Egli si volse alla moglie, la quale, rimessa dalla sorpresa, ne
respingeva i sospetti con veemente asprezza. La rabbia di Montoni
aumentava; Emilia, prevedendone le conseguenze, si precipitò ai di lui
piedi, abbracciandogli le ginocchia e supplicandolo, piangendo, di
calmare il suo furore; ma sordo alle preghiere della nipote e alle
giustificazioni della moglie le minacciava fieramente amendue, quando
fu chiamato. Uscì chiudendo la porta e portandone seco la chiave. Esse
dunque si trovarono prigioniere. La Montoni guardava intorno a sè
cercando un mezzo di fuggire. Ma come farlo? Sapeva pur troppo fino a
qual punto il castello fosse forte, e con qual vigilanza guardato.
Tremava di affidare il suo destino al capriccio d'un servo, di cui
conveniva mendicare l'assistenza.
Frattanto intesero gran tumulto e confusione nella galleria; alle
volte si sentiva il cozzar delle spade. La provocazione di Montoni, la
sua impetuosità, la sua violenza, facevano supporre ad Emilia che le
armi sole potessero finire l'orribile contesa. La zia aveva esaurite
tutte le espressioni dello sdegno, e la nipote tutte le frasi
consolanti. Tacevano amendue in quella specie di calma, che succede
nella natura al conflitto degli elementi. Le circostanze di cui Emilia
era stata testimone le rappresentavano mille confusi timori, e le sue
idee succedevansi in tumultuoso disordine; fu scossa dalla sua
meditazione sentendo battere alla porta, e riconobbe la voce di
Annetta.
«Mia cara signora, aprite: ho molte cose da raccontarvi,» diceva
sottovoce la povera ragazza.--La porta è chiusa,» rispose la
padrona.--Sì, lo vedo, signora, ma per carità apritela.--Il padrone ha
portato seco la chiave.--O beata Vergine! che sarà di noi?--Aiutaci ad
uscire,» disse la Montoni. «Dov'è Lodovico?--Nella sala grande cogli
altri, che combatte valorosamente.--Combatte! e chi sono gli
altri?--Il padrone, tutti quei signori, e molti altri.--C'è qualche
ferito?» disse Emilia con voce tremante.--Sì, signora, ce n'è qualcuno
disteso in terra immerso nel sangue. Gran Dio! fate ch'io
possa entrare, signora; ah! eccoli che vengono; mi ammazzano
sicuramente.--Fuggi,» disse Emilia, «fuggi; noi non possiamo aprirti.»
Annetta ripetè che venivano, e fuggì.
«Calmatevi, zia,» disse Emilia, «per pietà, calmatevi; essi vengono
forse per liberarci. Chi sa che il signor Montoni non sia già vinto.
--Eccoli,» gridò la zia, «li sento venire.»
Emilia alzò gli occhi languenti verso la porta, spaventata al maggior
segno. Fu messa la chiave nella serratura; la porta si aprì, ed entrò
Montoni seguito da tre satelliti. «Eseguite i miei ordini,» disse loro
accennando la moglie; essa mise un grido e fu trascinata via sul
momento. Emilia cadde priva di sensi sur una sedia: allorchè rinvenne,
si vide sola, e guardando per tutta la stanza con occhi smarriti,
sembrava interrogare ogni cosa sul destino della zia. Finalmente, si
alzò per esaminare, quantunque con poca speranza, se la porta era
libera, e la trovò aperta. Si avanzò timidamente nella galleria,
incerta ove dovesse andare. Suo primo desiderio fu di ottenere qualche
notizia sul destino della zia. Scese nel tinello. A misura che si
avanzava, sentiva da lontano voci irate: le facce che incontrava pei
numerosi anditi e la confusione che regnava aumentavano il di lei
spavento. In fine arrivò nella stanza che cercava, ma non c'era
alcuno. Non potendo più reggersi in piedi, si riposò un momento.
Riflettè che avrebbe invano cercata la zia nell'immenso laberinto di
quel castello, che pareva assediato dai briganti. Pensò dunque a
tornare nella sua camera, ma temeva d'incontrarsi in que' feroci,
quando un sordo mormorio interruppe il cupo silenzio; il rumore
cresceva: distinse qualche voce e sentì passi che s'accostavano. Si
alzò per andarsene ma venivano appunto per l'unica via ch'ella potesse
seguire: pensò dunque di aspettare che fossero entrati. Udì gemiti, e
vide poco dopo comparire un uomo portato da quattro. Atterrita a
questo spettacolo, ebbe appena forza bastante per tornare alla sua
camera senza poter conoscere chi fosse l'infelice circondato da quella
gente, che nella confusione non l'aveano veduta.
