III.

In mezzo all’urto continuo, e spesso troppo violento, di tali ottusità,

e di tali contrarietà, il dottore non faceva una bella vita, e, come ho

detto, doveva spesso ambulare.

Così verso i 35 anni, capitò, dopo lungo vagabondaggio, a Riva di Lago,

grosso paese in riva a un laghetto verdastro: bello il luogo, ma triste

per la sua angustia tra le montagne, e inospitale se altro mai.

Que’ paesani erano la più parte possidenti e mercanti arricchiti in

America, attaccati all’interesse come i denti d’un cane famelico

alla fortuna d’un osso, ma ambiziosi di sfoggiare talora nelle loro

aristocratiche mogli un lusso vistoso. Gente furba e taccagna, non

aprivano mai al forestiero l’uscio di casa, e al dottore soltanto

quando ci avevan qualche malato. Non c’era verso dunque ch’egli

trovasse a Riva una qualche cura geniale, e questa mancanza, quegli

usci chiusi, quella diffidenza scortese, quelle montagne così a

ridosso gli facevano sentire vie più il peso della solitudine, con

la conseguenza diretta d’una brama più frequente e più intensa

d’affidarsi a una buona moglie, la quale lo circondasse d’una cura

domestica fedele, affettuosa e gentile. A Riva non mancavano certo

le ragazze da marito, ma la loro aria così uniforme d’innocenti e di

buone, lo metteva in forte sospetto. Non pretendeva di trovare in

quel piccolissimo mondo annegato nell’interesse e nella volgarità, le

grazie delle amabili donne viventi nel poetico olimpo della sua mente;

ma sospirava una qualche influenza alta e benefica che lo salvasse,

in quelle solitudini, dalle aride febbri, e dalle paludose tempeste.

La pianta resisteva fieramente agli aquiloni avversi, ma rimaneva

sterile, e spesso accasciata da una specie di scirocco morale che lo

scoraggiava, e lo disponeva a tutt’altro che ad elevare il cuore e il

pensiero. Egli non aveva distrazioni contro il suo nemico interiore:

fatte le solite visite o in tuguri pestilenziali, o in case fastose, da

cui monna Superbia villana allontanava ogni gentilezza, passate più ore

a studiare, ripetute sempre, in quel medesimo giro di monti, le solite

passeggiate, sempre solo e sempre per le medesime vie, non gli restava

che sedersi nella farmacia del signor Telemaco Figurini.

Anzi, dopo qualche mese, come uno che prenda una buona abitudine di

provincia, cominciò ad andarvi ogni giorno, e proprio nell’ora in cui

il sor Telemaco, occupato in altre faccende, lasciava in farmacia la

figliuola, la bruna Eufemia.

Gli occhi della fanciulla spiavano il buon dottore con una serietà

conoscente, e intanto ella o lavorava all’uncinetto una qualche trina,

o attendeva a cose poco poetiche; ma c’era differenza vederle fare da

lei invece che da suo padre. I suoi modi eran sempre vaghi e graziosi,

sia che ella facesse cadere, con lievi colpettini di fila, nella

piccola scatolina, le pillole arrotondate dalle sue brune dita; sia che

versasse nella boccetta gli olii color topazio o ambra lucente; ovvero

che là nella retrostanza oscura, ma ben visibile ad uscio aperto,

ella arrostisse le mandorle, o badasse alla bollitura di qualche

decotto, o giulebbe. Questa faccenda l’obbligava, non necessariamente,

a rimboccarsi le maniche molto in su, e scoprire le belle braccia;

e rimestando col mestolo la fumante caldaia, pareva quasi una maga

che operasse un filtro, un incanto. Il dottore lasciava di leggere

l’_Etoile Médicale_, e trovava distratti anche gli occhi della ragazza.

Questo nei primi giorni; ma poi, siccome il dottore non poteva fare

a meno della compagnia d’una donna, e non la trovava altrove a Riva

di Lago, i genitori d’Eufemia ebbero tanto cuore, tanta bontà da

permettergli di conversare a lungo con l’unica loro figlia, non solo

nelle ore oziose di farmacia, ma su in casa, in quella saletta dalle

persiane socchiuse, ornata di volatili e di fiori di stame, e tutta

profumata d’aromi e di _patchoulì_.

L’Eufemia dopo essere rimasta molto tempo in città con le zie modiste,

n’era tornata ragazza fatta (aveva ormai ventott’anni) e molto

esperta nel modulare, benchè grossolanamente, tutti i fischietti

della civetteria. Il dottore dunque, esposto, nella gran solitudine

di quel luogo, a quell’unica corrente, dirò così, di aliti femminili,

incominciò a sentirsene preso.

