III.

Il dottor Fabio era entrato nella sua stanza cantarellando un’aria

del _Rigoletto_, e pieno di malumore. Gliel’accrebbe il puzzo di

pipa lasciatogli nella stanza dall’usciere, che quella mattina s’era

ricordato di spazzare. Aprì la finestra perchè passasse.

Le tartaree pipe degli uscieri e degli scrivani, e i sigari dei

superiori, con la necessaria conseguenza d’un’abbondante e continua

salivazione, profumavano quell’uggioso edifizio, dalle mura

sformatamente grosse e tetre. Le incessanti latrine contribuivano pure

a incensarlo, oltre quell’odorino, che distingue gli ufizi vecchi,

poco spazzati, poco aereati, molto frequentati da gente varia, e dove,

pei corridoi bui e per gli squallidi archivi, gli anni accumularono su

montagne di carta usata e inchiostrata, la loro muta polvere d’ogni

istante.

Il dottore aveva l’ufizio in due stanze, la sua e quella del segretario

Pasquetti. In questa seconda stanza più grande, le _pratiche_ (ossia la

voluminosa raccolta degli atti quasi sempre necessaria a concludere, o

non concludere, talora per anni, un affare) mal contenute da lacere e

polverose coperte di carta, si vedevano ammassate e sbrindellate nei

rozzi scaffali che coprivano le pareti fino al soffitto.

I due banchi, quello del dottore e l’altro del segretario, schizzati

d’inchiostro e arrotati dall’uso d’una secolare burocrazia, parevano

riportare indietro ai processi politici della Santa Alleanza, tanto che

il ritratto del Re alla parete pareva in quel luogo, quasi un annunzio

d’avvenimenti futuri.

La stanza del dottor Fabio per altro non mancava di certi agi. Un

canapè, per esempio, foderato di logora cotonina a strisce rosse e

gialle, mostrava, sull’uno de’ suoi dossali, la capata veneranda e

untuosa di chi sa mai quale dormente assiduo e lontano; ma era sempre

un canapè che non tutti hanno; cioè un mobile inventato dalla mollezza.

Un armadietto nano, una specie di comodino, accanto al canapè, s’apriva

a quando a quando da sè, con un gemito flebilissimo, mostrando nelle

sue viscere una quantità di cartaccia scarabocchiata; ma era sempre

un comodino da riporvi quello che non si lascia esposto alla vista.

Alla finestra, una tenda tutta polverosa e allucignolata, e davanti al

canapè, un tappetino con un leone quasi abolito; ma erano sempre una

tenda e un tappetino, cioè ornamenti superflui e di lusso. La persiana

sconnessa e imbarcata da tante pioggie e da tanti soli, era mal sicura,

e poteva anche piombare sulla zucca di qualcheduno; ma era sempre una

persiana, cioè una comodità per ripararsi dal sole e dalle mosche.

Tutto questo dipendeva da un saggio sistema d’economia, superiore a

tutte le altre ragioni di decoro, d’igiene, o di profitto morale. Tali

ragioni dovevano attendere pazientemente la possibilità dei bilanci, e

questa possibilità, per certe cose, non c’era mai, o ben di rado.

Appariva lo stesso lodevole intento economico anche nella parca

distribuzione degli oggetti di cancelleria. Erano in mano di quel sì

giovane, e già così terribile e altero, segretario Arcignetti, serio

e bieco anche lui. Dovendo custodire i segreti di gabinetto, egli

non parlava che col suo superiore, e ne aveva a cuore i risparmi. Al

dottor Fabio contava i fogli di carta, le buste, i pennini, come a

uno scolaretto; o anche negava, se di più pretendeva. Si largheggiava

soltanto con l’inchiostro. Bastava chiederlo, e l’usciere, senza farsi

troppo pregare, veniva subito col fiasco a riempirvene il calamaio,

anche troppo; e poi ritirava il fiasco.

Un giorno il dottor Fabio disse al commendatore:

— Commendatore, il nostro superiore e suo segretario di gabinetto,

Arcignetti, amerebbe forse di fare qualche economia anche

sull’inchiostro, ma le _pratiche_ rimangono ferme su i banchi come

vagoni di mercanzia a piccola velocità, e bisogna spingerle a forza

di scarabocchi. Giacchè in Italia non si può toccare un oggetto, una

scatola di fiammiferi, per esempio, senza incappare in un bollo, ed è

tanto il consumo che vi si fa dell’inchiostro, bollando anche quello,

l’erario ne avrebbe a capo all’anno un’entrata di parecchi milioni.

