CAPITOLO XXXVI

Bianca dormì assai più dell'ora indicata con tanta impazienza: la sua

cameriera, stanca dal viaggio, la destò solo per l'ora della

colazione. Questo dispiacere fu tosto dimenticato, quando, aprendo la

finestra, vide da una parte l'ampio mare colorito dai raggi del

mattino, le candide vele delle barche ed i remi che fendevano le onde;

dall'altra, i boschi, la loro freschezza, le vaste pianure, e le

azzurre montagne che tingevansi dello splendore del giorno.

Respirando quell'aria pura, le sue guance si colorirono di porpora, e

facendo la sua preghiera: «Chi ha mai potuto inventare i conventi?»

diss'ella; «chi ha potuto pel primo persuadere ai mortali di

recarvisi, e col pretesto della religione, allontanarli da tutti gli

oggetti che l'ispirano? L'omaggio d'un cuore riconoscente è quello che

ci chiede Iddio; e quando veggonsi le sue opere, non si è grati? Non

ho mai sentita tanta divozione, in tutte le ore noiose, trascorse in

convento, come nei pochi minuti che ho passati qui. Io guardo intorno

e adoro Iddio dal fondo del cuore.»

Sì dicendo si ritrasse dalla finestra, e traversando la galleria,

entrò nella sala da pranzo, ove trovò il padre. Il fulgido sole aveva

dissipato la sua tristezza; il riso ne sfiorava le labbra: parlò alla

figlia con serenità, ed il cuore di lei corrispose a quella dolce

disposizione. Comparvero poco dopo Enrico, la contessa e madamigella

Bearn, e tutta la compagnia parve risentir l'influenza dell'ora e del

luogo.

Si separarono dopo colazione. Il conte si ritirò nel suo gabinetto

coll'intendente. Enrico corse alla riva per esaminare un battello, di

cui dovevano servirsi l'istessa sera, e vi fece adattare una piccola

tenda. La contessa e madamigella Bearn andarono a vedere un

appartamento moderno costruito con eleganza. Le finestre guardavano

sopra un terrazzo in faccia al mare, evitando così la vista de'

_selvaggi_ Pirenei.

Bianca intanto si divertiva a vedere le parti dell'edifizio che non

conosceva ancora. La più antica attirò tosto la di lei curiosità. Salì

lo scalone, e traversando un'immensa galleria, entrò in una fila di

stanze, dalle pareti ornate d'arazzi, o coperte di cedro intarsiato a

colori; i mobili sembravano della medesima data del castello; gli ampi

camini offrivano la fredda immagine dell'abbandono: tutte quelle

stanze portavano tanto bene l'impronta della solitudine e della

desolazione, che coloro, i cui ritratti vi erano appesi, ne parevano

stati gli ultimi abitatori.

Uscendo di là, si trovò in un'altra galleria, una delle cui estremità

riusciva ad una scala, e l'altra ad una porta chiusa. Scesa la scala,

si ritrovò in una stanzetta della torre di ponente. Tre finestre

presentavano tre punti di vista diversi e sublimi: al nord la

Linguadoca; a ponente i Pirenei, le cui cime coronavano il paese; al

mezzogiorno, il Mediterraneo e parte della costa del Rossiglione. Uscì

dalla torre, e scendendo per una scala strettissima, si ritrovò in un

andito oscuro, ove si smarrì. Non potendo ritrovare il suo cammino, e

l'impazienza facendo luogo al timore, gridò aiuto. Udì camminare

all'estremità dell'andito e vide brillare un lume tenuto da una

persona la quale aprì una porticina con cautela. Non osando

inoltrarsi, Bianca l'osservava tacendo, ma allorchè vide che la porta

si rinchiudeva, chiamò nuovamente, corse a quella volta, e riconobbe

la vecchia Dorotea.

«Ah! siete voi, cara padroncina?» diss'ella «come mai poteste venire

in questo luogo?» Se Bianca fosse stata meno occupata dalla sua paura,

avrebbe probabilmente osservato la forte espressione di terrore e

sorpresa che alterava la fisonomia di Dorotea, la quale la fece

passare per un numero infinito di stanze, che, parevano disabitate da

un secolo. Giunte finalmente alla residenza della custode, Dorotea la

pregò di sedere e rinfrescarsi. Bianca, accettando l'invito, parlò

della bella torre scoperta, e mostrò il desiderio di appropriarsela.

Sia che Dorotea fosse meno sensibile alle grandi bellezze della

natura, o che l'abitudine glie le avesse reso meno interessanti, non

incoraggì l'entusiasmo di Bianca, la quale, domandò ove conducesse la

porta chiusa in fondo alla galleria. L'altra rispose che comunicava

con una fila di stanze nelle quali nessuno era entrato da molti anni.

