Passarono alcuni giorni nell'incertezza. Lodovico aveva potuto sapere
solamente che c'era un prigioniero nel luogo indicato da Emilia, un
Francese, stato preso in una scaramuccia. Nell'intervallo, Emilia
sfuggì alle persecuzioni di Verrezzi e Bertolini, confinandosi nella
sua camera. Talvolta passeggiava la sera nel corridoio. Montoni pareva
rispettar l'ultima sua promessa, sebbene avesse violata la prima; ed
ella non poteva attribuire il suo riposo che al favore della di lui
protezione. Erane allora così persuasa, che non desiderava partire dal
castello se non dopo aver ottenuto qualche certezza a proposito di
Valancourt. L'aspettava adunque, senza che ciò le costasse verun
sacrifizio, non essendosi presentata fin allora nessuna occasione
propizia di fuggire.
Finalmente, Lodovico venne ad avvertirla che sperava di vedere il
prigioniero, dovendo questi avere per guardia la notte seguente un
soldato di cui erasi fatto amico. La di lui speranza non fu vana,
giacchè potè entrare nella prigione col pretesto di portargli acqua.
La prudenza però gl'impose di non confidare alla sentinella il vero
motivo di quella visita, che fu molto breve.
Emilia stette impaziente ad aspettarne il risultato; infine vide
ricomparire il giovano con Annetta. «Il prigioniero, signorina,»
diss'egli, «non ha voluto confidarmi il suo nome. Quando pronunziai
il vostro, si mostrò meno sorpreso di quel ch'io m'immaginassi.
--Come sta egli? Dev'essere molto abbattuto dopo una sì lunga
prigionia...--Oh no! mi parve che stesse bene, quantunque non glie
l'abbia domandato.--Non vi ha consegnato nulla per me?» disse
Emilia.--Mi ha dato questo, dicendo che vi avrebbe scritto se avesse
avuto l'occorrente. Prendete.» E le consegnò una miniatura. Emilia
riconobbe il suo proprio ritratto, lo stesso che aveva perduto sua
madre in modo così singolare alla peschiera della valle. Pianse allora
di gioia e tenerezza, e Lodovico continuò: «Mi ha scongiurato a
procurargli un abboccamento con voi. Gli rappresentai quanto mi
paresse difficile farvi acconsentire il suo custode; mi rispose ciò
esser più facile che non immaginassi, e che se ne gli avessi portata
la vostra risposta, si sarebbe spiegato meglio.--Quando potrete
rivedere il cavaliere, ditegli che acconsento a vederlo.--Ma quando,
signora, in qual luogo?--Ciò dipenderà dalle circostanze; desse
fisseranno l'ora ed il luogo.»
Il giovane le augurò la buona notte, e se ne andò.
Passò una settimana prima che Lodovico potesse rientrare nella
prigione. Nell'intervallo, comunicò ad Emilia rapporti spaventosi di
quanto accadeva nel castello: il di lei nome era spesso pronunziato
ne' discorsi di Bertolini e Verrezzi, e diveniva sempre soggetto di
alterchi. Montoni aveva perduto al giuoco somme enormi con Verrezzi, e
c'era tutta la probabilità che gliela destinasse in isposa per
isdebitarsi, ad onta dell'opposizione di Bertolini. A tai notizie, la
meschina scongiurava Lodovico a riveder tosto il prigioniero, ed a
favorire la loro fuga.
Finalmente Lodovico le disse d'aver riveduto il cavaliere, il quale
avealo indotto a fidar nel carceriere, di cui aveva già esperimentata
la condiscendenza, e che avevagli promesso di uscire per mezz'ora la
notte seguente, quando Montoni ed i suoi compagni stessero
gozzovigliando. «È una bella cosa per certo,» soggiunse il giovane;
«ma Sebastiano sa bene che non corre alcun rischio, lasciando uscire
il prigioniero, poichè se potrà scappare dalle porte di ferro sarà
molto destro. Il cavaliere mi manda da voi, o signora, per supplicarvi
in nome suo di permettergli che vi veda stanotte, quando pur fosse per
un momento solo, non potendo più vivere sotto il medesimo tetto senza
vedervi; circa all'ora, non può precisarla, giacchè dipende dalle
circostanze, come voi diceste, e vi prega di scegliere il luogo che
crederete il più sicuro.»
