II.

Un burocratico perfetto era il cav. Ronzoni; uomo ben nutrito e ben

tarchiato, verso i sessanta.

Egli rivestiva la sua autorità sospettosa e minacciosa, d’un carattere

di prudenza che non gli pareva mai troppa. Non faceva in pubblico

discorsi compromettenti, ma gli piaceva di provocarli e d’udirli. In

questo lo serviva benissimo il segretario Candore, lingua scioltissima,

e che poteva dirsi la malignità in velocipede; mentre l’altro procedeva

come coperto da un guscio di tartaruga: vibrava talora delle occhiate

violente, ma furtive. Il segretario Candore era l’aura leggera che

gonfiava la vela di quella burocratica navicella; il Ronzoni erane

la zavorra che le dava il pondo e la stabilità. Erano poi i due

consiglieri e i due più severi censori del comm. Tummistufetti;

il quale disputava continuamente con essi, e, tra le dispute, i

ricevimenti, le suonate di campanello, e le firme, gli occorrevano

dalle dieci alle dodici ore di poltrona e di buon esempio ogni giorno.

Quella mattina, se ne stavano entrambi nell’anticamera degli uscieri,

con le spalle appoggiate alla stufa.

Il cav. Ronzoni, tenendo in bocca il sigaro spento, ponderava e

taceva: il segretario Candore fumava la sua pipetta di barba di scopa.

Viso ingenuo, grassoccio, bianco, rotondo, senza quella pipa avrebbe

somigliato anche di più, meno l’eleganza e la grazia, a un pastorello

di Vatteau. Anche gli occhi aveva rotondi, grossi, d’un ceruleo

smorto. Al principio della carriera, lo indicavano già come un giovane

destinato a salire. Il commendatore Tummistufetti ricorreva spesso ai

lumi di questo giovane, il quale, uscito da poco dall’Università, era

pieno di affermazioni autorevoli, e un vero florilegio di apoftegmi

amministrativi e legislativi. E il giovane, sentenziando, sparlando,

pipando, si dava aria di persona che compatisce il suo superiore, e fa

capire che il superiore infine è lui.

Quell’anticamera, col ritratto del Re, l’orario della ferrovia, e la

carta della provincia, era tutta sputacchiata e accecata dai sigari e

dalle pipe: ma con la stufa accesa, e le doppie finestre ben chiuse, si

stava comodamente caldi in quel puzzo e in quel fumo esalato da tante

bocche.

Il Fiscaroli, capo-usciere, un ometto mingherlino con la faccia rossa

come la cresta d’un gallo, perchè la stufa facesse bene il suo ufficio

verso i posteriori del cav. Ronzoni e del segretario Candore, tornava

sempre, con le molle, a sfruconarla, attizzarla; e il cannone di ferro

mugliava come se tutti i venti burocratici vi passassero in fuga.

Il cav. Ronzoni, col collo un po’ torto, e la grossa testa inclinata,

pareva pensare alle molte _pratiche_ e _incartamenti_ che gli giacevan

sul banco.

A un tratto, dopo un quarto d’ora di sigaro spento e di silenziosa

ponderazione, domandò così indifferentemente, come per dir qualcosa: —

È venuto il medico provinciale?

— No, cavaliere, ancora non s’è veduto — gli rispose il Fiscaroli,

sorridendo.

— Sono le dieci e mezzo — disse il segretario Candore.

Il cav. Ronzoni lo guardò.

— A quest’ora — rispose il Candore, incoraggiato da quell’occhiata —

avrà fatto sei o sette poesie: m’ha detto il suo segretario che si

diverte a farle anche all’uffizio, invece di lavorare.

Il cav. Ronzoni lo guardò stupefatto.

— E che specie di poesie sono? — poi domandò — appartengono al genere

lirico, o al didascalico?

— A nessun genere, non hanno senso comune — rispose il Candore, che non

le aveva mai lette — ma fa meglio le poesie che il medico provinciale.

Il cav. Ronzoni lo guardò con supremo compiacimento.

— L’altro giorno, — riprese subito con lena crescente il Candore —

si doveva comunicare ai farmacisti della città quella circolare del

Ministero, con la quale si stabiliscono le _modalità_ da seguirsi in

_merito_ alla pesca delle sanguisughe nei vivai dello Stato.

