Così in certi momenti di bonomia, o di leggerezza allegra e sbadata,
ragionava il dottore, sedotto dal fantasma muliebre, o, come lo
disse il poeta, dall’_eterno femminino_, il quale allora, in quella
solitudine, personificavasi per lui nella bruna Eufemia. E se l’Eufemia
poteva travestirsi ai suoi occhi in modo da quasi persuaderlo a
sposarla; questo dimostra con quanta facilità, egli sì diffidente,
poteva esser giocato dall’_eterno femminino_, dai furbi di bassa lega,
e infine dalla propria illusione, che delineava e coloriva dolcemente
di sè una realtà personale molto diversa, ma terribilmente interessata
a mantenerla quell’illusione, ed accrescerla fino all’acciecamento
completo. Se non che l’Eufemia, quando meno se l’aspettava, a un tratto
si vide sparire il pesce perchè un’altra rete l’attrasse, o, per
parlare più nobilmente, perchè l’_eterno femminino_ trapassò per lui
come un raggio di sole che muta luogo, dalla bruna a una bionda, senza
paragone più seducente.
Colei che guastò l’incantesimo all’Eufemia, fu la contessa Angioliera
degli Angiolieri, maritata al conte Pier Francesco Aquilegi.
Essa aveva a Riva di Lago una bellissima villa ereditata da uno zio
cardinale. Vi veniva ogni anno in sul finire di primavera con molti
servi e il suo unico figlio, il piccolo e prepotente Gastone. Il
marito non la seguiva perchè si divertiva assai più cercando avventure
e fortune, cioè perdite gravissime di danaro, nei grandi convegni di
gioco, o ne’ luoghi delle più aristocratiche acque. La moglie invece
dopo aver sofferto per otto mesi i dilettevoli affanni d’una grande
città, domandava alla quiete pastorale di questo suo ritiro campestre
il riposo alla sua stanchezza, e una tregua alle sue commozioni. Ella
era la vittima d’un matrimonio leggiero poi divenuto pesante, e dovuto
anch’esso alla sua indole troppo subitanea, non sovvenuta, in quel
caso, da una ritrosia che, ordinariamente, la rendeva molto esclusiva,
e le faceva respingere anche certe donne d’una condizione inferiore
alla sua, quando le si volevano troppo accostare in intimità. Dotata
d’una signorile e soave indulgenza di modi e di sensi, incapace d’esser
cattiva per proposito meditato, la passione volubile e l’orgoglio
della nascita, le due disposizioni più in lei abituali, le impedivano
d’essere più umana e più buona. Se non che era appunto nella passione
che ella rivelava, a colui che n’era l’oggetto, la parte migliore di
sè: tutto gli confidava con sincerità coraggiosa, e tutto per lui
affrontava con eroico ardimento. Se insorgeva qualche tempesta, ella
come una santa che tollera un dolce martirio, non si rivoltava nella
battaglia, ma era felice di sentirsi amata anche sotto il flagello
delle più dure parole, e otteneva con la sua dolce mansuetudine la
vittoria. Ma trascorso il tempo di quella sua calda ebrietà, il suo
cuore, come metallo che si raffredda tolto alla vampa della fucina,
indurivasi nell’orgoglio indipendente, e poco disposto ad ammettere
obblighi, riconoscere diritti, mantenere promesse, patire esigenze.
Ella riacquistava la fierezza della sua indipendenza, e insieme le
rinasceva il desiderio d’un altro giogo; non giogo per lei, ma sole
dell’anima che la facesse di nuovo rivivere e palpitare come l’altro
ormai per lei tramontato. Ella infine riconosceva una sola legge:
quella che il volubile Dio imponeva al suo fervido cuore.
In una di queste tregue tra l’amarezza del pentimento e il vago desio
d’un nuovo peccato, ella venne in quell’anno a Riva di Lago, in sul
finire di giugno. Non era contenta in mezzo a quel verde smagliante,
a quelle selve odorose di fiori e di rose vermiglie che imporporavano
del loro fuoco nuziale tutto il giardino, intorno allo specchio
lucente della peschiera. Errava sospirando un idolo ancora indefinito
in una visione composta di brame acute e di vaghe reminiscenze,
mentre l’ultimo disinganno, e il troppo consumo delle forze nervose,
la facevano penosamente languire. In certi giorni quella solitudine
campestre dopo tanto frastuono delle vie e delle piazze di Roma,
dopo tanti spassi, tante visite, tanti addii, le procurava come dei
soffocamenti di tristezza: un immenso desiderio di qualche cosa che
non può dare la vita, uno sconsolato rammarico d’illusioni e di gioie
sfiorite con l’amore e col matrimonio, la facevano piangere in mezzo
alle rose vermiglie e fugaci della sua villa ridente.
Non poteva desiderare più bel soggiorno, nè più salubre, nè più sereno.
Aveva del principesco quella grandiosa peschiera alimentata dai fiumi
della montagna, e simile a un piccolo lago, intorno a cui, secondo
le ore del giorno, e la direzione dei venti, erravano le verdi ombre
del giardino e del bosco taciti, e sparsi di qualche statua bianca
nel rezzo. Fuori delle alte mura che circondavan la villa come un
castello feudale, uscivano, per la gola di tre marmorei delfini, rivoli
d’acqua fuggenti alle fontane e a’ lavatoi del paese, il quale era
stato gratificato di tanto benefizio dalla munificenza del cardinale.
Egli in alcune recondite stanze a terreno, aveva pure raccolto un
piccolo museo d’antichità greche e romane. Quel luogo presso le tacite
acque della peschiera, spirava una segreta malinconia, quasi fosse il
funebre rifugio, in mezzo a un eliso, del paganesimo spento. Ogni anno
rinverdivano nella villa i salici e i pini sonori, ma non rinverdivano
più quelle favole belle, nè più risorgevano alle ghirlande del culto
que’ simulacri spezzati.