Torniamo ora in Linguadoca, ed occupiamoci del Conte di Villefort, lo
stesso che aveva ereditato i beni del marchese di Villeroy, in
vicinanza del monastero di Santa Chiara. Rammentiamoci che quel
castello era disabitato, allorquando Emilia si trovò in quelle
vicinanze con suo padre, e che Sant'Aubert parve assai commosso,
allorchè seppe di trovarsi così vicino al castello di Blangy. Il buon
Voisin aveva fatti discorsi molto allarmanti per la curiosità d'Emilia
a proposito di quel luogo.
Nel 1584, anno in cui Sant'Aubert morì, Francesco di Beauveau, conte
di Villefort, prese possesso dell'immensa tenuta chiamata Blangy,
situata in Linguadoca, sulle sponde del mare. Queste terre per
parecchi secoli avevano appartenuto alla sua famiglia, e gli
ritornavano per la morte del marchese di Villeroy suo parente, uomo di
carattere austero e di maniere riservatissime. Questa circostanza,
unita ai doveri della sua professione, che lo chiamavano spesso alla
guerra, aveva impedita ogni specie d'intrinsichezza tra lui ed il
conte di Villefort. Si conoscevano poco, ed il conte non seppe la sua
morte se non quando ricevè il testamento che lo faceva padrone di
Blangy. Non andò a visitare i suoi nuovi possessi se non un anno dopo,
e vi passò tutto l'autunno. Si rammentava spesso Blangy co' vivi
colori che presta l'immaginazione alla rimembranza dei diletti
giovanili. Ne' suoi primi anni, aveva conosciuta la marchesa, e
visitato quel soggiorno nell'età in cui i piaceri restano
sensibilmente impressi. L'intervallo scorso in appresso fra il tumulto
degli affari, che troppo spesso corrompono il cuore e guastano la
fantasia, non aveva però mai cancellato dalla sua memoria i giorni
felici passati in Linguadoca.
Il defunto marchese aveva abbandonato il castello da molti anni, ed il
suo vecchio agente l'aveva lasciato cadere in rovina. Il conte prese
dunque il partito di passarvi l'autunno per farlo restaurare. Le
preghiere e le lagrime ben anco della contessa, che sapeva piangere
all'ocorrenza, non ebbero il potere di fargli cambiar risoluzione.
Essa dovette dunque acconciarsi a permettere ciò che non poteva
impedire, e a partir da Parigi. La sua bellezza la facea ammirare, ma
il di lei spirito era poco adatto ad ispirare stima. L'ombra
misteriosa dei boschi, la grandezza selvaggia dei monti, e la
solitudine imponente delle sale gotiche, delle lunghe gallerie, non le
offrivano che una trista prospettiva. Procurava di farsi coraggio
pensando ai racconti statile fatti sulla bella vendemmia di
Linguadoca, ma ivi non si conoscevano le contraddanze di Parigi, e le
feste campestri dei contadini non potevano lusingare un cuore, dal
quale il lusso e la vanità avean bandito da tanto tempo il gusto della
semplicità e le buone inclinazioni.
Il conte aveva due figli del primo letto, e volle che venissero con
lui. Enrico, in età di venti anni, era già al servizio militare;
Bianca, che non ne aveva ancora diciotto, era sempre nel convento,
dove l'avean messa all'epoca delle seconde nozze del padre. La
contessa non aveva talenti bastanti per dare una buona educazione alla
figliastra, nè il coraggio per intraprenderla, e perciò aveva
consigliato il marito ad allontanarla; temendo quindi che una bellezza
nascente venisse ad eclissare la sua, aveva impiegato in seguito tutta
l'arte per prolungare la reclusione della fanciulla. La notizia
ch'essa usciva di monastero fu per lei di gran mortificazione, la
quale però mitigossi considerando che, se Bianca usciva dal chiostro,
l'oscurità della provincia avrebbe sepolte le sue grazie per qualche
tempo.
Il giorno della partenza, la carrozza del conte si fermò al convento.
