diceva la balia che fu una gola che venne a sua madre di quei frutti,
e venne a caso a toccarsi alla mammella.
DOTTORE. Questa è dessa: non bisogna piú dubitare; e io son quel
dottor Carisio che tu dici. Ma dimmi, come è stata allevata la
fanciulla?
ISOCO. Questo posso ben giurarvi che, se ben in povera casa come la
nostra, non avria potuto esser meglio allevata nella vostra istessa:
appena ave avuto nella mia casa quella libertá che si conveniva
all'etá fanciullesca; ed ella si mostrò sempre gelosissima e rigida
defenditrice dell'onor suo.
DOTTORE. La rapina, la povertá, la lontananza da' suoi parenti, la
violenza de' corsari liberano la sua volontá d'ogni colpa di
disonestá, e massime in lei che per la sua soverchia bellezza chiama a
sé la violenza.
ISOCO. Non dite cosí; ché la generositá dello aspetto, la maestá della
bellezza sforza ancor le genti barbare a non cercarle cosa contra il
suo volere: e io vi giuro--poiché mi fu referito--che i corsari che me
la ruborno, la vendero come la tolsero da mia casa, con speranza di
cavarne piú guadagno.
MANGONE. Ed io vi assicuro di questo: ch'eglino, volendomela vendere
per vergine cinquanta ducati di piú, la feci veder dalle commari, ed
essendomi cosí affermato, li sborsai ducento ducati; e in mia casa è
stata cosí conservata come uscí dal corpo di sua madre.
DOTTORE. Che costumi mostrava in quella sua etá?
ISOCO. Di grande animo ne' pericoli, ardita con modestia, di nobiltá
umile e onoratissima nella bellezza: in un picciol corpo un gran
spirito. E sappiate che di queste arti niuno le fu maestro; ché dalle
fascie si portò seco simili parti da far invidia a qual si voglia
principalissima gentildonna.
DOTTORE. Io del suo acquisto e del non macchiato fior della sua
verginitá per molto stupore son fuor di me stesso. O infinita
Providenza, con quanti vari accidenti hai sospesi i nostri amori! per
non farci accoppiare insieme, e la sua onestá avesse pericolato con il
suo padre, hai fatto che Forca e Pirino con una gentil trappola abbian
schernito i miei desidèri e involatamela dal seno.
ISOCO. Di grazia, fatemela vedere, ché da' segni del suo conoscermi
conoscerete esser vero quanto vi ho detto.
DOTTORE. Su, Mangone, diasi ordine di ritrovarla: non si perda piú
tempo. Ma ecco Filigenio: viene a tempo per saper nuova di suo figlio.
ISOCO. Voi cercate di costei e datemi aviso di quel che sará.
SCENA IV.
FILIGENIO, DOTTORE, ISOCO.
FILIGENIO. Veggio venir il dottor verso me: qualche altra burla aranno
scoverta di Forca: non sará per finir tutto oggi.
DOTTORE. Filigenio, io vengo a ragionar di cose assai differenti dalle
passate, alle quali mai non pensaste: ora non è tempo di amori, ma di
compimenti di onore: e ben sapete che dove va l'onore, poco si prezza
la robba e la vita insieme.
FILIGENIO. Evi alcuna altra terza di cambio di farmi pagare?
DOTTORE. Ritenetevi ne' termini della prudenza e della creanza, e
ascoltate prima, ché non sapendo che abbiamo a narrare, potreste
prender error per parlar troppo.
FILIGENIO. Evi alcuna altra cosa scoverta di mio figlio?
DOTTORE. Io vengo or per coprir gli errori di vostro figlio e non
scoprirgli al mondo piú che sono. Sappiate che Melitea rapita da
vostro figliuolo, or non è corteggiana, come stimavate, ma gentildonna
libera e onorata.
FILIGENIO. Come può esser questo, essendo stata tanto tempo in casa di
un ruffiano?