«Strano e terribile potere della donna! — egli diceva tra sè. — Costei

mi parve tanto brutta la prima volta che la vidi, e ora quasi m’alletta

più d’una bella! La docilità amorevole de’ suoi modi, la mansuetudine

de’ suoi sguardi e della sua voce, la sua obbedienza passiva come di

cera che vi si pieghi sotto le dita, sono artifizi bugiardi, come

que’ suoi cerfuglioni troppo arricciati che le piovono dalla criniera

nera sulle gote spaziose e bronzine. Nessuno ha una sola fisonomia:

costei ne ha diverse. In certi momenti, le sue ciglia folte e nere

come il carbone, un po’ spostate verso le tempie, i suoi occhi, non

più mansueti, ma fatui, insaziabili, la sua bocca schiusa a un sorriso

èbete e godereccio, me la fanno apparire orrenda come un’immagine

dionisiaca esprimente una strana potenza di mistero irrazionale,

bestiale. Altre volte invece i suoi lineamenti così plebei e così

irregolari, compongono non so quale accordo d’espressione soave, quasi

raffaellesca, che ne asconde la profonda volgarità. Ella mentisce:

colano inavvertite e perenni le bugie dalle sue labbra bacianti e

giuranti. Ieri la colsi in un momento d’ilarità licenziosa, e mi parve

allora sì libera come subito dopo mi parve finta quando ritornò seria e

composta. Il raggiro metodico della madre trescante, la disonestà del

padre usuraio, (il quale, se non impedito da me con minacce, avrebbe

seguitato a vendere ai miserabili contadini il chinino mescolato

al calomelanos); fecero di costei una volgare, per quanto occulta,

tessitrice d’inganni. Dicono che la scorsa estate si trattenesse nei

boschi, di notte, e non era sola. I contadini la videro verso l’alba

ritornare affannata alla villa che suo padre si comperò, usureggiando.

Non lo credo, il fattarello somiglia troppo agli amori dell’antica

mitologia, ma per altro questa predilezione per l’orrore dei boschi

risponderebbe ai suoi lineamenti che rammentano il tipo faunesco. Sotto

questo riguardo è un bel tipo: per esempio, sarebbe un bellissimo

modello per una Napea: una Napea convertita, tolta alle violenze dei

boschi, e portata in chiesa. Io l’ho vista qui alla parrocchia, il

venerdì santo, chinarsi tutta su i piedi del Gesù morto, e baciarli;

l’ho sentita cantare con voce flebile e supplicante le litanie e

il _tantummergo_. Mi dice poi d’avere una speciale devozione per

Sant’Antonio, raccomandatale dalla madre, fino da piccoletta, e non

basta!... Che cosa diverrebbe dunque questa Napea, questa Amadriade, se

non potesse ricorrere spesso agli aiuti spirituali: il confessionale,

la predica, e l’acqua santa? Ritornerebbe certamente alla vita

selvaggia e delittuosa delle foreste.»

Una simile riflessione così severa mentre era fatta per liberarsi dal

fascino dell’Eufemia, dimostrava invece che egli tal fascino lo temeva,

senza poterlo o volerlo impedire. Di tutte le insidie che fanno da

siepe traditrice alla vita, non erano certo fra le meno pericolose

queste d’Eufemia per il dottore che, assetato di fede, respingeva

tutte le fedi da sè, mentre poi il suo scetticismo, rendendogli amaro

anche il dolce frutto, non lo salvava dall’essere talora credulo e

confidente come un fanciullo. Sapeva bene d’andare incontro a un

pericolo, ma non poteva più fare a meno, con la sua indole sensuale,

e in quella solitudine, di vedere ogni giorno l’Eufemia. Non l’amava,

non la stimava, e nonostante non si poteva più sciogliere da una specie

di torpida propensione, a cui ella cercava sempre più d’inclinarlo,

e che si potrebbe paragonare all’effetto di chi respiri, in un luogo

troppo chiuso ed angusto, gli atomi effusi da un fiore letale. Ella era

molto corta di mente, e nondimeno acutissima nel notare i progressi

di questa sua segreta influenza; tanto che potè dipoi più francamente

manifestarglisi senza che il dottore percepisse più con l’acutezza di

prima, la sua volgarità, la sua falsità, e quella sua malizia istintiva

che operava quasi in luogo dell’intelletto, e che era sempre rivolta in

basso a ghermire, indovinare, e ingannare.

Ella già lo ingannava. Standogli assiduamente vicina, dimostrando

d’averlo caro e desiderato, pareva quasi che l’adorasse; mentre il

suo cuore era per un altro, e il dottore le ispirava non di rado

l’antipatia che prova una creatura bassa ed ottusa verso un animo a

lei superiore, e talora intollerante e sdegnoso. E quando il dottore

perdeva la pazienza, e le diceva un po’ duramente la verità, ella

l’odiava, e sentiva più vive allora le sue relazioni d’affinità con

Palmiro; un pacifico e giovane salumaio, dalle mascelle quadrate, le

mani rosse e polpute, e il piglio neroniano e freddo acquistato forse

affettando il salame. Sentiva che era proprio quello lo sposo che ci

voleva per lei, ma, troppo povero garzone, i suoi genitori, lei stessa,

e anche Palmiro, vedevano quale ostacolo si opponeva alla loro felicità

coniugale. C’era il pericolo dunque che l’Eufemia, non più ragazzina,

restasse senza marito e senza quella difesa che poteva proteggerla

come moglie. In quelle distrette la povera zitella aveva pensato di

provvedere, nel miglior modo possibile, ai casi suoi: assicurarsi

una comoda condizione sposando l’irascibile dottor nero, e tenersi,

segreto amante, Palmiro pacifico: bassi pensieri, ma erano i soli che

infatuassero allora l’Eufemia. Ella s’era già tanto impadronita del

solitario dottore, da alterargli quasi il giudizio e mutargli gli occhi.

