Emilia restò in camera tutta la mattina, senza ricevere alcun ordine
di Montoni, nè vedere altro che gli armati i quali passeggiavano sul
bastione. L'inquietudine sul destino della zia la vinse finalmente
sull'orrore di parlare a quel barbaro, e decise di recarsi da lui per
ottenere il permesso di vederla.
L'assenza troppo prolungata di Annetta provava inoltre ch'era accaduta
qualche disgrazia a Lodovico, e ch'essa era tuttavia rinchiusa. Emilia
risolse dunque d'andar a vedere se ella fosse ancora nella stanza, e
d'avvertirne Montoni: suonava il mezzogiorno. I lamenti della meschina
si sentivano all'estremità della galleria: deplorava il proprio
destino e quello di Lodovico; quando intese Emilia, la supplicò a
liberarla subito, perchè moriva di fame. La padroncina le rispose che
sarebbe andata immediatamente a chiedere la sua liberazione; allora la
paura della fame cedè pel momento a quella del padrone; e quando la
fanciulla la lasciò, essa la pregava con calore a non iscoprir l'asilo
ove nascondeasi: Emilia si avvicinò alla gran sala, ed il tumulto che
udì, gl'individui che incontrò rinnovaronle gli spaventi. Però pareano
pacifici: la guardavano con avidità, talvolta le parlavano.
Traversando la sala per recarsi nel salotto di cedro, ove teneasi
d'ordinario Montoni, scorse sul suolo spade infrante e gocce di
sangue: quasi quasi credea vedere un cadavere. Avanzandosi, distinse
un mormorio di voci, che la fecero titubare se dovesse o no
inoltrarsi. Cercava invano cogli occhi qualche servitore per farsi
annunziare, ma non ne compariva alcuno. Gli accenti ch'ella intendea
non esprimevano più la collera, e riconobbe la voce di parecchi
convitati della sera precedente. Mentre si disponeva a bussare,
comparve lo stesso Montoni; sorpreso, lasciò conoscere nella sua
fisionomia tutti i vari moti dell'animo. Emilia, tremante, stavasi
mutola. Montoni le domandò con severità che cosa avesse inteso del
loro colloquio. Essa lo accertò di non essere venuta coll'intenzione
di ascoltare i di lui segreti, ma per implorare la sua clemenza per
la zia e per Annetta. Montoni parve dubitarne, la fissò con occhio
indagatore, e l'inquietudine che provava, non poteva nascere da
frivole ragioni. Emilia lo scongiurò di lasciarla andare a visitare
sua zia: egli rispose con un sorriso amaro, che confermò i suoi
timori, e le fece perdere il coraggio di rinnovargliene la preghiera.
«Per Annetta,» diss'egli, «andate a trovar Carlo, che le aprirà. Lo
stolto che l'ha rinchiusa non esiste più.»
Emilia, fremendo, rispose: «Ma la mia povera zia, signore, per pietà,
parlatemi della mia zia...
--Se ne ha cura,» soggiunse Montoni: «non ho tempo di rispondere alle
vostre vane domande.» E volle lasciarla. Emilia lo trattenne
scongiurandolo di farle sapere ove fosse sua moglie; d'improvviso
intesero la tromba, ed un rumore confuso di uomini e di cavalli nel
cortile. Montoni corse subito fuori. Emilia, nell'incertezza di
seguirlo, affacciatasi alla finestra, le parve distinguere i medesimi
cavalieri veduti partire pochi giorni prima, e, scorgendo accorrer
gente da tutte le parti, stimò bene di rifugiarsi nella sua camera. La
maniera e le espressioni di Montoni quando aveva parlato di sua
moglie, confermavano in parte i di lei sospetti. Stava assorta in que'
cupi pensieri, quando vide entrare il vecchio Carlo.
«Cara signorina,» le diss'egli, «non ho potuto prima d'ora occuparmi
di voi. Vi porto frutti e vino, chè dovete averne bisogno.
--Vi ringrazio, Carlo,» diss'ella; «avete forse ricevuto quest'ordine
dal signor Montoni?
--No signora,» rispose il vecchio; «sua _eccellenza_ ha troppe
occupazioni.»
La fanciulla rinnovò le sue domande sul destino della zia: ma mentre
la trascinavano via, Carlo era dall'altra parte del castello, e da
quel momento non ne sapeva più nulla. Mentr'egli così diceva, Emilia
lo guardava attenta, e non poteva comprendere se parlasse per
ignoranza, o dissimulazione o timore di offendere il padrone. Le
rispose laconicamente sulla zuffa della sera prima, accertandola nel
tempo stesso che gli alterchi erano finiti, e che il castellano
credeva essersi ingannato sospettando degli ospiti. «Il combattimento
non ebbe altra origine,» soggiunse Carlo, «ma mi lusingo di non
rivedere mai più un simile spettacolo in questo castello sebbene vi si
preparino cose strane.» Essa lo pregò di spiegarsi. «Ah! signora,»
diss'egli, «non posso tradire il segreto, nè esprimere tutti i miei
pensieri in proposito; ma il tempo svelerà tutto.»