Emilia era sì agitata dalla prossima speranza di rivedere Valancourt,
che passarono alcuni minuti prima di poter rispondere. Finalmente, non
seppe indicare un luogo più sicuro del corridoio. Fu dunque stabilito
che il cavaliere sarebbe venuto quella notte nel corridoio, e che
Lodovico avrebbe pensato a scegliere l'ora. Emilia, come può credersi,
passò quest'intervallo in un tumulto di speranza, di gioia e d'ansiosa
impazienza. Dopo il suo arrivo al castello non aveva mai osservato con
tanto piacere il tramonto del sole. Contava le ore, e le parea che il
tempo non passasse mai.
Finalmente suonò mezzanotte. Aprì la porta del corridoio per ascoltare
se vi fosse rumore nel castello, e udì solo l'eco delle risa smoderate
che partivano dalla sala grande. S'immaginò che Montoni ed i suoi
ospiti fossero a tavola. «Essi sono occupati per tutta la notte,» disse
fra sè, «e Valancourt sarà presto qui.» Chiuse la porta, e passeggiò
per la camera coll'agitazione dell'impazienza. Si affacciava alla
finestra, lusingandosi di sentir suonare il liuto; ma tutto era
silenzio, e la sua emozione cresceva. Annetta, che aveva fatto
restare in sua compagnia, ciarlava secondo il solito; ma Emilia non
intendeva sillaba de' suoi discorsi. Tornando alla finestra, sentì
alfine la solita voce cantare accompagnata dal liuto. Non potè
astenersi dal piangere per la tenerezza. Finita la romanza, Emilia la
considerò come un segnale che le indicasse l'uscita di Valancourt.
Poco dopo udì camminare nel corridoio, aprì la porta, corse incontro
all'amante, e si trovò fra le braccia d'un uomo che non aveva mai
veduto. La faccia ed il suono della voce dell'incognito la
disingannarono sul momento, e svenne.
Allorchè risensò, trovossi sostenuta da quest'uomo, il quale la
considerava con viva espressione di tenerezza e d'inquietudine. Non
ebbe la forza per interrogare, nè per rispondere: proruppe in dirotto
pianto, e si sciolse dalle di lui braccia. L'incognito impallidì.
Sorpreso, guardava Lodovico come per domandargli qualche schiarimento;
ma Annetta gli spiegò il mistero che non intendeva neppur Lodovico.
«Signore,» gridò ella singhiozzando, «voi non siete l'altro cavaliere.
Noi aspettavamo il signor Valancourt, e non siete voi quello. Ah!
Lodovico, come avete potuto ingannarci così? la mia povera padrona se
ne risentirà per molto tempo.» L'incognito, il quale pareva
agitatissimo, voleva parlare, ma gli spirarono le parole sul labbro, e
battendosi colla mano la fronte, come preso da improvvisa
disperazione, si ritirò dalla parte opposta del corridoio.
Annetta si terse le lagrime, e disse a Lodovico: «Può darsi che
l'altro cavaliere, cioè il signor Valancourt, sia tuttora dabbasso.»
Emilia alzò la testa. «No,» replicò Lodovico, «il signor Valancourt
non c'è stato mai, se questo cavaliere non è lui. Se aveste avuta la
bontà di confidarmi il vostro nome, signore,» diss'egli all'incognito,
«quest'equivoco non avrebbe avuto luogo.--È verissimo,» rispos'egli
in cattivo italiano; «ma m'importava molto che Montoni lo ignorasse.
Signora,» soggiunse quindi, volgendosi in francese a Emilia,
«permettetemi due parole. Soffrite che spieghi a voi sola il mio nome
e le circostanze che m'indussero nell'errore. Io sono vostro
compatriotta, e ci troviamo ambidue in una terra straniera.»
Emilia procurò di calmarsi, ed esitava ad accordargli la sua domanda;
in fine, pregò Lodovico di andar ad aspettarla in fondo al corridoio,
trattenne Annetta, e disse all'incognito che quella fanciulla
intendendo pochissimo l'italiano, ei poteva favellarle in questa
lingua. Si ritirarono in un angolo, e l'incognito le disse, dopo un
lungo sospiro: «Signora, la mia famiglia non dev'esservi ignota. Io mi
chiamo Dupont; i miei parenti vivevano a qualche distanza dal vostro
castello della valle, ed io ebbi la fortuna d'incontrarvi qualche
volta, visitando il vicinato. Non vi offenderò certo ripetendovi
quanto sapeste interessarmi, quanto mi compiaceva di errare nei luoghi
che voi frequentavate, quante volte ho visitato la vostra peschiera
favorita, e quanto gemeva allora delle circostanze che m'impedivano di
dichiararvi la mia passione! Non vi spiegherò come potei cedere alla
tentazione, ed in qual modo divenni possessore d'un tesoro
inestimabile per me, che affidai, pochi giorni sono, al vostro
messaggero, con una speranza ben diversa da quella che or mi resta.
