Bianca dormì assai più dell'ora indicata con tanta impazienza: la sua
cameriera, stanca dal viaggio, la destò solo per l'ora della
colazione. Questo dispiacere fu tosto dimenticato, quando, aprendo la
finestra, vide da una parte l'ampio mare colorito dai raggi del
mattino, le candide vele delle barche ed i remi che fendevano le onde;
dall'altra, i boschi, la loro freschezza, le vaste pianure, e le
azzurre montagne che tingevansi dello splendore del giorno.
Respirando quell'aria pura, le sue guance si colorirono di porpora, e
facendo la sua preghiera: «Chi ha mai potuto inventare i conventi?»
diss'ella; «chi ha potuto pel primo persuadere ai mortali di
recarvisi, e col pretesto della religione, allontanarli da tutti gli
oggetti che l'ispirano? L'omaggio d'un cuore riconoscente è quello che
ci chiede Iddio; e quando veggonsi le sue opere, non si è grati? Non
ho mai sentita tanta divozione, in tutte le ore noiose, trascorse in
convento, come nei pochi minuti che ho passati qui. Io guardo intorno
e adoro Iddio dal fondo del cuore.»
Sì dicendo si ritrasse dalla finestra, e traversando la galleria,
entrò nella sala da pranzo, ove trovò il padre. Il fulgido sole aveva
dissipato la sua tristezza; il riso ne sfiorava le labbra: parlò alla
figlia con serenità, ed il cuore di lei corrispose a quella dolce
disposizione. Comparvero poco dopo Enrico, la contessa e madamigella
Bearn, e tutta la compagnia parve risentir l'influenza dell'ora e del
luogo.
Si separarono dopo colazione. Il conte si ritirò nel suo gabinetto
coll'intendente. Enrico corse alla riva per esaminare un battello, di
cui dovevano servirsi l'istessa sera, e vi fece adattare una piccola
tenda. La contessa e madamigella Bearn andarono a vedere un
appartamento moderno costruito con eleganza. Le finestre guardavano
sopra un terrazzo in faccia al mare, evitando così la vista de'
_selvaggi_ Pirenei.
Bianca intanto si divertiva a vedere le parti dell'edifizio che non
conosceva ancora. La più antica attirò tosto la di lei curiosità. Salì
lo scalone, e traversando un'immensa galleria, entrò in una fila di
stanze, dalle pareti ornate d'arazzi, o coperte di cedro intarsiato a
colori; i mobili sembravano della medesima data del castello; gli ampi
camini offrivano la fredda immagine dell'abbandono: tutte quelle
stanze portavano tanto bene l'impronta della solitudine e della
desolazione, che coloro, i cui ritratti vi erano appesi, ne parevano
stati gli ultimi abitatori.
Uscendo di là, si trovò in un'altra galleria, una delle cui estremità
riusciva ad una scala, e l'altra ad una porta chiusa. Scesa la scala,
si ritrovò in una stanzetta della torre di ponente. Tre finestre
presentavano tre punti di vista diversi e sublimi: al nord la
Linguadoca; a ponente i Pirenei, le cui cime coronavano il paese; al
mezzogiorno, il Mediterraneo e parte della costa del Rossiglione. Uscì
dalla torre, e scendendo per una scala strettissima, si ritrovò in un
andito oscuro, ove si smarrì. Non potendo ritrovare il suo cammino, e
l'impazienza facendo luogo al timore, gridò aiuto. Udì camminare
all'estremità dell'andito e vide brillare un lume tenuto da una
persona la quale aprì una porticina con cautela. Non osando
inoltrarsi, Bianca l'osservava tacendo, ma allorchè vide che la porta
si rinchiudeva, chiamò nuovamente, corse a quella volta, e riconobbe
la vecchia Dorotea.
«Ah! siete voi, cara padroncina?» diss'ella «come mai poteste venire
in questo luogo?» Se Bianca fosse stata meno occupata dalla sua paura,
avrebbe probabilmente osservato la forte espressione di terrore e
sorpresa che alterava la fisonomia di Dorotea, la quale la fece
passare per un numero infinito di stanze, che, parevano disabitate da
un secolo. Giunte finalmente alla residenza della custode, Dorotea la
pregò di sedere e rinfrescarsi. Bianca, accettando l'invito, parlò
della bella torre scoperta, e mostrò il desiderio di appropriarsela.
Sia che Dorotea fosse meno sensibile alle grandi bellezze della
natura, o che l'abitudine glie le avesse reso meno interessanti, non
incoraggì l'entusiasmo di Bianca, la quale, domandò ove conducesse la
porta chiusa in fondo alla galleria. L'altra rispose che comunicava
con una fila di stanze nelle quali nessuno era entrato da molti anni.
