Verso la metà di luglio occorse a donna Angioliera il dott. Fabio,
perchè Gastoncino, il suo bel monello dai 4 ai 5 anni, avendo
inghiottito troppe ciliege, s’era ammalato d’indigestione. La signora
si rallegrò di vedere che il dottor Fabio era succeduto (sei mesi
prima) al vecchio medico del luogo, di cui non era contenta. E come
suole accadere, un motivo principale determinò la loro reciproca
simpatia fino dal primo incontro. Il sorriso del dottore ferì subito
vivamente donna Angioliera; e al dottore piacque soprattutto in lei una
semplicità quasi dimessa, e pur signorile, che pareva un eletto dono
della natura non guastato da nessun artifizio, troppo palese, nè di
civetteria, nè d’educazione.
Dopo alcuni giorni donna Angioliera, mandò a richiamare il dottore per
confidargli il suo malessere.
— Sono agitata tanto — gli disse — da qualche tempo, e sono così
mutabile d’umore, come se io avessi più anime.
— Accade anche a me — le rispose il dottore, come rispondeva in simili
casi ai propri ammalati per distrarli da certi fenomeni della loro
immaginazione — accade anche a me: ci pare di non essere più una
persona sola, ma varie che si alternino in noi, ognuna con un carattere
opposto.
— Già, è proprio così! accade anche a lei? non è vero che è triste?
— Secondo: può avere il suo lato piacevole: sembra quasi d’assistere a
una commedia interiore, che ci toglie da una monotonia di spirito, che
è noiosa.
— È vero: le persone sempre eguali sono noiose, sono pedanti.
— Già, ma per lo più sono anche le più sane.
— Oh, io sono sanissima!
— È verissimo; anzi quell’umore così mutabile, è segno d’una grande
vitalità: ma d’altronde questa grande vitalità potrebbe avere altre
manifestazioni più normali; potrebbe essere frenata da una volontà più
forte, e quindi potrebbe dipendere, in parte, da un po’ d’indebolimento
del suo sistema nervoso.
— Oh, io sono fortissima di nervi! ma da ragazza lo ero anche di più:
ero tanto pacifica, e ora sono così impaziente! tutto m’irrita! tutto
m’offende! ora sono allegra, e un momento dopo vorrei piangere...
— Ed è allora che ella invece dovrebbe procurare di ridere; è vero che
per ridere di quel riso gagliardo che fa buon sangue, bisogna averne
delle ragioni, e non essere, come forse un pochino è lei, anemici.
— Oh io non sono anemica! ma ho dei forti dispiaceri, e dipende da
questo se in certi momenti mi sento cattiva, spietata, e in certi altri
mi sento così buona: non lo crede?
— Sì, credo che ci possa influire anche il suo stato morale: dunque
bisogna dominare quelle che ella chiama, così amabilmente, le sue
anime...
— Le mie anime sì, o le mie bizzarrie, come vuole...
— Cioè commozioni, malinconie, simpatie, antipatie, impulsi
contradittorî, facili a sorgere, difficili a reprimersi, non è vero?
Ella accennò col capo di sì, ma, guardando il dottore, pareva pensare a
un’altra cosa.
— E di queste sue anime... mi piace di chiamarle così anche a me...
quale crede che sia proprio la sua?
— Non lo so — ella rispose sempre distratta.
— Una sola sarà la sua, tutte le altre invece saranno vane
immaginazioni, o nubi che offuscano per un momento la sua anima vera...
— E qual’è? — ella domandò sorridendo.
— Quella che bisogna che ella procuri che vinca sempre: l’anima buona,
l’anima serena.
— Sì, l’anima di quando ero ragazza... e non conoscevo... le cose
brutte della vita.
— Non rimpianga l’innocenza perduta: a conti fatti è meglio sapere che
ignorare in un mondo dove ormai gl’ignoranti son così pochi: non può
più ritornare un’ingenua fanciulla, ma, se vuole, può riacquistare
una disposizione più costante a essere buona e allegra, che è la
disposizione della vita e della salute, perchè tutto quello che è buono
è sano, tutto quel che è cattivo è malsano: ci metta tutta la sua buona
volontà: lei è il miglior medico di sè stessa.
— Non ci riesco, signor dottore: ho bisogno di lei, ho bisogno de’ suoi
consigli, ho bisogno della sua guida.