Il discorso non piacque al commendatore: scrollò la testa, e non parlò

più.

Anche gli stipendi dei poveri _diurnisti_ erano compresi in questo

sistema generale d’economia spartana.

Bortolo Pasquetti, il segretario del dottor Fabio, era appunto un

diurnista pagato assai meglio degli altri, perchè aveva 65 lire

mensili, moglie e figliuoli.

Il suo lavoro era importantissimo: assistere alle sedute del Consiglio

sanitario, registrarne i verbali, custodire in archivio tutti gli atti

d’uffizio, saperne, o almeno subodorarne, i segreti; e talora firmare

anche certe carte, nelle quali era indispensabile, oltre quella del

medico, anche la firma grandiosa del segretario Pasquetti. E che

abilità, che sveltezza!... Incollava e spediva, in un batter d’occhio,

un centinaio di buste recanti ai vari municipi i decreti governativi;

sapeva quale marca da bollo, se la rossa, l’azzurra, o la gialla,

occorreva per questo o quel documento; citava a menadito la legge,

l’articolo, il comma, il paragrafo, il capoverso; e aveva una scrittura

bellissima. Sebbene arzigogolata, arricciata come i suoi capelli

biondicci, divisi a mezzo la fronte, nondimeno era bellissima con tutte

quelle rotelle e quelli svolazzi delle aste, che parevano altrettante

bandiere spiegate al vento in un torneo di sillabe poco chiare.

Sapendosi così abile e così necessario, egli non era contento del suo

stipendio, e faceva i conti addosso a tutti coloro che avevano qualche

lira di più; e specialmente al dottor Fabio, stimandosi un burocratico

molto più valente di lui. Tale pretesa, nell’animo suo già nemico,

s’era facilmente insinuata con la poca stima che avevano del dottore i

burocratici prefettizi; i soli che il bravo giovane riguardasse come

suoi superiori veri. E il dottore lo tollerava per compassione, e

perchè non gliene dessero un altro peggio, cioè nè pratico, nè capace,

e già aizzatogli contro. Ma più tollerava (non potendo cambiare tutto

quell’ordine di cose e di persone scontente e mal poste), e più l’altro

diveniva petulante e cattivo. A giorni non ne voleva proprio sapere:

si dava malato, ovvero si sdraiava sul canapè degli uscieri a fumar

la pipa, a dir male del dottor Fabio che non sapeva fare il medico

provinciale, e del Ministero che ce l’aveva mandato: un Ministero tutto

composto, diceva lui, di teste di rapa.

— Se fossi io il Ministero — egli diceva — se fossi io il medico

provinciale... io farei così e così... E invece gua’ le ho riscosse

oggi... — e mostrava, accartocciati nel pugno, sei biglietti da dieci

lire e uno da cinque — Ci vorrei comprar tanta dinamite!

Gli pareva di fare anche troppo per quella paga, e quindi seguiva

talora un suo certo istinto da gazza, cioè, per rimandarli a comodo

suo, nascondeva gli affari, e le minute del dottore, se erano un po’

lunghette, o se egli, nella sua grandissima competenza, le stimava poco

importanti.

Quella mattina non era ancora venuto. Il dottore gli aveva dato a

copiare da varii giorni (bisognava aver pazienza con un segretario sì

esperto, e sì mal pagato), una sua accuratissima relazione sul modo

di render meno insalubri le latterie provinciali. Ora, per quanto la

cercasse, non la trovava più, ed era sicuro che la gazza gli aveva

fatto uno dei suoi soliti tiri. Dove l’aveva nascosta?...

La mano del dottore iraconda, nervosa, cercava qui, cercava là, batteva

pugni, alzava monti di carte, nembi di polvere; buttava all’aria

protocolli, stampati, moduli, e bollettini; sfogliava le _pratiche_

raccolte sotto il titolo d’_affari in evidenza_; e non trovava nulla:

nè copia, nè originale... Guardava intorno, e più non sapeva dove

cercarla... Non gli restava che guardare sotto que’ due o tre registri

che il segretario piccoletto, per esserne alquanto rialzato, teneva sul

guanciale della poltrona... Infatti ne alza uno, e la sua relazione era

là!... Il segretario, sedendovi sopra, le aveva fatto per più giorni da

pressa-carte!

