CAPITOLO XXXIII

Torniamo un momento a Venezia, dove il conte Morano geme sotto il peso

di nuove sciagure. Appena giunto quivi, era stato arrestato per ordine

del Senato, e messo in una segreta così rigorosa, che tutti gli sforzi

degli amici non riuscirono a saperne notizia. Egli non avea potuto

indovinare a qual nemico dovesse la sua prigionia, a meno che non

fosse Montoni, sul quale appunto fissavansi i suoi sospetti.

Essi erano non solo probabili, ma anche fondati. Nella faccenda della

coppa avvelenata, Montoni avea sospettato Morano; ma, non potendo

acquistar il grado di prova necessaria alla convinzione del delitto,

ebbe ricorso ad altri modi di vendetta. Da una persona fidata fece

gettare una lettera d'accusa nella _bocca del leone_, destinata a

ricevere le denunzie segrete contro i cospiratori politici.

Il conte erasi attirato il rancore de' principali senatori; i modi

altieri, la smodata ambizione faceanlo odiar dagli altri; non dovea

dunque aspettarsi alcuna pietà da parte de' suoi nemici.

Montoni intanto faceva fronte ad altri pericoli. Il suo castello era

assediato da gente risoluta a vincere. La forza della piazza resistè

al violento attacco, la guarnigione si difese strenuamente e la

mancanza di viveri costrinse gli assalitori a sgomberare. Quando

Montoni si vide di nuovo pacifico possessore d'Udolfo, impaziente di

aver ancora Emilia in mano, mandò a cercarla. Costretta a partire, la

fanciulla, diè un tenero addio alla dolce Lena. Risalendo l'Appennino,

fissò un luogo sguardo di rammarico sulla deliziosa contrada che

abbandonava; ma il dolore che risentiva a dover tornare al teatro de'

suoi patimenti, fu addolcito dalla probabile speranza di ritrovarvi

Valancourt, benchè prigioniero.

Giunti a sera inoltrata, e senza tristi incontri, presso al castello,

poterono scorgere al chiaro di luna i danni patiti dalle mura durante

l'assedio. Anche i boschi avean sofferto: alberi atterrati,

schiantati, spogli di frondi, bruciati, indicavano i furori della

guerra.

Profondo silenzio era susseguito al tumulto delle armi. Alla porta, un

soldato munito di lampada venne a riconoscere i viaggiatori, e li

introdusse nel cortile. Emilia fu colta quasi da disperazione udendo

rinchiudersi alle spalle quelle formidabili imposte che parevano

separarla per sempre dal mondo.

Traversato il secondo cortile, trovaronsi alla porta del vestibolo; il

soldato augurò loro la buona notte e tornò al suo posto. Intanto

Emilia pensava al modo di ritirarsi nella sua antica stanza senza

esser veduta, per paura d'incontrare sì tardi o Montoni o qualcuno

della sua compagnia. L'allegria che regnava nel castello era allora

talmente clamorosa, che Ugo batteva alla porta senza poter farsi

intendere dalla servitù. Questa circostanza aumentò i timori di

Emilia, e le lasciò il tempo di riflettere. Avrebbe forse potuto

giugnere allo scalone, ma non poteva andare alla sua camera senza

lume. Bertrando aveva appena una torcia, ed ella sapeva benissimo che

i servi accompagnavano col lume solo fino alla porta, perchè il

lampione sospeso alla vôlta illuminava sufficentemente il vestibolo.

Carlo aprì alfine la porta: Emilia lo pregò di mandar subito Annetta

con un lume nella galleria grande dove andava ad aspettarla, e, salita

la scala, sedette sull'ultimo gradino. Il buio della galleria la

dissuase dall'entrarvi. Mentre stava attenta per sentire se venisse

Annetta, sentì Montoni ed i suoi compagni, che, parlando

tumultuosamente con gente ebbra, si dirigevano a passi barcollanti

verso la scala. Obliando la paura, entrò colle braccia avanti nella

galleria, sempre attenta alle voci che udiva dabbasso, e tra le quali

distinse quelle di Bertolini e Verrezzi. Dalle poche parole che potè

intendere, capì che si parlava di lei: ciascuno reclamava qualche

antica promessa di Montoni. Dopo aver alcun poco altercato, sentì

venir su gente, e si slanciò nella galleria colla rapidità del lampo.

Percorse così alla ventura parecchi di que' vetusti anditi; finalmente

riescì in uno d'essi in fondo al quale le parve vedere un filo di

luce.

Mentre dirigevasi colà, scorse venirle incontro Verrezzi barcollante.

