II.

Non dispiacque alle donne di quel luogo, le quali vedendolo bruno di

carnagione, con occhi, barba e capelli nerissimi, incominciarono a

chiamarlo il _medico nero_. Quella sua aria così tra l’incredulo e

l’indovino, irradiata spesso da un sorriso accorto e sincero, muoveva

in alcune quella immaginazione muliebre che s’esalta sì facilmente,

si pasce di cauti progetti, e che par sempre così sorpresa, e

irresponsabile! Si dolevano di vedere un medico nero così solo nel

mondo; ed egli, anche per non esserne troppo obbligato, corrispondeva

loro assai generosamente. Ma dall’altro canto non poteva salvare

quelle pietose donne dalla viltà accusatrice di quei luoghi angusti ed

occhiuti, e viveva una vita d’inferno tra l’odio e l’amore: lettere

anonime, gelosie, agguati, minacce, pugni, pistolettate, finchè era

costretto a lasciare in lagrime qualche bella, e mutar paese.

Un altro guaio era la difficoltà grandissima di mantenere in quei

luoghi almeno l’onestà e la dignità della professione. Non sapeva,

prima d’averlo provato, fino a qual punto, e in quali e quante forme

diverse, si rivelino, nelle relazioni che si hanno con la gente,

l’egoismo, l’avarizia, l’invidia, la vanità, la testardaggine mulesca,

la sete di guadagno, l’ipocrisia, la menzogna; e come le conseguenze di

cotali passioni, che sono le bassezze della frode, e gli accanimenti

dell’odio, riempiano quasi tutta la vita, che d’altronde sarebbe vuota,

d’ogni più piccolo luogo, dove gli uomini hanno comune dimora. Una

simile ridda di spiriti tristi, che gli s’agitavano intorno in ámbiti

così rozzi ed ottusi, teneva in continua e misera lotta il dottore, il

quale nulla abborriva come le risse stolte e triviali della gente che

quasi se ne compiace per vanità, e per non aver altro da fare.

I grossolani signori di que’ luogucci desideravano invano che egli

avesse una coscienza e una verità adattata alle loro pretese, o

all’utile del Comune soltanto; nè potevano confidargli, per esempio,

certi casi d’un’estrema delicatezza che qualche volta occorrono, e che

si celano, per quanto si può, nel santuario delle famiglie. La loro

pelle era in buone mani affidata a lui, ma anteponevano gl’interessi

alla pelle, e volendosi provvedere un collega medico con cui andare

più per le lisce, scaduto il termine, non riconfermavano più il dottor

nero. Ben presto dunque egli s’abituò a fare il medico errante,

trovando in ogni luogo le stesse cattive bestie di diversi colori,

e l’inimicizia dello speziale che, con quel medico, spediva poche

ricette. E in verità, facendo risparmiare ai suoi infermi le medicine,

e specie le più decantate dalla _réclame_, egli portava un gran danno

ai chimici farmacisti.

Quella parsimonia di ricette non piaceva neppure ai contadini, i

quali avevano sempre molta fede nelle medicine dello speziale, come

l’avevano nelle immagini miracolose, nelle reliquie dei santi, nelle

fattucchiere, nei ferri di cavallo raccattati per via, e in tante altre

cose promettenti fortuna, e che gli lasciavano sempre nell’indigenza.

Il dottore, entrando in quei tuguri dispersi, vedeva ora, meglio che

nelle _Georgiche_, in Tibullo, o nel Poliziano, quale sia infine la

felicità dei coloni, cioè vedeva da quale contrapposto d’orrende

miserie sorga e si spieghi ai nostri occhi la bella vita dei campi,

nella veste varia delle stagioni; le quattro cantiche dell’eterno poema

annuale.

Vedeva quei cultori, non vispi e rubizzi, ma presto sopraggiunti da

una precoce vecchiaia, nè aventi altro conforto che le preci cantate

in comune, e le sbornie domenicali. A primavera, coi pochi quattrini

avuti, a frutto più o meno avaro, dal prete o da altri, emigravano.

