bugiardo, e affermandolo direi bugia. Ma io nacqui al mondo sotto
cattivo pianeta, assai disgraziato. Ma se voi deposta la còlera e
l'ira, volete intendere il vero, il dico liberamente: e vo' che siate
il mio giudice, poi ch'io purgherò le mie calunnie, e m'averete per un
uomo da bene.
FILIGENIO. Vien qua, rispondimi a quanto ti domando.
FORCA. Eccomi.
FILIGENIO. Non hai tu tinto la faccia di carboni a mio figlio e
vendutolo al ruffiano? poi tinta la faccia di carboni alla puttana, e
l'hai fatta comprar da me, facendomi pregar da Alessandro?
FORCA. Giesú! vostro figlio va libero per la cittá con la faccia
bianca per testimonio della veritá e di colui che vi ha detto il
contrario. Ma ditemi, di grazia, la puttana, che avete comprata con la
faccia tinta, l'avete lavata la faccia per scoprir la veritá?
FILIGENIO. Non io.
FORCA. Perché dunque, per far la prova delle altrui astuzie e della
mia furfantaria, non faceste tal esperienza? Dio vel perdoni! ché,
chiarito della veritá, or con giusta cagione avresti cagione di
uccidermi di bastonate, disgraziar vostro figlio e dolervi di
Alessandro senza scusa.
FILIGENIO. Non m'hai tu chiesto cento scudi per dargli al dottore, con
darmi ad intendere che voleva rifiutar la puttana?
FORCA. Voi li avete dati a me, io al dottore.
FILIGENIO. Egli m'ha detto che ciò non fu mai, e che ha duomila scudi
al banco per suo servigio.
FORCA. Chiamo in testimonio Iddio!
FILIGENIO. Chiami in testimonio chi è tuo nemico capitale.
FORCA. Dubito che v'abbia negato questo per farsi qualche altra somma
di maggior importanza: però state in cervello, perché è un gran baro,
vostro nimico, del figlio e mio; e dubito che non ve l'abbi attaccata
giá; e faccia Dio che il mio dubitar sia vano!
FILIGENIO. Ma a vostro dispetto io ho ricoverati i miei cento ducati e
scacciata la puttana di casa.
FORCA. Che cento scudi? che puttana?
FILIGENIO. Quella che m'avea pregato Alessandro ch'avesse comprata per
lui.
FORCA. O padrone, avete avuto gran torto creder piú ad un bugiardo che
ad Alessandro, gentiluomo amico e mio vicino. Com'egli sappia questo,
s'adirerá con voi.
FILIGENIO. Tu sei un gran ladro.
FORCA. Sarò piú tosto un grande indovino.
FILIGENIO. Tu pensi aggirarmi di nuovo, ma non m'aggirerai.
FORCA. È vero, perché sète stato aggirato giá.
FILIGENIO. Sempre tu meschi un poco di veritá per darmi ad intendere
una gran bugia.
FORCA. Ed or avete creduta una gran bugia senza punto di veritá. Vi
dico il vero, non vi sono adulatore, se non l'avete per male; ma Iddio
m'aiutará.
FILIGENIO. Iddio non aiuta forfanti pari tuoi.
FORCA. Ma ecco Alessandro. Oh, siate il ben venuto: da lui potrete
intendere il vero.
SCENA XI.
ALESSANDRO, FILIGENIO, FORCA.
ALESSANDRO. Vengo desioso a trovar Filigenio mio amicissimo.
FILIGENIO. Anzi capitalissimo inimico; e vo' piú tosto l'odio di
molti, che la tua amicizia, ...
ALESSANDRO. Questo è un principio d'una grande ingiuria.
FILIGENIO. ... poiché cosí trattate gli amici vostri.
ALESSANDRO. Oimè, che dite?
FILIGENIO. Il vero. Con iscusa che fate piacere ad un mio figliuolo,
fate a lui e a me un grandissimo dispiacere.
ALESSANDRO. Questa è una maniera di notarmi d'infideltá, e queste
parole pungenti fanno disconvenevole ogni convenevolezza, e io da ogni
persona aspetterei di udir simili parole fuorché da voi, il qual non
offesi mai in cosa alcuna, se pur non ho offeso in averlo
soverchiamente riverito e onorato.
FILIGENIO. Cose indegne di buon vicino.