Per cansarlo, si gettò in una porta che trovò a sinistra, sperando di

non essere stata veduta; poco dopo, socchiuse l'uscio per cercar

d'andarsene, quando un lume spuntò in fondo a quel corridoio, e

riconobbe Annetta; le corse incontro, e questa, vedendola, le si buttò

al collo con un grido. Emilia potè farle comprendere il suo pericolo,

e recaronsi ambedue nella camera di Annetta alquanto distante. Alcun

timore però non valse a farla tacere. «Oh! mia cara padrona,» diceva

essa camminando, «quanta paura ho avuto! Ah! ho creduto di morire

mille volte, e non sapeva se sarei sopravvissuta al fragor dei cannoni

per potervi rivedere. Non ho mai provato in vita mia un contento

maggiore quanto adesso che vi ritrovo.

--Zitto!» diceva Emilia; «siamo inseguite!»

Ma era l'eco de' loro passi.

«No,» disse Annetta, «hanno chiusa una porta.

--Facciamo silenzio per carità, e non parliamo più, finchè non siamo

giunte alla tua camera.» Vi arrivarono finalmente senza sinistri

incontri. La cameriera aprì, e Emilia si mise a sedere sul letto per

riposarsi alquanto. La sua prima domanda fa se Valancourt era

prigioniero. Annetta le rispose non poter dirglielo con precisione,

ma esser certa ch'eranvi molti prigionieri nel castello. Poscia

cominciò a sua guisa a fare la descrizione dell'assedio, o piuttosto

il dettaglio di tutte le paure sofferte durante l'attacco. «Ma,»

soggiuns'ella, «quando intesi sulle mura i gridi di vittoria, credei

che noi fossimo stati presi, e mi tenni perduta; in vece avevamo

scacciati i nemici. Andai nella galleria settentrionale, e vidi un

gran numero di fuggitivi sulle montagne. Del resto poi si può dire che

i bastioni sono in rovina. Facea spavento il vedere nel bosco

sottoposto tanti morti, ammucchiati l'un sopra l'altro!... Durante

l'assedio, il signor Montoni correa qua, là, era da per tutto, a

quanto mi disse Lodovico. Per me, egli non mi lasciava veder nulla. Mi

chiudeva in una stanza nel centro del castello, mi portava da

mangiare, e veniva a trovarmi più spesso che poteva. Debbo confessare

che, senza Lodovico, sarei morta, sicuramente.

--E come vanno le cose dopo l'assedio?

--V'è un fracasso terribile,» rispose Annetta; «i signori non fanno

altro che mangiare, bere e giuocare. Stanno a tavola tutta notte e

giuocano tra loro le belle e ricche cose, che hanno preso quando

andavano al saccheggio od a qualcosa di simile. Hanno alterchi

vivissimi sulla perdita e sul guadagno; il signor Verrezzi perde

sempre, a quanto si dice: Orsino guadagna, e sono sempre in lite.

Tutte quelle belle signore sono ancora qui, e vi confesso che mi fanno

ribrezzo quando le incontro.

--Sicuramente,» disse Emilia sussultando, «odo rumore, ascolta.

--Oibò! è il vento. Lo sento spesso quando soffia più forte del

solito, e scuote le porte della galleria. Ma perchè non volete

coricarvi? credo non vorrete restar così tutta notte.»

Emilia si stese sul letto pregandola di lasciare il lume acceso.

Annetta si coricò accanto a lei; ma la fanciulla non poteva dormire,

e le pareva sempre d'intendere qualche rumore. Mentre Annetta cercava

persuaderla ch'era il vento, udirono rumor di passi vicino all'uscio.

La cameriera voleva scendere dal letto, ma Emilia la trattenne; si

bussò leggermente, e si chiamò Annetta sottovoce.

«Per l'amor del cielo, non rispondere,» disse Emilia, «sta quieta.

Faremmo bene a spegnere il lume, che potrebbe tradirci.

--Madonna!» sclamò la cameriera; «non resterei al buio adesso per

tutto l'oro del mondo.» Mentre parlava fu ripetuto più forte il nome

di Annetta. «Ah! è Lodovico,» gridò essa allora, e si alzava per aprir

la porta; ma Emilia ne la impedì volendo prima assicurarsi se era

solo. Annetta gli parlò qualche tempo, ed egli le disse che, avendola

lasciata uscire per andare a trovar la padroncina, veniva a

rinchiuderla di nuovo. Questa temendo di essere sorpresa se

continuavano a parlare in quel modo, acconsentì a lasciarlo entrare.

La fisonomia franca e buona del giovane rassicurò Emilia, la quale

implorò il di lui soccorso, se Verrezzi lo avesse reso necessario.

Lodovico promise di passar la notte in una camera attigua per

difenderla da qualunque insulto, e, acceso un lume, se ne andò al suo

posto.

