IV.

Così in certi momenti di bonomia, o di leggerezza allegra e sbadata,

ragionava il dottore, sedotto dal fantasma muliebre, o, come lo

disse il poeta, dall’_eterno femminino_, il quale allora, in quella

solitudine, personificavasi per lui nella bruna Eufemia. E se l’Eufemia

poteva travestirsi ai suoi occhi in modo da quasi persuaderlo a

sposarla; questo dimostra con quanta facilità, egli sì diffidente,

poteva esser giocato dall’_eterno femminino_, dai furbi di bassa lega,

e infine dalla propria illusione, che delineava e coloriva dolcemente

di sè una realtà personale molto diversa, ma terribilmente interessata

a mantenerla quell’illusione, ed accrescerla fino all’acciecamento

completo. Se non che l’Eufemia, quando meno se l’aspettava, a un tratto

si vide sparire il pesce perchè un’altra rete l’attrasse, o, per

parlare più nobilmente, perchè l’_eterno femminino_ trapassò per lui

come un raggio di sole che muta luogo, dalla bruna a una bionda, senza

paragone più seducente.

Colei che guastò l’incantesimo all’Eufemia, fu la contessa Angioliera

degli Angiolieri, maritata al conte Pier Francesco Aquilegi.

Essa aveva a Riva di Lago una bellissima villa ereditata da uno zio

cardinale. Vi veniva ogni anno in sul finire di primavera con molti

servi e il suo unico figlio, il piccolo e prepotente Gastone. Il

marito non la seguiva perchè si divertiva assai più cercando avventure

e fortune, cioè perdite gravissime di danaro, nei grandi convegni di

gioco, o ne’ luoghi delle più aristocratiche acque. La moglie invece

dopo aver sofferto per otto mesi i dilettevoli affanni d’una grande

città, domandava alla quiete pastorale di questo suo ritiro campestre

il riposo alla sua stanchezza, e una tregua alle sue commozioni. Ella

era la vittima d’un matrimonio leggiero poi divenuto pesante, e dovuto

anch’esso alla sua indole troppo subitanea, non sovvenuta, in quel

caso, da una ritrosia che, ordinariamente, la rendeva molto esclusiva,

e le faceva respingere anche certe donne d’una condizione inferiore

alla sua, quando le si volevano troppo accostare in intimità. Dotata

d’una signorile e soave indulgenza di modi e di sensi, incapace d’esser

cattiva per proposito meditato, la passione volubile e l’orgoglio

della nascita, le due disposizioni più in lei abituali, le impedivano

d’essere più umana e più buona. Se non che era appunto nella passione

che ella rivelava, a colui che n’era l’oggetto, la parte migliore di

sè: tutto gli confidava con sincerità coraggiosa, e tutto per lui

affrontava con eroico ardimento. Se insorgeva qualche tempesta, ella

come una santa che tollera un dolce martirio, non si rivoltava nella

battaglia, ma era felice di sentirsi amata anche sotto il flagello

delle più dure parole, e otteneva con la sua dolce mansuetudine la

vittoria. Ma trascorso il tempo di quella sua calda ebrietà, il suo

cuore, come metallo che si raffredda tolto alla vampa della fucina,

indurivasi nell’orgoglio indipendente, e poco disposto ad ammettere

obblighi, riconoscere diritti, mantenere promesse, patire esigenze.

Ella riacquistava la fierezza della sua indipendenza, e insieme le

rinasceva il desiderio d’un altro giogo; non giogo per lei, ma sole

dell’anima che la facesse di nuovo rivivere e palpitare come l’altro

ormai per lei tramontato. Ella infine riconosceva una sola legge:

quella che il volubile Dio imponeva al suo fervido cuore.

In una di queste tregue tra l’amarezza del pentimento e il vago desio

d’un nuovo peccato, ella venne in quell’anno a Riva di Lago, in sul

finire di giugno. Non era contenta in mezzo a quel verde smagliante,

a quelle selve odorose di fiori e di rose vermiglie che imporporavano

del loro fuoco nuziale tutto il giardino, intorno allo specchio

lucente della peschiera. Errava sospirando un idolo ancora indefinito

in una visione composta di brame acute e di vaghe reminiscenze,

mentre l’ultimo disinganno, e il troppo consumo delle forze nervose,

la facevano penosamente languire. In certi giorni quella solitudine

campestre dopo tanto frastuono delle vie e delle piazze di Roma,

dopo tanti spassi, tante visite, tanti addii, le procurava come dei

soffocamenti di tristezza: un immenso desiderio di qualche cosa che

non può dare la vita, uno sconsolato rammarico d’illusioni e di gioie

sfiorite con l’amore e col matrimonio, la facevano piangere in mezzo

alle rose vermiglie e fugaci della sua villa ridente.

Non poteva desiderare più bel soggiorno, nè più salubre, nè più sereno.

Aveva del principesco quella grandiosa peschiera alimentata dai fiumi

della montagna, e simile a un piccolo lago, intorno a cui, secondo

le ore del giorno, e la direzione dei venti, erravano le verdi ombre

del giardino e del bosco taciti, e sparsi di qualche statua bianca

nel rezzo. Fuori delle alte mura che circondavan la villa come un

castello feudale, uscivano, per la gola di tre marmorei delfini, rivoli

d’acqua fuggenti alle fontane e a’ lavatoi del paese, il quale era

stato gratificato di tanto benefizio dalla munificenza del cardinale.

Egli in alcune recondite stanze a terreno, aveva pure raccolto un

piccolo museo d’antichità greche e romane. Quel luogo presso le tacite

acque della peschiera, spirava una segreta malinconia, quasi fosse il

funebre rifugio, in mezzo a un eliso, del paganesimo spento. Ogni anno

rinverdivano nella villa i salici e i pini sonori, ma non rinverdivano

più quelle favole belle, nè più risorgevano alle ghirlande del culto

que’ simulacri spezzati.

Il peccato del dottore · 第 20 / 53 题