ALESSANDRO. La sinceritá della mia fede credo l'avete veduta agli
effetti.
FILIGENIO. Non merita questo l'amore.
ALESSANDRO. Lassatemi dire.
FILIGENIO. Non voglio.
ALESSANDRO. Ascoltate.
FILIGENIO. Non piú parole.
ALESSANDRO. Io, io ...
FILIGENIO. Anzi io ...
ALESSANDRO. Tacete, ché non sapete quello che voglia dire.
FILIGENIO. Né voi sapete quello che voglio rispondere. Non meritava
questo l'amor che vi ho portato; e v'ho stimato gen-* *tiluomo, né vi
diedi cagion mai di dolervi di me, ma servirvi di quanto ho potuto.
ALESSANDRO. Confesso aver ricevuto da voi molti favori, e confesso
parimente non averli riservíti non per mancamento d'animo, ma
d'occasione.
FILIGENIO. Voi me l'avete resi con iniquo cambio che non sarebbe stato
fatto ad un turco; ma dice bene il proverbio: che molti benefíci fanno
un uomo ingrato.
ALESSANDRO. Orsú, perché avete sfogata l'ira con ingiuriarmi, sarebbe
di ragione, se non prima, mi dicesti la cagione di che vi dolete di
me; perché le vostre parole mi sono ferite mortali che mi trapassano
il core. Non mi fate piú penare.
FILIGENIO. Guarda simulazione.
ALESSANDRO. In che v'ho offeso, accusandomi tanto d'ingratitudine?
FILIGENIO. Anzi di sfacciataggine e di furfantaria.
ALESSANDRO. Ah, dir cosí sfacciatamente mal degli uomini è ufficio di
tirannica lingua! però, di grazia, ponete freno alla lingua
nell'ingiuriarmi, accioché non la scioglia allo sdegno per difendermi.
FILIGENIO. Perché, con iscusa di farmi comprar un schiavo per un
vostro amico, me avete fatto comprar l'amica del mio figliuolo e
fattalami condurre a casa?
ALESSANDRO. Mi fo la croce; overo ciò dite per schernirmi, o forse vi
movete da alcuna falsa informazione.
FORCA. Vedrete, padrone, che tutto sará falsitá quanto vi è stato
detto.
FILIGENIO. Ed in cose di niente farmi ruffiano di mio figlio?
ALESSANDRO. Ditemi se di giá avete comprato lo schiavo e dove sia.
FILIGENIO. L'avea comprato giá e ridotto a casa; poi, venuto il
dottore, mi disse ch'era la bagascia di mio figlio, tinta la faccia di
carboni, vestita da maschio; l'ho cacciata di casa e lasciatala a lui.
ALESSANDRO. O Dio, che cosa mi dite? O fortuna traditora, a che son
condotto! io son il piú disperato uomo del mondo! Sappiate che il
dottore è mio capital nemico, e per cagion di costui non l'ho voluto
comprar io, ma pregatone voi, accioché mi aveste a ciò favorito.
FORCA. Che vi dissi, padrone?
ALESSANDRO. Vo' scoprirvi l'importanza. Gli mesi a dietro, in una
battaglia navale si fe' giornata tra il re di Marocco e il re di
Borno: fu sconfitto il re di Borno, e il figlio, il quale è costui,
fuggendo in una nave sbattuta dalla furia della tempesta, venne in
Italia; non essendo conosciuto, fu venduto per ischiavo. I suoi
parenti han perciò inviato trentamila scudi per lo suo riscatto e
restituirlo al suo reame. Il dottor ha lettere del re de' mori per
inviarlo a lui: avendolo in mano, o lo fará morire in una prigione o
li taglierá la testa. Onde il dottore, per guadagnarsi questi danari,
m'ha fatto il tradimento.
FILIGENIO. Egli m'ha dato i cento scudi. Eccoli qui.
ALESSANDRO. Io non vo' ricevere altramente i cento scudi; ma vo' lo
schiavo overo oprare in modo me si restituisca.
FILIGENIO. Come può esser che il fatto non sia fatto? Io non stimava
tal cosa: essendo come voi dite, io mi pento di averlo venduto.