«La nostra defunta padrona è morta colà, ed io non ho più avuto il

coraggio di penetrarvi.»

Bianca, curiosa di veder quel luogo, si astenne dal farne domanda a

Dorotea, vedendole gli occhi molli di pianto: poco dopo andò ad

abbigliarsi per il pranzo. Tutta la società si riunì di buon umore,

tranne la contessa, il cui spirito, assolutamente vuoto, oppresso

dall'ozio, non poteva nè renderla felice, nè contribuire all'altrui

contentezza.

L'allegria provata da Bianca nel riunirsi alla sua famiglia, si moderò

allorquando fu sulla riva del mare, e guardò con paura quella gran

distesa di acque. Da lontano l'avea osservata con entusiasmo; ma

stentò a vincere il timore e seguire il padre in battello.

Contemplava tacendo il vasto orizzonte, che circoscriveva solo la

vista del mare, una sublime emozione lottava in lei contro il

sentimento del pericolo. Un lieve zeffiro increspava la superficie

dell'acque, sfiorando le vele ed agitando le frondi delle foreste che

coronavano la costa per molte miglia.

A qualche distanza esisteva in que' boschi un casino stato in altri

tempi l'asilo dei piaceri, e per la sua posizione sempre interessante

e pittoresco. Il conte vi aveva fatto portare il caffè ed i

rinfreschi. I rematori si diressero a quella parte, costeggiando le

sinuosità della riva, oltre il vasto selvoso promontorio e la

circonferenza di una baia, mentre in un secondo battello alcuni

suonatori facevano echeggiar i circostanti dirupi di belle melodie.

Bianca non temeva più; una deliziosa tranquillità si era impossessata

di lei, e la faceva tacere. Era troppo felice per rammentarsi il

monastero, e la noia ivi provata per tanto tempo.

Dopo un'ora di navigazione, presero terra e salirono per uno stretto

sentiero sparso di fiorite zolle. A poca distanza, e sulla punta di

un'eminenza, si vedova il casino ombreggiato dagli alberi. Benchè

preparato in tutta fretta, esso era bastantemente decente. Mentre la

compagnia prendeva i rinfreschi e mangiava le frutta, i musicanti

interrompevano la quiete deliziosa di quel luogo isolato. Il casino

giunse perfino ad interessar la contessa, la quale, forse pel piacere

di parlare di cose appartenenti al lusso, si diffuse a lungo sulla

necessità di abbellirlo.

Dopo una passeggiata molto lunga, la famiglia tornò ad imbarcarsi. La

bellezza della sera l'indusse a prolungare la gita ed avanzarsi nella

baia. Una calma perfetta era succeduta al vento, che fin allora aveva

spinto il battello, ed i marinai diedero mano ai remi. Bianca si

compiaceva nel veder remare; osservava i cerchi concentrici formati

nell'acqua dai colpi, ed il tremolìo che imprimevano nel quadro del

paese senza sfigurarne l'armonia. Al disopra dell'oscurità del bosco

distinse un gruppo di torricelle tuttavia illuminate dai raggi del

sole, ed in un intervallo di silenzio della musica udì un coro di

voci.

«Che voci son queste?» disse il conte, ascoltando attentamente; ma il

canto cessò,--È l'inno del vespro,» disse Bianca, «io l'ho inteso in

convento.--Noi siamo dunque vicini ad un monastero?» disse il conte;

ed il battello avendo spuntato un capo molto alto, videro il convento

di Santa Chiara in fondo ad una piccola baia: il bosco che lo

circondava, lasciava vedere parte dell'edificio, la porta maggiore, la

finestra gotica dell'atrio, il chiostro ed un lato della cappella; un

arco maestoso che univa anticamente la casa ad un'altra porzione degli

edifizi, allora demolita, restava come una rovina venerabile staccata

da tutto l'edifizio.

Tutto era in profondo silenzio, e Bianca osservava con ammirazione

quell'arco maestoso, il cui effetto cresceva colle masse di luce e

d'ombra, che spandeva il tramonto coperto di nubi. In quella

l'imponente inno de' vespri ricominciò, accompagnato dal grave suono

dell'organo; poi il coro andò affievolendosi gradatamente, e si spense

quindi affatto. Mentre erano tutti intenti ad ascoltare con religioso

raccoglimento, videro uscire dal chiostro una processione di monache

vestite di nero con un velo bianco in testa, passare pel bosco, e

girare intorno al monastero. La contessa fu la prima a rompere il

silenzio. «Quest'inno e queste religiose sono d'una tristezza che mi

opprime,» diss'ella; «comincia a farsi tardi; ritorniamo al castello,

e sarà già notte prima che noi vi siamo arrivati.» Il conte alzò gli

occhi, e si accorse che una tempesta minacciosa anticipava l'oscurità.