Non mi estenderò di più. Lasciate ch'io implori il vostro perdono, e
circa a quel ritratto che restituii così male a proposito, la vostra
generosità ne scuserà il furto, e vorrà rendermelo. Il mio delitto
stesso è divenuto il mio castigo; e quel ritratto che involai alimentò
una passione che dev'essere sempre il mio tormento.»
Emilia, interrompendolo, disse: «Lascio alla vostra coscienza, o
signore, il decidere se, dopo tutto quant'è accaduto a proposito del
signor Valancourt, io debba rendervi il ritratto. Non sarebbe
un'azione generosa: dovete convenirne voi stesso, e mi permetterete di
aggiungere che mi fareste un'ingiuria insistendo per ottenerlo. Mi
trovo onorata della favorevole opinione che concepiste di me; ma...
l'equivoco di questa sera mi dispensa dal dirvi di più.
--Sì, signora, oimè! sì,» replicò Dupont; «accordatemi almeno di farvi
conoscere il mio disinteresse, se non il mio amore. Accettate i
servigi d'un amico, il quale, benchè prigioniero, giura di fare ogni
tentativo per togliervi da quest'orribile soggiorno, e non mi negate
la ricompensa d'aver tentato almeno di meritare la vostra gratitudine.
--Voi la meritate già, signore,» disse Emilia, «ed il voto che
esprimete merita tutti i miei ringraziamenti. Scusatemi se vi rammento
il pericolo a cui siamo esposti, prolungando questo abboccamento. Sarà
per me una gran consolazione, sia che i vostri tentativi vadano a
vuoto, od abbiano un esito felice, di avere un generoso compatriotta
disposto a proteggermi.»
Dupont prese la mano di Emilia, che voleva ritirarla, e se l'appressò
rispettosamente alle labbra.
«Permettetemi,» le disse, «di sospirare vivamente per la vostra
felicità, e lodarmi d'una passione che m'è impossibile di vincere.» In
quel punto Emilia udì rumore nella sua camera, e voltandosi da quella
parte, vide un uomo il quale, precipitandosi nel corridoio brandendo
uno stile, gridò: «v'insegnerò io a vincere questa passione!» E corse
incontro a Dupont ch'era inerme. Questi scansò il colpo, si gettò su
colui, nel quale Emilia riconobbe Verrezzi e lo disarmò. Durante la
lotta, Emilia e Annetta corsero a chiamar Lodovico, ma era sparito.
Tornando indietro, il rumore della lotta le fece sovvenire del
pericolo. Annetta andò a cercar Lodovico; la fanciulla s'affrettò dove
Dupont e Verrezzi erano sempre alle prese, e li scongiurò a
separarsi. Il primo finalmente gettò in terra l'avversario e ve lo
lasciò sbalordito dalla caduta. Emilia lo pregò di fuggire, prima che
comparisse Montoni, o qualcun altro: ei ricusò di lasciarla così senza
difesa, e mentr'ella, più spaventata per lui che per sè medesima,
raddoppiava le sue premurose istanze, udirono salire la scala segreta.
«Siete perduto,» diss'ella; «è la gente di Montoni.» Dupont non
rispose, e sostenendo Emilia, che stentava a reggersi, aspettò di piè
fermo gli avversari. Poco dopo entrò Lodovico solo, e gettando
un'occhiata dappertutto: «Seguitemi,» disse loro, «se vi è cara la
vita; non abbiamo un momento da perdere.»
Emilia domandò cosa fosse accaduto, e dove convenisse andare.
«Non ho tempo di dirvelo,» rispose Lodovico. «Fuggite, fuggite.»
Essa lo seguì all'istante, sostenuta da Dupont. Scesero la scala, e
mentre traversavano un andito segreto, si ricordò di Annetta, e chiese
dove fosse, «Ci aspetta,» le rispose Lodovico sottovoce. «Poco fa
furono aperte le porte per un distaccamento che arriva, e temo che
vengano chiuse nuovamente, prima che noi vi giungiamo.» Emilia tremava
sempre più dopo aver saputo che la sua fuga dipendeva da un solo
istante. Dupont le dava braccio, e procurava, camminando, di rianimare
il suo coraggio.