ALESSANDRO. A che mi giova ora il vostro pentimento? Convien ad un
uomo della qualitá ed esperienza che voi sète, dar cosí subita
credenza ad un uomo senza onore e senza anima, che con un velo
d'ipocresia cuopre ogni sua sceleraggine, e stima, non dico me, ma
vostro figlio che è un de' piú gentili giovani della cittá nostra, per
un tristo uomo?
FORCA. Non vi dissi ch'era vostro inimico?
FILIGENIO. Ecco i cento scudi.
ALESSANDRO. Or questa sarebbe bella: per cento scudi pagarne
trentamila! Egli se li guadagnará, e mandará quel povero giovane al
macello overo ad una perpetua prigionia; ed io volea restituirlo al
suo regno.
FILIGENIO. Ho peccato semplicemente; confesso l'errore, e se vi piace,
confermarò con giuramento la mia ignoranza. Poiché siam qui, facciasi
quel che si può per rimediarci.
ALESSANDRO. Se avevate comprato lo schiavo in nome mio e con i miei
danari, quello era mio, e voi non avevate piú potestá sovra quello; e
avendolo venduto, sará in vostro pregiudizio, perché avete venduto
quello che non era vostro. L'error vi costerá caro. Andrò a' superiori
e mi farò far giustizia: forse sarete condannato agli interessi.
FILIGENIO. Dio me ne guardi! ecco i vostri danari.
ALESSANDRO. Io non gli torrò per non far pregiudicio alle mie ragioni.
Andrò a Sua Eccellenza, raccontarò il fatto: ella dará ordine di
quello che ará a farsi. M'incresce nell'anima ch'abbia a venir con
voi, che v'ho stimato mio padre e padrone, a termini cosí fatti.
FILIGENIO. O Iddio, che intrighi son questi ove mi trovo? Va', Forca,
e vedi se puoi far nulla.
FORCA. Padron, perdonatemi, sète stato frettoloso a credere ed estimar
vostro figlio e un amico come Alessandro, un assassino--ché l'uno vi
fu sempre ubidientissimo e l'altro venti anni un buon vicino,--e me
per un ladro, che v'ho servito venti anni fedelmente.
FILIGENIO. Eccoti i cento scudi: almeno non arò rimordimento di
conscienza di aver fatto cosa con malizia. Togli anco questa catena
d'oro che val quattrocento, e vedi si puoi rimediare.
FORCA. Non lascierò tentar per ogni via, per amor vostro. Io vo.
FILIGENIO. Camina.
SCENA XII.
DOTTORE, FILIGENIO, PANFAGO, MUTO.
DOTTORE. Férmati, Filigenio, non entrare ancora: avemo a trattare
alcune cose insieme.
FILIGENIO. Pur hai animo comparirmi dinanzi, giuntatore: non vedo io
che porti scolpita nella fronte la sfacciataggine?
DOTTORE. Che hai tu meco? vuoi esser forse il primo a gridare, per
mostrar in un certo modo che abbi ragione o dar qualche color di
giustizia alla tua ingiustizia?
FILIGENIO. Mi dái ad intendere che lo schiavo era la bagascia di mio
figlio, ed era il figlio del re di Borno, qual con inganno m'hai tolto
di mano per farlo essere decapitato?
DOTTORE. Che re di Borno, che decapitare? io non so se tu stai ne'
tuoi sensi. Io pensava riscattar la mia innamorata Melitea; poi,
avendola condotta a casa e lavatagli la faccia, ho ritrovato un
maschio e altro di quel che pensava: eccolo qui.
FILIGENIO. Chi è dunque?
DOTTORE. Tanto ne so io quanto tu.
FILIGENIO. O Dio, che girandole son queste? che vuoi tu dunque da me?
DOTTORE. Che ti togli il tuo schiavo e mi torni i miei cento scudi.
FILIGENIO. Che so io se lo schiavo che m'hai tolto di casa sia quel
che mi rimeni?
DOTTORE. Che so io che Melitea che fu portata in casa vostra non sia
stata scambiata e posto costui in suo luogo?
FILIGENIO. Eccomi diversamente incappato in una lunga rete di
artifici: e quanto piú cerco svilupparmene, piú mi ci trovo dentro,
senza trametter tempo di mutar consiglio. Se tu non stavi sicuro che
fusse quella che desiavi, a che venire a chiederlami con tanta voglia?