Gli uccelli marini s'aggiravano sull'onde, vi bagnavan le penne, e

fuggivan verso qualche asilo lontano; i marinai facevan forza di remi,

ma il tuono romoreggiante da lontano, e la pioggia, che già

principiava a cadere, determinarono il conte a cercar ricovero nel

monastero. Il battello cambiò direzione, ed a misura che la tempesta

si avvicinava a ponente, l'aria diveniva più oscura, e i frequenti

lampi infiammavano la sommità degli alberi ed i comignoli del

convento. L'apparenza de' cieli allarmò la contessa e la Bearn, le cui

strida ed i pianti inquietarono il conte ed i rematori. Bianca si

teneva in silenzio, ora agitata dal timore, ora dall'ammirazione:

osservava la grandezza delle nubi, il loro effetto sulla scena, ed

ascoltava gli scrosci della folgore che scuotevano l'aere.

Il battello si fermò in faccia al monastero. Il conte mandò un servo

ad annunziare il suo arrivo alla superiora e chiederle asilo. Benchè

l'ordine di Santa Chiara fosse fino da quell'epoca poco austero, le

donne sole potevano essere ricevute nel santo recinto. Il servitore

riportò una risposta che spirava al tempo stesso l'ospitalità e

l'orgoglio, ma un orgoglio nascosto sotto il velo della sommissione.

Sbarcarono, e traversato velocemente il prato a motivo della pioggia

dirotta, furono ricevuti dalla superiora che prima stese la mano ed

impartì la benedizione. Passarono in una sala, ove trovavansi alcune

religiose tutte vestite di nero e velate di bianco. Il velo della

badessa però era semialzato, e lasciava scorgere una dolce dignità

temperata da cortese sorriso. Ella condusse la contessa, la Bearn e

Bianca in un salotto, ed il conte con Enrico restarono nel parlatorio.

La badessa domandò i rinfreschi, ed intanto discorse colla contessa.

Bianca, avvicinandosi ad una finestra, potè considerare i progressi

della burrasca; le onde del mare, che pochi momenti prima parevano

ancora addormentate, si gonfiavano enormemente, infrangendosi senza

interruzione contro la costa. Un colore sulfureo circondava le nubi,

che si addensavano a ponente, mentre i lampi illumiminavano da lontano

le rive della Linguadoca: tutto il resto era avvolto nelle tenebre.

In qualche intervallo, un lampo dorava le ali d'un uccello marino che

volava nelle più alte regioni, o si posava sulle vele d'una nave in

balìa dei marosi. Bianca osservò per qualche tempo il pericolo di quel

bastimento, sospirando sul destino dell'equipaggio e dei passaggeri.

Infine, l'oscurità divenne completa. Il bastimento si distingueva

appena, e Bianca fu costretta a chiuder la finestra per l'impeto del

vento. La badessa, avendo esauriti colla contessa tutti i complimenti

di civiltà, ebbe campo di rivolgersi a Bianca. La loro conversazione

venne presto interrotta dal suono della campana che invitava le

monache alla preghiera, giacchè la burrasca andava sempre crescendo. I

servi del conte erano iti al castello per far venire le carrozze, le

quali giunsero sul finir della preghiera. La tempesta essendo meno

violenta, il conte tornò al castello colla sua famiglia. Bianca fu

sorpresa di vedere quanto si fosse ingannata sulla distanza del

monastero per le sinuosità della spiaggia.

La contessa, appena arrivata, si ritirò nel suo appartamento. Il

conte, Enrico e Bianca andarono nel salotto, ma appena vi furono

giunti, udirono, un colpo di cannone. Il conte riconobbe il segnale

d'un bastimento in pericolo che chiedeva soccorso; aprì una finestra,

ma il mare avvolto nelle tenebre ed il fracasso della tempesta non

lasciavan distinguer nulla. Bianca si ricordò della nave già veduta, e

ne avvertì tremando suo padre. Di lì a poco udirono un'altra

cannonata, e poterono scorgere al chiarore d'un lampo una barca

agitata dai flutti spumosi, con una sola vela, e che, ora scomparendo

nell'abbisso, ora sollevandosi sino alle nubi, cercava di guadagnar la

costa. Bianca si attaccò al collo del padre con uno sguardo doloroso

in cui si dipingevano lo spavento e la compassione. Non eravi bisogno

di questo mezzo per intenerire il conte: egli guardava il mare con

espressione di pietà, ma vedendo che i battelli non potrebbero

resistere alla burrasca, proibì di arrischiarsi a perdita sicura, e

fece portare molte torce accese sulle punte degli scogli, a mo' di

faro.