Emilia avrebbe desiderato riposare, ma troppi interessi occupavano la

sua mente: si vedeva in un luogo divenuto soggiorno del vizio e della

violenza, fuori della protezione delle leggi, in potere d'un uomo

instancabile nella persecuzione e nella vendetta; e riconobbe che

resistere più a lungo alla di lui prepotenza sarebbe stata follia.

Abbandonò pertanto la speranza di vivere agiatamente con Valancourt, e

decise di ceder tutto a Montoni la mattina seguente, purchè le

permettesse di tornarsene tosto in Francia. Queste riflessioni la

tennero svegliata tutta notte.

Appena fu giorno, Emilia ebbe un lungo colloquio con Lodovico, il

quale le raccontò varie circostanze relative al castello, e le diè

alcune notizie sui progetti di Montoni, che accrebbero i suoi fondati

timori. Gli dimostrò gran sorpresa perchè, sembrando così commosso

dalla di lei trista situazione in quel castello non pensasse

d'andarsene. Ei l'assicurò non essere sua intenzione di restarvi, ed

allora essa rischiò a domandargli se volesse assecondare la sua fuga.

Lodovico l'accertò ch'era dispostissimo a tentarla, ma le rappresentò

tutte le difficoltà dell'impresa, giacchè la di lui perdita sarebbe

stata certa, se Montoni li raggiungesse prima d'esser fuori de' monti.

Promise nulladimeno di cercarne con premura l'occasione, e di

occuparsi d'un piano di fuga. Emilia gli confidò allora il nome di

Valancourt, pregandolo d'informarsi se fosse nel numero dei

prigionieri. La debole speranza che le rinacque da questo colloquio,

dissuase Emilia dal trattare immediatamente con Montoni; risolse,

s'era possibile, di ritardare a parlargli fin quando avesse saputo

qualcosa da Lodovico, e di non far la cessione se non quando le fosse

riuscito impossibile ogni mezzo di fuggire. Mentre fantasticava così,

Montoni rinvenuto dall'ubbriachezza, la mandò a chiamare; essa obbedì,

e lo trovò solo, «Ho saputo,» diss'egli, «che non passaste la notte

nella vostra camera; dove siete stata?» Emilia gli dettagliò le

circostanze che ne l'aveano impedita, e le chiese la sua protezione

per l'avvenire. «Voi conoscete i patti della mia protezione,»

diss'egli; «se realmente ne fate caso, procurate di meritarvela.»

Quella dichiarazione precisa, che non l'avrebbe protetta se non

condizionatamente, durante la sua cattività nel castello, convinse

Emilia della necessità di arrendersi; ma prima gli domandò se le

avrebbe permesso di partire immediatamente dopo aver firmata la

cessione; egli le ne fece solenne promessa, e le presentò la carta,

colla quale essa gli trasferiva tutti i suoi diritti.

Fu per qualche tempo incapace di firmare, avendo il cuore lacerato da

opposti affetti; stava per rinunziare alla felicità della sua vita, e

alla speranza che l'avea sostenuta in un sì lungo corso di avversità.

Montoni le ripetè i patti della sua obbedienza, osservandole che tutti

i momenti erano preziosi. Essa prese la penna e firmò la cessione.

Appena ebbe finito, lo pregò di ordinare la sua partenza e di

lasciarle condur seco Annetta. Montoni allora si mise a ridere. «Era

necessario ingannarvi,» diss'egli; «era l'unico mezzo per farvi agire

ragionevolmente: voi partirete ma non adesso. Bisogna prima ch'io

prenda possesso di quei beni; quando ciò sarà fatto, potrete

tornarvene in Francia.»

La fredda scelleratezza colla quale ei violava il solenne impegno da

lui preso, ridusse Emilia alla disperazione, conoscendo che il suo

sacrifizio non le avrebbe giovato a nulla, e sarebbe rimasta

prigioniera: non sapeva trovar parole per esprimere i suoi sentimenti,

e capiva bene che ogni osservazione sarebbe stata infruttuosa; guardò

Montoni con aria supplichevole, ma egli volse il capo, e la pregò di

ritirarsi. Incapace di fare neppure un passo, ella si abbandonò sopra

una sedia, sospirando affannosamente senza poter piangere, nè parlare.

«Perchè abbandonarvi a questo inopportuno dolore?» le disse Montoni;

«sforzatevi di sopportare coraggiosamente ciò che ora non potete

evitare. Non avete da lagnarvi di verun affanno reale; abbiate

pazienza, e sarete rimandata in Francia. Intanto tornate alla vostra

stanza.

