Un burocratico perfetto era il cav. Ronzoni; uomo ben nutrito e ben
tarchiato, verso i sessanta.
Egli rivestiva la sua autorità sospettosa e minacciosa, d’un carattere
di prudenza che non gli pareva mai troppa. Non faceva in pubblico
discorsi compromettenti, ma gli piaceva di provocarli e d’udirli. In
questo lo serviva benissimo il segretario Candore, lingua scioltissima,
e che poteva dirsi la malignità in velocipede; mentre l’altro procedeva
come coperto da un guscio di tartaruga: vibrava talora delle occhiate
violente, ma furtive. Il segretario Candore era l’aura leggera che
gonfiava la vela di quella burocratica navicella; il Ronzoni erane
la zavorra che le dava il pondo e la stabilità. Erano poi i due
consiglieri e i due più severi censori del comm. Tummistufetti;
il quale disputava continuamente con essi, e, tra le dispute, i
ricevimenti, le suonate di campanello, e le firme, gli occorrevano
dalle dieci alle dodici ore di poltrona e di buon esempio ogni giorno.
Quella mattina, se ne stavano entrambi nell’anticamera degli uscieri,
con le spalle appoggiate alla stufa.
Il cav. Ronzoni, tenendo in bocca il sigaro spento, ponderava e
taceva: il segretario Candore fumava la sua pipetta di barba di scopa.
Viso ingenuo, grassoccio, bianco, rotondo, senza quella pipa avrebbe
somigliato anche di più, meno l’eleganza e la grazia, a un pastorello
di Vatteau. Anche gli occhi aveva rotondi, grossi, d’un ceruleo
smorto. Al principio della carriera, lo indicavano già come un giovane
destinato a salire. Il commendatore Tummistufetti ricorreva spesso ai
lumi di questo giovane, il quale, uscito da poco dall’Università, era
pieno di affermazioni autorevoli, e un vero florilegio di apoftegmi
amministrativi e legislativi. E il giovane, sentenziando, sparlando,
pipando, si dava aria di persona che compatisce il suo superiore, e fa
capire che il superiore infine è lui.
Quell’anticamera, col ritratto del Re, l’orario della ferrovia, e la
carta della provincia, era tutta sputacchiata e accecata dai sigari e
dalle pipe: ma con la stufa accesa, e le doppie finestre ben chiuse, si
stava comodamente caldi in quel puzzo e in quel fumo esalato da tante
bocche.
Il Fiscaroli, capo-usciere, un ometto mingherlino con la faccia rossa
come la cresta d’un gallo, perchè la stufa facesse bene il suo ufficio
verso i posteriori del cav. Ronzoni e del segretario Candore, tornava
sempre, con le molle, a sfruconarla, attizzarla; e il cannone di ferro
mugliava come se tutti i venti burocratici vi passassero in fuga.
Il cav. Ronzoni, col collo un po’ torto, e la grossa testa inclinata,
pareva pensare alle molte _pratiche_ e _incartamenti_ che gli giacevan
sul banco.
A un tratto, dopo un quarto d’ora di sigaro spento e di silenziosa
ponderazione, domandò così indifferentemente, come per dir qualcosa: —
È venuto il medico provinciale?
— No, cavaliere, ancora non s’è veduto — gli rispose il Fiscaroli,
sorridendo.
— Sono le dieci e mezzo — disse il segretario Candore.
Il cav. Ronzoni lo guardò.
— A quest’ora — rispose il Candore, incoraggiato da quell’occhiata —
avrà fatto sei o sette poesie: m’ha detto il suo segretario che si
diverte a farle anche all’uffizio, invece di lavorare.
Il cav. Ronzoni lo guardò stupefatto.
— E che specie di poesie sono? — poi domandò — appartengono al genere
lirico, o al didascalico?
— A nessun genere, non hanno senso comune — rispose il Candore, che non
le aveva mai lette — ma fa meglio le poesie che il medico provinciale.
Il cav. Ronzoni lo guardò con supremo compiacimento.
— L’altro giorno, — riprese subito con lena crescente il Candore —
si doveva comunicare ai farmacisti della città quella circolare del
Ministero, con la quale si stabiliscono le _modalità_ da seguirsi in
_merito_ alla pesca delle sanguisughe nei vivai dello Stato.