«La nostra defunta padrona è morta colà, ed io non ho più avuto il
coraggio di penetrarvi.»
Bianca, curiosa di veder quel luogo, si astenne dal farne domanda a
Dorotea, vedendole gli occhi molli di pianto: poco dopo andò ad
abbigliarsi per il pranzo. Tutta la società si riunì di buon umore,
tranne la contessa, il cui spirito, assolutamente vuoto, oppresso
dall'ozio, non poteva nè renderla felice, nè contribuire all'altrui
contentezza.
L'allegria provata da Bianca nel riunirsi alla sua famiglia, si moderò
allorquando fu sulla riva del mare, e guardò con paura quella gran
distesa di acque. Da lontano l'avea osservata con entusiasmo; ma
stentò a vincere il timore e seguire il padre in battello.
Contemplava tacendo il vasto orizzonte, che circoscriveva solo la
vista del mare, una sublime emozione lottava in lei contro il
sentimento del pericolo. Un lieve zeffiro increspava la superficie
dell'acque, sfiorando le vele ed agitando le frondi delle foreste che
coronavano la costa per molte miglia.
A qualche distanza esisteva in que' boschi un casino stato in altri
tempi l'asilo dei piaceri, e per la sua posizione sempre interessante
e pittoresco. Il conte vi aveva fatto portare il caffè ed i
rinfreschi. I rematori si diressero a quella parte, costeggiando le
sinuosità della riva, oltre il vasto selvoso promontorio e la
circonferenza di una baia, mentre in un secondo battello alcuni
suonatori facevano echeggiar i circostanti dirupi di belle melodie.
Bianca non temeva più; una deliziosa tranquillità si era impossessata
di lei, e la faceva tacere. Era troppo felice per rammentarsi il
monastero, e la noia ivi provata per tanto tempo.
Dopo un'ora di navigazione, presero terra e salirono per uno stretto
sentiero sparso di fiorite zolle. A poca distanza, e sulla punta di
un'eminenza, si vedova il casino ombreggiato dagli alberi. Benchè
preparato in tutta fretta, esso era bastantemente decente. Mentre la
compagnia prendeva i rinfreschi e mangiava le frutta, i musicanti
interrompevano la quiete deliziosa di quel luogo isolato. Il casino
giunse perfino ad interessar la contessa, la quale, forse pel piacere
di parlare di cose appartenenti al lusso, si diffuse a lungo sulla
necessità di abbellirlo.
Dopo una passeggiata molto lunga, la famiglia tornò ad imbarcarsi. La
bellezza della sera l'indusse a prolungare la gita ed avanzarsi nella
baia. Una calma perfetta era succeduta al vento, che fin allora aveva
spinto il battello, ed i marinai diedero mano ai remi. Bianca si
compiaceva nel veder remare; osservava i cerchi concentrici formati
nell'acqua dai colpi, ed il tremolìo che imprimevano nel quadro del
paese senza sfigurarne l'armonia. Al disopra dell'oscurità del bosco
distinse un gruppo di torricelle tuttavia illuminate dai raggi del
sole, ed in un intervallo di silenzio della musica udì un coro di
voci.
«Che voci son queste?» disse il conte, ascoltando attentamente; ma il
canto cessò,--È l'inno del vespro,» disse Bianca, «io l'ho inteso in
convento.--Noi siamo dunque vicini ad un monastero?» disse il conte;
ed il battello avendo spuntato un capo molto alto, videro il convento
di Santa Chiara in fondo ad una piccola baia: il bosco che lo
circondava, lasciava vedere parte dell'edificio, la porta maggiore, la
finestra gotica dell'atrio, il chiostro ed un lato della cappella; un
arco maestoso che univa anticamente la casa ad un'altra porzione degli
edifizi, allora demolita, restava come una rovina venerabile staccata
da tutto l'edifizio.
Tutto era in profondo silenzio, e Bianca osservava con ammirazione
quell'arco maestoso, il cui effetto cresceva colle masse di luce e
d'ombra, che spandeva il tramonto coperto di nubi. In quella
l'imponente inno de' vespri ricominciò, accompagnato dal grave suono
dell'organo; poi il coro andò affievolendosi gradatamente, e si spense
quindi affatto. Mentre erano tutti intenti ad ascoltare con religioso
raccoglimento, videro uscire dal chiostro una processione di monache
vestite di nero con un velo bianco in testa, passare pel bosco, e
girare intorno al monastero. La contessa fu la prima a rompere il
silenzio. «Quest'inno e queste religiose sono d'una tristezza che mi
opprime,» diss'ella; «comincia a farsi tardi; ritorniamo al castello,
e sarà già notte prima che noi vi siamo arrivati.» Il conte alzò gli
occhi, e si accorse che una tempesta minacciosa anticipava l'oscurità.
