V.

Tornando nella sua stanza, il dottore vide il segretario aspettarlo

all’uscio, e capì subito che voleva muoverlo a compassione con quella

sua aria afflitta di peccatore pentito. Temeva di essere rimesso in

comune con gli altri _diurnisti_, il che gli avrebbe portato gravi

svantaggi: una molto maggiore quantità di lavoro, un’osservanza più

rigorosa dell’orario, la perdita di circa 200 lire annue che aveva

come segretario del medico provinciale; il dottore anche gli dava

qualche mancetta, e anche aveva potuto fargli ottenere qualche buon

sussidio, ma nulla poteva calmare quell’animo cattivo, inasprito vie

più dal bisogno, e invaso dall’idea d’essere egli pure una vittima

dell’ingiustizia sociale.

Quando il dottore dunque gli passò davanti, il segretario tacque, ma

affidò la più umile scusa, e la più fervida preghiera a un’occhiata.

Il dottore entrò nella sua stanza, e lo lasciò fuori.

«Non sto bene, egli disse tra sè, e sono troppo iracondo da

qualche tempo... ma, come si fa? questa vita è per me un martirio

insopportabile! Anche costui pare inventato a posta per farmi perdere

la pazienza, e ne ho tanta! Ora pare un altro; pare un essere

ragionevole, rientrato nei termini della realtà e della verità; non

ha più quell’aria come se egli prestasse a me gratuitamente l’opera

sua, e non al governo che lo paga sì poco. E opporsi a me, tradirmi,

mentirmi, nascondermi le _pratiche_, denigrarmi, mancare all’ufizio,

mancarmi di rispetto, tutto questo egli lo chiama _lotta di classe!_

E che presunzione!... Lui sormonta tutto e tutti col suo giudizio:

risolve tutte le questioni sociali; vuole l’abolizione del Parlamento,

diminuito l’esercito, ma aumentata la flotta!... Pare che nessuno

prima di lui, abbia saputo regger gli Stati, e risolvere la questione

sociale... Eppure, se penso alla sua povertà, ai bisogni della sua

famiglia, egli mi fa compassione: si capisce che lui vorrebbe dare

al mondo un altro indirizzo più favorevole alle sue condizioni. Lo

richiamerò dunque, perchè se no, invece di risolvere la questione

sociale, perde anche quei pochi che guadagna qui nel mio ufizio...»

Il dottore spalancò l’uscio, e gli disse: — Entri.

Il segretario, nascondendo il suo giubilo sotto un’umile aria di

compunzione punto sincera, entrò frettoloso e fece al dottore una

riverenza come non gli aveva mai fatto.

Sedè al suo banco, ne ravviò le carte che la furia del dottore aveva

disordinate, e incominciò subito a copiare la relazione.

Il dottore rientrò cupo nella sua stanza.

Dopo qualche ora d’assiduo lavoro, il segretario gli riportò la

relazione copiata, il dottore la rilesse per assicurarsi che non

v’erano salti, nè errori; la firmò, e licenziò il segretario che già

declinava il giorno.

Rimasto solo gli parve di respirare più largo.

Aveva sbrigata, per quel giorno ogni esigenza d’ufficio ma nondimeno,

potendogli capitare qualche altra noia, attese, colà seduto al suo

banco, l’ora dell’uscita comune.

In quel silenzio e in quell’ozio, egli voltò gli occhi alla sola

cosa gentile che fosse in quella misera stanza: un geranio posto sul

davanzale, tra le due finestre, in un vaso angusto, e negletto, sicchè

non fioriva. Quell’umile pianticella immobile e nuda, chiusa colà come

un uccelletto in una gabbia troppo ristretta, lo condusse a pensare

quante mai esistenze animali e vegetali, mancano di luce, d’alimento,

di libertà. Anche quel povero geranio era un diseredato. Di fuori

il sole dardeggiava su i tetti il candore della neve immacolata e

splendente, e quella gioia luminosa faceva apparire più gelido e triste

l’angolo della finestra dove quei gracili rami senza fiori, morivano

nell’angustia e nell’ombra.

Ma vedendo di fuori quel tripudio di candore e d’azzurro, il dottore si

rallegrò pensando:

«Stasera me n’andrò a passeggiare pei prati bianchi, e vedrò i rami

argentei e sottili degli alberi nudi sorridere, sulle cime dei poggi,

alla luna. Mi ricordo che l’altra notte tutto quanto io vedeva, per

quell’immensa campagna nel plenilunio, non mi sembrava più una realtà,

ma un sogno luminoso della natura. Così la luce è sempre la fonte del

riso. Finchè risplende, la natura, anche nell’orrore notturno, anche

nel lutto ci sorride come un’incantevole maga. Qualche volta, a un

improvviso raggio di sole, m’è parso di veder sorridere anche le labbra

dei morti.»

Allora pensò ai capelli di donna Angioliera che la sera innanzi aveva

visto sorridere, al lume della lampada, nel suo studio solitario.

Ella li aveva riposti in quel libro, per dargliene un giorno la grata

sorpresa e il ricordo?... Ma il dottore troppo scettico, e troppo

ferito dai disinganni, sentiva quasi l’inutilità e la sazietà di

certi ricordi. Avrebbe voluto dimenticare anche quella donna come

altre persone e cose su cui già era caduto l’oblìo: quell’oblìo che

all’occhio miope della memoria accorciavagli il già lungo tratto

percorso. Quel tratto però egli lo vedeva ben chiaramente dove

l’anima sua aveva più sanguinato. Le ferite dure erano le indicazioni

indelebili. Ma nulla di più doloroso per lui che vedere il proprio

passato come una via non calcata già dalla forte sua volontà, ma per

la quale l’avevano sospinto violentemente le vicende di famiglia,

i casi, i disordini, le passioni, il bisogno. In tal modo la sua

vita era riuscita tutta diversa da quello che poteva essere, da

quello che avrebbe voluto che fosse, come se, non lui, ma un altro

a lui avverso, e di lui più potente, ne avesse tessuto la tela.

Tutto egli aveva dovuto accettare come impostogli da questa forza

complessa, dalle maglie di ferro: gli studi, la professione, le dimore

in luoghi incresciosi, i compagni, gli amori, e da ultimo anche

quell’ingratissimo ufficio di medico provinciale. Anche gli amori, in

ogni tempo ed in ogni luogo, erano nati da incontri casuali, senza

elezione, senza costanza, senza l’armonia di due spiriti affini e

legati nella intimità dell’unione anche dopo che la più forte ebbrezza

è cessata; ed erano tutti finiti lasciandolo deserto come un campo

dopo la rapina della tempesta!... E nondimeno, era bastata ora la

vista di quei pochi capelli a riportargli come un alito di quel fuoco

che condannava; a fargliene ritrovare ancora sotto la cenere le vive

faville, a ridestargli in cuore l’antico affetto per quella donna, e

per un’altra creatura che credeva viva tuttora, ma senza più speranza

di rivederla. Quelle due figure lontane, egli se le vedeva ora, come

per opera d’incanto, fisse dinanzi: i loro sembianti erano già un

poco incerti, ma ben vivo tutto il ricordo del loro carattere, della

loro voce, dei loro atti. E pensandoci, egli sentivasi errare in seno

come un confuso e gentile accordo di note, che mal tradusse nei versi

seguenti:

Il peccato del dottore · 第 14 / 53 题