DOTTORE. E se non stavi securo che fusse l'innamorata di tuo figlio,
perché subito non consignarlami?
FILIGENIO. Io dubito che con l'arte non vogliate schernir l'arte. Ma
vien qua: chi sei tu che ti hai lasciato vendere? perché non rispondi?
di', parla. Sta saldo, come se a lui non dicessi.
PANFAGO. Non vedi che con le mani fa ufficio della lingua, e con
tacito parlar dice che non sa nulla?
DOTTORE. Non so che voglia dir, io. Panfago, dove vai?
PANFAGO. Questo è quel pazzo di poco anzi, nol conoscete?
DOTTORE. Certo che mi par quello: ride, salta e cava fuor la lingua.
PANFAGO. Scampa, dottore, ché non ti còglia un'altra volta.
FILIGENIO. Vien qui. Dimmi: chi sei tu? parlavi poco anzi come un
filosofo; come hai or cosí perduta la lingua? Se non rispondi, ti
rompo la testa. Oimè, oimè; aiuto, aiuto, ché costui non m'ammazzi!
Chi mi ha portato costui dinanzi? a me con beffe? sarò uomo da
vendicarmene.
ATTO V.
SCENA I.
CAPITANO de birri, FORCA, ALESSANDRO, PIRINO, PANFAGO.
CAPITANO. Eccoci qui apparecchiati a servirvi.
FORCA. Or ponetevi qui in agguato; e passando quel furfante, lo
pigliarete e strascinatelo in prigione.
PIRINO. Ecco Alessandro. La cosa va bene.
FORCA. Tolto che voi l'arete, andremo in casa sua, che quivi troveremo
le vesti e le robbe che ha rubate, e le porteremo in Vicaria.
CAPITANO. Cosí faremo.
FORCA. Eccolo che giá viene.
PANFAGO. Quel maledetto pazzo ha mancato poco a strangolarmi: ho
passato un gran pericolo.
FORCA. (In un maggior incorrerai).
PANFAGO. Son stato tutto oggi in travaglio, e non ho potuto tòrre un
maledetto boccone.
FORCA. (Via piú gran travaglio ti sta apparecchiato, e non cenerai per
questa notte, ché dormirai in un criminale).
PANFAGO. Quel dottoraccio sta arrabbiato, ché non ha trovato la sua
innamorata: né ha cenato egli né ha fatto cenar me.
FORCA. O voi, togliete questo ladro traditore.
PANFAGO. Io ladro, eh? voi m'avete rubbato il pasto, e io sono il
ladro! Che volete da me?
FORCA. Lo saprai quando starai attaccato alla corda, e il confessarai
a tuo marcio dispetto.
PANFAGO. Lasciate le mani voi: perché mi ligate?
ALESSANDRO. Legatelo bene che non vi scappi; ché non è questa la prima
volta che ha patiti simili affronti. Vuoi tu negar, ladronaccio, che
non sia entrato in casa mia, rubbatemi certe vesti da raguseo d'un mio
amico, quelle di uno schiavo e molte cose da mangiare, come provature,
salcicciotti e barili di malvaggia?
PANFAGO. Quelle vesti con le quali v'ho servito oggi e che voi mi
prestaste?
ALESSANDRO. Io non so chi tu sia, e non t'ho visto fin ora: questi
sono i testimoni che ti han visto entrare in casa mia, rubbarle e
portarle via.
PANFAGO. Ed è questo atto da gentiluomo? Cosí vi sète concertati con
Forca, per vendicarvi dell'offesa che v'ho fatta.
ALESSANDRO. Che offesa? Capitano, ecco la sua casa: voi lo serrate qui
ligato; e voi altri entrate e cercate la casa, ché le trovarete, se
non l'ará sbalzate in altra parte.
PANFAGO. O Dio, che cosa avete inventato contro di me! Troppo acre
vendetta per sí picciola offesa.
ALESSANDRO. Che vendetta, ladronaccio? pensi con le tue paroline
scappare ch'oggi il boia non ti abbia a far una pavana senza suoni
sovra le spalle?
FORCA. Ecco le vesti, ecco le robbe toltemi! cosí, furfantaccio,
s'entra nelle case di gentiluomini e si vuotano le casse? Su,
strascinatelo in Vicaria.
