E ora che egli viaggia, diciamo della sua vita passata, e per quali
vie era capitato a Villapluvia a farvi il medico provinciale; ufficio
onorevole, ma poco adatto a un amico delle muse.
Per verità non aveva mai pubblicato versi neppure sotto il velo
dell’anonimo, ma un giorno il segretario lo colse in flagranti, e bastò
perchè tutte le volte che si volle far credere che pretendeva cose
impossibili, assurde, si dicesse che era un poeta.
Non può negarsi ch’egli non fosse sempre un po’ poeta in faccia alle
cose, e che secondo il colore del sentimento, e quindi dell’illusione,
come avviene un po’ a tutti, non le vedesse talora o più belle o
più brutte, o migliori o peggiori; ma quello spirito di poesia
l’aiutava pure a non disconoscerne il più alto e giusto valore;
mentre poi (e questo era tutto a suo danno) gli moltiplicava le
asprezze e le ripugnanze di quanto la vita reale ha di turpe, di
volgare, e soprattutto di falso. Così, troppo urtato da realtà e da
fortune contrarie, s’era generata in lui un’acrimonia accresciutagli
dall’esercizio d’una professione, che egli aveva dovuto accettare come
una fatalità dell’albero genealogico, additatogli da suo padre. Perchè
diversi Stellini erano stati medici, e medico era pure suo padre, e
disgraziatamente autore d’un’opera di patologia in molti volumi, dove
egli, con un certo colore di novità, sosteneva una vecchia dottrina,
non so se d’Ippocrate o di Galeno, sulla causa unica d’ogni morbo.
Tale dottrina era molto oppugnata, e premendo al padre di vincere
l’ignoranza o l’invidia degli avversari, si compiacque assai di notare
nel proprio figliuolo un certo ingegno osservatore e meditativo, perchè
vide in lui, senz’altro, il difensore nato della sua scuola. Con queste
belle speranze, incominciò per tempo a fargli capire che il cercare di
secondarle era quasi un dovere, per parte sua, non solo verso i suoi
avi e verso l’autore de’ suoi giorni, ma anche verso la scienza, e
l’umanità. Così, press’a poco, il padre del Cellini, perchè piffero del
Comune, voleva pifferatore anche il figlio, che invece voleva divenire
il creatore del «Perseo». Ma qui la lotta si risolvè assai più presto,
e, fino a un certo punto, con la vittoria paterna.
Il giovane Fabio si trovava poco bene in famiglia. Morta sua madre,
v’erano entrate donne che amavano troppo le compiacenze proprie per
comprendere nel loro sollecito affetto anche quel ragazzo non nutrito
del loro latte. Lo trascurarono, lo maltrattarono, lo incitarono più
tardi alla ribellione. E allora a Fabio non parve vero di seguire i
consigli del suo buon padre, andandosene all’Università di Pavia a
studiar medicina. Ma già da un complesso di condizioni e d’impressioni
penose, e principalmente dall’educazione disamorata, trasandata e
malamente oppressiva, il suo carattere aveva ricevuto una piega non
certo favorevole a invigorirne la volontà; il che gli nocque moltissimo
quando dipoi la trovò meno forte delle seduttrici passioni e della
fortuna contraria.
Quanto a quegli studi non vi s’era piegato per sola abitudine di molle
arrendevolezza, o per solo desiderio d’uscir di casa, ma anche perchè
un certo amore, dirò così, lucreziano, fatto di curiosità scientifica e
di fantasia, fece supporre a lui stesso (talora siamo ingannati anche
dalle nostre medesime facoltà), che fosse quella, e non un’altra, la
sua vocazione. Ammirando, per esempio, i begli occhi d’una fanciulla,
e restandone facilmente infiammato, egli avrebbe voluto anche scrutare
il mistero di quella sintesi luminosa, la quale, raccolta nel giro
d’una pupilla, può trasmettere al pensiero, alla memoria tutte le
immagini visibili, può esprimere, veri o falsi, tutti gli affetti,
tutte le commozioni, per poi spengersi e finire nella incoscienza e
nelle tenebre del sepolcro. Queste segrete cose, più che le esterne
e palesi, accendevano la sua fantasia giovanile, e davano quasi un
accento lirico alla sua curiosità e alla sua ammirazione. L’una e
l’altra erano in lui così vive, che potè vincere, applicandosi a quei
terribili studi, lo schifo e la ripugnanza dei morbi infiniti di cui è
preda la carne umana, e potè sentire qualche palpito di cruda ma grande
poesia anche in presenza dei marmi anatomici sparsi di bruttura e di
sangue. Se non che venne il giorno in cui s’accorse che il profitto
dei suoi studi, non quanto alla dottrina che per essi accrescevasi
sempre più, ma quanto alla cognizione bene accertata del vero, era
troppo sproporzionato al travaglio grande, e alla fatica erculea
che gli costava. Per ogni menomo acquisto nel campo della verità
indubitabile, l’artista che in lui prevaleva di tanto al medico, e che
non aveva la calma del freddo sperimentatore, doveva fare la più penosa
violenza alla sensibilità delle sue vivissime fibre, alla mobilità
d’un’immaginazione troppo calda e troppo attiva riproduttrice d’ogni
genere d’impressioni; doveva quasi togliere i petali alla bellezza che
tanto l’affascinava, per disingannarsene l’occhio, non vedere se non la
materia umana infetta, o disgregata; e infine restare sempre, di fronte
al mistero essenziale in cui tutte le cose son radicate, nelle stesse
tenebre, o nella stessa ignoranza di prima. L’artista avrebbe voluto
giungere a un lume, in cui anche il medico avesse potuto ben chiarirsi
la vista, e fondare la propria fede certa e sicura, poichè questa fede
occorrevagli sopratutto; e invece più la cercava, con le indagini e
con lo studio, e più gli sfuggiva. Vedeva anche i più dotti tra i suoi
professori essere talora sviati dal loro troppo sapere come ciechi
che vanno torto, credendo d’andare diritto. Per esempio il clinico
infondeva ne’ suoi scolari la certezza che i guasti occulti di quel
povero moribondo non erano diversi, nè stavano in altro modo da quello
che la sua bellissima _diagnosi_ indicava appuntino, come se agli occhi
del professore quel moribondo avesse avuto la trasparenza del vetro.