DOTTORE. Di cosí picciola cosa vi meravigliate? vi sono ancora delle
cose maggiori. Vi dico in somma che è mia figliuola; che mi fu rapita
dalla balia, sendo piccina; e or l'abbiamo riconosciuto, come poi piú
minutamente restarete sodisfatto.
FILIGENIO. Mi rallegro della vostra ventura. Ma che cercate da me?
DOTTORE. Se ben non ho riconosciuta mia figlia, né so fin ora dove
sia, so ben che Forca e vostro figlio l'hanno sbalzata dalla casa di
Mangone. Voi sapete che ho tanta robba che posso giovar agli amici e
castigar gli inimici; e chi mi toglie lei, mi toglie l'onor mio: e
l'onor pone l'uomo in disperazione, e il disperato di se stesso non
può aver pietá di alcuno. Son uomo da far che i suoi amori gli costino
molto cari, e a voi, a Forca e a tutti i complici; e sará piú duro il
vero male che l'apparenza del falso bene. Nelle cose importanti si
conoscono i nobili da' plebei: se faremo alla scoverta, parlerò a Sua
Eccellenza, e con il braccio della giustizia, col favore degli amici e
de' parenti e de' danari ci offenderemo tra noi, e la cosa si
pubblicará; e il meglio sarebbe la secretezza possibile. Bastivi alfin
questo, che son padre e son uomo onorato.
FILIGENIO. Per dirvi la veritá, io non so cosa alcuna de' fatti suoi:
e tanto ne so ora, quanto da voi me n'è stato referito; che ben sapete
che i figli si nascondono da' padri nei loro amori, e noi siamo gli
ultimi a sapergli. Ma che si rimedino gli errori, io lo desidero piú
che voi.
DOTTORE. Come dunque faremo per rimediargli?
FILIGENIO. Ecco, ecco il secretario de' suoi pensieri: ecco qua il
domestico, il maiordomo maggiore, l'inventore e l'essecutore de' suoi
garbugli.
SCENA V.
FORCA, FILIGENIO, DOTTORE, ISOCO.
FORCA. (Or sí che potrò ben andar a sotterrarmi vivo per non incappar
nelle mani di costoro).
FILIGENIO. Forca, vieni a tempo: ascolta questo gentiluomo che dice.
DOTTORE. Forca mio, se per l'addietro t'ho odiato piú che la morte,
come ostacolo de' miei desidèri; or, come quello che mi hai tolto da
illeciti amori o disoneste nozze, te ne arò obligo eterno. Sappi che
Alcesia--non piú Melitea--non è schiava di Mangone, ma mia legittima
figliuola, che molti anni sono mi fu rapita dalla balia, come potrai
piú a lungo intenderlo da costui... .
ISOCO. Quanto dice questo gentiluomo tutto è vero.
DOTTORE. ... Onde io sapendo certissimo che tu e Pirino me l'avete
rubbata dalla casa di Mangone, e conoscendo voi l'importanza della
cosa, e conoscendo parimente che non posso tormi questa macchia
dell'onore se non mi sia restituita, vorrei che facesti pensiero di
effettuarlo.
FORCA. Io, in quanto Forca, son persuaso a bastanza; bisogna persuader
Pirino che ve la restituisca.
DOTTORE. Dove è Pirino, accioché possa ragionargli?
FORCA. Con Pirino non potrete ragionar altrimente; ma ragionate con me
quello che desiate ragionar con lui, e fate conto ch'io sia sua mente,
suo desiderio e ch'io ascolti con le sue orecchie e ch'io vi risponda
con la sua lingua.
DOTTORE. La somma è che mi restituisca la figlia.
FORCA. Ed in somma io dico ch'egli è innamorato di Melitea non di
amore ordinario o sopportabile, ma di un desiderio irrefrenabile; e si
privarebbe con assai piú agevolezza della vita che di lei. In somma
pensate ad ogni altra cosa che a riaverla; e potete pur ferneticare e
consumar il cervello a vostra posta.