PANFAGO. O Dio, lasciatemi tor prima un bicchiero di vino, ché la gola
mi sta tanto asciutta che non ne può uscir parola.
FORCA. Te la stringerá il capestro, la gola.
PANFAGO. O gola, mi farai morir appiccato per la gola.
ALESSANDRO. Su, caminate, andate via.
PANFAGO. Vorrei sapere il vostro disegno, io.
ALESSANDRO. Il nostro disegno? non lasciarti mai finché tu non muoia
appiccato.
PANFAGO. Merito questo io per avervi cosí ben servito?
ALESSANDRO. Non si trova gastigo che basti a meritar la tua ladreria.
Capitano, di grazia, fatelo strascinare, ch'io mi muoio di voglia di
vederlo appicato presto.
PANFAGO. Oimè, oimè, perché con tanta fretta?
ALESSANDRO. Perché cosí meritano i pari tuoi.
SCENA II.
RAGUSEO, MANGONE, ISOCO.
CAPITANO. Io non so che hai tu meco né che cerchi da me: che sai tu
chi sia io, se questa è la prima volta che pongo il piede in questa
terra? e tu come una infernal furia mi persegui!
MANGONE. Vo' che mi restituisca la mia robba, poiché per tuo conto io
son stato miseramente assassinato.
CAPITANO. O che tu sei infernetichito o devi star ubbriaco, poiché
cerchi da un uomo che mai vedesti, che ti restituisca la tua robba.
MANGONE. Io non ho visto te, ma sí ben il tuo fattore che, vendutomi
un schiavo in tuo nome, m'ha rubbata la schiava mia.
CAPITANO. Io non ho fattori, ma disfattori sí bene; e il fattore servo
e mastro di casa e padron della nave son io stesso.
MANGONE. Tanto è: egli mandatomi da te venne a cercarmi a casa, con
dir che volevate tener conto meco di vendere e comprar schiavi.
CAPITANO. Come si chiamava quell'uomo?
MANGONE. Maltivenga.
CAPITANO. Mal ti venga e mille cancheri e mille ruine!
MANGONE. E non contento di avermi rubbata la mia schiava, per
svillaneggiarmi mi mandasti un presente pieno di furfanterie, con
dirmi ch'eran le miglior robbe di Raguggia.
CAPITANO. Le robbe di Raguggia son buone: e stimo che le robbe di
Napoli, come tu sai, sieno piene di furfantarie e di sporchezze; e se
tutti i napolitani sono come tu sei, dal cattivo saggio che me ne dái,
son uomo da tornarmene in nave or ora, far vela e girmene all'Indie
nuove, per non aver a far con simili uomini.
MANGONE. Qui in Napoli avemo buona ragione.
CAPITANO. A me par che ve ne sia molto poca; perché tu mi richiedi di
cose senza ragione, mi molesti con poca ragione e mi provochi a ira
con molta ragione.
MANGONE. Oh, seria bella certo, ch'essendo tu solo e forastiero, senza
aver alcuno per te, volessi vincer me che ho parenti e amici nella mia
terra.
CAPITANO. Dimmi, ch'è l'arte tua?
MANGONE. Comprare schiavi e schiave belle e venderle poi a' giovani
che se n'innamorano.
CAPITANO. Come se dicessi ruffiano.
MANGONE. Come se tu lo dicessi e io ci fussi. Non mi vergogno
dell'arte mia; ma qual arte è la tua?
CAPITANO. Di corseggiar mari e lidi de' nemici e andar facendo prede.
MANGONE. Come si dicessi un spogliamari, saccheggialidi, cacciator
d'uomini; come si dicessi un ladro publico.
CAPITANO. Piacesse a Dio che il mar ben spesso non spogliasse e
rubasse me!
MANGONE. Or tu che osi rubar i lidi e i mari e gli stessi ladri, hai
osato rubar ancor a me.
CAPITANO. O ruffiano, lassemi stare.
MANGONE. O ladro de' ladri publichi, tornami quel che m'hai rubato.
CAPITANO. Un corsaro si chiama soldato e non ladro.
MANGONE. Tu sei un di quei soldati che non dái batterie se non alle
case private e alle porte delle botteghe.
CAPITANO. O fussi incontrato piú tosto con la nave in un scoglio che
in costui!
MANGONE. O fussi venuto piú tosto in Napoli un diavolo che tu! Ma qui
arai condegno castigo delle tue opere, ché vendi i cristiani per
turchi e per mori.