Lodovico aprì un'altra porta, dietro la quale trovarono Annetta, e
scesero alcuni gradini. Il giovane disse che quel passaggio conduceva
al secondo cortile, e comunicava col primo. A misura che si
avanzavano, un tumulto confuso, che pareva venire dal secondo cortile,
spaventò Emilia.
«Non temete, signora,» disse Lodovico, «la nostra sola speranza è
riposta in questo tumulto: mentre la gente del castello è occupata di
quelli che giungono, potremo forse uscir dalle porte inosservati. Ma
zitto,» soggiunse avvicinandosi ad una porticella che metteva sul
primo cortile; «restate qui un momento: io vado a vedere se le porte
sono aperte, e se c'è qualcuno per via. Vi prego, signore, di spegnere
il lume se mi sentirete parlare,» aggiunse consegnando la lampada a
Dupont, «ed in tal caso restate in silenzio.»
Uscì, e chiuse la porta. «Noi saremo in breve fuori di queste mura,»
disse Dupont a Emilia; «fatevi coraggio, e tutto andrà bene.»
Poco dopo udirono Lodovico parlar forte, e distinsero anche un'altra
voce. Dupont spense subito il lume. «Gran Dio! È troppo tardi,»
esclamò Emilia; «che sarà di noi?» Ascoltarono attenti, e si accorsero
che Lodovico parlava colla sentinella. Il cane di Emilia, che l'aveva
seguita, cominciò a latrare. Dupont lo prese in braccio per farlo
tacere, e sentirono che il giovane diceva alla sentinella: «Intanto
farò io la guardia per voi.--Aspettiamo un momento,» replicò la
sentinella, «e non avrete questo incomodo. I cavalli devono esser
mandati alle stalle vicine, si chiuderanno le porte, e potrò
assentarmi per un minuto--Oibò! Per me non è un incomodo, caro
camerata,» disse Lodovico; «farete a me lo stesso servizio un'altra
volta. Andate, andate ad assaggiare quel vino, altrimenti la truppa
arrivata lo berrà tutto, e non ve ne rimarrà più.»
Il soldato esitò, e chiamò nel secondo cortile, per sapere se i
cavalli dovevano esser condotti fuori, e se potevano chiudersi le
porte. Erano tutti troppo occupati per rispondergli, quand'anco
l'avessero inteso.
«Sì, sì,» disse Lodovico, «non son così gonzi, si dividono tutto fra
loro. Se aspettate quando partono i cavalli, troverete il vino bevuto
tutto. Io ne ebbi la mia parte, ma giacchè non ne volete, andrò io in
vece vostra.
--Alto là, camerata,» soggiunse la sentinella, «prendete il mio posto
per pochi minuti, che torno subito.»
E andossene correndo.
Lodovico, vedendosi in libertà, si affrettò di aprire la porta
dell'andito. Emilia soccombea quasi all'ansietà cagionatagli dal lungo
colloquio. Egli disse loro che il cortile era libero: lo seguirono
senza perder tempo, e menarono seco due cavalli che trovarono isolati.
Usciti senza ostacolo dalle formidabili porte, corsero ai boschi.
Emilia, Dupont e Annetta erano a piedi; Lodovico sopra un cavallo,
conduceva l'altro. Giunti nella selva, le due fanciulle salirono in
groppa coi loro protettori. Lodovico serviva di guida, e fuggirono
tanto presto quanto lo permetteva una strada rovinata, ed il fioco
chiaror di luna traverso gli alberi.
Emilia era così stordita dall'inattesa partenza, che osava credere
appena di essere sveglia: dubitava però molto che l'avventura potesse
andar a finir bene, ed il dubbio era pur troppo ragionevole. Prima di
uscire dal bosco udirono alte grida, e videro molti lumi nelle
vicinanze del castello. Dupont spronò il cavallo, e con molta pena lo
costrinse a correr più presto.
«Povera bestia,» disse Lodovico, «dev'essere ben stanca, essendo stata
fuori tutto il giorno. Ma signore, andiamo da questa parte, perchè i
lumi vengono per di qua.» E spronati i cavalli, si misero a galoppare.
