Torniamo un momento a Venezia, dove il conte Morano geme sotto il peso
di nuove sciagure. Appena giunto quivi, era stato arrestato per ordine
del Senato, e messo in una segreta così rigorosa, che tutti gli sforzi
degli amici non riuscirono a saperne notizia. Egli non avea potuto
indovinare a qual nemico dovesse la sua prigionia, a meno che non
fosse Montoni, sul quale appunto fissavansi i suoi sospetti.
Essi erano non solo probabili, ma anche fondati. Nella faccenda della
coppa avvelenata, Montoni avea sospettato Morano; ma, non potendo
acquistar il grado di prova necessaria alla convinzione del delitto,
ebbe ricorso ad altri modi di vendetta. Da una persona fidata fece
gettare una lettera d'accusa nella _bocca del leone_, destinata a
ricevere le denunzie segrete contro i cospiratori politici.
Il conte erasi attirato il rancore de' principali senatori; i modi
altieri, la smodata ambizione faceanlo odiar dagli altri; non dovea
dunque aspettarsi alcuna pietà da parte de' suoi nemici.
Montoni intanto faceva fronte ad altri pericoli. Il suo castello era
assediato da gente risoluta a vincere. La forza della piazza resistè
al violento attacco, la guarnigione si difese strenuamente e la
mancanza di viveri costrinse gli assalitori a sgomberare. Quando
Montoni si vide di nuovo pacifico possessore d'Udolfo, impaziente di
aver ancora Emilia in mano, mandò a cercarla. Costretta a partire, la
fanciulla, diè un tenero addio alla dolce Lena. Risalendo l'Appennino,
fissò un luogo sguardo di rammarico sulla deliziosa contrada che
abbandonava; ma il dolore che risentiva a dover tornare al teatro de'
suoi patimenti, fu addolcito dalla probabile speranza di ritrovarvi
Valancourt, benchè prigioniero.
Giunti a sera inoltrata, e senza tristi incontri, presso al castello,
poterono scorgere al chiaro di luna i danni patiti dalle mura durante
l'assedio. Anche i boschi avean sofferto: alberi atterrati,
schiantati, spogli di frondi, bruciati, indicavano i furori della
guerra.
Profondo silenzio era susseguito al tumulto delle armi. Alla porta, un
soldato munito di lampada venne a riconoscere i viaggiatori, e li
introdusse nel cortile. Emilia fu colta quasi da disperazione udendo
rinchiudersi alle spalle quelle formidabili imposte che parevano
separarla per sempre dal mondo.
Traversato il secondo cortile, trovaronsi alla porta del vestibolo; il
soldato augurò loro la buona notte e tornò al suo posto. Intanto
Emilia pensava al modo di ritirarsi nella sua antica stanza senza
esser veduta, per paura d'incontrare sì tardi o Montoni o qualcuno
della sua compagnia. L'allegria che regnava nel castello era allora
talmente clamorosa, che Ugo batteva alla porta senza poter farsi
intendere dalla servitù. Questa circostanza aumentò i timori di
Emilia, e le lasciò il tempo di riflettere. Avrebbe forse potuto
giugnere allo scalone, ma non poteva andare alla sua camera senza
lume. Bertrando aveva appena una torcia, ed ella sapeva benissimo che
i servi accompagnavano col lume solo fino alla porta, perchè il
lampione sospeso alla vôlta illuminava sufficentemente il vestibolo.
Carlo aprì alfine la porta: Emilia lo pregò di mandar subito Annetta
con un lume nella galleria grande dove andava ad aspettarla, e, salita
la scala, sedette sull'ultimo gradino. Il buio della galleria la
dissuase dall'entrarvi. Mentre stava attenta per sentire se venisse
Annetta, sentì Montoni ed i suoi compagni, che, parlando
tumultuosamente con gente ebbra, si dirigevano a passi barcollanti
verso la scala. Obliando la paura, entrò colle braccia avanti nella
galleria, sempre attenta alle voci che udiva dabbasso, e tra le quali
distinse quelle di Bertolini e Verrezzi. Dalle poche parole che potè
intendere, capì che si parlava di lei: ciascuno reclamava qualche
antica promessa di Montoni. Dopo aver alcun poco altercato, sentì
venir su gente, e si slanciò nella galleria colla rapidità del lampo.
Percorse così alla ventura parecchi di que' vetusti anditi; finalmente
riescì in uno d'essi in fondo al quale le parve vedere un filo di
luce.
Mentre dirigevasi colà, scorse venirle incontro Verrezzi barcollante.