«L’Eufemia finalmente — egli diceva — è, come siamo tutti, un misto di

bene e di male. Come posso pretendere che una donna sia più virtuosa

di me che non credo, che ho una coscienza, è vero, ma senza Dio, senza

fede; una coscienza che non s’astiene dal male, se non per le sue

ripugnanze oneste; debole freno alle passioni violente, e agli appetiti

dell’egoismo. Io lo sento; l’uomo non può vivere così senza essere o

perverso o infelicissimo, o l’uno e l’altro insieme. E dunque, io che

la seguo sì poco, pretenderò che la donna abbia, in vece mia, tutta

la virtù; e si assoggetti a tutte le prove del sacrifizio per me;

lei così costituita organicamente da essere assai più debole e meno

atta di me all’elevatezza del senso morale, e a sentire le voci e i

divieti severi della coscienza! Da ragazzo ero un povero orfano senza

madre, e provando l’incuria e i maltrattamenti crudeli delle donne di

casa, non sapevo perchè non mi volessero bene, e fossero così dure e

cattive; poi più tardi ho capito che le perversità e le stramberie

irragionevoli delle donne dipendono in molta parte dalla lotta che

quei delicati e torturati organismi devono sostenere fra quello che

la natura e la vecchia corruzione le ha fatte, e quello che le leggi

religiose e sociali vogliono invece che si dimostrino. Perchè dunque il

mio giudizio su questa ragazza non è più umano e indulgente? Perchè non

le sono grato del grande amore che mi dimostra?... È civetta, è vero,

ma la civetteria è pure in natura, come si vede anche negli animali;

e infine ella non mira, con le sue grossolane civetterie, che a farsi

amare sempre di più. È molto stupida, è vero, ma potrò meglio guidarla.

È una sempliciona che crede tutto come sua madre Eva prima della

caduta. La credulità d’Eva, ecco, non la perversità, fu la cagione di

tutte le nostre sventure. E l’Eufemia crede tutto con un certo viso

come se proprio in lei avvenisse un ritorno alla primitiva innocenza

della povera Eva così insidiata, così accusata, e così punita! Quanto,

o Eufemia, tu sia innocente lo dimostrano ancora que’ canarini, que’

pappagalli, que’ limoni e aranci di lana che ornano la saletta, e che

sono il lavoro ingenuo e grazioso delle tue mani. È l’inconsapevole

genio della famiglia che si compiace in te d’ornare così innocentemente

la casa. E non m’hai tu regalato una borsa ricamata per poterci tenere

la mia camicia da notte? Non m’hai regalato anche un par di pantofole

con una testina di cane effigiatavi sopra a margheritine, emblema della

tua fedeltà di moglie? Doni che mi fanno pensare te ogni sera ed ogni

mattina. Sei ritrosetta, e se non t’accompagna la vecchia madre, non

entri nella mia stanza, e ne parti dopo avere scritto in più luoghi

Eufemia, Eufemia: nome che ormai incomincia a suonarmi più grato, più

familiare di quello di tutte le altre donne che dimorano a Riva. Io

non posso ripeterlo, senza che quasi io lo veda infuso della cupezza

delle tue ciglia, e di quel mongibello nero de’ tuoi capelli arruffati.

Que’ tuoi cerfuglioni neri che ti pendono per le gote a guisa di

scacciamosche, e ti danno quasi un aspetto da dottoressa presuntuosa,

mi sono antipatici e brutti; nondimeno sono anch’essi d’una procacità

seducente, ma tu non lo sai. Come pure non sai d’essere esagerata nel

consumo del _patchoulì_: ma io saprò moderarti anche in questo, e saprò

farti cambiare pettinatura. Quale pettinatura potrà meglio convenire al

tuo viso di Napea? Questo poi lo vedremo insieme. Intanto consolati che

io ora son più disposto a stimarti per i tuoi pregi, che a condannarti

pe’ tuoi difetti. Ecco: sei placida, silenziosa, obbediente, assestata.

Tieni in ordine tutto, la casa, i conti, la farmacia: sai molto bene

l’aritmetica, hai molta cura del risparmio, e del custodire la roba.

Inclini un po’ all’indolenza, ma la sai vincere quando occorre fare

l’interesse tuo e del pappà. Le qualità che fanno, l’ottima massaia e

la madre amorosa tu le hai tutte, o Eufemia! Io poi saprò rifare la tua

educazione, o Napea, e trasformarti quasi in un’altra donna.»

Il peccato del dottore · 第 19 / 53 题