«Speriamo di non smarrirci tutt’e due» — egli pensò, e soggiunse:
— Ebbene io farò di tutto per guarirla.
— Quanto gliene sarò riconoscente!
Egli le fece tutte quelle domande che si sogliono fare dal medico in
simili casi; le prescrisse la cura, e la lasciò con una stretta di mano
forse troppo espressiva.
— Quell’uomo sarà mio — disse donna Angioliera appena il dottore fu
uscito.
Con questo proponimento la cura procedè ottimamente. Nelle visite
seguenti, il dottore ne vedeva i rapidi progressi negli occhi
eloquenti, inebriati della signora, nei rossori che le salivano alle
gote come palpiti vivi, nelle velature della sua voce armoniosa, nel
sorriso che le atteggiava la bocca a un’espressione di tenera e lieta
promessa. Tutta rivolta verso di lui, ella gli parlava e l’ascoltava
attentissima, seduti ambedue sopra un sofà di seta roseo, nell’angolo
quasi nascosto d’un salotto ornato di specchi dipinti a fiori, e di
quadri rari.
La bruna Eufemia a quel paragone della bionda, impallidiva sempre più
agli occhi del dottore. L’Eufemia non l’aveva mai soggiogato come
ora minacciava di soggiogarlo donna Angioliera con la violenza d’una
passione, di cui egli aveva sentito in sè, fino dalle prime visite,
i primi moti. Troppe volte egli s’era gettato in quel vortice, e ne
conosceva gli abissi; sapeva fino a qual punto ne poteva salire su di
lui l’onda intensa, e avrebbe voluto fuggirla.
— Conosco bene — diceva — le cagioni di queste improvvise simpatie
femminili: molta è l’esaltazione dei sensi, molta la vanità del
pensiero, poca la costanza del cuore; da un lato un fuoco fatuo, e
dall’altro l’incendio d’una selva: vile, che ogni voce soave ti lusinga
per il cammino, e il cammino è sì perverso, sì pieno di atrocità, di
contrarietà, e di dolore, che vuole tutte le forze dell’uomo per non
cadervi servo e avvilito!...
Il dottore dunque, in que’ due primi mesi, non la vide sì spesso
com’ella desiderava: poche le visite e da medico serio. Egli v’usava
apposta un linguaggio grave e dottrinale, di cui internamente rideva un
poco lui stesso, opponendolo alle fisime, quasi fanciullesche, della
signora che era più furba di lui: s’accorgeva, come s’era accorta fin
dalla prima visita, della non troppa importanza che egli dava alle
sue parole; capiva che qualche volta la canzonava un pochino, ma già
sapeva d’averlo innamorato. Le visite furono poche, ma lunghe. Quando
il dottore ne sentì troppo gli effetti, se n’andò per alcuni giorni a
conversare con altre donne sue conoscenti, a Pavia, dove aveva studiato.
Rivide l’ateneo bellissimo, il Cieldauro di memoria dantesca, le torri
dei «crudi signori», il castello dei Visconti, il giardino botanico
e il museo cantati dal Mascheroni; zufolò, aggirandosi la sera per
quelle vecchie e memori strade, le ariette popolari cantate un tempo
coi compagni spensierati e allegri, e riacquistò un po’ di freschezza
e d’indipendenza di cuore. Anzi ritornò a Riva di Lago altero di sè,
credendosi vittorioso. Infatti non la sentiva quasi più.
Appena messo il piede nel suo studio gli caddero gli occhi sopra una
carta da visita: era la carta del marito di donna Angioliera. Ella
stessa gliel’aveva portata tanto per avere il piacere, come poi gli
disse, d’avvicinarsi alla sua dimora. Il dottore si sentì come avvolto
dal respiro infiammato di quella donna, e si recò alla villa quasi ella
glielo imponesse.
La trovò che passeggiava lungo la riva verde e boscosa della peschiera
fiammeggiante di rose. Quello splendore diffuso d’un azzurro pomeriggio
d’agosto s’incupiva sotto il fogliame del bosco tutto stellato d’oro, e
accarezzato dall’aura. Ma ormai al dottore nulla pareva più carezzevole
di quel diluvio, fluente nella sua immaginazione, dei capelli biondi
della signora, trattenuti, verso la tempia sinistra, da un pettine di
tartaruga elegantissimo, che vi pareva annegato.