Per cansarlo, si gettò in una porta che trovò a sinistra, sperando di
non essere stata veduta; poco dopo, socchiuse l'uscio per cercar
d'andarsene, quando un lume spuntò in fondo a quel corridoio, e
riconobbe Annetta; le corse incontro, e questa, vedendola, le si buttò
al collo con un grido. Emilia potè farle comprendere il suo pericolo,
e recaronsi ambedue nella camera di Annetta alquanto distante. Alcun
timore però non valse a farla tacere. «Oh! mia cara padrona,» diceva
essa camminando, «quanta paura ho avuto! Ah! ho creduto di morire
mille volte, e non sapeva se sarei sopravvissuta al fragor dei cannoni
per potervi rivedere. Non ho mai provato in vita mia un contento
maggiore quanto adesso che vi ritrovo.
--Zitto!» diceva Emilia; «siamo inseguite!»
Ma era l'eco de' loro passi.
«No,» disse Annetta, «hanno chiusa una porta.
--Facciamo silenzio per carità, e non parliamo più, finchè non siamo
giunte alla tua camera.» Vi arrivarono finalmente senza sinistri
incontri. La cameriera aprì, e Emilia si mise a sedere sul letto per
riposarsi alquanto. La sua prima domanda fa se Valancourt era
prigioniero. Annetta le rispose non poter dirglielo con precisione,
ma esser certa ch'eranvi molti prigionieri nel castello. Poscia
cominciò a sua guisa a fare la descrizione dell'assedio, o piuttosto
il dettaglio di tutte le paure sofferte durante l'attacco. «Ma,»
soggiuns'ella, «quando intesi sulle mura i gridi di vittoria, credei
che noi fossimo stati presi, e mi tenni perduta; in vece avevamo
scacciati i nemici. Andai nella galleria settentrionale, e vidi un
gran numero di fuggitivi sulle montagne. Del resto poi si può dire che
i bastioni sono in rovina. Facea spavento il vedere nel bosco
sottoposto tanti morti, ammucchiati l'un sopra l'altro!... Durante
l'assedio, il signor Montoni correa qua, là, era da per tutto, a
quanto mi disse Lodovico. Per me, egli non mi lasciava veder nulla. Mi
chiudeva in una stanza nel centro del castello, mi portava da
mangiare, e veniva a trovarmi più spesso che poteva. Debbo confessare
che, senza Lodovico, sarei morta, sicuramente.
--E come vanno le cose dopo l'assedio?
--V'è un fracasso terribile,» rispose Annetta; «i signori non fanno
altro che mangiare, bere e giuocare. Stanno a tavola tutta notte e
giuocano tra loro le belle e ricche cose, che hanno preso quando
andavano al saccheggio od a qualcosa di simile. Hanno alterchi
vivissimi sulla perdita e sul guadagno; il signor Verrezzi perde
sempre, a quanto si dice: Orsino guadagna, e sono sempre in lite.
Tutte quelle belle signore sono ancora qui, e vi confesso che mi fanno
ribrezzo quando le incontro.
--Sicuramente,» disse Emilia sussultando, «odo rumore, ascolta.
--Oibò! è il vento. Lo sento spesso quando soffia più forte del
solito, e scuote le porte della galleria. Ma perchè non volete
coricarvi? credo non vorrete restar così tutta notte.»
Emilia si stese sul letto pregandola di lasciare il lume acceso.
Annetta si coricò accanto a lei; ma la fanciulla non poteva dormire,
e le pareva sempre d'intendere qualche rumore. Mentre Annetta cercava
persuaderla ch'era il vento, udirono rumor di passi vicino all'uscio.
La cameriera voleva scendere dal letto, ma Emilia la trattenne; si
bussò leggermente, e si chiamò Annetta sottovoce.
«Per l'amor del cielo, non rispondere,» disse Emilia, «sta quieta.
Faremmo bene a spegnere il lume, che potrebbe tradirci.
--Madonna!» sclamò la cameriera; «non resterei al buio adesso per
tutto l'oro del mondo.» Mentre parlava fu ripetuto più forte il nome
di Annetta. «Ah! è Lodovico,» gridò essa allora, e si alzava per aprir
la porta; ma Emilia ne la impedì volendo prima assicurarsi se era
solo. Annetta gli parlò qualche tempo, ed egli le disse che, avendola
lasciata uscire per andare a trovar la padroncina, veniva a
rinchiuderla di nuovo. Questa temendo di essere sorpresa se
continuavano a parlare in quel modo, acconsentì a lasciarlo entrare.
La fisonomia franca e buona del giovane rassicurò Emilia, la quale
implorò il di lui soccorso, se Verrezzi lo avesse reso necessario.
Lodovico promise di passar la notte in una camera attigua per
difenderla da qualunque insulto, e, acceso un lume, se ne andò al suo
posto.