Il suo affetto per la zia diveniva sempre maggiore; si ricordava che
Montoni l'aveva minacciata di chiuderla nella torre di levante, ed era
probabile che tal castigo avesse soddisfatto la di lui vendetta.
Risolse dunque, nel corso della notte, di cercare una via per recarsi
a quella torre. Sapeva bene che non avrebbe potuto efficacemente
soccorrere la zia, ma credè che nel suo tristo carcere sarebbe stata
sempre una consolazione per lei l'udire la voce della nipote. Alcune
ore passarono così nella solitudine e nel silenzio, e parve che
Montoni l'avesse obliata del tutto. Appena fu notte, vennero appostate
le sentinelle.
L'oscurità della camera rianimò il terrore di Emilia. Appoggiata alla
finestra, fu assalita da mille idee disgustose. «E che!» diceva ella;
«se qualcuno di questi banditi, col favor delle tenebre,
s'introducesse nella mia camera, cosa avverrebbe di me?» Poi,
ricordando l'abitante misterioso della camera vicina, il suo terrore
mutò oggetto. «Non è un prigioniero, benchè resti nascosto in quella
stanza; non è Montoni che lo chiuda per di fuori, ma è l'incognito
stesso che si prende questa cura.» Facendo tutte queste riflessioni,
si ritirò dalla finestra, ed accese il lume. Si affrettò quindi ad
assicurare alla meglio l'uscio della scala. Questo lavoro l'occupò
sino a mezzanotte. Tutto era quieto, nè si udiva che i passi della
sentinella sul bastione. Aprì la porta con cautela, e vedendo e
sentendo una perfettissima calma, uscì; ma appena ebbe fatti pochi
passi, vide un fioco chiarore sui muri della galleria. Rientrò in
camera, e chiuse la porta, immaginandosi che forse Montoni andasse a
fare la sua visita all'incognito. Dopo mezz'ora circa uscì di nuovo, e
non vedendo nessuno, prese la direzione della scala di tramontana,
immaginandosi di poter ivi più facilmente trovare la torre. Si fermava
spesso, ascoltando con paura il fischiar del vento, e guardando da
lontano attraverso l'oscurità dei lunghi androni. Finalmente giunse
alla scala che cercava, la quale metteva in due passaggi diversi.
Esitò alcun poco, e scelse quello che conduceva in una vasta
galleria.
La solitudine di quel luogo la gelò di spavento, e tremava perfino
all'eco de' propri passi. D'improvviso le parve sentire una voce, e
temendo egualmente d'avanzarsi o di retrocedere, rimase immobile,
osando appena alzar gli occhi. Le parve che quella voce proferisse
lamenti, e venne confermata in quest'idea da un lungo gemito. Credè
potesse essere sua zia, e si avanzò verso quella parte. Nulladimeno,
prima di parlare, tremava di confidarsi con qualche indiscreto che
potesse denunziarla a Montoni. La persona, qualunque fosse, pareva
afflittissima. Mentre titubava, quella voce chiamò Lodovico. Emilia
allora riconobbe Annetta, e tutta lieta si accostò per risponderle.
«Lodovico!» gridava Annetta piangendo; «Lodovico!
--Son io,» disse Emilia, tentando aprir la porta, «Ma come sei tu qui?
Chi ti ha rinchiusa?
--Lodovico! Lodovico!
--Non è Lodovico; sono io, è Emilia.»
Annetta cessò di piangere e tacque.
«Se tu puoi aprir la porta, entrerò,» disse Emilia; «non temer di
nulla.
--Lodovico! oh Lodovico!» gridava Annetta.
Emilia perdeva la pazienza, e temendo di essere scoperta, voleva
andarsene; ma riflettè che la ragazza potrebbe aver qualche notizia
sulla zia, o almeno avrebbe potuto indicarle la strada della torre.