--Non oso, signore,» rispose Emilia, «andare in un luogo ove può

introdursi il signor Verrezzi.--Non vi ho io promesso di proteggervi?»

disse Montoni.--Promesso!» ribattè Emilia titubando.--La mia promessa

dunque non basta?» riprese egli severamente.--Rammentatevi della

vostra prima promessa,» disse Emilia tremando, «e giudicherete voi

stesso qual caso io debba fare delle altre.--Guardatevi dal farmi

ritrattare le mie parole. Ritiratevi, voi non avete nulla da temere

nel vostro appartamento.»

Emilia ritirossi a passi lenti, e quando fu giunta nella sua camera,

esaminò attentamente se vi fosse nascosto qualcuno, chiuse la porta, e

si mise a sedere vicino alla finestra. La misera avrebbe forse perduta

la ragione, se non avesse lottato fortemente contro il peso delle sue

sciagure. Invano sforzavasi di credere che Montoni l'avrebbe realmente

rimandata in Francia, tostochè si fosse assicurato de' suoi beni, e

che intanto l'avrebbe guarentita dagl'insulti. La sua speranza

principale però era riposta in Lodovico; nè dubitava del suo zelo,

malgrado la poca fiducia di lui stesso nella progettata evasione.

Questa trista giornata la trascorse come tante altre nella propria

camera. Calò la notte, ed Emilia sarebbesi ritirata nella stanza di

Annetta se un interesse più forte non l'avesse trattenuta: voleva

attendere all'ora consueta il ritorno della musica, la quale, se non

potea assicurarla positivamente della presenza di Valancourt nel

castello, valea a confermarla nella sua idea e procurarle una

consolazione sì necessaria nel suo attuale abbattimento.

La notte era burrascosa: il vento soffiava veemente; le ore passarono:

Emilia udì appostar le sentinelle. Di lì a poco, una fioca melodia

traversò l'aere; riconobbe il suono di un liuto accompagnato da'

queruli accenti d'un uomo. Essa ascoltava sperando e temendo; ritrovò

la dolcezza armoniosa della voce e del liuto, che già conosceva.

Convinta che la musica partiva da una delle stanze sottoposte, si

sporse in fuori per iscoprire alcun lume, ma indarno. Chiamò anche

sottovoce, ma il vento impedì senza dubbio di udirla; la musica

continuava. D'improvviso, udì battere all'uscio della camera, ed

avendo riconosciuto la voce di Annetta, le aprì, invitandola ad

avvicinarsi pian piano alla finestra per ascoltare.

«Gran Dio!» sclamò Annetta; «io conosco questa canzone: essa è

francese, ed una delle ariette favorite del mio caro paese...

È un nostro compatriota che canta e dev'essere il signor

Valancourt.--Piano, Annetta,» disse Emilia, «non parlar sì forte;

potremmo essere intese.--Da chi? dal cavaliere?--No, ma qualcuno

potrebbe tradirci. Perchè credi tu sia Valancourt quello che canta? Ma

zitto: la voce diventa più forte. La riconosci?--Signorina,» rispose

Annetta, «io non ho mai udito cantare il cavaliere.» Ad Emilia

spiacque assai che l'unico motivo di Annetta per credere ch'era

Valancourt, fosse che il cantore era Francese. Poco dopo udì la

romanza intesa alla peschiera, e il di lei nome fu ripetuto così

spesso, che Annetta gridò ad alta voce: «Signor Valancourt! signor

Valancourt!» Emilia tentò trattenerla, ma essa gridava sempre più

forte; la musica cessò, e nessuno rispose. «Non importa, signora

Emilia,» disse la ragazza; «è il cavaliere senz'altro, ed io voglio

parlargli.--No, no, Annetta; voglio parlargli io stessa. Se è lui,

riconoscerà la mia voce, e risponderà. Chi è,» gridò ella, «che canta

così tardi?» Susseguì un lungo silenzio. Ripetè la domanda, ed intese

fievoli accenti, i quali parevano venir sì da lontano, che non potè

distinguer nessuna parola. Allora credè che l'incognito fosse

Valancourt senz'altro, giacchè aveva risposto alla sua voce, e

lusingandosi che l'avesse riconosciuta, si abbandonò a trasporti di

gioia. Annetta intanto continuava a chiamare. Emilia, temendo allora

di esser tradita nelle sue ricerche, la fece tacere, riservandosi ad

interrogare Lodovico la mattina seguente.

Stettero ambedue qualche tempo alla finestra, ma tutto rimase

tranquillo. Emilia, giubilante, camminava a gran passi per la camera,

chiamando sottovoce Valancourt, e tornava quindi alla finestra, dove

non udiva altro che il mormorio del vento tra le frondi. Annetta

mostravasi impaziente quanto lei; ma la prudenza le decise infine a

chiudere la finestra, ed andarsene a letto.

I misteri del castello d'Udolfo, vol. 3 · 第 14 / 20 题