Gli uccelli marini s'aggiravano sull'onde, vi bagnavan le penne, e
fuggivan verso qualche asilo lontano; i marinai facevan forza di remi,
ma il tuono romoreggiante da lontano, e la pioggia, che già
principiava a cadere, determinarono il conte a cercar ricovero nel
monastero. Il battello cambiò direzione, ed a misura che la tempesta
si avvicinava a ponente, l'aria diveniva più oscura, e i frequenti
lampi infiammavano la sommità degli alberi ed i comignoli del
convento. L'apparenza de' cieli allarmò la contessa e la Bearn, le cui
strida ed i pianti inquietarono il conte ed i rematori. Bianca si
teneva in silenzio, ora agitata dal timore, ora dall'ammirazione:
osservava la grandezza delle nubi, il loro effetto sulla scena, ed
ascoltava gli scrosci della folgore che scuotevano l'aere.
Il battello si fermò in faccia al monastero. Il conte mandò un servo
ad annunziare il suo arrivo alla superiora e chiederle asilo. Benchè
l'ordine di Santa Chiara fosse fino da quell'epoca poco austero, le
donne sole potevano essere ricevute nel santo recinto. Il servitore
riportò una risposta che spirava al tempo stesso l'ospitalità e
l'orgoglio, ma un orgoglio nascosto sotto il velo della sommissione.
Sbarcarono, e traversato velocemente il prato a motivo della pioggia
dirotta, furono ricevuti dalla superiora che prima stese la mano ed
impartì la benedizione. Passarono in una sala, ove trovavansi alcune
religiose tutte vestite di nero e velate di bianco. Il velo della
badessa però era semialzato, e lasciava scorgere una dolce dignità
temperata da cortese sorriso. Ella condusse la contessa, la Bearn e
Bianca in un salotto, ed il conte con Enrico restarono nel parlatorio.
La badessa domandò i rinfreschi, ed intanto discorse colla contessa.
Bianca, avvicinandosi ad una finestra, potè considerare i progressi
della burrasca; le onde del mare, che pochi momenti prima parevano
ancora addormentate, si gonfiavano enormemente, infrangendosi senza
interruzione contro la costa. Un colore sulfureo circondava le nubi,
che si addensavano a ponente, mentre i lampi illumiminavano da lontano
le rive della Linguadoca: tutto il resto era avvolto nelle tenebre.
In qualche intervallo, un lampo dorava le ali d'un uccello marino che
volava nelle più alte regioni, o si posava sulle vele d'una nave in
balìa dei marosi. Bianca osservò per qualche tempo il pericolo di quel
bastimento, sospirando sul destino dell'equipaggio e dei passaggeri.
Infine, l'oscurità divenne completa. Il bastimento si distingueva
appena, e Bianca fu costretta a chiuder la finestra per l'impeto del
vento. La badessa, avendo esauriti colla contessa tutti i complimenti
di civiltà, ebbe campo di rivolgersi a Bianca. La loro conversazione
venne presto interrotta dal suono della campana che invitava le
monache alla preghiera, giacchè la burrasca andava sempre crescendo. I
servi del conte erano iti al castello per far venire le carrozze, le
quali giunsero sul finir della preghiera. La tempesta essendo meno
violenta, il conte tornò al castello colla sua famiglia. Bianca fu
sorpresa di vedere quanto si fosse ingannata sulla distanza del
monastero per le sinuosità della spiaggia.
La contessa, appena arrivata, si ritirò nel suo appartamento. Il
conte, Enrico e Bianca andarono nel salotto, ma appena vi furono
giunti, udirono, un colpo di cannone. Il conte riconobbe il segnale
d'un bastimento in pericolo che chiedeva soccorso; aprì una finestra,
ma il mare avvolto nelle tenebre ed il fracasso della tempesta non
lasciavan distinguer nulla. Bianca si ricordò della nave già veduta, e
ne avvertì tremando suo padre. Di lì a poco udirono un'altra
cannonata, e poterono scorgere al chiarore d'un lampo una barca
agitata dai flutti spumosi, con una sola vela, e che, ora scomparendo
nell'abbisso, ora sollevandosi sino alle nubi, cercava di guadagnar la
costa. Bianca si attaccò al collo del padre con uno sguardo doloroso
in cui si dipingevano lo spavento e la compassione. Non eravi bisogno
di questo mezzo per intenerire il conte: egli guardava il mare con
espressione di pietà, ma vedendo che i battelli non potrebbero
resistere alla burrasca, proibì di arrischiarsi a perdita sicura, e
fece portare molte torce accese sulle punte degli scogli, a mo' di
faro.