Dopo una lunga corsa, guardarono indietro: i lumi erano tanto lontani,
che a mala pena potevano distinguersi; le grida avean fatto luogo a
profondo silenzio. I viaggiatori allora moderarono il passo, e tennero
consiglio sulla direzione da prendere. Decisero di andare in Toscana
per guadagnare il Mediterraneo, e cercar d'imbarcarsi prontamente per
la Francia. Dupont aveva progettato di accompagnarvi Emilia, se
avesse potuto sapere che il suo reggimento vi fosse tornato.
Erano allora sulla strada già percorsa da Emilia con Ugo e Bertrando.
Lodovico, il solo di essi che conoscesse i tortuosi sentieri di que'
monti, assicurò che a poca distanza ne avrebbero trovato uno pel quale
sarebbesi potuto scender facilmente in Toscana, e che alle falde degli
Appennini c'era una piccola città, dove avrebbero potuto procacciarsi
le cose necessarie pel viaggio.
Emilia pensava a Valancourt ed alla Francia con gioia; ma intanto essa
sola era l'oggetto delle riflessioni malinconiche di Dupont. L'affanno
però ch'ei provava pel suo equivoco, veniva addolcito dal piacere di
vederla, Annetta pensava alla lor fuga sorprendente, e al susurro che
avrebber fatto Montoni ed i suoi. Tornata in patria, voleva sposare il
suo liberatore per gratitudine e per inclinazione. Lodovico, per parte
sua, si compiaceva di avere strappato Annetta ed Emilia al pericolo
che le minacciava, lieto di fuggire egli stesso da quella gente che
gli faceva orrore. Aveva resa la libertà a Dupont, e sperava di viver
felice coll'oggetto del suo amore.
Occupati dai loro pensieri, i viaggiatori restarono in silenzio per
più di un'ora, meno qualche domanda che faceva tratto tratto Dupont
sulla direzione della strada, o qualche esclamazione di Annetta sugli
oggetti che il crepuscolo lasciava vedere imperfettamente. Infine
scorsero lumi alle falde di un monte, e Lodovico non dubitò più non
fosse la desiata città. Soddisfatti di questa certezza, i suoi
compagni si abbandonarono di nuovo ai loro pensieri; Annetta fu quindi
la prima a parlare.
«Dio buono,» diss'ella, «dove troveremo noi denaro? So che nè la mia
padrona, nè io non abbiamo un soldo. Il signor Montoni ci provvedeva
egli!» L'osservazione produsse un esame che terminò in un imbarazzo
seriissimo. Dupont era stato spogliato di quasi tutti i suoi denari
allorchè cadde prigioniero; il resto l'aveva regalato alla sentinella,
che avevagli permesso di uscire dal carcere. Lodovico, che da molto
tempo non poteva ottenere il pagamento del suo salario, aveva appena
di che supplire al primo rinfresco nella città in cui dovean giungere.
La loro povertà li affliggeva tanto più, perchè poteva trattenerli in
cammino, e, sebbene in una città, temevano sempre il potere di
Montoni. I viaggiatori adunque non ebbero altro partito che quello di
andare avanti a tentar la fortuna. Passarono per luoghi deserti;
finalmente udirono da lontano i campanelli di un armento, e poco dopo
il belato delle pecore, e riconobbero le tracce di qualche abitazione
umana. I lumi veduti da Lodovico erano spariti da molto tempo,
nascosti dagli alti monti. Rianimati da questa speranza, accelerarono
il passo, e scopersero alfine una delle valli pastorali degli
Appennini, fatta per dare l'idea della felice Arcadia. La sua
freschezza e bella semplicità contrastavano maestosamente colle nevose
montagne circostanti.
L'alba faceva biancheggiare l'orizzonte. A poca distanza, e sul fianco
di un colle, i viaggiatori distinsero la città che cercavano, e vi
giunsero in breve. Con molta difficoltà poterono trovarvi un asilo
momentaneo. Emilia domandò di non fermarsi più del tempo strettamente
necessario per rinfrescare i cavalli; la di lei vista eccitava
sorpresa, essendo senza cappello, ed avendo appena avuto il tempo di
prendere un velo. Le rincresceva perciò la mancanza di denaro, che non
permettevale di procacciarsi quest'articolo essenziale.