Essa lo pregò di aprire ad Annetta, indicandogli la stanza ove la
meschina si trovava rinchiusa; Carlo le promise di soddisfarla; mentre
partiva, gli domandò chi fossero i nuovi arrivati: la sua congettura
si verificò: era Verrezzi colla sua truppa.
Scorse più di un'ora prima che Annetta comparisse. In fine arrivò
piangendo e lamentandosi.
«Chi l'avrebbe mai preveduto, signorina? Oh! caso terribile! Oh!
povero Lodovico!
--L'hanno proprio ucciso?» le chiese commossa Emilia.
--No; ma fu ferito gravemente. Ecco perchè non poteva venire ad
aprirmi; ma ora comincia a star meglio.
--Cara Annetta, mi rallegro molto nel sentire ch'egli esiste.»
Appena la giovine fu alquanto calmata, Emilia la mandò a far ricerche
sulla zia, ma non potè averne notizia alcuna.
I due giorni susseguenti passarono senza verun caso notevole, e senza
ch'ella potesse saper nulla della zia. La sera del secondo giorno, in
preda al suo dolore, ed assalita da funeste imagini, per iscacciarle,
si affacciò alla finestra, considerando i tanti astri fulgidissimi e
scintillanti nell'azzurro empireo, che tutti seguono una determinata
via senza confondersi nello spazio. Si rammentò quante volte col
diletto padre ne avesse osservato il corso. Queste riflessioni
finirono a destare in lei quasi egualmente dolore e sorpresa. Pensò ai
tristi eventi succeduti alle prime dolcezze della vita, alle ultime
scosse, alla sua presente situazione in terra straniera, in un
castello isolato, circondata da tutti i vizi, esposta a tutte le
violenze, e le pareva d'essere illusa da un sogno prodotto
dall'immaginazione alterata, nè poteva persuadersi che tanti mali non
fossero ideali. Pianse al pensiero di quanto avrebbero sofferto i di
lei genitori, se avessero potuto prevedere le sventure che
l'attendevano.
Alzò gli occhi al cielo, e vide il medesimo pianeta osservato in
Linguadoca la notte precedente alla morte del padre; desso trovavasi
al di sopra delle torri orientali. Si rammentò i discorsi relativi
allo stato dell'anime, e la melodia intesa, e della quale la sua
tenerezza, a dispetto della ragione, aveva ammesso il senso
superstizioso. All'improvviso, i suoni d'una dolce armonia parvero
traversar l'aere; rabbrividì, ascoltò qualche minuto in una penosa
aspettativa, sforzandosi di raccogliere le idee e ricorrere alla
ragione. Ma la ragione umana non ha impero sui fantasmi
dell'immaginazione, più che i sensi non abbian mezzi per giudicare la
forma dei corpi luminosi, che brillano e tosto si estinguono
nell'oscurità della notte.
La sorpresa di lei a quella musica sì dolce e deliziosa, era per lo
meno scusabile, essendo già molto tempo che non udiva la menoma
melodia. Il suono acuto del piffero e della tromba era la sola musica
che si conoscesse nel castello di Udolfo.
Allorchè si fu un poco rimessa, cercò assicurarsi da qual parte
venisse il suono. Le parve che partisse dal basso del castello, ma non
potè precisarlo. Il timore e la sorpresa cedettero tosto al piacere
di un'armonia, che il silenzio notturno rendeva ancor più
interessante. La musica cessò, e le idee di Emilia errarono a lungo su
questa strana circostanza; era singolare udir musica dopo mezzanotte,
allorchè tutti dovevano essere al riposo, e in un castello ove da
tanti anni non erasi inteso nulla che vi somigliasse. I lunghi
patimenti avevanla resa sensibile al terrore, e suscettibile di
superstizione. Le parve che suo padre avesse potuto parlarle con
quella musica, per ispirarle consolazione e fiducia sul soggetto
ond'era allora occupata. La ragione le suggerì però questa congettura
esser ridicola, e la respinse; ma, per un'inconseguenza naturale della
fantasia riscaldata, si abbandonò alle idee più bizzarre: rammentò il
caso singolare che aveva posto Montoni in possesso del castello;
considerò la maniera misteriosa della scomparsa dell'antica
proprietaria; non si era mai più saputo nulla di lei, ed il suo
spirito fu colpito da paura. Non eravi nessun rapporto apparente tra
quell'avvenimento e la melodia, eppure credè che queste due cose
fossero legate da qualche vincolo segreto.
Finalmente si ritirò dalla finestra, ma le tremavano le gambe
nell'accostarsi al letto. Il lume stava per estinguersi, ed ella
fremeva di dover restare al buio in quella vasta camera; ma
vergognandosi tosto della sua debolezza, andò a letto pensando al
nuovo incidente, e risoluta di aspettare la notte successiva all'ora
istessa per ispiare il ritorno della musica.