CAPITOLO XXXVII

Bianca aveva preso tanto interesse per Emilia, che quando seppe

ch'essa voleva andar ad abitare il convento vicino, pregò il padre

d'impegnarla a prolungare il suo soggiorno nel castello «Voi

comprendete benissimo,» soggiunse, «quanto sarei contenta di avere una

tal compagna. Ora non ho verun'amica, colla quale io possa leggere o

passeggiare. La signora Bearn è amica soltanto della mamma.»

Il conte sorrise di quell'ingenua semplicità, che faceva cedere la

figlia alle prime impressioni. Si propose di dimostrargliene il

pericolo a suo tempo; ma in quel punto applaudì, col suo silenzio, a

quella cordialità che la portava a fidarsi istantaneamente d'una

sconosciuta.

Aveva osservato Emilia con attenzione, e gli era piaciuta, per quanto

poteva comportarlo una sì breve conoscenza. Il modo con cui Dupont

aveagli parlato di lei, l'aveva confermato nella sua idea; ma

vigilantissimo sulle relazioni della figlia, e intendendo come Emilia

fosse conosciuta al convento di Santa Chiara, risolse di recarsi a

visitare l'abbadessa, e se le di lei informazioni avessero corrisposto

ai suoi desiderii, voleva invitare Emilia a passar qualche giorno in

casa sua. Aveva in vista, sotto questo rapporto, più il piacere della

figlia, che il desiderio di far cosa grata all'orfana, ma nulladimeno

prendeva per lei un sincero interesse.

Il dì dopo, Emilia era troppo stanca, e non potè scendere cogli altri

a far colazione. Dupont fu pregato dal conte, come antico conoscente,

di prolungare il suo soggiorno nel castello. Egli vi acconsentì

volentieri, tanto più che questa circostanza lo tratteneva presso

Emilia. Non poteva in fondo al cuore alimentare la speranza ch'ella

corrispondesse giammai alla sua passione ma non aveva coraggio di

procurar di vincerla.

Allorchè Emilia fu alquanto riposata, andò a passeggiare colla novella

amica, e fu sensibilissima alle bellezze di quei punti di vista. Nel

vedere il campanile del monastero, annunziò a Bianca esser quello il

luogo in cui voleva andare a risiedere.

«Ahi» rispose questa sorpresa; «io sono appena uscita di convento, e

voi vi ci volete rinchiudere! Se sapeste quanto piacere io provo nel

passeggiar qui con libertà, e nel vedere il cielo, i campi ed i boschi

intorno a me, credo che abbandonereste quest'idea.» Emilia sorrise

dell'eloquenza, colla quale ella si esprimeva, dicendole come non

avesse l'intenzione di chiudersi in monastero per tutta la vita.

Rientrando in casa, Bianca la condusse alla sua torre favorita, e

nelle antiche stanze già da lei visitate. Emilia si divertì ad

esaminare la distribuzione, a considerare il genere e la magnificenza

dei mobili ed a paragonarli con quelli del castello di Udolfo,

ch'erano però più antichi e straordinari. Considerò anche Dorotea che

le accompagnava, e parea quasi tanto antica, quanto gli oggetti che la

circondavano. Parve che la vecchia guardasse Emilia con interesse, ed

anzi l'osservava con tanta attenzione, che appena intendeva quanto le

dicevano.

Emilia, affacciatasi ad una finestra, volse gli sguardi sulla

campagna, e vide con sorpresa molti oggetti, di cui conservava ancora

la memoria: i campi, i boschi ed il ruscello che aveva traversati con

Voisin una sera, dopo la morte di Sant'Aubert, nel tornare dal

convento alla casa di quel buon vecchio. Riconobbe Blangy essere il

castello che aveva scansato allora, e sul quale Voisin aveva tenuto

discorsi così strani.

Sorpresa di tale scoperta, ed intimorita senza saperne il motivo,

restò qualche tempo in silenzio, e rammentossi l'emozione di suo padre

al trovarsi vicino a quella dimora. Anche la musica da lei sentita, e

sulla quale Voisin le aveva fatto un racconto così ridicolo, le tornò

allora in mente. Curiosa di saperne davvantaggio, domandò a Dorotea se

si sentisse ancora musica a mezzanotte, e se ne conoscesse l'autore.

«Sì, signorina,» rispose la vecchia, «si sente tuttavia quella musica,

ma non se ne conosce l'autore, ed io credo che non si saprà mai. Avvi

qualcuno che indovina cos'è.

--Davvero!» sclamò Emilia; «e perchè non seguitano a far ricerche?

--Ah! signorina, abbiamo cercato anche troppo; ma chi può seguire uno

spirito?»