Il cuore della giovinetta palpitava di piacere alle idee di novità e
libertà che le s'offrivano. A misura che si avvicinava l'epoca del
viaggio, la sua impazienza crebbe al punto di contar perfino i minuti
che le mancavano a finir quella notte. Appena spuntata l'alba, Bianca
era balzata dal letto per salutare quel bel giorno, in cui sarebbe
stata liberata dai vincoli del chiostro, per andar a godere la libertà
in un mondo, ove il piacere sorride sempre, la bontà non si altera
mai, e regna col piacere senza verun ostacolo. Quando intese suonare
il campanello, corse al parlatorio, udì il rumore delle ruote e vide
fermarsi nel cortile la carrozza di suo padre: ebbra di gioia, correva
pei corridoi annunziando alle amiche la sua imminente partenza. Una
monaca venne a cercarla per ordine della superiora, che scese alla
porta onde ricevere la contessa, la quale parve a Bianca un angelo
sceso per condurla al tempio della felicità. La contessa però, nel
vederla, non fu animata dagl'istessi sentimenti. Bianca non era mai
parsa tanto amabile, ed il sorriso dell'allegrezza dava a tutta la sua
fisonomia la beltà dell'innocenza felice. Dopo un breve colloquio, la
contessa si congedò: era il momento che Bianca attendeva con
impazienza, come l'istante in cui stava per cominciare la sua
felicità; ma non potè astenersi dal versar lacrime, abbracciando le
sue compagne che piangevano egualmente nel dirle addio. La badessa,
così grave, così imponente, la vide partire con un dispiacere, di cui
non si sarebbe creduta capace un'ora prima. Bianca uscì dunque
piangendo da quel soggiorno, ch'erasi immaginata di abbandonar
ridendo.
La presenza del padre, le distrazioni del viaggio assorbirono presto
le sue idee, e dispersero quell'ombra di sensibilità. Poco attenta ai
discorsi della contessa e di madamigella Bearn sua amica che
l'accompagnava; ella perdeasi in soavi meditazioni; vedeva le nubi
tacite solcar l'azzurro firmamento velando il sole, ed oscurando così
tratti di paese con bella alternativa di ombre e di luce. Quel viaggio
fu per Bianca un seguito di piaceri; la natura, ai suoi occhi, variava
ogni momento, mostrandole le più belle ed incantevoli vedute.
Verso la sera del settimo giorno, i viaggiatori scorsero in lontananza
il castello di Blangy. La sua pittoresca situazione impressionò molto
la fanciulla. A misura che si avvicinavano, ammirava la gotica
struttura, le superbe torri, la porta immensa dell'antico edificio;
essa credeva quasi d'avvicinarsi ad uno di que' castelli celebrati
nell'istorie antiche, dove i cavalieri vedevano dai merli un campione
col suo seguito, vestito di negra armatura, venire a strappar la dama
de' suoi pensieri dall'oppressione d'un orgoglioso rivale. Essa aveva
letto questa novella nella libreria del monastero, ripiena di cronache
antiche.
Le carrozze si fermarono ad una porta che metteva nel recinto del
castello, e che allora era chiusa. La grossa campana che serviva ad
annunziar gli stranieri era da lunga pezza caduta; un servo salì sur
un muro rovinato, per avvertire l'agente dell'arrivo del padrone.
Bianca, appoggiata allo sportello, considerava con emozione i luoghi
circostanti. Il sole era tramontato, il crepuscolo avvolgeva i monti;
il mare lontano ripercotea ancora all'orizzonte una striscia di luce.
Udivasi il fragor monotono dell'onde che venivano a frangersi sul
lido. Ciascuno della compagnia pensava ai diversi oggetti che più
l'interessavano. La contessa sospirava i piaceri di Parigi, vedendo
con pena ciò ch'ella chiamava orridi boschi e selvaggia solitudine;
penetrata dall'unica idea di dover essere sequestrata in quell'antico
castello, si doleva di tutto. I sentimenti d'Enrico erano eguali;
pensava sospirando alle delizie della capitale e ad una vaghissima
dama ch'egli amava; ma il paese, ed un genere di vita diverso, avevano
per lui l'incantesimo della novità ed il suo rincrescimento era
mitigato dalle ridenti illusioni della gioventù.
Le porte s'apersero alfine; la carrozza penetrò lentamente tra folti
castagni che impedivan la vista. Era il viale di cui già s'erano
internati Sant'Aubert ed Emilia nella speranza di trovare un asilo
vicino.
«Che brutti luoghi!» sclamò la contessa; «certo, voi non contate,
signore, restare tutto l'autunno in questa barbara solitudine.
Bisognerebbe aver portata una bottiglia d'acqua di Lete, affinchè
almeno la rimembranza d'un paese meno sgradevole non aumentasse la
tristezza di questo.
--Io mi regolerò secondo le circostanze,» rispose il conte; «questa
barbara solitudine era l'abitazione de' miei antenati.»
Il custode del castello insieme ai servi stati mandati
anticipatamente da Parigi, ricevettero il padrone all'ingresso del
portico. Bianca riconobbe che l'edifizio non era intieramente di stile
gotico. La sala immensa in cui entrarono non era però di gusto
moderno. Un finestrone lasciava vedere un piano inclinato di verzura,
formato dalla cima degli alberi sul pendìo del colle, ove sorgea il
castello. Si scorgevano al di là le onde del Mediterraneo perdersi, a
mezzogiorno od a levante, nell'orizzonte.