DOTTORE. Io con la giustizia gli levarò Melitea con la vita.
FORCA. L'uno e l'altra si strangolerá, e preverrá con una morte
volontaria la violenta.
DOTTORE. Ti do podestá che s'elegga un marito, come saprá desiderarlo.
FORCA. Non bisogna piú elezione, ché se l'ha eletto giá; anzi una cosa
vi fo saper certissima: che né voi vedrete piú lei, né Filigenio il
suo Pirino.
DOTTORE. Come?
FORCA. Amboduo poco anzi, provisti delle cose necessarie, si sono
imbarcati per fuggirsene in luogo ove di loro non si sappia mai piú
novella.
FILIGENIO. Che cosa è quello che mi dici, Forca?
DOTTORE. Dunque a tempo che ho ritrovato la figlia, la perdo: e
avendola non l'avrò piú mai, ed era salva quando l'avea perduta!
FORCA. Egli non ha animo di comparirvi piú innanzi per vergogna, ed
ella per dubbio di non tornar di nuovo nelle mani di Mangone. Da lor
stessi s'han preso un volontario essiglio e vita pellegrina e vaga, e
sopportar ogni incommoditá e ogni miseria, purché vivano insieme e si
soddisfaccino l'un l'altro, e mostrino al mondo che i loro amori non
erano fondati in vani desidèri giovanili, ma su salde leggi di
santissimo matrimonio.
DOTTORE. Filigenio, io conosco che i matrimoni prima si dispongono in
Cielo e poi s'esseguiscono in terra, e che invano tenta umana forza
impedir quello che è ordinato lá su. A me par che sieno cosí ben
accoppiati fra loro, che né io né lui né tutto il mondo l'aría potuto
imaginare; e mi par ch'egli sia degno di lei, ella di lui. Io non ho
altro figlio, e la mia robba è di valor di quarantamila scudi; sono
nell'ultimo della mia etá e inabile alla sperata successione. Fate voi
la dote al vostro figlio. Né voi potrete restarvi di apparentar meco;
perché non so come meglio si possa rimediare all'acerbitá
dell'ingiuria che m'ha fatto vostro figlio.
FILIGENIO. A cosí buon partito che mi proponete, ogni cosa ch'io
rispondessi in contrario, mostrerei che fussi scemo di cervello; ed è
ben ragione che avendo io comprato la moglie al mio figlio, che voi
con buona dote ricompriate il mio figlio per vostra figlia: e come per
l'acquisto di lei è intricato con augurio di scherno, cosí vo' che,
mentre sia vivo, l'abbia ad esser non sposo ma schiavo di vostra
figlia.
DOTTORE. E mia figlia, perché sotto auspicio di schiava fu introdotta
in vostra casa, non che nuora, ma sia perpetua vostra schiava e di
vostro figliuolo: e dove si ha pensato uccellar me, ará posto
l'uccello in la sua gabbia.
FILIGENIO. Orsú, trovinsi costoro, e questa sera medesima facciamo le
nozze con reciproca sodisfazione. Forca, perché son chiari che l'uno è
dell'altro e non han piú dubio che sieno separati fra loro, falli
tornar da viaggio e menali a casa nostra.
FORCA. Vi do la mia parola giongerli nel viaggio e far ch'or ora li
veggiate qui presenti.
DOTTORE. Per l'amor di Dio, presto: ché non so se potrò viver tanto
che li veggia.
FILIGENIO. Io me ne vo a casa, a porla in ordine per questa sera.
SCENA VI.
DOTTORE, ISOCO.
DOTTORE. Or dimmi, di quelle cose che mi tolse Galasia, non ne ha
serbata alcuna Alcesia per ricordo di suo padre?