Il dottore divenne livido, e sorrise. Quella sola l’avrebbe fatto

sorridere solamente, ma con quella tutti gli altri disgusti gli

sollevarono un’ira che i pochi minuti corsi prima dell’arrivo del

segretario non calmarono, anzi accesero di più, in quella rapida

riflessione e volteggiamento d’odiosi ricordi.

Quando dunque il segretario, vestito come un marchesino, e con

quell’aria, che aveva sempre, di chi fa meglio degli altri, e crede,

per esser sì mal pagato, gli si debbano non rimproveri ma piuttosto

ringraziamenti... apparve, e vide quel viso terribile, quella mano che

stringeva la relazione, le carte sottosopra, i registri per terra,

impallidì e indietreggiò, accomodandosi i baffettini.

Il dottore gli andò incontro facendosi intendere più coi gesti violenti

che con la voce.

— Ma chi ce l’ha messa? — egli domandò smorto e maravigliato.

Il dottore agitò per aria i due pugni chiusi, trattenendoli a stento

sulla testa del segretario che si piegò.

— È stato un caso — disse — è stato un accidente! una combinazione!

— T’ammazzo! — gli gridò il dottore; e lo spinse fuori dell’uscio,

accompagnando l’atto con una maledizione che non andava soltanto a lui.

... S’udì vibrare lungamente il campanello elettrico del prefetto.

Erano già corsi ad avvertirlo, pigliasse tosto un provvedimento, perchè

nell’ufizio sanitario stava per nascere una tragedia.

— Chiamatemi il Guitti — disse il prefetto all’usciere.

Il Guitti, un questurino in borghese, con certi baffoni bestiali che

gli cuoprivano la bocca, e un muso da far onore a quello dei malviventi

che ammanettava, si presentò al prefetto con l’aria intontita di chi

attende un ordine di grande importanza da un alto personaggio.

Il prefetto guardava il Guitti, e pensava. Buon uomo e

coscienziosissimo, egli non prendeva mai nessun provvedimento, senza

mettere molto a tortura quel suo bernoccolo poliziesco, nelle cui

ispirazioni consisteva per lui tutta l’arte, e tutta la furberia di

governo.

Magro, olivastro, oltre i sessanta, ma tinto benissimo a nero, decoroso

per la grossa catena, le medaglie e i ciondoli d’oro che gli riposavano

sul panciotto, egli pensava, guardava il Guitti, e fumava; e il fumo

accrescevagli quell’aria torbida d’impenetrabile autorità che pareva

risiedere, più che altro, sul suo naso adunco, mentre la fronte

sfuggente indietro, gli dava una lontana somiglianza con un lepratto

prepotente ed all’erta.

— Guitti — disse finalmente, facendogli cenno d’avvicinarsi.

Il Guitti gli si avvicinò, e incominciarono, sotto voce, a intendersi

bene tra loro.

Andasse, vedesse, interrogasse qua e là, le persone del vicinato:

l’oste, il barbiere, il sarto della piazzetta, l’affittacamere della

casa di faccia, per sapere esattamente, ma con prudenza, e senza

parere, quali parole si fossero scambiate quella mattina il medico e il

segretario. Dovevano averle udite meglio di fuori che non di dentro,

perchè l’uscio della stanza era chiuso, la finestra invece era aperta,

e sotto vi s’era radunata gran gente a sentire i gridi del dottore che

non avevano nulla d’umano.

— Io, capite, ne faccio una questione d’ordine pubblico...

— Non dubiti, commendatore, che l’operazione sarà fatta a dovere.

— Altrimenti — soggiunse il commendatore — io vi faccio impiccare in

mezzo di piazza.

Il Guitti sorrise; e uscito, ripetè a bassa voce, quella facezia agli

uscieri, che ne risero ancora loro, come di una cosa assai spiritosa in

bocca al commendatore.

Il peccato del dottore · 第 12 / 53 题