Lodovico esaminò la sua borsa, e trovò che non bastava neppur a pagare
il rinfresco. Dupont si arrischiò di confidarsi all'oste, che gli
pareva umano ed onesto; gli narrò la loro posizione, pregandolo
d'aiutarli a continuare il viaggio. Colui promise di far tutto il
possibile, tanto più essendo essi prigionieri fuggiti dalle mani di
Montoni, cui egli aveva ragioni personali per odiare: acconsentì a
somministrar loro i cavalli freschi per partire immediatamente, ma non
era ricco abbastanza per fornirli anche di denaro. Stavano
lamentandosi, lorchè Lodovico, dopo aver condotto i cavalli in
istalla, ritornò tutto allegro, e le mise tosto a parte della sua
gioia: nel levare la sella ad un cavallo, vi avea trovata una borsa
piena di monete d'oro, porzione senza dubbio del bottino fatto dai
condottieri. Tornavano essi dal saccheggio allorchè Lodovico era
fuggito, ed il cavallo essendo uscito dal secondo cortile, ove stava a
bere il suo padrone, aveva portato via il tesoro, sul quale per certo
contava quel birbante.
Dupont trovò questa somma sufficientissima per ricondurli tutti in
Francia, e risolse allora di accompagnarvi Emilia. Si fidava di
Lodovico quanto poteva permetterglielo una conoscenza sì breve, eppure
non reggeva all'idea di confidargli Emilia per un sì lungo viaggio.
D'altronde, non aveva forse il coraggio di privarsi del pericoloso
piacere di vederla.
Tennero consiglio sulla direzione da prendere. Lodovico avendo
assicurato che Livorno era il porto più vicino ed accreditato,
decisero d'incamminarvisi.
Emilia comprò un cappello e qualche altro piccolo oggetto
indispensabile. I viaggiatori cambiarono i cavalli stanchi con altri
migliori, e si rimisero lietamente in cammino al sorger del sole. Dopo
qualche ora di viaggio attraverso un paese pittoresco, cominciarono a
scendere nella valle dell'Arno. Emilia contemplò tutte le bellezze di
quei luoghi pastorali e montuosi, unite al lusso delle ville dei
nobili fiorentini, e alle ricchezze di una svariata coltura. Verso
mezzogiorno scoprirono Firenze, le cui torri s'innalzavano superbe
sullo splendido orizzonte.
Il caldo era eccessivo, e la comitiva cercò riposo all'ombra.
Fermatisi sotto alcuni alberi, i cui folti rami li difendevano dai
raggi del sole, fecero una refezione frugale, contemplando il
magnifico paese con entusiasmo.
Emilia e Dupont ridiventarono a poco a poco taciturni e pensierosi,
Annetta era giuliva, e non si stancava mai di ciarlare, Lodovico era
molto allegro, senza obliare però i riguardi dovuti ai suoi compagni
di viaggio. Finito il pasto, Dupont persuase Emilia a procurare di
gustar un'ora di sonno, mentre Lodovico avrebbe vegliato. Le due
fanciulle, stanche dal viaggio, si addormentarono.
Quando Emilia svegliossi, trovò la sentinella addormentata al suo
posto, e Dupont desto, ma immerso ne' suoi tristi pensieri. Il sole
era ancora troppo alto per continuare il viaggio, e giustizia volea
che Lodovico, stanco dalle tante fatiche, potesse finire in pace il
suo sonno. Emilia profittò di questo momento onde sapere per qual caso
Dupont fosse caduto prigioniero di Montoni. Lusingato dall'interesse
che dimostravagli questa domanda, e dell'occasione che gli
somministrava di parlare di sè medesimo, Dupont la soddisfece
immediatamente.
«Io venni in Italia, signora, al servizio del mio paese. Una mischia
ne' monti colle bande di Montoni mise in rotta il mio distaccamento, e
fui preso con alcuni altri. Quando seppi d'essere prigioniero di
Montoni, questo nome mi colpì. Mi rammentai che vostra zia aveva
sposato un Italiano di tal nome, e che voi li avevate seguiti in
Italia. Non potei però sapere con certezza, se non molto dopo, che
costui era quello stesso, e che voi abitavate sotto il medesimo tetto
con me. Non vi stancherò dipingendovi la mia emozione allorchè seppi
questa nuova, la quale mi fu data da una sentinella che potei sedurre
fino al punto di accordarmi qualche ricreazione, una delle quali
m'interessava assai, ed era pericolosissima per lui. Ma non fu
possibile indurlo ad incaricarsi d'una lettera, e di farmi conoscere a
voi. Temeva di essere scoperto, e provare tutta la vendetta di
Montoni. Mi somministrò però l'occasione di vedervi parecchie volte.