ISOCO. Sí bene: un anello con una fede scolpita, con certi piccioli
diamantini intorno; e certi bracciali d'oro che mia moglie tolse con
lei: e se l'ha ella sempre portati su' diti, e se i corsari non gli
han tolti, penso che debba avergli.
DOTTORE. Dimmi, avea ella mai desiderio di riveder suo padre?
ISOCO. Anzi, nel mezo sempre delle sue allegrezze si risentiva e si
rattristava, e con certi occulti e nascosti sospiri manifestava il
dolor della perdita di suo padre e il desiderio che avea di rivederlo,
e per lo piú sempre stava sommersa in una tacita malinconia.
DOTTORE. Dio cel perdoni! ché m'ha fatto buttar piú lacrime e piú
sospiri che non ho peli adosso, non solo ogni volta che mi ricordavo
le persone, ma quando io son venuto col pensiero da me stesso. Ma
eccola che viene.
ISOCO. Questa è Alcesia mia.
SCENA VII.
MELITEA, ISOCO, DOTTORE, PIRINO, FORCA.
MELITEA. O padre, non a me di minor riverenza di colui che m'ha
generato, perché m'hai nodrita e allevata con tante fatiche e
diligenze, oh quanto mi rallegro in vederti, vedendovi a tempo quando
meno sperava di rivedervi.
ISOCO. O figlia cara--ché all'amore e riverenza che vi porto non so
che altro nome chiamarvi,--che mi date tanta allegrezza in vedervi
quanto mi deste dispiacere essendomi rapita: o che nobile aspetto, o
come anco nelle miserie risplende la maestá della vostra bellezza!
MELITEA. Siami lecito abbracciarvi con quella riverenza come mio
padre: o mio caro e amato balio!
ISOCO. O amata e desiata figliuola!
MELITEA. O Dio, quanto presto sète fatto vecchio.
ISOCO. Il tempo camina, figlia: tenetelo voi, ché stia fermo, e io
terrò una medesima forma. Figlia, poiché hai conosciuto il tuo balio,
riconosci ora il tuo vero padre.
DOTTORE. Carissima figliuola, non ti ricorderesti del tuo vero nome?
MELITEA. Nascendo fui rapita dalla balia; poi, con piú malvaggia
fortuna, fui rapita da' corsari, i quali mi fecero questo oltraggio
che, rubbando me, mi rubbaro il mio vero nome, il quale è Alcesia.
DOTTORE. Dimmi, figliuola cara, non hai alcuna di quelle coselline
d'oro serbate teco, che ti diè Galasia mia moglie?
MELITEA. Signor mio, non ho altro che questo anello con una fede
scolpita, che l'ho sempre custodito con grandissima diligenza--se pur
Iddio mi avesse fatto grazia di riconoscere mio padre,--e questi
bracciali.
PIRINO. Moglie mia cara, perché mai prima mostrati non me l'avete?
MELITEA. Sposo mio, i segni sono segni a coloro che li conoscono. Ma
appresso quelli che non sanno che cosa sia, mi potrebbono piú tosto
esser cagione di cattiva fama, dubitando che l'abbi per alcun
ladroneccio o che alcuno innamorato me l'abbi donati.
DOTTORE. Pazzia sarebbe dubbitar piú che non sia mia figlia, e giá
m'accorgo che allo splendor degli occhi e dalla eccellenza della
bellezza, che rassomiglia a quella, quando era bambina: tu sei dessa,
e il tuo aspetto è bastevole a farti conoscere che tu sei nobile.
MELITEA. Gentiluomo, ecco alcuno altro segnale per lo quale possiate
rendervi piú certo che sia vostra figlia.
DOTTORE. Figlia, giá son certificato da tutti e son vinto da tutti i
segni, e finalmente mi chiamo vinto dalla di tutte cose vincitrice
natura, per tirarmi nel core una insopportabile alle-* *grezza. Figlia
dolcissima, lascia che ti abbracci e baci, e non trattenermi un cosí
dolce contento.