Enrico uscì per andar a dirigere i servi, e Bianca col padre restò

alla finestra, di dove si scorgeva al lume dei baleni il misero

bastimento. Ad ogni cannonata rispondevano i servi alzando ed agitando

le torce, e al debole chiarore dei lampi Bianca credè vedere

nuovamente la nave molto vicino alla riva. Allora si videro i

domestici del conte correre da tutte le parti avanzarsi sulla punta

degli scogli, chinarsi sporgendo le torce; altri, dei quali non si

distingueva la direzione che al movimento dei lumi, scendevano per

sentieri pericolosi fin sulla spiaggia, chiamando ad alte grida i

marinai, di cui sentivano i fischi e le fioche voci, che per

intervalli si confondevano col fracasso della burrasca. Quei gridi

inaspettati che partivano dagli scogli, accrescevano il terrore di

Bianca ad un grado insopportabile; ma il di lei tenero interesse fu in

breve sollevato, quando Enrico arrivò, correndo, a dar la notizia che

il bastimento aveva gettato l'àncora nel fondo della baia, ma in sì

miserando stato, che sarebbesi forse sommerso prima che l'equipaggio

fosse sbarcato. Il conte fece tosto partire tulle le barche,

annunziando agli stranieri che li avrebbe ricevuti nel castello. Tra

essi eranvi Emilia Sant'Aubert, Dupont, Lodovico ed Annetta, i quali

imbarcatisi a Livorno, e giunti a Marsiglia, traversavano il golfo di

Lione quando vennero assaliti dalla tempesta. Furono tutti ricevuti

dal conte con grande affabilità. Emilia avrebbe voluto andare al

convento di Santa Chiara quell'istessa sera, ma egli non volle

permetterglielo.

Il conte ritrovò in Dupont un'antica conoscenza, e si fecero i più

cordiali complimenti. Emilia fu ricevuta colla più cortese ospitalità,

e la cena fu servita.

L'affabilità naturale di Bianca, e la gioia cui esprimeva per la

salvezza dei forestieri, che aveva sì sinceramente compianti,

rianimarono a poco a poco gli spiriti di Emilia. Dupont, sciolto dal

timore provato per lei e per sè medesimo, sentiva la differenza della

propria situazione. Uscendo da un mare procelloso, in procinto

d'inghiottirli, si ritrovava in una bella casa, ove regnavano

l'abbondanza ed il gusto, e nella quale riceveva cortesissima

accoglienza.

Annetta intanto raccontava alla servitù i pericoli sofferti,

felicitandosi della propria salvezza e di quella di Lodovico. In una

parola, risvegliò il brio e l'allegrezza in tutta quella gente.

Lodovico era lieto come lei, ma sapeva contenersi, e procurava

inutilmente di farla tacere. In fine, le risa smoderate furono intese

persino dall'appartamento della contessa, che mandò a sentire cosa

fosse quel chiasso, raccomandando il silenzio.

Emilia si ritirò di buon'ora per cercare quel riposo, onde avea tanto

bisogno; ma stette un pezzo senza poter dormire, perchè il di lei

ritorno in patria le ridestava interessanti memorie. I casi occorsi, i

patimenti sofferti dopo la sua partenza, le si affacciarono con forza,

non cedendo che all'immagine di Valancourt. Sapere ch'essa abitava la

medesima terra, dopo sì lunga separazione, era per lei una fonte di

gioia. Passava quindi all'inquietudine e all'ansietà, quando

considerava lo spazio del tempo scorso dall'ultima lettera ricevuta, e

tutti gli avvenimenti che, in cotesto intervallo, avrebber potuto

cospirare contro il suo riposo e la sua felicità; ma l'idea che

Valancourt non esistesse più, o che, se viveva, l'avesse dimenticata,

era sì terribile pel suo cuore, che non potè sopportarla. Risolse

d'informarlo subito il giorno dopo del suo arrivo in Francia con una

lettera. La speranza finalmente di sapere in breve ch'egli stava bene,

ch'era poco lontano da lei, ed in ispecie che l'amava ancora, calmò la

di lei agitazione: il suo spirito si racchetò, chiuse gli occhi, e

addormentossi.

I misteri del castello d'Udolfo, vol. 3 · 第 17 / 20 题