Emilia avrebbe desiderato riposare, ma troppi interessi occupavano la
sua mente: si vedeva in un luogo divenuto soggiorno del vizio e della
violenza, fuori della protezione delle leggi, in potere d'un uomo
instancabile nella persecuzione e nella vendetta; e riconobbe che
resistere più a lungo alla di lui prepotenza sarebbe stata follia.
Abbandonò pertanto la speranza di vivere agiatamente con Valancourt, e
decise di ceder tutto a Montoni la mattina seguente, purchè le
permettesse di tornarsene tosto in Francia. Queste riflessioni la
tennero svegliata tutta notte.
Appena fu giorno, Emilia ebbe un lungo colloquio con Lodovico, il
quale le raccontò varie circostanze relative al castello, e le diè
alcune notizie sui progetti di Montoni, che accrebbero i suoi fondati
timori. Gli dimostrò gran sorpresa perchè, sembrando così commosso
dalla di lei trista situazione in quel castello non pensasse
d'andarsene. Ei l'assicurò non essere sua intenzione di restarvi, ed
allora essa rischiò a domandargli se volesse assecondare la sua fuga.
Lodovico l'accertò ch'era dispostissimo a tentarla, ma le rappresentò
tutte le difficoltà dell'impresa, giacchè la di lui perdita sarebbe
stata certa, se Montoni li raggiungesse prima d'esser fuori de' monti.
Promise nulladimeno di cercarne con premura l'occasione, e di
occuparsi d'un piano di fuga. Emilia gli confidò allora il nome di
Valancourt, pregandolo d'informarsi se fosse nel numero dei
prigionieri. La debole speranza che le rinacque da questo colloquio,
dissuase Emilia dal trattare immediatamente con Montoni; risolse,
s'era possibile, di ritardare a parlargli fin quando avesse saputo
qualcosa da Lodovico, e di non far la cessione se non quando le fosse
riuscito impossibile ogni mezzo di fuggire. Mentre fantasticava così,
Montoni rinvenuto dall'ubbriachezza, la mandò a chiamare; essa obbedì,
e lo trovò solo, «Ho saputo,» diss'egli, «che non passaste la notte
nella vostra camera; dove siete stata?» Emilia gli dettagliò le
circostanze che ne l'aveano impedita, e le chiese la sua protezione
per l'avvenire. «Voi conoscete i patti della mia protezione,»
diss'egli; «se realmente ne fate caso, procurate di meritarvela.»
Quella dichiarazione precisa, che non l'avrebbe protetta se non
condizionatamente, durante la sua cattività nel castello, convinse
Emilia della necessità di arrendersi; ma prima gli domandò se le
avrebbe permesso di partire immediatamente dopo aver firmata la
cessione; egli le ne fece solenne promessa, e le presentò la carta,
colla quale essa gli trasferiva tutti i suoi diritti.
Fu per qualche tempo incapace di firmare, avendo il cuore lacerato da
opposti affetti; stava per rinunziare alla felicità della sua vita, e
alla speranza che l'avea sostenuta in un sì lungo corso di avversità.
Montoni le ripetè i patti della sua obbedienza, osservandole che tutti
i momenti erano preziosi. Essa prese la penna e firmò la cessione.
Appena ebbe finito, lo pregò di ordinare la sua partenza e di
lasciarle condur seco Annetta. Montoni allora si mise a ridere. «Era
necessario ingannarvi,» diss'egli; «era l'unico mezzo per farvi agire
ragionevolmente: voi partirete ma non adesso. Bisogna prima ch'io
prenda possesso di quei beni; quando ciò sarà fatto, potrete
tornarvene in Francia.»
La fredda scelleratezza colla quale ei violava il solenne impegno da
lui preso, ridusse Emilia alla disperazione, conoscendo che il suo
sacrifizio non le avrebbe giovato a nulla, e sarebbe rimasta
prigioniera: non sapeva trovar parole per esprimere i suoi sentimenti,
e capiva bene che ogni osservazione sarebbe stata infruttuosa; guardò
Montoni con aria supplichevole, ma egli volse il capo, e la pregò di
ritirarsi. Incapace di fare neppure un passo, ella si abbandonò sopra
una sedia, sospirando affannosamente senza poter piangere, nè parlare.
«Perchè abbandonarvi a questo inopportuno dolore?» le disse Montoni;
«sforzatevi di sopportare coraggiosamente ciò che ora non potete
evitare. Non avete da lagnarvi di verun affanno reale; abbiate
pazienza, e sarete rimandata in Francia. Intanto tornate alla vostra
stanza.
