disegno. Quel lieve profumo di
fiori spandeva per la chiesa come un’aura mite di gentilezza e di
purità, che pareva elevare il fervore delle preghiere bisbiglianti.
I contadini inginocchiati, curvavano le teste faticose, abbronzate,
calve, canute, tra cui spiccavano i fazzoletti a varî colori delle loro
donne, e qua e là i cappellini, trionfanti di penne e nastri, delle
signore. Queste stavano inginocchiate o sedute sulla propria sedia
particolare, agitavano i ricchi ventagli, si salutavano, si guardavano;
o tenevano gli occhi intenti nella Vergine per implorarne le grazie, o
raccolti sul libro legato in morbida pelle, e perfino in tartaruga, in
madreperla, in avorio.
Dalla porta della chiesa appariva l’estrema falda d’un monte coi bruni
abeti che oscuravano le acque del lago lievemente increspate d’oro.
Suonò la campanella di sagrestia, e uscì il parroco rubicondo, seguito
dai due accoliti, oppressi tutt’e tre da una grave pianeta gialla su
luccicante trama d’argento. Dietro a loro due chierici in cotta bianca
lanciavano nubi d’incenso dai turiboli ardenti. I tre preti in fila
ed a mani giunte fecero una profonda riverenza all’altar maggiore, e
lassù nella cantoria dell’organo incominciò la messa cantata, con un
coro di voci così formidabili, che passavano ogni misura. L’organo
sfiatava, mandava fremiti, gnauli, sussurri, dava negli acuti, o ne’
bassi fondamentali; insomma non voleva tacere nemmeno quando cantavano
i sacerdoti all’altare. Il parroco si voltò incollerito più volte, ma
l’organo era indomabile come la voce d’un creditore. Ma a metà della
messa tacque l’organo, tacquero i celebranti e i cantori...
Una voce di donna, di lassù dalla cantoria, trascorse, come un’ala che
sale in alto, su tutto quel popolo inginocchiato. Era donna Angioliera
che ogni anno, per la festa della Vergine, soleva cantare una laude
antica nell’umile chiesa di Riva. Soltanto la preghiera di San Bernardo
nei sovrani versi di Dante è paragonabile al mistico, appassionato,
doloroso fervore di quelle note. Finchè durarono, tutta la chiesa
affollata rimase muta come se non ci fosse nessuno.
Finita la messa, il popolo uscì, e tutta la piazzetta ariosa sul lago,
risuonò di voci varie e giulive.
Mentre si vuotava la chiesa, donna Angioliera rimase a pregare su in
cantoria. Ma la marchesa Santelli, la contessa Grossoni, la Trippetini
e la Filippuzzi guardavano in su con tanta insistenza, che ella dovè
discendere, tenendosi al naso un boccettino di sali odorosi.
Quelle signore si volevano congratulare con lei che aveva cantato
divinamente, ma donna Angioliera le accolse con freddezza: esse le
fecero un dispettoso saluto, e se n’andarono.
Essendo l’ora del desinare festivo, in chiesa non c’era rimasto
nessuno. Le candele votive continuavano ad ardere innanzi all’altare
della Madonna dal manto azzurro stellato. Donna Angioliera guardò
intorno e vide il dottore da lei atteso: nondimeno se ne maravigliò, e
gli disse che proprio non l’aspettava.
— Come ho cantato? — poi gli chiese timidamente.
— Bene: mi pareva in certi momenti che ti uscisse dal seno non una
voce sola, ma un coro di angioli. Se avessi potuto, io quella tua voce
l’avrei baciata: mi pareva che l’anima tua si slanciasse fuori del
tuo labbro a vivere nello spazio, sola e pregante dinanzi a Dio. In
quelle note è veramente il senso del paradiso sognato nella profondità
del dolore. Quando tacesti mi parve che cessasse per me una grande
felicità, ma è più grande ora quella di rivederti.
Ella di nuovo guardò intorno, e poi sfiorò il viso del dottore con la
bocca, ma così lievemente, che parve l’ombra d’un bacio silenzioso.
— Che ho fatto! — disse poi sorridendo, come riprendendosi per celia
d’un peccatuzzo inconsiderato — dopo essermi confessata...
— Confessata?... e...
— No: ho detto soltanto i piccoli peccati veniali: tanto si sa che son
tutte formalità per il popolo...
Il dottore, che già era disposto così felicemente alla generosa
fiducia, a quelle parole sì inaspettate, fu colpito da un senso freddo
di diffidenza, tanto più odioso per lui, quanto più s’immedesimava ora
col suo affetto per quella donna, e quanto più discordava da quelle
note esprimenti la più fervida fede dell’anima religiosa: note con le
quali ella poco prima l’aveva come rapito in una sfera superiore. Il
contrapposto tra il mondo buono, alto, sincero che egli aveva sognato
udendo quella voce fascinatrice, e il mondo prosaico, in cui l’avevano
fatto precipitosamente ridiscendere quelle parole; mondo brutto come
una fogna, il mondo degl’ipocriti, dei fraudolenti e dei vili; gli
si offrì al pensiero nella maniera più ingrata, e più scoraggiante.
Dove s’era scesi! Si attribuiva non altro che una piccola ragione di
furbizia e di utilità sociale anche alle cose che la fede sapiente
aveva un dì instituite come lavacri e consolazioni dell’anima infetta e
travagliata! Un sacro motivo psicologico diveniva un inganno da piccoli
politici e da commedianti!... E quando anche le donne ragionavano così
politicamente e praticamente in tali materie, che cosa si poteva ormai
più sperare, considerando la profonda reità della natura umana? Questo
mondo senza fede, e nondimeno interessato a mantenerne la fredda larva,
gli pareva tragico e abbominevole. A un tal mondo accorto e pauroso
del soqquadro, apparteneva anche quella bionda e amabile cantatrice.
E se ella, che si protestava sempre d’essere così leale e sincera,
poteva poi tradire, come avrebbe detto un devoto, anche i sacramenti;
quell’amore che ora gli dimostrava con sì fervida tenerezza, che altro
poteva essere se non l’effetto d’un esaltamento fugace?...
— Ma perchè ti sei confessata? — le domandò.
— Perchè a Riva si confessano tutte le signore il giorno della Madonna,
e io avrei dato un cattivo esempio a non farlo.
— Ho capito — disse sorridendo il dottore — hai avuto una piccola
ragione... morale.
— Veramente non ci ho pensato: ho fatto tutti gli anni così, e perchè
non dovevo farlo anche quest’anno? io non voglio passare da eretica;
e poi tu non sai quanta dolcezza ho provato pregando il Signore, e
pensando a te! Quante volte ho ripetuto il tuo nome qui inginocchiata
al balaustro di quest’altare! e mi pareva che il Signore benedisse la
nostra unione.
— Come benedì quella d’Adamo e d’Eva prima del peccato.
— Io non ci penso al peccato, io non me ne ricordo: io mi sento tanto
felice e contenta oggi!... perchè non mi credi? non arrossisco di
dirtelo: se io credessi di peccare, non ardirei di ripeterti oggi che
io t’amo, dopo essermi accostata, in questa chiesa, alla comunione.
— Non parliamone più; tu sei la più buona, la più santa, la più ingenua
delle donne!
— No, non lo credi: ma io impiegherò tutta la vita per acquistarmi la
tua fede, e mi sarà sempre breve la vita dedicata a te, impiegata per
te...