Ciò vi sorprende, ma vi spiegherò meglio. La mia salute soffriva molto
per mancanza d'aria e d'esercizio, e potei finalmente ottenere, dalla
pietà o dall'avarizia sua, di passeggiare la notte sul bastione.»
Emilia divenne attenta, e Dupont continuò:
«Accordandomi questo permesso, la mia guardia sapeva bene ch'io non
poteva fuggire. Il castello era custodito con vigilanza, ed il
bastione sorgea sopra una rupe perpendicolare. M'insegnò egualmente
una porta nascosta nella parete della stanza, ov'io era detenuto, ed
imparai ad aprirla. Questa porta metteva in un andito stretto
praticato nella grossezza del muro, che girava per tutto il castello,
e veniva a riuscire all'angolo del bastione orientale. Ho saputo in
seguito che ve ne sono altri consimili nelle muraglie enormi di quel
prodigioso edifizio, destinati senza dubbio a facilitare la fuga in
tempo di guerra. Per tal mezzo adunque io andava la notte sul
bastione, e vi passeggiava con cautela onde non essere scoperto. Le
sentinelle erano molto lontane, perchè le alte mura da quella parte
supplivano ai soldati. In una di queste passeggiate notturne, osservai
un lume alla finestra d'una stanza superiore alla mia prigione: mi
venne in idea che quella fosse la vostra camera, e, sperando di
vedervi, mi fermai in faccia alla finestra.»
Emilia, rammentandosi allora la figura veduta sul bastione, che
l'aveva tenuta in tanta perplessità, esclamò: «Eravate dunque voi,
signor Dupont, che mi cagionaste un terrore così ridicolo? La mia
fantasia era tanto indebolita dai lunghi patimenti, che il più lieve
incidente bastava a farmi tremare.»
Dupont le manifestò il suo rammarico d'averla spaventata, poi
soggiunse: «Appoggiato al parapetto in faccia alla vostra finestra, il
pensiero della vostra situazione malinconica e della mia mi strappò
alcuni gemiti involontari che vi attrassero alla finestra, almeno così
supposi. Vidi una persona, e credetti foste voi. Non vi dirò nulla
della mia emozione in quel momento. Voleva parlare ma la prudenza mi
trattenne, e l'avanzarsi della sentinella mi obbligò a fuggire.
«Passarono alcuni giorni prima ch'io potessi tentare una seconda
passeggiata, poichè non poteva uscire se non quando era di guardia il
milite da me guadagnato coi doni. Intanto mi persuasi della realtà
delle mie congetture sulla situazione della vostra camera. Appena
potei uscire, tornai sotto la vostra finestra, e vi vidi senza ardir
di parlarvi. Vi salutai colla mano, e voi spariste. Obliando la mia
prudenza, esalai un lungo sospiro. Voi tornaste e diceste qualcosa.
Intesi la vostra voce, e stava per abbandonare ogni riguardo, quando
udii venire una sentinella, e mi ritirai prontamente; ma quel soldato
mi aveva veduto. Egli mi seguì, e mi avrebbe raggiunto, senza un
ridicolo stratagemma che formò in quel momento la mia salvezza.
Conoscendo la superstizione di quella gente, gettai un grido lugubre,
sperando che avrebbe cessato d'inseguirmi, e fortunatamente riuscii.
Quell'uomo pativa di mal caduco: il timore ch'io gl'incussi lo fece
cadere a terra tramortito, ed io m'involai prontamente. Il sentimento
del pericolo incorso, e che il raddoppiamento delle guardie, per
questo motivo, rendeva maggiore, mi dissuase dal tornar a passeggiare
sul bastione. Nel silenzio delle notti però mi divertiva con un
vecchio liuto procuratomi dal mio custode, e talvolta cantava, ve lo
confesso, sperando d'essere inteso da voi. Infatti poche sere fa,
parvemi udire una voce che mi chiamasse, ma non volli rispondere per
timore della sentinella. Ditemi, in grazia, signora, eravate voi?
--Sì,» rispose Emilia, con un sospiro involontario, «avevate ragione.»
Dupont, osservando la penosa sensazione che tal soggetto le cagionava,
cambiò discorso.