Poi, venuto il morto innanzi all’esame necroscopico del professore
d’anatomia patologica, questo trovava sotto il vetro un indovinello
tutto diverso. I giovani si compiacevano assai dell’errore del loro
bravo maestro: ne ridevano, e talora anche fischiavano, come si fa in
Italia. Il buon Fabio non rideva, nè fischiava; non aveva quasi più
voglia di ridere dopo che s’era accertato, progredendo d’esperienza
e di studi, che anche la dottrina di suo padre, per la quale egli si
sarebbe fatto ammazzare nel suo prim’anno di studi (egli amava suo
padre, e l’aveva riputato quasi infallibile) era anch’essa, in gran
parte, un’architettura tutta mentale con grandi apparenze di verità, ma
non vera.
Così il vero che egli s’era messo in testa di ricercare in un mondo sì
infinitamente oscuro e bugiardo, sì necessariamente larvato di dotte
presunzioni e di belle ubbìe, era di ostacolo al suo cammino verso la
fortuna, la gloria, il guadagno. Era un poeta sincero che con tutto il
suo entusiasmo per il vero, per il bello, per il buono, per il sublime,
si trovò alla fine de’ suoi studi universitari abbandonato alle onde
del dubbio, che pur troppo era penetrato in tutte le sue convinzioni.
Lo impensieriva la difficoltà d’accordare con la professione medica
le sue tendenze intellettuali e morali. Amava e ammirava ancora la
medicina come scienza che progredisce con tutto l’umano sapere; ma
mentre la chirurgia troppo ripugnava alla sensibilità de’ suoi nervi,
la medicina interna, unicamente rivolta alla cura dei sofferenti,
troppo era ipotetica per lui in troppi casi: quindi lo esercitarla come
professione venale gli ripugnava, come ogni cosa che, impegnando la sua
coscienza e il suo valore personale, non gli apparisse afferrabile,
netta, sicura come nel regno delle forme: quel regno per il quale egli,
idolatra del vero, era nato.
Suo padre non riconosceva più il proprio figlio. Volendo continuare in
lui le onorate tradizioni di casa Stellini, l’aveva mandato a studiar
medicina; aveva creduto di farne il suo apostolo, e invece ne aveva
fatto il suo oppositore!...
Un giovane, un suo figliuolo, volere insegnare a lui vecchio medico,
voler confutare la sua dottrina, frutto di tanta esperienza, e di tanto
studio!... Non voleva più fare il medico!... Ma perchè allora gli aveva
fatto spender tanti quattrini?... perchè allora erasi laureato?...
Così esclamava suo padre, e non senza un po’ di ragione, perchè Fabio
avrebbe potuto, fin dalle prime, lasciare la medicina, se i primi passi
bastassero sempre a farci accorti d’avere sbagliato strada; tanto
più che l’odio alle nemiche noverche di casa sua, e la sua giovanile
deferenza, inculcatagli dall’educazione, e favorita da un’illusione,
gliel’avevano fatta prendere e mantenere fino alla laurea quella strada
con la tenacità superba che era pure nel carattere di quest’uomo leale.
Ma suo padre non lo capiva, e l’accusava di presunzione, di leggerezza,
di sconoscenza; quasi lo disamava. Nel giovane era ancora una parte
vivissima di fede ingenua ed intatta; quella degli affetti; e per
questo contegno del padre, egli incominciò ad avere anche degli affetti
una stima alquanto mediocre, facendoli dipendere unicamente da ragioni
egoistiche; quindi variabili, incerti, e talora anche tristi, come
quelle ragioni; e quanto più legittimi per motivi naturali e legali,
e tanto più facili a divenire tirannici e ingiusti. Come tutti gli
appassionati veementi, egli non vedeva spesso che un solo motivo, e
non sempre il più giusto, all’opposizione che veniva fatta al suo
sentimento. Da ultimo suo padre continuava a ostinarsi a volerlo
medico non già per egoismo e vanità di scienziato, ma soltanto per
un affettuoso e paterno pensiero del suo avvenire. Egli stesso, il
figliuolo, vide la spinosa difficoltà d’aprirsi un’altra via più
geniale, quando, avendo tentato di giungervi, patì le umiliazioni a
cui s’espongono gli spostati, gli accattoni, e gl’intrusi. Intrigando
e pregando, egli, dopo un attendere lungo, avrebbe potuto ottenere
per grazia, e quasi per elemosina, quello che non poteva esigere per
diritto; e non volle. Sapeva, benchè vi fosse poco disposto, di non
essere un medico dozzinale, e ripugnandogli di fare altri tentativi
umilianti per procurarsi un avvenire migliore, andò incontro a quello a
cui la fortuna già l’aveva rivolto. Un piccolo patrimonietto tanto da
assicurargli l’indipendenza, se non l’agiatezza, l’avrebbe salvato da
una vita scontenta e affannosa; ma morto suo padre, non trovò che una
ricca biblioteca d’opere mediche vecchie che andarono a finire nella
bottega d’un rigattiere.
E chiusa la casa paterna, abbandonò la città natale, e si ridusse a
vivere, come medico condotto, in un piccolo paesucolo di montagna.