— Sì — rispose con aria grave il Ronzoni — è la circolare del 20

novembre, anno corrente, n. 90749.

— Precisamente.

— Che memoria! — sclamò il Fiscaroli con la faccia soddisfatta e le

molle in mano.

— Dunque?... — domandò il cav. Ronzoni.

— Dunque... ma diglielo tu, Fiscaroli.

Il Fiscaroli, con quella sua faccia briaca, sorrise alquanto e poi

disse: — Mi mandò in giro dagl’_interessati_, perchè avessero tutti

_visione_ della circolare, e la firmassero.

— Ma la circolare — esclamò il Candore indignato — doveva essere

comunicata in iscritto agl’_interessati!_

— Sicuro: è ovvio: che leggerezza! — bisbigliò il cav. Ronzoni, e lo

guardò sempre con maggiore interesse.

Il Candore s’affrettò a sputare e soggiunse: — Ieri poi, se non la

fermavo io, una sua lettera partiva senza il numero di _protocollo_ e

_di posizione:_ ma il Ministero! il Ministero che ci manda di questa

gente!

Mentre pronunziava queste ultime parole di rimprovero al Ministero,

entrò in anticamera il sindaco, cav. Patriottini.

Tutti tacquero, e tutti gli s’inchinarono.

Egli domandò di parlare al commendatore.

— È impedito, cavaliere — gli rispose affabilissimo il Fiscaroli.

— Chi c’è?

— Il capitano dei carabinieri, cavaliere.

Il sindaco, volendo aspettare d’essere ricevuto dal commendatore, fece

per levarsi la pesante e ricca pelliccia, ma gli fu sopra il Fiscaroli,

e gliela levò lui, ammirandone la bellezza.

Il sindaco, sentendosi più libero, allungò le braccia, e s’avanzò in

guanti nuovi color mattone, soprabito nero abbottonato, e in mano il

lucido cilindro. Calvo, con pochi capelli irti sulla fronte accigliata

e stretta, i suoi occhi indefinibili acquistavano dalle lenti un

sussiego anche più curiale, quasi beffardo; e segaligno, altezzoso,

affettatamente impettito, pareva un piccolo Barbarossa moderno in

cima ad una piramide. Era infatti allora il tirannello del luogo,

un vero don Rodrigo della municipalità. Padrone di molte terre, di

molti coloni, che, giovandogli, sfamava col mais guasto, esattore di

pubbliche imposte, proprietario d’un giornale fatto a sua immagine,

tutte queste facoltà d’operare il male raccolte in tal uomo divorato da

tutte le piccole ambizioni d’un Catilina, o d’un Cesare da villaggio,

diffondevano un timoroso concetto del suo potere, e ne facevano il più

formidabile elettore della provincia. Appoggiato all’urna, egli teneva

nel pugno anche i Ministeri: Roma gli s’inchinava.

Egli si rivolse con ghigno amichevole al cav. Ronzoni e al segretario

Candore, dei quali aveva spesso bisogno, e strinse loro la mano.

— A quel che ho sentito, — disse al Candore con familiarità autorevole,

ma indulgente — lei, segretario, non è troppo contento del Ministero.

— Tutt’altro, cavaliere! io anzi ho moltissima stima del Ministero.

— E dunque di chi parlava? — domandò il sindaco, sperando di

raccogliere qualche utile fattarello pel suo giornale.

— Del dottore Stellini, che non sa fare il medico provinciale.

— Cosa volete che sappia fare un uomo che è briaco dalla mattina alla

sera! Nessuno fin qui aveva sollevato la questione del cimitero: ma io

che ho il dovere di _salvaguardare_ gl’interessi del Comune, mi opporrò

sempre che si spenda un 30 o 40 mila lire per le sue belle utopie!

— Oh! è un matto, un visionario, un poeta! — sclamò il Candore, che

aveva bisogno d’una raccomandazione del potentissimo sindaco.

— Nessuno lo prende sul serio — mormorò a bassa voce, e guardando

intorno, il cav. Ronzoni.

— Quella sua relazione sulle condizioni del nostro cimitero è una cosa

da far ridere i sassi! — riprese il sindaco.