--Non oso, signore,» rispose Emilia, «andare in un luogo ove può
introdursi il signor Verrezzi.--Non vi ho io promesso di proteggervi?»
disse Montoni.--Promesso!» ribattè Emilia titubando.--La mia promessa
dunque non basta?» riprese egli severamente.--Rammentatevi della
vostra prima promessa,» disse Emilia tremando, «e giudicherete voi
stesso qual caso io debba fare delle altre.--Guardatevi dal farmi
ritrattare le mie parole. Ritiratevi, voi non avete nulla da temere
nel vostro appartamento.»
Emilia ritirossi a passi lenti, e quando fu giunta nella sua camera,
esaminò attentamente se vi fosse nascosto qualcuno, chiuse la porta, e
si mise a sedere vicino alla finestra. La misera avrebbe forse perduta
la ragione, se non avesse lottato fortemente contro il peso delle sue
sciagure. Invano sforzavasi di credere che Montoni l'avrebbe realmente
rimandata in Francia, tostochè si fosse assicurato de' suoi beni, e
che intanto l'avrebbe guarentita dagl'insulti. La sua speranza
principale però era riposta in Lodovico; nè dubitava del suo zelo,
malgrado la poca fiducia di lui stesso nella progettata evasione.
Questa trista giornata la trascorse come tante altre nella propria
camera. Calò la notte, ed Emilia sarebbesi ritirata nella stanza di
Annetta se un interesse più forte non l'avesse trattenuta: voleva
attendere all'ora consueta il ritorno della musica, la quale, se non
potea assicurarla positivamente della presenza di Valancourt nel
castello, valea a confermarla nella sua idea e procurarle una
consolazione sì necessaria nel suo attuale abbattimento.
La notte era burrascosa: il vento soffiava veemente; le ore passarono:
Emilia udì appostar le sentinelle. Di lì a poco, una fioca melodia
traversò l'aere; riconobbe il suono di un liuto accompagnato da'
queruli accenti d'un uomo. Essa ascoltava sperando e temendo; ritrovò
la dolcezza armoniosa della voce e del liuto, che già conosceva.
Convinta che la musica partiva da una delle stanze sottoposte, si
sporse in fuori per iscoprire alcun lume, ma indarno. Chiamò anche
sottovoce, ma il vento impedì senza dubbio di udirla; la musica
continuava. D'improvviso, udì battere all'uscio della camera, ed
avendo riconosciuto la voce di Annetta, le aprì, invitandola ad
avvicinarsi pian piano alla finestra per ascoltare.
«Gran Dio!» sclamò Annetta; «io conosco questa canzone: essa è
francese, ed una delle ariette favorite del mio caro paese...
È un nostro compatriota che canta e dev'essere il signor
Valancourt.--Piano, Annetta,» disse Emilia, «non parlar sì forte;
potremmo essere intese.--Da chi? dal cavaliere?--No, ma qualcuno
potrebbe tradirci. Perchè credi tu sia Valancourt quello che canta? Ma
zitto: la voce diventa più forte. La riconosci?--Signorina,» rispose
Annetta, «io non ho mai udito cantare il cavaliere.» Ad Emilia
spiacque assai che l'unico motivo di Annetta per credere ch'era
Valancourt, fosse che il cantore era Francese. Poco dopo udì la
romanza intesa alla peschiera, e il di lei nome fu ripetuto così
spesso, che Annetta gridò ad alta voce: «Signor Valancourt! signor
Valancourt!» Emilia tentò trattenerla, ma essa gridava sempre più
forte; la musica cessò, e nessuno rispose. «Non importa, signora
Emilia,» disse la ragazza; «è il cavaliere senz'altro, ed io voglio
parlargli.--No, no, Annetta; voglio parlargli io stessa. Se è lui,
riconoscerà la mia voce, e risponderà. Chi è,» gridò ella, «che canta
così tardi?» Susseguì un lungo silenzio. Ripetè la domanda, ed intese
fievoli accenti, i quali parevano venir sì da lontano, che non potè
distinguer nessuna parola. Allora credè che l'incognito fosse
Valancourt senz'altro, giacchè aveva risposto alla sua voce, e
lusingandosi che l'avesse riconosciuta, si abbandonò a trasporti di
gioia. Annetta intanto continuava a chiamare. Emilia, temendo allora
di esser tradita nelle sue ricerche, la fece tacere, riservandosi ad
interrogare Lodovico la mattina seguente.
Stettero ambedue qualche tempo alla finestra, ma tutto rimase
tranquillo. Emilia, giubilante, camminava a gran passi per la camera,
chiamando sottovoce Valancourt, e tornava quindi alla finestra, dove
non udiva altro che il mormorio del vento tra le frondi. Annetta
mostravasi impaziente quanto lei; ma la prudenza le decise infine a
chiudere la finestra, ed andarsene a letto.