CAPITANO. E tu fai peggio.
MANGONE. Qui ti saranno scontati i tuoi ladronecci.
CAPITANO. E a te le tue poltronerie.
MANGONE. E come un publico ladro morirai nell'aria publica.
CAPITANO. E tu per il tuo mestiero nel foco.
MANGONE. E tu che vai pescando gli uomini per lo mare, sarai pescato
dal mare.
CAPITANO. E tu lapidato da' giovani che rovini.
MANGONE. E se pur il mar ti rifiuta per un cattivo guadagno, un giorno
i turchi ne faranno vendetta per me, ché sarai impalato.
CAPITANO. Ed il boia la fará per me, ché sarai arrostito.
MANGONE. Mi pensava aver fatto un gran guadagno, che cotal mercatante
fusse venuto ad alloggiare in casa mia: bella mercanzia che hai
portata in Napoli!
CAPITANO. Ci ho portata una gran mercanzia di legne; e se le cerchi,
te ne darò a buon mercato quante ne cerchi.
MANGONE. Orsú, vieni innanzi al Reggente.
CAPITANO. Tu cerchi briga e n'arai.
MANGONE. Se non vieni di bona voglia, ti strascinarò a forza.
CAPITANO. Dubito che lo strascinato sarai tu.
ISOCO. Io son stato tacito insino adesso, stimando che la tua
importunitá avesse pur a far qualche fine; ma veggio che sei
soverchiamente temerario, e dubito che non facci temerario ancor me.
Ma forse non v'intendete l'un l'altro.
MANGONE. La ragione che ho, e l'importanza del fatto che importa
cinquecento ducati, faranno o che io uccida costui o che sia ucciso da
lui, perché non è cosa che ne possa passare.
ISOCO. Che costui non sia stato mai piú in Napoli e questa la prima
volta che sia sbarcato di nave, ne son buon testimone.
MANGONE. O che testimone! Mi venne un uomo da parte di costui e mi
chiamò per nome--Mangone!--e dissemi:--Poiché sei mercadante di
schiavi, il mio padron Rastello Fallatutti di Monteladrone ...
CAPITANO. Menti per la gola, ché rastello di Monteladrone sei tu!
ISOCO. Lascia dire.
MANGONE. ... ne ha portato una nave, e si vuol accomodar teco.
ISOCO. Férmati, di grazia. Tu sei colui che vendi schiavi e schiave,
che ti chiami Mangone?
MANGONE. Io son: mal per me!
ISOCO. Lasciamo il primo e cominciamo un altro ragionamento piú
importante. Son d'intorno a tre anni che certi uscocchi depredando i
lidi della Schiavonia, da una villa dove io abitava mi tolsero una
giovane bellissima; e mi fu riferito che la vendero in Napoli per
ducento ducati ad un mercadante di femine, detto Mangone.
MANGONE. È vero; e si chiama Melitea.
ISOCO. Non, no: quella si chiamava Alcesia.
MANGONE. Ho inteso ben dir da lei che si chiamava Alcesia; ma allora
che la comprai, si chiamava Melitea.
ISOCO. Che n'è di questa giovane?
MANGONE. Di questa giovane ragioniamo ora, che sotto nome di costui
m'è stata sbalzata da casa.
ISOCO. Sappi che quella Melitea, che tu dici, è donna libera e
gentildonna cristiana e non schiava; è figlia di un napolitano molto
ricco e importante.
MANGONE. Fusse alcuna altra trappola ordita tra voi, per rubbarmi
alcuna altra cosa?
ISOCO. Sappi che a questo effetto son venuto qui in Napoli, per saper
nuova di suo padre, se sia vivo o morto; e qui non son per tòrti
alcuna cosa, anzi per giovarti: ché ritrovandosi lei e suo padre,
sarai per averne una buona mancia. Ma, di grazia, sapete voi s'ella si
ricorda del nome di suo padre?
MANGONE. Di suo padre no, ma ben d'un suo balio detto Isoco, e d'una
sua balia detta Galasia.