Emilia sorrise, e rammentandosi quanto avesse recentemente sofferto

per la superstizione, risolse di resistervi, benchè sentisse suo

malgrado un certo timore mescolarsi alla curiosità. Bianca, che fin

allora aveva ascoltato in silenzio, domandò cosa fosse questa musica,

e da quanto tempo la si sentisse.

«Sempre, dopo la morte della nostra padrona,» rispose Dorotea. «Ma ciò

non c'entra con quel che voleva dirvi.

--Diteci, ve ne prego, diteci tutto,» rispose Bianca. «Ho preso molto

interesse a quel che mi hanno raccontato suor Concetta e suor Teresa

in convento sulle apparizioni.

--Voi non avete mai saputo, o signorina, per qual motivo fummo

costretti di uscire dal castello per andar ad abitare in quella

casuccia?» continuò Dorotea.

--No, al certo,» rispose Bianca impaziente.

--Nè la ragione, per la quale il signor marchese...» Qui titubò, e

cambiò discorso; ma la curiosità di Bianca era destata; ella sollecitò

la vecchia a continuar il suo racconto, ma non potè indurvela. Era

dunque evidente ch'essa s'allarmava della sua imprudenza.

«So bene,» disse Emilia sorridendo, «che tutte le case antiche sono

frequentate dagli spiriti. Vengo da un teatro di prodigi, ma

disgraziatamente, dopo che ne uscii, n'ebbi la spiegazione.»

Bianca taceva, e Dorotea stava seria e sospirava. Emilia, rammentando

lo spettacolo veduto in una camera di Udolfo, e, per una bizzarra

relazione, le parole allarmanti lette accidentalmente in una delle

carte bruciate per cieca obbedienza agli ordini paterni, fremeva al

significato che sembrava avessero, quasi quanto all'orribile oggetto

da lei scoperto sotto il velo funesto.

Bianca intanto, non potendo indurre Dorotea a spiegarsi di più, la

pregò, passando vicino alla porta chiusa, di farle vedere tutti gli

appartamenti.

«Cara signorina,» rispose la custode, «vi ho già dette le mie ragioni

per non aprire quella stanza. Non vi sono più entrata dopo la morte

della mia cara padrona: quella camera mi affliggerebbe troppo: per

carità dispensatemene.

--Sì, certo,» rispose Bianca, «se tal è il vostro vero motivo.

--Pur troppo è l'unico,» disse la vecchia. «Noi l'amavamo tanto, ed io

la piangerò sempre. Il tempo vola sì rapido! Sono molti anni ch'è

morta, eppur mi ricordo, come se fosse oggi, di tutto quel che accadde

allora. Molte cose nuove mi sfuggirono dalla memoria; ma le antiche le

vedo come in uno specchio.» Poi, avanzandosi nella galleria, e

guardando Emilia, soggiunse: «Questa signorina mi rammenta la signora

marchesa: mi ricordo ch'era fresca come lei ed aveva il medesimo

sorriso. Povera donna! Com'era allegra quando fece il suo ingresso

qui!

--Che! forse non lo fu anche in seguito?» disse Bianca.

Dorotea scosse la testa. Emilia l'osservava, e sentivasi penetrata da

vivo interesse. «Se ciò non vi affligge,» disse Bianca, «fateci la

grazia di raccontare qualcosa della marchesa.

--Signora,» rispose Dorotea, «se voi ne sapeste quanto me, le

trovereste troppo penose, e ve ne pentireste. Vorrei cancellarne

l'idea sulla mia memoria, ma è impossibile... Io vedo sempre la mia

cara padrona al suo letto di morte, vedo i suoi sguardi e mi rammento

i suoi discorsi. Dio! che scena terribile!

--Che le accade dunque di sì terribile?

--Ah! la morte non è dunque abbastanza terribile?»

La vecchia non rispose ad alcuna delle interrogazioni di Bianca.

Emilia, osservando che le spuntavano le lacrime, cessò d'importunarla,

e procurò di attirare l'attenzione della sua giovine amica su qualche

punto del giardino. Il conte, la contessa e Dupont vi stavano

passeggiando, ed esse li raggiunsero.

Quando il conte vide Emilia, le andò incontro, e la presentò alla

contessa in un modo così gentile, che le rammentò l'affabilità del

proprio genitore.

Prima di aver finito i suoi ringraziamenti per l'ospitalità ricevuta,

ed espresso il desiderio di recarsi tosto al convento, fu interrotta

da un invito pressantissimo di prolungare il di lei soggiorno nel

castello. Il conte e la contessa ne la pregarono con tanta sincerità,

che malgrado il desiderio che aveva di rivedere le amiche del

monastero, e sospirare nuovamente sulla tomba dell'amato padre,

acconsentì di restare per qualche giorno. Scrisse intanto alla badessa

per informarla del suo arrivo, e pregarla di riceverla nel convento

come educanda. Scrisse parimente a Quesnel ed a Valancourt, e siccome

non sapeva ove indirizzare precisamente quest'ultima lettera, la

diresse in Guascogna al fratello del cavaliere.

