CAPITOLO XXIV

Emilia restò in camera tutta la mattina, senza ricevere alcun ordine

di Montoni, nè vedere altro che gli armati i quali passeggiavano sul

bastione. L'inquietudine sul destino della zia la vinse finalmente

sull'orrore di parlare a quel barbaro, e decise di recarsi da lui per

ottenere il permesso di vederla.

L'assenza troppo prolungata di Annetta provava inoltre ch'era accaduta

qualche disgrazia a Lodovico, e ch'essa era tuttavia rinchiusa. Emilia

risolse dunque d'andar a vedere se ella fosse ancora nella stanza, e

d'avvertirne Montoni: suonava il mezzogiorno. I lamenti della meschina

si sentivano all'estremità della galleria: deplorava il proprio

destino e quello di Lodovico; quando intese Emilia, la supplicò a

liberarla subito, perchè moriva di fame. La padroncina le rispose che

sarebbe andata immediatamente a chiedere la sua liberazione; allora la

paura della fame cedè pel momento a quella del padrone; e quando la

fanciulla la lasciò, essa la pregava con calore a non iscoprir l'asilo

ove nascondeasi: Emilia si avvicinò alla gran sala, ed il tumulto che

udì, gl'individui che incontrò rinnovaronle gli spaventi. Però pareano

pacifici: la guardavano con avidità, talvolta le parlavano.

Traversando la sala per recarsi nel salotto di cedro, ove teneasi

d'ordinario Montoni, scorse sul suolo spade infrante e gocce di

sangue: quasi quasi credea vedere un cadavere. Avanzandosi, distinse

un mormorio di voci, che la fecero titubare se dovesse o no

inoltrarsi. Cercava invano cogli occhi qualche servitore per farsi

annunziare, ma non ne compariva alcuno. Gli accenti ch'ella intendea

non esprimevano più la collera, e riconobbe la voce di parecchi

convitati della sera precedente. Mentre si disponeva a bussare,

comparve lo stesso Montoni; sorpreso, lasciò conoscere nella sua

fisionomia tutti i vari moti dell'animo. Emilia, tremante, stavasi

mutola. Montoni le domandò con severità che cosa avesse inteso del

loro colloquio. Essa lo accertò di non essere venuta coll'intenzione

di ascoltare i di lui segreti, ma per implorare la sua clemenza per

la zia e per Annetta. Montoni parve dubitarne, la fissò con occhio

indagatore, e l'inquietudine che provava, non poteva nascere da

frivole ragioni. Emilia lo scongiurò di lasciarla andare a visitare

sua zia: egli rispose con un sorriso amaro, che confermò i suoi

timori, e le fece perdere il coraggio di rinnovargliene la preghiera.

«Per Annetta,» diss'egli, «andate a trovar Carlo, che le aprirà. Lo

stolto che l'ha rinchiusa non esiste più.»

Emilia, fremendo, rispose: «Ma la mia povera zia, signore, per pietà,

parlatemi della mia zia...

--Se ne ha cura,» soggiunse Montoni: «non ho tempo di rispondere alle

vostre vane domande.» E volle lasciarla. Emilia lo trattenne

scongiurandolo di farle sapere ove fosse sua moglie; d'improvviso

intesero la tromba, ed un rumore confuso di uomini e di cavalli nel

cortile. Montoni corse subito fuori. Emilia, nell'incertezza di

seguirlo, affacciatasi alla finestra, le parve distinguere i medesimi

cavalieri veduti partire pochi giorni prima, e, scorgendo accorrer

gente da tutte le parti, stimò bene di rifugiarsi nella sua camera. La

maniera e le espressioni di Montoni quando aveva parlato di sua

moglie, confermavano in parte i di lei sospetti. Stava assorta in que'

cupi pensieri, quando vide entrare il vecchio Carlo.

«Cara signorina,» le diss'egli, «non ho potuto prima d'ora occuparmi

di voi. Vi porto frutti e vino, chè dovete averne bisogno.

--Vi ringrazio, Carlo,» diss'ella; «avete forse ricevuto quest'ordine

dal signor Montoni?

--No signora,» rispose il vecchio; «sua _eccellenza_ ha troppe

occupazioni.»

La fanciulla rinnovò le sue domande sul destino della zia: ma mentre

la trascinavano via, Carlo era dall'altra parte del castello, e da

quel momento non ne sapeva più nulla. Mentr'egli così diceva, Emilia

lo guardava attenta, e non poteva comprendere se parlasse per

ignoranza, o dissimulazione o timore di offendere il padrone. Le

rispose laconicamente sulla zuffa della sera prima, accertandola nel

tempo stesso che gli alterchi erano finiti, e che il castellano

credeva essersi ingannato sospettando degli ospiti. «Il combattimento

non ebbe altra origine,» soggiunse Carlo, «ma mi lusingo di non

rivedere mai più un simile spettacolo in questo castello sebbene vi si

preparino cose strane.» Essa lo pregò di spiegarsi. «Ah! signora,»

diss'egli, «non posso tradire il segreto, nè esprimere tutti i miei

pensieri in proposito; ma il tempo svelerà tutto.»

