Il giorno dopo il dottore anticipò la sua visita.
Si sedè accanto a lei, sopra il solito sofà roseo, dai molli guanciali
che Gastone faceva spesso volare in aria. Quel barbaro ragazzo faceva
sempre qualche malestro: ballava sulle poltrone, pestava le sedie,
tagliuzzava i tappeti, e s’era anche divertito a bucare con uno spillo
tutti i nasi de’ suoi antenati dipinti a cui era potuto arrivare.
Quel giorno invece s’ostinava a sedere in grembo alla mamma, guardava
attentissimo, con occhi truci, il dottore, e pareva dirgli: — Chi
sei tu? che ci fai tu in casa mia? perchè la mamma ti parla tanto
volentieri?
— I manifattori — ella poi gli disse — hanno finito i restauri del
museo: vuole che andiamo a vederlo? o forse, ci ha anche oggi il
vecchio prete?...
— No: ho già visto tutti i miei ammalati.
— Andiamo allora.
Ella mise in terra quell’importuno Gastone, e s’alzò con prontezza
elegante. Ma Gastone voleva venire anche lui, e le s’attaccò alla
sottana.
— No.
— Sì, voglio venire anch’io! voglio venire anch’io!
— No — ella ripetè severissima.
Gastone urlò, battè i piedi, picchiò la mamma, dette calci al muro,
alle sedie: accorse la bambinaia, e lo rapì sgambettante, urlante,
gesticolante.
Essi s’involarono subito, rapidi e silenziosi: attraversarono la gran
sala centrale, dove due porte a riscontro aprivano agli occhi due
vedute diverse: da un lato il lago sfuggente in una voragine lontana di
sole, e dall’altro la grande ombra azzurra delle gole, delle valli, e
delle montagne lambite qua e là dalle nubi estive.
Discesero lo scalone, entrarono sotto la loggia del ridente giardino, e
di qui in un andito misterioso, con in fondo la porta del museo tra due
urnette sepolcrali, incastrate nella muraglia.
— Vedrà molti sassi rotti — ella disse — ma lo zio aveva questa
passione.
— Abbiamo tutti la nostra — egli rispose.
— Qual’è la sua passione, dottore?
— E la sua?
Ella non rispose, ed aprì la porta.
Il dottore guardando intorno quella rovina del mondo antico, quei dorsi
decollati, quelle teste divise, quelle braccia rotte, e quelle gambe
spezzate, esclamò: — È una vera strage di Roncisvalle fatta dal tempo:
nulla è più barbaro del tempo, donna Angioliera!
— Per me è già incominciata la barbarie del tempo — ella disse alzando
presso l’orecchio una sua piccola ciocca volante; e sporse al dottore
la pallida guancia.
— Non vede?
— Vedo dei capelli d’oro maravigliosi.
— Con qualche filo d’argento però.
— Che importa, è così bella e giovane!
— Giovane non tanto; ho ventisei anni... Guardi questo Paride com’è
bello!...
— Mi piace poco: è d’una svenevole vanità — disse il dottore. — Questa
danza di fauni e di ninfe piuttosto! come vi aleggia la forza antica
dei miti! come è ancora vivo, in tutte le sue indicazioni anatomiche,
questo torace eroico... guardi, donna Angioliera!
— Non ripeta tanto spesso il mio nome!
— Donna Angioliera!...
Quest’ultima invocazione ebbe tale accento, che i finissimi lineamenti
della signora presero una espressione d’altera severità, quasi si
aspettasse una grande offesa.
Il dottore allora si fogò a baciare le fredde labbra di pietra d’una
giovane donna romana, lì eretta sopra una stela. Era uno de’ più belli
ornamenti della saletta rotonda, a mezzo il museo, dove la signora si
riposava nei pomeriggi estivi.
— Oh perchè ha baciato quella testa di pietra?
— Perchè la somiglia, donna Angioliera!
— No, io non somiglio a nessuna donna, ma voglio piacere...
— A chi?
— A chi mi vuol bene, a chi mi crede buona... a chi mi crede sincera...
E abbandonò, come presa dalla stanchezza, sulla spalla del sofà il
capo biondo, alzò le due mani a bendarsi gli occhi, stirandovi sopra,
attorcigliato, il piccolo fazzoletto; e rimase così giacente e bendata.
A un tratto mandò un piccolo grido, sentendosi prigioniera nelle sue
braccia.