Verso sera, Bianca e Dupont accompagnarono Emilia alla casa di Voisin;

nell'avvicinarsene, provò una specie di piacere misto ad amarezza. Il

tempo aveva calmato il suo dolore, ma la perdita fatta non poteva

cessare di esserle sensibile; si abbandonò con dolce tristezza alle

memorie che le rammentava quel luogo. Voisin viveva ancora, e sembrava

godere, come in passato, della placida sera di una vita senza rimorso.

Era seduto innanzi alla porta della sua casa, compiacendosi della

vista dei nipotini, che scherzavano intorno a lui, e di cui ora il suo

riso, ora le sue parole eccitavano l'emulazione. Riconobbe subito

Emilia, e mostrò gran gioia nel rivederla, annunciandole che, dopo la

sua partenza, la di lui famiglia non aveva sofferto affanni o perdite

funeste.

Emilia non ebbe coraggio di entrare nella camera ov'era morto

Sant'Aubert, e dopo un'ora di conversazione, tornò al castello.

Nei primi giorni che soggiornò a Blangy, osservò con pena la

malinconia profonda, che assorbiva troppo spesso Dupont. Emilia

compiangeva l'acciecamento che lo tratteneva vicino a lei, e risolse

di ritirarsi al convento appena potesse farlo. L'abbattimento

dell'amico non tardò ad inquietare il conte, e Dupont gli confidò

finalmente il segreto del suo amore senza speranza. Villefort si

limitò a compiangerlo, ma decise fra sè di non trascurare veruna

occasione per favorirlo. Allorchè conobbe la pericolosa situazione di

Dupont, si oppose debolmente al desiderio da lui esternato di partire

da Blangy l'indomani; gli fece però promettere di venire a passarvi

qualche tempo, quando il suo cuore fosse stato più tranquillo. Emilia,

che pur non potendo incoraggiare il suo amore, ne stimava le buone

qualità, ed era gratissima ai di lui servigi, provò grand'emozione

quando lo vide partire per la Guascogna. Si separò da lei con tal

espressione di dolore, che il conte s'interessò vie più per l'amico.

Pochi giorni dopo, anche Emilia partì dal castello, avendo però dovuto

promettere al conte ed alla contessa di venire spesso a trovarli. La

badessa la ricevè colla materna bontà di cui le aveva già data prova,

e le monache con nuovi segni d'amicizia. Quel convento, a lei sì noto,

risvegliò le sue tristi idee; ringraziava il Supremo Motore di averla

fatta sfuggire a tanti pericoli, sentiva il prezzo dei beni che le

restavano, e sebbene bagnasse sovente la tomba di suo padre delle sue

lacrime, non sentiva più però la medesima amarezza.

Qualche tempo dopo il suo arrivo nel monastero, Emilia ricevè una

lettera dello zio Quesnel in risposta alla sua, e alle domande su'

suoi beni, che egli aveva preteso amministrare nella di lei assenza.

Erasi specialmente informata sull'affitto del castello della valle,

che desiderava abitare, se le sue sostanze glie lo permettevano. La

risposta di Quesnel fu secca e fredda come se l'aspettava; non

esprimeva nè interesse per i di lei patimenti, nè piacere perchè ne

fosse sfuggita. Quesnel non perdè l'occasione per rimproverarle il suo

rifiuto alle nozze del conte Morano, cui cercava rappresentare come

ricco e uomo d'onore; declamava con veemenza con quell'istesso

Montoni, al quale fin allora, erasi riconosciuto tanto inferiore; era

laconico circa gl'interessi pecuniari di Emilia, avvertendola però che

l'affitto del castello della valle spirava fra poco; non l'invitava ad

andare da lui, ed aggiungeva che, nello stato meschino della sua

sostanza, avrebbe fatto benissimo a restare per qualche tempo a Santa

Chiara. Non rispondeva nulla alle di lei domande sulla sorte della

povera Teresa, la vecchia serva del padre suo. In un poscritto,

Quesnel, parlando di Motteville, nelle cui mani Sant'Aubert aveva

posto la maggior parte del suo patrimonio, le annunziava che i di lui

affari stavano per accomodarsi, e ch'essa ne ritirerebbe più di quel

che avrebbe potuto aspettarsi. La lettera conteneva parimente una

cambiale a vista per riscuotere una modica somma da un mercante di

Narbona.

La tranquillità del monastero, la libertà statale accordata di

passeggiare sul lido e pei boschi circonvicini, tranquillarono a poco

a poco lo spirito di Emilia, la quale però sentivasi inquieta a

proposito di Valancourt, ed impaziente di riceverne una risposta.

I misteri del castello d'Udolfo, vol. 3 · 第 18 / 20 题