Essa lo pregò di aprire ad Annetta, indicandogli la stanza ove la

meschina si trovava rinchiusa; Carlo le promise di soddisfarla; mentre

partiva, gli domandò chi fossero i nuovi arrivati: la sua congettura

si verificò: era Verrezzi colla sua truppa.

Scorse più di un'ora prima che Annetta comparisse. In fine arrivò

piangendo e lamentandosi.

«Chi l'avrebbe mai preveduto, signorina? Oh! caso terribile! Oh!

povero Lodovico!

--L'hanno proprio ucciso?» le chiese commossa Emilia.

--No; ma fu ferito gravemente. Ecco perchè non poteva venire ad

aprirmi; ma ora comincia a star meglio.

--Cara Annetta, mi rallegro molto nel sentire ch'egli esiste.»

Appena la giovine fu alquanto calmata, Emilia la mandò a far ricerche

sulla zia, ma non potè averne notizia alcuna.

I due giorni susseguenti passarono senza verun caso notevole, e senza

ch'ella potesse saper nulla della zia. La sera del secondo giorno, in

preda al suo dolore, ed assalita da funeste imagini, per iscacciarle,

si affacciò alla finestra, considerando i tanti astri fulgidissimi e

scintillanti nell'azzurro empireo, che tutti seguono una determinata

via senza confondersi nello spazio. Si rammentò quante volte col

diletto padre ne avesse osservato il corso. Queste riflessioni

finirono a destare in lei quasi egualmente dolore e sorpresa. Pensò ai

tristi eventi succeduti alle prime dolcezze della vita, alle ultime

scosse, alla sua presente situazione in terra straniera, in un

castello isolato, circondata da tutti i vizi, esposta a tutte le

violenze, e le pareva d'essere illusa da un sogno prodotto

dall'immaginazione alterata, nè poteva persuadersi che tanti mali non

fossero ideali. Pianse al pensiero di quanto avrebbero sofferto i di

lei genitori, se avessero potuto prevedere le sventure che

l'attendevano.

Alzò gli occhi al cielo, e vide il medesimo pianeta osservato in

Linguadoca la notte precedente alla morte del padre; desso trovavasi

al di sopra delle torri orientali. Si rammentò i discorsi relativi

allo stato dell'anime, e la melodia intesa, e della quale la sua

tenerezza, a dispetto della ragione, aveva ammesso il senso

superstizioso. All'improvviso, i suoni d'una dolce armonia parvero

traversar l'aere; rabbrividì, ascoltò qualche minuto in una penosa

aspettativa, sforzandosi di raccogliere le idee e ricorrere alla

ragione. Ma la ragione umana non ha impero sui fantasmi

dell'immaginazione, più che i sensi non abbian mezzi per giudicare la

forma dei corpi luminosi, che brillano e tosto si estinguono

nell'oscurità della notte.

La sorpresa di lei a quella musica sì dolce e deliziosa, era per lo

meno scusabile, essendo già molto tempo che non udiva la menoma

melodia. Il suono acuto del piffero e della tromba era la sola musica

che si conoscesse nel castello di Udolfo.

Allorchè si fu un poco rimessa, cercò assicurarsi da qual parte

venisse il suono. Le parve che partisse dal basso del castello, ma non

potè precisarlo. Il timore e la sorpresa cedettero tosto al piacere

di un'armonia, che il silenzio notturno rendeva ancor più

interessante. La musica cessò, e le idee di Emilia errarono a lungo su

questa strana circostanza; era singolare udir musica dopo mezzanotte,

allorchè tutti dovevano essere al riposo, e in un castello ove da

tanti anni non erasi inteso nulla che vi somigliasse. I lunghi

patimenti avevanla resa sensibile al terrore, e suscettibile di

superstizione. Le parve che suo padre avesse potuto parlarle con

quella musica, per ispirarle consolazione e fiducia sul soggetto

ond'era allora occupata. La ragione le suggerì però questa congettura

esser ridicola, e la respinse; ma, per un'inconseguenza naturale della

fantasia riscaldata, si abbandonò alle idee più bizzarre: rammentò il

caso singolare che aveva posto Montoni in possesso del castello;

considerò la maniera misteriosa della scomparsa dell'antica

proprietaria; non si era mai più saputo nulla di lei, ed il suo

spirito fu colpito da paura. Non eravi nessun rapporto apparente tra

quell'avvenimento e la melodia, eppure credè che queste due cose

fossero legate da qualche vincolo segreto.

Finalmente si ritirò dalla finestra, ma le tremavano le gambe

nell'accostarsi al letto. Il lume stava per estinguersi, ed ella

fremeva di dover restare al buio in quella vasta camera; ma

vergognandosi tosto della sua debolezza, andò a letto pensando al

nuovo incidente, e risoluta di aspettare la notte successiva all'ora

istessa per ispiare il ritorno della musica.

I misteri del castello d'Udolfo, vol. 3 · 第 5 / 20 题