Non di rado l’uomo duro come la sua fortuna, non dava più notizia di

sè nè ai vecchi genitori, nè alla donna lasciata incinta, e capace

talora (se non ricorreva all’infanticidio) della più eroica virtù.

Vedeva donne lasciate sole dal marito, le quali senza maledire nessuno,

con quella fede nel soccorso di Dio che infonde nei miseri la mitezza

della rassegnazione, bastavano a nutrire due o tre bambini con poche

lire mensili strappate da mano avara col più ingrato sudore. Ma i

disagi sempre sofferti sformavano il corpo anche delle più belle,

l’aria lungamente invernale della stalla, la continua fatica, il cibo

scarso della polenda sciocca e anche guasta, riducevano non poche di

quelle fanciulle e di quelle spose simili a immagini esangui di cera,

anemiche, pellagrose, dementi. Allora ascrivevano a fortuna il non

essere rigettate dai poveri spedali di quei luogucci, e vi morivano,

dopo aver sognato anche loro la costante affezione d’un uomo, e il

loro tepido nido. Il nido era deserto, e il dottore qualche volta non

vi trovava neppure un panno per riparare dalla prim’aura rigida della

vita il nuovo affamato che veniva alla luce, erede della disperazione

paterna.

A tanta miseria s’accompagnava naturalmente il più florido sudiciume,

generatore di bolle, pùstole, rogna, vespai, e altri mali schifosi,

che poi il medico nero doveva vedere e curare. Quelle ammorbate

villane non si tuffavano mai tutte quante in un copioso lavacro come

invano raccomandava il medico nero, ma preferivano di mantenere,

quasi religiosamente, la loro immondezza dalla culla al sepolcro. Il

dottore, che non entrava in quelle casupole, nè si tratteneva a quei

luridissimi letti, senza superare una grandissima ripugnanza, ammirava

poi quanta sia la forza dell’abitudine, che può rendere sì domestico e

familiare anche il sudiciume! Quei poveri contadini abituati a portarlo

addosso, non ne ricevevano alcuna molestia, nè avvertivano le pestifere

esalazioni della spazzatura avariata o stantìa, nè del concime

fermentante di cui circondavano, quasi con amore, la loro orrida tana.

Quel putridume lì intorno all’uscio, rappresentava ai loro occhi un

tesoro, perciò, non potendoselo chiudere nel cassetto, o nella cassa

forte, non se lo volevano allontanare da casa, come raccomandava il

medico nero; e morivan di tifo.

Era impossibile persuaderli. — Oh! — dicevano — è troppo delicato il

medico nero! dice che la salute è l’unico nostro patrimonio, ma ci si

può badare noi poveri, che ne facciamo continuo getto in tanti stenti

e tante fatiche? Che c’importa a noi di questa vitaccia, quando la

morte sola può darci il riposo, e il premio promesso dalla nostra santa

religione!

Per questa speranza consolatrice, in quelle campagne solinghe, il prete

era più ascoltato del medico.

Quell’uomo tonsurato, vestito tutto di nero, che portava, con umiltà e

dignità, i paramenti sacerdotali, assolveva dai peccati, che benediva

le case e le terre, custodiva il corpo del Signore e i misteri della

rivelazione, non parlava mai invano a quelle plebi rurali, dove non

erano ancora apparse, ai tempi della gioventù del dottore, certe

anomalìe di emigranti ritornati al paese increduli, beffardi, riottosi.

Allora invece ascoltavano tutti con fede e con suggezione la parola del

parroco bandita dal pergamo o dall’altare. Allora tutti gli davano il

loro obolo volentieri, o per ornare di nuove immagini i poveri altari,

o per erigere un campanile più alto di quello dei villaggi vicini, o

per acquistare nuove e grandi campane perchè ne giungesse il suono

lontano: grandi si volevano, se no l’obolo si negava.

— Ve le farò venire grandissime — diceva il parroco allargando la

braccia — e benedette dal Papa.

Essi eran contenti, e dimostravano con tale zelo per le cose del culto

un bisogno spirituale non meno imperioso di quello della polenda:

perciò quegli agricoltori ascoltavano e riverivano il prete assai più

del medico nero.

Il peccato del dottore · 第 18 / 53 题