Bianca, nel traversar la sala, si fermò ad osservare un sì bel colpo
d'occhio, ma ne fu presto riscossa dalla contessa la quale,
malcontenta di tutto, impaziente di rifocillarsi e di riposare, si
affrettò di giungere ad un salotto, adorno di mobili antichissimi, ma
riccamente guarniti di velluto e di frange d'oro.
Mentre la contessa aspettava qualche rinfresco, il conte, in compagnia
d'Enrico, visitavano l'interno del castello. Bianca rimase testimone,
suo malgrado, del cattivo umore e del malcontento della matrigna.
«Quanto tempo passaste voi in questo tristo soggiorno?» chiese la
contessa alla moglie del custode, quando venne ad offrirle il suo
omaggio.
--Saranno trent'anni, signora, al dì di san Lorenzo.
--Come avete fatto a starvi così tanto e quasi sola? Mi fu detto però
che il castello è rimasto chiuso per qualche tempo.
--Sì, signora, qualche mese dopo che il defunto signor marchese mio
padrone fu partito per la guerra; sono più di venti anni che mio
marito ed io siamo al di lui servizio. Questa casa è così grande e
deserta, che in capo a qualche tempo andammo ad abitare vicino al
villaggio, e venivamo solo tratto tratto a visitare il castello.
Allorchè il mio padrone finì le sue campagne, avendo preso in
avversione questo soggiorno, non ci tornò più, e non volle che
abbandonassimo la nostra dimora. Ma ohimè! Quanto è cambiato il
castello da quell'epoca! La mia povera padrona vi abitava col massimo
piacere, e mi ricorderò sempre di quel giorno che arrivò qui dopo
essersi sposata! Com'era bella! Da allora il castello venne sempre
negletto, ed io non passerò più giorni così felici.»
La contessa parve quasi offesa dai discorsi ingenui di quella buona
donna sui tempi passati, e Dorotea soggiunse: «Il castello però sarà
nuovamente abitato; ma io non vi starei sola per tutto l'oro del
mondo.»
L'arrivo del conte fece cessare le ciarle della vecchia. Egli le disse
che aveva visitato buona parte del castello, il quale aveva bisogno di
molti risarcimenti prima di essere abitabile.
«Me ne spiace,» disse la contessa.
--E perchè, signora?
--Perchè questo luogo corrisponderà male a tante premure.»
Il conte non replicò, e voltossi bruscamente verso una finestra.
La cameriera della contessa entrò; questa chiese di essere
accompagnata nel suo appartamento, e si ritirò unitamente alla signora
Bearn.
Bianca, profittando della poca luce diurna che restava ancora, andò a
far nuove scoperte. Dopo aver percorso vari appartamenti, si trovò in
una vasta galleria adorna d'antichissimi quadri e di statue
rappresentanti, a quanto le parve, i suoi antenati. Cominciava ad
annottare, e si affacciò ad una finestra, ove contemplò con interesse
la vista imponente di quei luoghi meravigliosi, udendo il sordo e
lontano mormorio del mare, ed abbandonandosi così all'entusiasmo di
quella scena affatto nuova per lei.
--Ho io dunque vissuto tanto tempo in questo mondo, diceva fra sè
medesima, senza aver veduto questo stupendo spettacolo, senza aver
gustate queste delizie! La più umile villana dei beni di mio padre,
avrà veduto fin dall'infanzia il bel colpo d'occhio della natura, e
percorse liberamente queste posizioni pittoresche, ed io, nel fondo
d'un chiostro, rimasi priva di queste meraviglie, che devono incantare
la vista e rapire tutti i cuori! Com'è mai possibile che quelle povere
monache, quei poveri frati possano provare un violento fervore, se non
vedono nè sorgere, nè tramontare il sole? Io non ho mai conosciuto ciò
ch'è veramente la devozione fino a stasera. Fino a questa sera io non
aveva mai veduto il sole lasciare il nostro emisfero. Domani io lo
vedrò sorgere per la prima volta. Com'è possibile di vivere a Parigi,
non vedendo che case oscure e vie fangose, quando alla campagna si può
vedere la vôlta azzurra del cielo e il verde smalto della terra?--
Questo soliloquio venne interrotto da un lieve rumor di passi, ed
avendo Bianca domandato chi fosse, udì rispondersi: «Son io, Dorotea,
che vengo a chiudere le finestre.» Il tuono di voce però col quale
pronunziò queste parole sorprese alquanto Bianca. «Mi sembrate
spaventata;» le disse; «chi vi ha fatto paura?
--No, no, non sono spaventata, signorina,» rispose Dorotea titubando.