MELITEA. Gentiluomo mio, se ben voi sète certificato che io sia vostra
figlia, voglio anche io certificarmi se sète mio padre, né cerco altri
segni da voi se non un solo; se sète del medesimo voler che son io,
ché non conviene tra padri e figli diversa volontá. Io mi trovo esser
sposa, e amata da questo cavalliero senza inganni e senza simulazione,
piú svisceratamente che sia stata amata donna giamai; e per rendergli
guiderdone di tanto amore, l'ho amato e amo con tutto il core e tutta
l'anima mia: e sapendo certissimo che ogni debito può ricever cambio e
ricompenso, e solamente l'amore non può pagarsi se non con amore, me
l'ho eletto per isposo. Ed essere amata da lui è la mia gloria e mia
terrena beatitudine: me li sono data in tutto e per tutto, o che mi
schivi o che mi batta o mi venda in man di turchi. Mi contento del suo
contento; onde se voi avete la medesima volontá mia, sète mio padre,
altrimente io non ho padre né madre né altra persona al mondo se non
lui.
PIRINO. Caro signore, con che parole poss'io corrispondere a tanta
affezione, conoscendo che mi ama sovra il mio merito? qual uomo
sarebbe al mondo piú ingrato di me, se non l'amassi con tutto il
cuore? Da quel ponto che ci vedemmo insieme--o fusse caso o destino o
che cosí fusse piaciuto a Dio, per un gran pezzo sospesi insieme,
imaginandoci dove prima ci avessimo potuto vedere e riconoscerci
insieme, e quando avessimo avuto insieme domestichezza; e conoscendoci
fra noi l'un l'altro di merito proporzionato e l'un degno de
l'altro,--ci arrossimmo insieme e insieme ci impallidimmo; e insieme
chiedendo l'un a l'altro misericordia, con gli occhi pieni di lacrime
e riverenti, giurammo ne' nostri cuori di amarci fin alla morte.
DOTTORE. Carissimi figliuoli, se conosco l'uno e l'altro di giudicio
pieno e vivace, vi conosco in questo principalmente che cosí bene ambo
insieme accoppiati vi siete: onde io non son d'altra volontá che voi
medesimi, ed io ho impetrato da vostro padre licenza d'ammogliarvi
amboduo insieme: però abbraccio e bacio amboduo come miei carissimi
figliuoli. Ma io non so chi abbracciar prima, cosí egualmente vi amo e
desio. Solo ti priego, caro mio Pirino, ch'ami la mia figliuola come
l'hai amata per lo passato.
PIRINO. Se l'ho amata schiava, povera e in casa d'un ruffiano, che si
può dir piú? benché dalle sue maniere e sue creanze l'ho stimata
sempre nobile e onorata, or dico che se non conoscendola l'ho tanto
amata, quanto debbo or amarla sapendo che è vostra figlia? E quanto
m'ho imaginato di lei, tutto m'è riuscito.
DOTTORE. Figlia, entriamo in casa, ché ivi ragionaremo piú a lungo.
Forca, trova Mangone e digli che gli dono i cinquecento ducati e che
la mia facoltá è tutta sua; e chiama Panfago e liberalo dalla
prigionia.
PIRINO. Chiama ancora Alessandro, ché venghi a riconciliarsi con mio
padre e goder insieme con noi una commune allegrezza.
FORCA. Farò quanto comandate.
MELITEA. Forca mio, giá è tempo di riconoscerti de' piaceri ricevuti
da te.
PIRINO. Farò che questa sera sia tu libero e a parte d'ogni mio bene.
FORCA. Io non merito tanti favori. Spettatori, Alessandro, Panfago e
Mangone verranno a noi per la porta di dietro. Voi potrete andarvene a
vostro piacere; e se la comedia v'ha piaciuta come l'altre, fatele il
solito segno di allegrezza.
End of Project Gutenberg's La carbonaria, by Giambattista Della Porta