Ottenne infine una risposta, benchè poco soddisfacente. Annetta non
sapeva nulla della padrona, e scongiuravala soltanto di dirle cosa
fosse stato di Lodovico. Emilia rispose non saperlo, e le domandò come
mai si trovasse rinchiusa là entro.
«Mi ha messo qui Lodovico. Dopo esser fuggita dal gabinetto della
padrona, io correva senza saper dove: lo incontrai nella galleria, ed
egli mi ha confinata in questa camera, portando via la chiave,
affinchè non mi accadesse alcun male. Mi ha promesso di tornare
quando tutto sarà quieto. Ma è già tardi, e non lo veggo venire; chi
sa che non l'abbiano ucciso?»
Emilia si rammentò allora l'individuo ferito da lei veduto trasportare
nella sala, e non dubitò più che non fosse Lodovico, ma nol disse.
Impaziente di saper qualcosa della zia, la pregò d'insegnarle la
strada della torre.
«Oh! non vi andate, signorina, per l'amor di Dio, non mi lasciate qui
sola.
«Ma, Annetta cara,» rispose Emilia, «non creder già ch'io possa restar
qui tutta notte. Insegnami la strada della torre, e domattina mi
occuperò della tua liberazione.
--Beata Maria!» disse Annetta; «dovrò dunque star qui tutta la notte?
Morirò dalla paura e dalla fame, non avendo mangiato nulla dopo il
pranzo.»
Emilia potè a stento contener le risa a queste espressioni. Infine ne
ottenne una specie di direzione verso la torre orientale. Dopo molte
ricerche, giunse alla scala della torre, e si fermò un istante per
fortificare il suo coraggio col sentimento del dovere. Mentre
esaminava quel luogo, vide una porta in faccia alla scala. Incerta se
questa la condurrebbe dalla zia, tirò il chiavistello e l'aprì. Si
avvide che metteva sul bastione, e l'aria le spense quasi il lume. Le
nubi agitate dai venti stentavano a lasciar vedere alcune stelle,
raddoppiando gli orrori della notte. Rinchiuse la porta e salì.
L'immagine della zia, pugnalata forse per mano istessa del marito,
venne a spaventarla; e si pentì d'aver osato recarsi in quel luogo. Ma
il dovere trionfò della paura, e continuò a camminare. Tutto era
calmo. Finalmente le colpì gli sguardi una striscia di sangue sulla
scala; le pareti e tutti i gradini n'erano aspersi. Si fermò
sforzandosi di sostenersi, e la sua mano tremante lasciò quasi cadere
il lume. Non sentiva nulla; quella torre non pareva abitata da anima
viva. Si rimproverò mille volte di essere uscita; temeva sempre di
scoprire qualche nuovo oggetto d'orrore; eppure, prossima al termine
delle sue ricerche, non sapeva risolversi a perderne il frutto.
Riprese coraggio, e giunta alla torre, vide un'altra porta e l'aprì. I
fiochi raggi della lampada non le lasciarono vedere che mura umide e
nude. Entrando in quella stanza, e nella spaventosa aspettativa di
ritrovarvi il cadavere della zia, vide qualcosa in un canto, e colpita
da un'orribile convinzione, restò alcun tempo immobile. Animata quindi
da una specie di disperazione, si accostò all'oggetto del suo terrore,
e riconobbe un vecchio arnese militare, sotto al quale erano
ammucchiate armi. Mentre si dirigeva alla scala per uscire, vide
un'altra porta chiusa di fuori con un catenaccio, e dinanzi alla quale
si vedevano altre orme di sangue: chiamò ad alta voce la zia, ma
nessuno rispose. «Essa è morta!» sclamò allora; «l'hanno uccisa; il
suo sangue rosseggia questi gradini.» Perdè tutta la forza, depose il
lume, e sedette sulla scala. Dopo nuovi inutili sforzi per aprire,
scese per tornare alla sua camera. Appena fu nel corridoio, vide
Montoni, e spaventata più che mai, si gettò in un angolo per non
incontrarlo. Gli sentì chiudere una porta, l'istessa ch'ella avea già
notato. Ne ascoltò i passi allontanarsi, e quando l'estrema distanza
non le permise più di distinguerlo, entrò in camera e coricossi.
Già biancheggiava l'alba e le palpebre d'Emilia non eransi ancora
chiuse al sonno; ma alfine la natura spossata diè qualche tregua alle
sue pene.