Sederono in una delle panchine sparse pel bosco, vicino al mormorìo
d’una cascatella che scendeva da una rupe, e spruzzava le spalle
curve d’un fauno ridente. Parlavano poco, e nel loro silenzio era
come un ricambio di baci pensati. Gustavano la reciproca dolcezza
della passione non ancora espressa dall’eloquenza del labbro, quel
sabato dell’amore era delizioso, e nondimeno desideravano ambedue
di non rimanerci, e di trapassarlo. Donna Angioliera, con la punta
dell’ombrellino, tracciava in terra dei ghirigori che parevano le loro
cifre intrecciate, e lagnavasi del marito.
— Gioca — ella disse — anche oggi ho ricevuto una sua lettera che mi
chiede danaro, il mio danaro, capisce, perchè lui non ne ha più! e
sempre con la minaccia d’un suicidio.
— E ci crede?
— No.
— Ma lo teme: non tema, e non gli mandi nulla.
— Oh no! verrebbe qua.
— Glielo mandi subito allora!
— Sicuro verrebbe qua, e io non potrei più viverci: oh se non ci
fosse mio figlio! e poi pagandogli i debiti col solo frutto de’ miei
stradotali, io m’emancipo da lui, faccio quel che mi pare, mi libero
dal tormento... de’ suoi diritti, e da una vita d’attrito continuo.
— Ma perchè...
— Dica.
— Nulla: se ella crede che il problema non possa avere una soluzione
più netta, o più sicura per lei...
Il dottore aveva voluto dirle: «perchè non si divide?» ma il consiglio
gli parve troppo facile a darsi e anche inutile, dopo quanto ella gli
aveva detto.
— E perde molto? — soggiunse.
— Credo.
«Crede?» pensò il dottore, «è così incurante?»
— So che spende un orrore in donne, in cavalli e profumerie: si figuri,
signor dottore, io adopero, della semplice acqua di _verbena_, che è
bonissima: lui dice che è troppo ordinaria per lavarsi, e ne fa venire
un’altra da Parigi, che costa dieci lire la bottiglia...
— E tanti non hanno dieci centesimi per comprarsi un sigaro! e non fa
nulla?
— Nulla: è colonnello della milizia territoriale: non l’ha visto nel
mio salotto il suo ritratto in grande uniforme?
— Me l’era immaginato perchè somiglia Gastone; e quante decorazioni che
ha!
— Sicuro: è gran cordone, commendatore, ed ha anche una decorazione di
Menelich, acquistata per mille lire.
— Non gli bastavano gli onori che ha ricevuto dal nostro Governo, ma
ha voluto riceverli anche da Menelich — disse il dottore guardando
l’orologio.
— Non guardi l’orologio! — ella esclamò quasi offesa.
— Se io non fossi un medico condotto ne potrei fare a meno.
— Aspetti ancora.
— Se io fossi conte e colonnello della Territoriale, e avessi una
decorazione di Menelich...
— Non mi canzoni! badi, che mi vendico sa! e da chi va ora? mi dica da
chi va! da una bella ammalata, forse?
— Tutt’altro: vado a prolungare la speranza della vita a un vecchio
prete accidentato...
— Ci sono anche gli accidentati in questo brutto mondo?
— C’è d’ogni specie d’infermi, di noiosi, e di farabutti, ma c’è
anche...
— Che cosa?...
— C’è anche delle creature adorabili per le quali non c’è via di
perdizione che non sembri la via della salvezza e della felicità, e io
son perduto, donna Angioliera! la malata ha reso il medico infermo! e
ora tocca a lei a curarmi... lei ben conosce il mio male, e la medicina
che può guarirmi.
— No, io non la guarirò: lei subisce troppo l’influenza della donna:
sia prudente: le cose che mi ha detto si pensano, ma non si dicono:
aspetti!
— No, il vecchio prete morirebbe...
— Perchè deve morire per l’appunto oggi?...
Si chinò a cogliere una rosa, e gliela pose all’occhiello.
— Grazie: questa val molto più delle decorazioni di Menelich: io non la
darei neppure per il collare dell’Annunziata.
— Non mi faccia tanto la corte, dottore: del resto io so compatire, so
perdonare...