ISOCO. Io son Isoco, e mia moglie, giá morta, era detta Galasia. Ma
oh, piaccia a Dio ch'essendo venuto qui per un fatto che non pensava
espedirlo in un anno, lo spedissi in un giorno e liberassi l'anima di
mia moglie e la mia da cosí fatta angoscia! Io vo' venir teco per
saper nuova di costei, e ritrovata, so che ti sará di non poco utile.
MANGONE. Pur che mi sia utile, eccomi pronto a far quanto comandi.
ISOCO. Di grazia, lasciamo il padron della nave che vada per i suoi
affari, ché quando saprai ch'egli abbia errato in alcuna cosa di quel
che ti duoli di lui, io voglio rifar il danno.
CAPITANO. Isoco, a dio.
SCENA III.
DOTTORE, MANGONE, ISOCO.
DOTTORE. Mangone, hai saputa alcuna novella di Melitea?
MANGONE. Sí bene, anzi di cose che voi non sapete.
DOTTORE. È dunque in poter di Pirino?
MANGONE. Dico altro che voi pensate.
DOTTORE. Che cosa dunque?
MANGONE. Melitea è libera e gentildonna.
DOTTORE. Che non sia qualche nuovo inganno ordito da Forca, per
schernir me dello amore e del desiderio di aver figliuoli?
MANGONE. L'uomo che qui vedete, dice ch'è napolitana, figlia di uomo
nobile e di gran qualitade.
DOTTORE. Certo che m'è carissimo, ch'essendo di buon legnaggio e
avendola per moglie, arò meno reprensori; e se per rispetto del mondo
faceva prima resistenza alle mie voglie, or le farò correre a tutto
freno. Gentiluomo, vi prego a narrarmi quanto sapete di lei.
ISOCO. Dico che questa giovane fu rapita dalla sua balia e portata in
Raguggia sua patria. La cagion della rapina fu che, nascendo la
bambina, morí sua madre nel parto; e restando la balia col padre in
casa, o che si fusse innamorato di lei o che fusse intemperante di sua
propria natura, la ricercò piú volte dell'onor suo. Ed avendogli ella
piú volte detto che nel fatto dell'onor non volea esser molestata in
conto veruno, che altrimente si partirebbe, ed egli non restando di
noiarla, non s'arrestò di quanto l'avea minacciato: onde, per fuggir
gli disonesti assalti del padrone, se ne fuggí di casa sua e se ne
venne con la bambina in Raguggia, dove dimorò tre anni. Abitando in un
suo podere alla costiera della marina, un vassello de scocchi la rubbò
e la vendé qui in Napoli ad uno mercatante di schiave, che si chiama
Mangone.
DOTTORE. Come si chiamava la balia?
ISOCO. Galasia.
DOTTORE. Galasia? oimè, che dici? e può esser questo? si ricorda la
fanciulla del nome di suo padre e di sua madre?
ISOCO. La fanciulla non se lo poteva ricordare, che non giongeva a duo
anni. Ma io l'ho inteso dir mille volte da Galasia che la madre si
chiamava Brianna e il padre il dottor Carisio.
DOTTORE. O Dio, che intendo? son desto o sogno? Ma tu come sai questo?
a che effetto sei venuto qui in Napoli?
ISOCO. Io lo so, che quando Galasia gionse in Raguggia, si maritò
meco; e siam vissuti insieme dodici anni, pensandomi sempre che questa
fanciulla fusse sua figlia, d'un suo primo marito. I mesi a dietro
venne a morte; e chiamatomi, mi pregò caldamente--e ne volse la fede
per iscarico della sua conscienza--che fusse venuto in Napoli e
cercato se fusse vivo quel dottore, e raccontargli il suo furto,
accioché n'andasse scarica e contenta all'altra vita; la qual cosa le
ho promesso e osservato.
DOTTORE. O Dio, non potrei esser oggi il piú felice uomo del mondo!
Dimmi, di grazia, che effigie avea quella fanciulla?
ISOCO. Era di viso un poco lunghetto, di guardo austero ma dolce, di
carnagione mescolata di rosso e latte, di capelli com'io, di maniere
assai signorili; e mostrava in tutte le cose esser di sangue
nobilissimo, di animo generoso e d'ingegno vivace.
DOTTORE. Questa è dessa, certissimo; ché i segni che mostrava in
quelle piccole membra, davan presagio che nella compita etá non
dovesse riuscir altrimente che le sue fattezze. Avea ella alcun
segnale nella persona?