— Eppure il Ministero l’ha approvata! ecco dove io non son d’accordo

col Ministero! — disse il Candore.

— Il Ministero! — rispose il sindaco sorridendo, e alzando le spalle

— dica piuttosto qualche segretariuccio, qualche capo-divisione o

capo-sezione! infatti io so che la lettera che approva il progetto

dello Stellini, non è firmata nè dal ministro, nè dal sottosegretario

di Stato: fra qualche giorno verrà una disposizione tutta diversa che

darà pienamente ragione a noi: il Ministero non può opporsi a tutta una

rappresentanza municipale.

— Ma sicuro! le rappresentanze municipali sono sovrane — disse il

Candore — e quando poi si tratta d’un’amministrazione come la sua,

cavaliere...

— Oh certo il Municipio sa far meglio del Ministero! — rispose il

sindaco — prima il Municipio, poi Dio, e poi il Ministero.

— Si sa, si sa, cavaliere — rispose il Candore, sorridendo anche lui —

che lei è la _bête noire_ dell’amministrazione centrale!

Il sindaco sorrise sodisfattissimo, perchè gli piacque assai quel _bête

noire_.

«Domani te la fo», disse fra sè il Candore.

— Si figuri dunque se io mi preoccupo — soggiunse il sindaco,

riprendendo il suo ghigno altero — dei progetti, delle relazioni, e

delle sollecitatorie continue del medico provinciale! se lui è corsaro,

io sono corsaro e mezzo; nel giornale di stasera intanto c’è un

articoletto salato per questo poeta...

— Eccolo! — avvertì a bassa voce il cav. Ronzoni, ammiccando con gli

occhi stralunati la vetrata d’ingresso.

Il dottore aprì la vetrata, e entrò nella fumosa anticamera.

Attraversandola, per andare nelle sue stanze d’ufizio, egli fissò quei

signori che tacevano, e non lo guardavano. Anzi il sindaco, con atto

visibile di disprezzo, gli voltò in fretta le spalle, e cominciò a

gesticolare vivamente in faccia al Candore. Il Candore, che era sempre

molto ossequioso col dottor Fabio, quella mattina non lo conobbe. Il

dottore, a quella mossa del sindaco, si fermò a guardarlo, ma vedendo

che egli, fingendo di non accorgersi de’ suoi occhi fissi su lui,

seguitava a bisbigliare e gesticolare ora al Candore e ora al Ronzoni,

il dottore brontolò, e passò oltre canterellando.

— Gli ufizi non son fatti per cantare — bisbigliò il cav. Ronzoni,

indignato — che leggerezza!

— È un’offesa personale a me! — disse il sindaco — io sono il

rappresentante della città, non è vero?

— Certo.

— Ebbene, quando mi trova per la strada, non mi saluta mai!

— Oh! oh!

Il colloquio fu troncato dal capitano dei carabinieri, che entrò in

quel momento, con un tintinnìo di sciabola, e rumore di sproni. Visto

il sindaco, s’arrestò, e portò la mano al berretto come davanti ad un

generale. Il sindaco strinse la mano a tutti, e ripreso il suo sguardo

prepotente dietro le lenti, entrò a testa alta dal prefetto.

Più tardi tutte le ciarle fatte nell’anticamera degli uscieri, e altre

ancora, si ripeterono alla presenza del commendatore Tummistufetti.

— Scrive poesie nelle ore d’ufizio.

— Lo so.

— Comunica a voce le circolari, invece di comunicarle in iscritto.

— Lo so.

— Non è calmo, è sempre infuriato: usa cattivi modi con tutti,

maltratta quel bravo giovane del suo segretario.

— Lo so.

Insomma era proprio una disperazione! Non gli potevano mai riferir

nulla al commendatore, che già egli non lo sapesse. Come prefetto, egli

sapeva tutte le cose, anche quelle che ancora non gli avevano riferite,

o che non erano ancora accadute. Ciò naturalmente dispiaceva ai

referendari, ma giovava anche a raddoppiarne lo zelo: e a questo anche

mirava il commendatore Tummistufetti, uomo sommamente politico.

Il peccato del dottore · 第 11 / 53 题