Enrico uscì per andar a dirigere i servi, e Bianca col padre restò
alla finestra, di dove si scorgeva al lume dei baleni il misero
bastimento. Ad ogni cannonata rispondevano i servi alzando ed agitando
le torce, e al debole chiarore dei lampi Bianca credè vedere
nuovamente la nave molto vicino alla riva. Allora si videro i
domestici del conte correre da tutte le parti avanzarsi sulla punta
degli scogli, chinarsi sporgendo le torce; altri, dei quali non si
distingueva la direzione che al movimento dei lumi, scendevano per
sentieri pericolosi fin sulla spiaggia, chiamando ad alte grida i
marinai, di cui sentivano i fischi e le fioche voci, che per
intervalli si confondevano col fracasso della burrasca. Quei gridi
inaspettati che partivano dagli scogli, accrescevano il terrore di
Bianca ad un grado insopportabile; ma il di lei tenero interesse fu in
breve sollevato, quando Enrico arrivò, correndo, a dar la notizia che
il bastimento aveva gettato l'àncora nel fondo della baia, ma in sì
miserando stato, che sarebbesi forse sommerso prima che l'equipaggio
fosse sbarcato. Il conte fece tosto partire tulle le barche,
annunziando agli stranieri che li avrebbe ricevuti nel castello. Tra
essi eranvi Emilia Sant'Aubert, Dupont, Lodovico ed Annetta, i quali
imbarcatisi a Livorno, e giunti a Marsiglia, traversavano il golfo di
Lione quando vennero assaliti dalla tempesta. Furono tutti ricevuti
dal conte con grande affabilità. Emilia avrebbe voluto andare al
convento di Santa Chiara quell'istessa sera, ma egli non volle
permetterglielo.
Il conte ritrovò in Dupont un'antica conoscenza, e si fecero i più
cordiali complimenti. Emilia fu ricevuta colla più cortese ospitalità,
e la cena fu servita.
L'affabilità naturale di Bianca, e la gioia cui esprimeva per la
salvezza dei forestieri, che aveva sì sinceramente compianti,
rianimarono a poco a poco gli spiriti di Emilia. Dupont, sciolto dal
timore provato per lei e per sè medesimo, sentiva la differenza della
propria situazione. Uscendo da un mare procelloso, in procinto
d'inghiottirli, si ritrovava in una bella casa, ove regnavano
l'abbondanza ed il gusto, e nella quale riceveva cortesissima
accoglienza.
Annetta intanto raccontava alla servitù i pericoli sofferti,
felicitandosi della propria salvezza e di quella di Lodovico. In una
parola, risvegliò il brio e l'allegrezza in tutta quella gente.
Lodovico era lieto come lei, ma sapeva contenersi, e procurava
inutilmente di farla tacere. In fine, le risa smoderate furono intese
persino dall'appartamento della contessa, che mandò a sentire cosa
fosse quel chiasso, raccomandando il silenzio.
Emilia si ritirò di buon'ora per cercare quel riposo, onde avea tanto
bisogno; ma stette un pezzo senza poter dormire, perchè il di lei
ritorno in patria le ridestava interessanti memorie. I casi occorsi, i
patimenti sofferti dopo la sua partenza, le si affacciarono con forza,
non cedendo che all'immagine di Valancourt. Sapere ch'essa abitava la
medesima terra, dopo sì lunga separazione, era per lei una fonte di
gioia. Passava quindi all'inquietudine e all'ansietà, quando
considerava lo spazio del tempo scorso dall'ultima lettera ricevuta, e
tutti gli avvenimenti che, in cotesto intervallo, avrebber potuto
cospirare contro il suo riposo e la sua felicità; ma l'idea che
Valancourt non esistesse più, o che, se viveva, l'avesse dimenticata,
era sì terribile pel suo cuore, che non potè sopportarla. Risolse
d'informarlo subito il giorno dopo del suo arrivo in Francia con una
lettera. La speranza finalmente di sapere in breve ch'egli stava bene,
ch'era poco lontano da lei, ed in ispecie che l'amava ancora, calmò la
di lei agitazione: il suo spirito si racchetò, chiuse gli occhi, e
addormentossi.