IV.

Intanto il dottore cercava di riacquistare la pazienza e la calma

passeggiando su e giù per quelle due stanze, e pensava che se l’altrui

stolta malvagità e leggerezza non le causasse stupidamente, molte ire

funeste, molte indicibili angosce e molte insane vendette sarebbero

risparmiate alla povera vita umana; quando l’usciere gli annunziò che

il commendatore lo desiderava.

«Vorrà domandarmi degli schiarimenti su quanto è successo stamani»

pensò, e seguì l’usciere.

S’inchinò al capo della provincia, dicendo: — Buon giorno, signor

prefetto.

— Lei ieri, — gli rispose il prefetto, senza restituirgli il saluto —

me n’ha fatta una grossa: ha firmato questa nota diretta al commissario

distrettuale: non lo sa che le note ai commissari distrettuali le può

firmare soltanto il prefetto?

— La nota, come vede, è urgente; vi si dà ordine di fermare al confine

alcune bestie sospette d’epizoozia; lei non era in ufizio... partiva la

posta...

— E non c’era il cavalier Ronzoni?

— Il cavalier Ronzoni non l’avrebbe firmata: lui prima di firmare una

carta ci pensa almeno tre giorni.

— E fa bene; il cavalier Ronzoni è profondo.

— Sì, ma in questo caso non ci voleva la profondità, ma la

sollecitudine; e però io, riserbandomi di domandare alla S. V. la

sanatoria, firmai la lettera; non sapevo che in fatto di firme lei la

intendesse diversamente dal prefetto Vigone suo antecessore.

— Il prefetto Vigone era padrone di regolarsi come voleva: noi facciamo

le cose da uomini seri, e non da matti.

— Non era mica matto il commendator Vigone! era un bravo burocratico e

un gentiluomo.

— Ebbene, e io sono il prefetto, e bisogna che faccia il prefetto, caro

Stellini!

— Non ne dubito.

— Vede, ho qui un diluvio di cose da fare: ho qui una nota stupenda del

segretario Candore: un vero capolavoro! ah che impiegato! che bravo

impiegato, il Candore! e poi guardi... guardi... guardi... ha visto?

E ripetendo più volte _guardi_, batteva la mano, ingioiellata d’anelli,

ora sull’uno e ora sull’altro dei vari fasci di carta che aveva sul

banco, contenenti, fra due grosse tavole legate da grosse cinghie di

cuoio, tutte le _pratiche_ delle diverse divisioni, che egli doveva

firmare prima di sera.

— E son qui dalle otto di stamattina! — soggiunse, e intinse la penna.

— Mi permetto di ricordarle che quella lettera è urgente.

— Parte ora subito con la posta dell’una, caro Stellini.

Il dottore uscì, e il prefetto intinse la penna.

«È un pessimo impiegato — disse tra sè con un piglio d’odio covato

a lungo. — Quanta superbia ha questo maledetto poeta! come parla al

suo superiore! pare che il prefetto sia lui!... non io! e di tanto in

tanto mi dà anche qualche bottata... aspetta, che ora t’accomodo io!» E

intinse la penna.

«Come mai, pensava il dottore, tornando nella sua stanza, non mi ha

punto parlato della mia arrabbiatura di stamani col segretario?...

gliel’hanno ridetto di certo, ma si vede che non gli ha dato

importanza.»

Ma il comm. Tummistufetti, dovendo fare un rapporto a S. E. il ministro

dell’interno, voleva mostrargli di conoscere la cosa ne’ suoi più

minuti, esatti, molteplici e insignificanti particolari. Perciò era

ricorso alla polizia, cioè al Guitti, e non direttamente al dottore,

come pareva dovesse fare per un dovere di lealtà e di riguardo verso un

uomo rispettabile.

Questo modo di pensare, di giudicare e d’agire era politico nel comm.

Tummistufetti, era retto, abile e coscienzioso.

Il peccato del dottore · 第 13 / 53 题