«In una delle mie gite nell'andito di cui vi ho parlato, intesi,»
diss'egli, «un colloquio singolare che veniva da una stanza contigua
al medesimo. Il muro era in quel luogo così sottile, che potei udire
distintamente tutti i discorsi che si facevano. Montoni stava colà coi
compagni. Egli cominciò il racconto dell'istoria straordinaria
dell'antica padrona del castello. Descrisse circostanze strane; la sua
coscienza però deve sapere fino a qual punto fossero credibili. Ma voi
dovete conoscere, signorina, le notizie vaghe che si fanno circolare
sul destino misterioso di quella dama.
--Le conosco, signore,» diss'Emilia, «e mi accorgo che voi non ci
credete.
--Io ne dubitava,» replicò Dupont, «prima dell'epoca di cui vi parlo;
ma il racconto di Montoni aggravò i miei sospetti, e restai quasi
persuaso ch'ei fosse un assassino. Tremai per voi. Aveva udito
pronunziare il vostro nome dai convitati in modo inquietante, e
sapendo che gli uomini i più empi sogliono essere i più superstiziosi,
mi decisi a spaventarli, per distoglierli dal nuovo delitto ch'io
temeva. Ascoltai attentamente Montoni, e nel luogo più interessante
del racconto, ripetei più volte le sue ultime parole.
--Non avevate timore di essere scoperto?» chiese Emilia.
--No,» rispose Dupont, «sapendo, che se Montoni avesse conosciuto il
segreto dell'andito non mi avrebbe rinchiuso in quella stanza. La
compagnia, per qualche momento, non badò alla mia voce, ma finalmente
l'allarme fu sì grande, che fuggirono tutti. Montoni ordinò ai servi
di fare attive ricerche, ed io tornai alla mia prigione.»
Dupont ed Emilia continuarono a discorrere di Montoni, della Francia,
e del piano del loro viaggio. Ella gli disse che aveva intenzione di
ritirarsi in un convento della Linguadoca; pensava di scrivere a
Quesnel, per informarlo della sua condotta, ed aspettare la scadenza
dell'affitto del suo castello della valle, per andare a stabilirvisi.
Dupont la persuase che i beni, dei quali Montoni aveva voluto
spogliarla, non erano perduti per sempre, e si rallegrò che fosse
fuggita dalle mani di quel barbaro, il quale senza dubbio l'avrebbe
tenuta prigioniera per tutta la vita. La probabilità di rivendicare i
beni della zia, non tanto per sè medesima quanto per Valancourt, le
fecero provare un senso di gioia ond'era stata priva per molto tempo.
Verso il declinar del sole, Dupont svegliò Lodovico per continuare il
loro viaggio. Giunsero in Firenze a notte avanzata, ed avrebbero
voluto rimanervi qualche giorno per rimirare le bellezze di quella
famosa metropoli, ma l'impazienza di ritornare in patria li fece
rinunziare a tal idea; ed il giorno seguente, di buonissim'ora,
avviaronsi alla volta di Pisa, cui traversarono fermandosi appena il
tempo necessario per rinfrescare i cavalli, e giunsero a Livorno verso
la sera del giorno dipoi.
La vista di quella florida città piena di persone di tante diverse
nazioni, ed i loro svariati abbigliamenti, rammentarono ad Emilia le
mascherate di Venezia in tempo del carnevale; ma non vi regnava il
brio e l'allegria dei Veneziani, essendo tutta gente occupata nel
commercio.
Dupont corse al porto, e seppe che un bastimento doveva far vela in
breve per Marsiglia, dove avrebbero potuto trovare facilmente un
imbarco per traversare il golfo di Lione e giungere a Narbona. Il
convento, nel quale Emilia voleva ritirarsi era situato a poca
distanza da questa città. La fanciulla fu dunque lietissima nel
sentire che il suo viaggio per la Francia non avrebbe sofferto verun
ostacolo. Non temendo più d'essere inseguita, e sperando rivedere in
breve la sua cara patria ed il paese abitato da Valancourt, si trovò
talmente sollevata, che, dopo la morte di suo padre, non aveva passati
mai momenti così tranquilli. Dupont fu informato a Livorno che il suo
reggimento era tornato in Francia: questa notizia lo colmò di gioia,
giacchè in caso diverso non avrebbe potuto accompagnarvi Emilia senza
esporsi ai rimproveri, e fors'anco al castigo del suo colonnello.
Seppe reprimere la sua passione fino al punto di non parlarne più alla
fanciulla, obbligandola così a stimarlo ed a compiangerlo, se non
poteva amarlo.