— Sì — rispose con aria grave il Ronzoni — è la circolare del 20
novembre, anno corrente, n. 90749.
— Precisamente.
— Che memoria! — sclamò il Fiscaroli con la faccia soddisfatta e le
molle in mano.
— Dunque?... — domandò il cav. Ronzoni.
— Dunque... ma diglielo tu, Fiscaroli.
Il Fiscaroli, con quella sua faccia briaca, sorrise alquanto e poi
disse: — Mi mandò in giro dagl’_interessati_, perchè avessero tutti
_visione_ della circolare, e la firmassero.
— Ma la circolare — esclamò il Candore indignato — doveva essere
comunicata in iscritto agl’_interessati!_
— Sicuro: è ovvio: che leggerezza! — bisbigliò il cav. Ronzoni, e lo
guardò sempre con maggiore interesse.
Il Candore s’affrettò a sputare e soggiunse: — Ieri poi, se non la
fermavo io, una sua lettera partiva senza il numero di _protocollo_ e
_di posizione:_ ma il Ministero! il Ministero che ci manda di questa
gente!
Mentre pronunziava queste ultime parole di rimprovero al Ministero,
entrò in anticamera il sindaco, cav. Patriottini.
Tutti tacquero, e tutti gli s’inchinarono.
Egli domandò di parlare al commendatore.
— È impedito, cavaliere — gli rispose affabilissimo il Fiscaroli.
— Chi c’è?
— Il capitano dei carabinieri, cavaliere.
Il sindaco, volendo aspettare d’essere ricevuto dal commendatore, fece
per levarsi la pesante e ricca pelliccia, ma gli fu sopra il Fiscaroli,
e gliela levò lui, ammirandone la bellezza.
Il sindaco, sentendosi più libero, allungò le braccia, e s’avanzò in
guanti nuovi color mattone, soprabito nero abbottonato, e in mano il
lucido cilindro. Calvo, con pochi capelli irti sulla fronte accigliata
e stretta, i suoi occhi indefinibili acquistavano dalle lenti un
sussiego anche più curiale, quasi beffardo; e segaligno, altezzoso,
affettatamente impettito, pareva un piccolo Barbarossa moderno in
cima ad una piramide. Era infatti allora il tirannello del luogo,
un vero don Rodrigo della municipalità. Padrone di molte terre, di
molti coloni, che, giovandogli, sfamava col mais guasto, esattore di
pubbliche imposte, proprietario d’un giornale fatto a sua immagine,
tutte queste facoltà d’operare il male raccolte in tal uomo divorato da
tutte le piccole ambizioni d’un Catilina, o d’un Cesare da villaggio,
diffondevano un timoroso concetto del suo potere, e ne facevano il più
formidabile elettore della provincia. Appoggiato all’urna, egli teneva
nel pugno anche i Ministeri: Roma gli s’inchinava.
Egli si rivolse con ghigno amichevole al cav. Ronzoni e al segretario
Candore, dei quali aveva spesso bisogno, e strinse loro la mano.
— A quel che ho sentito, — disse al Candore con familiarità autorevole,
ma indulgente — lei, segretario, non è troppo contento del Ministero.
— Tutt’altro, cavaliere! io anzi ho moltissima stima del Ministero.
— E dunque di chi parlava? — domandò il sindaco, sperando di
raccogliere qualche utile fattarello pel suo giornale.
— Del dottore Stellini, che non sa fare il medico provinciale.
— Cosa volete che sappia fare un uomo che è briaco dalla mattina alla
sera! Nessuno fin qui aveva sollevato la questione del cimitero: ma io
che ho il dovere di _salvaguardare_ gl’interessi del Comune, mi opporrò
sempre che si spenda un 30 o 40 mila lire per le sue belle utopie!
— Oh! è un matto, un visionario, un poeta! — sclamò il Candore, che
aveva bisogno d’una raccomandazione del potentissimo sindaco.
— Nessuno lo prende sul serio — mormorò a bassa voce, e guardando
intorno, il cav. Ronzoni.