«Io son vecchia e poco ci vuole per turbarmi. Son lieta però che il
signor conte sia venuto ad abitare in questo castello, il quale è
stato deserto per tanti anni; ora somiglierà un poco al tempo in cui
viveva la mia povera padrona.» Bianca le domandò da quanto tempo fosse
morta la marchesa. «Ne è già passato tanto ch'io mi sono stancata di
contar gli anni. Il castello da quell'epoca mi è sempre parso in
lutto, e son certa che i vassalli l'hanno sempre in cuore. Ma voi vi
siete smarrita, signorina. Volete tornare nell'altra parte della casa?»
La fanciulla domandò da quanto tempo fosse fabbricato il quartiere in
cui si ritrovavano. «Poco dopo il matrimonio del mio padrone,»
rispose Dorotea. «Il castello era bastantemente grande senza questo
accrescimento. Vi sono nell'antico edifizio molti appartamenti, di cui
si è mai servito. È un'abitazione principesca; ma il mio padrone la
trovava trista, come lo è infatti.» Bianca le disse di condurla nel
quartiere abitato; Dorotea la fece passare per un cortile, aprì la
gran sala, e vi trovò la signora Bearn. «Dove siete stata fino ad
ora?» le disse questa. «Cominciava a credere che vi fosse accaduta
qualche avventura sorprendente, e che il gigante di questo castello
incantato, o lo spirito che vi comparisce, vi avessero gettata da un
trabocchetto in qualche sotterraneo per non lasciarvi uscire mai più.
--No,» rispose Bianca ridendo; «voi sembrate tanto amante delle
avventure, che io ve le regalo tutte.
--Ebbene! v'acconsento, purchè un giorno possa raccontarle.
--Mia cara signora Bearn,» disse Enrico entrando nella sala, «gli
spiriti odierni non sarebbero tanto scortesi per cercar di farvi
tacere. I nostri spettri son troppo inciviliti per condannare una
signora ad un purgatorio più crudele del loro, qualunque esso sia.»
La Bearn si mise a ridere; entrò Villefort, e fu servita la cena. Il
conte parlò pochissimo, parve astratto e fece spesso l'osservazione
che dall'epoca in cui non l'aveva veduto, il castello era molto
cambiato. «Sono scorsi molti anni,» diss'egli, «i siti sono i medesimi,
ma mi fanno un'impressione ben diversa da quella ch'io provava altre
volte.
--Questo luogo vi è parso forse per l'addietro più piacevole che
adesso?» disse Bianca; «mi pare impossibile.»
Il conte la guardò con sorriso malinconico. «Era per l'addietro tanto
delizioso a' miei occhi, quanto lo è ora ai vostri. Il paese non è
cambiato, ma ho cambiato io col tempo. L'illusione del mio spirito
godeva alla vista della natura; ora essa è perduta! Se nel corso della
vostra vita, cara Bianca, voi tornerete in questi luoghi, dopo esserne
stata assente per molti anni, vi rammenterete forse i sentimenti di
vostro padre, ed allora li comprenderete.»
Bianca tacque, afflitta da tali parole, e rivolse le sue idee
all'epoca di cui parlava il conte. Considerando che chi le parlava
allora probabilmente non esisterebbe più, chinò gli occhi, e
sentendoli pregni di lagrime, prese la mano del padre, gli sorrise con
tenerezza, e andò alla finestra per nascondere l'emozione.
La stanchezza del viaggio obbligò la compagnia a separarsi di buon'
ora. Bianca, traversando una lunga galleria, si ritirò nel suo
appartamento, luogo spazioso, colle finestre alte, il cui aspetto
lugubre non era acconcio ad indennizzare della posizione quasi isolata
in cui si trovava. I mobili n'erano antichi, il letto di damasco
turchino, guarnito di frange d'argento. Tutto era per la giovine
Bianca oggetto di curiosità. Prese il lume della donna che
l'accompagnava per esaminare le pitture del soffitto, e riconobbe un
fatto dell'assedio di Troia. Si divertì un poco a rilevare le
assurdità della composizione, ma quando riflettè che l'artista che
l'aveva eseguita, ed il poeta d'onde aveva ricavato il soggetto non
erano più che fredda cenere, fu colta dalla malinconia.
Diede ordine di essere svegliata prima del sorger del sole, rimandò la
cameriera e volendo dissipare quell'ombra di tristezza, aprì una
finestra, e si rianimò alla vista della natura. La terra, l'aria ed il
mare, tutto era tranquillo. Il cielo era sereno: qualche leggero
vapore ondeggiava lentamente nelle più alte regioni, aumentando lo
splendore delle stelle, che scintillavano come tanti soli. I pensieri
di Bianca s'innalzarono involontariamente al grande Autore di quegli
oggetti sublimi. Fece una preghiera più fervida di quelle non avesse
mai fatto sotto le tristi vôlte del chiostro; poi a mezzanotte si
coricò, e non ebbe che sogni felici. Dolce sonno, conosciuto soltanto
dalla salute, dall'animo contento e dall'innocenza!