— Quella sua relazione sulle condizioni del nostro cimitero è una cosa
da far ridere i sassi! — riprese il sindaco.
— Eppure il Ministero l’ha approvata! ecco dove io non son d’accordo
col Ministero! — disse il Candore.
— Il Ministero! — rispose il sindaco sorridendo, e alzando le spalle
— dica piuttosto qualche segretariuccio, qualche capo-divisione o
capo-sezione! infatti io so che la lettera che approva il progetto
dello Stellini, non è firmata nè dal ministro, nè dal sottosegretario
di Stato: fra qualche giorno verrà una disposizione tutta diversa che
darà pienamente ragione a noi: il Ministero non può opporsi a tutta una
rappresentanza municipale.
— Ma sicuro! le rappresentanze municipali sono sovrane — disse il
Candore — e quando poi si tratta d’un’amministrazione come la sua,
cavaliere...
— Oh certo il Municipio sa far meglio del Ministero! — rispose il
sindaco — prima il Municipio, poi Dio, e poi il Ministero.
— Si sa, si sa, cavaliere — rispose il Candore, sorridendo anche lui —
che lei è la _bête noire_ dell’amministrazione centrale!
Il sindaco sorrise sodisfattissimo, perchè gli piacque assai quel _bête
noire_.
«Domani te la fo», disse fra sè il Candore.
— Si figuri dunque se io mi preoccupo — soggiunse il sindaco,
riprendendo il suo ghigno altero — dei progetti, delle relazioni, e
delle sollecitatorie continue del medico provinciale! se lui è corsaro,
io sono corsaro e mezzo; nel giornale di stasera intanto c’è un
articoletto salato per questo poeta...
— Eccolo! — avvertì a bassa voce il cav. Ronzoni, ammiccando con gli
occhi stralunati la vetrata d’ingresso.
Il dottore aprì la vetrata, e entrò nella fumosa anticamera.
Attraversandola, per andare nelle sue stanze d’ufizio, egli fissò quei
signori che tacevano, e non lo guardavano. Anzi il sindaco, con atto
visibile di disprezzo, gli voltò in fretta le spalle, e cominciò a
gesticolare vivamente in faccia al Candore. Il Candore, che era sempre
molto ossequioso col dottor Fabio, quella mattina non lo conobbe. Il
dottore, a quella mossa del sindaco, si fermò a guardarlo, ma vedendo
che egli, fingendo di non accorgersi de’ suoi occhi fissi su lui,
seguitava a bisbigliare e gesticolare ora al Candore e ora al Ronzoni,
il dottore brontolò, e passò oltre canterellando.
— Gli ufizi non son fatti per cantare — bisbigliò il cav. Ronzoni,
indignato — che leggerezza!
— È un’offesa personale a me! — disse il sindaco — io sono il
rappresentante della città, non è vero?
— Certo.
— Ebbene, quando mi trova per la strada, non mi saluta mai!
— Oh! oh!
Il colloquio fu troncato dal capitano dei carabinieri, che entrò in
quel momento, con un tintinnìo di sciabola, e rumore di sproni. Visto
il sindaco, s’arrestò, e portò la mano al berretto come davanti ad un
generale. Il sindaco strinse la mano a tutti, e ripreso il suo sguardo
prepotente dietro le lenti, entrò a testa alta dal prefetto.
Più tardi tutte le ciarle fatte nell’anticamera degli uscieri, e altre
ancora, si ripeterono alla presenza del commendatore Tummistufetti.
— Scrive poesie nelle ore d’ufizio.
— Lo so.
— Comunica a voce le circolari, invece di comunicarle in iscritto.
— Lo so.
— Non è calmo, è sempre infuriato: usa cattivi modi con tutti,
maltratta quel bravo giovane del suo segretario.
— Lo so.
Insomma era proprio una disperazione! Non gli potevano mai riferir
nulla al commendatore, che già egli non lo sapesse. Come prefetto, egli
sapeva tutte le cose, anche quelle che ancora non gli avevano riferite,
o che non erano ancora accadute. Ciò naturalmente dispiaceva ai
referendari, ma giovava anche a raddoppiarne lo zelo: e a questo anche
mirava il commendatore Tummistufetti, uomo sommamente politico.