PANFAGO. Filace, conduci qui quel presente che mi portò il raguseo.
DOTTORE. Sai tu come si chiamava quel raguseo?
MANGONE. Sí bene, Rastello Fallatutti di Monteladrone.
DOTTORE. Se ti disse che si chiamava Rastello, ché ti rastellava, e
Fallatutti, ché fallava e ingannava tutti, come non ti guardavi che
non fallasse ancor te?
MANGONE. E il suo fattore si chiamava Rampicone di Maltivegna.
DOTTORE. Venghi il malanno a te e a lui; ma il mal t'è venuto.
MANGONE. E gli feci una buonissima collazione.
DOTTORE. Questo è il peggio, che facesti una collazione a chi te
ingannava.
MANGONE. Prego Iddio che gli facci mal pro.
PANFAGO. A te porta il presente, Filace.
MANGONE. Ponnosi veder le piú belle provature, formaggi, bottarghe e
barilotti di malvagía?
PANFAGO. Diteli che le provi un poco.
DOTTORE. Di grazia, provatene alcune.
MANGONE. Odorerò il vino. O gaglioffo traditore! il barilotto è pieno
di piscio, le bottarghe sono di mattoni, il formaggio di pietra e le
provature vessiche piene di sporchezza! O Dio, non gli bastava
l'ingiuria, se non giongeva ingiurie ad ingiurie!
DOTTORE. Con tutt'i mei guai pur mi vengon le risa. Fa' cercar meglio
per la casa se forse Melitea si fusse nascosta.
MANGONE. Camina su, bestiaccia; non lasciar luogo da cercare. Ma che
dispiacer feci mai a quel raguseo, ché mi avessi a trattar cosí male?
DOTTORE. Deve essere amico di Pirino e di Forca, e per far piacere a
loro è stato ministro del tuo danno.
MANGONE. Or che mi ricordo, avea una ciera di furfantaccio, d'un
malandrino, d'un ladrone, e rassomigliava tutto a costui.
PANFAGO. Menti per la gola, ch'io non ho ciera di malandrino.
MANGONE. Possa morir di mala morte, se tutto non rassomigliava a te!
PANFAGO. Mio padre fu raguseo, e in Raguggia ho un fratello che tutto
rassomiglia a me. Io non ce ho colpa né in fatti né in parole.
MANGONE. O Dio, che mi giova di essere uomo da bene, se la disgrazia
mi persegue e altri invidiano il mio guadagno? Se vi dovesse spendere
tutta la mia robba, io il porrò in mano del boia.
SCENA IV.
FILACE, DOTTORE, MANGONE, PANFAGO, MUTO.
FILACE. Padrone, ho ritrovato costui nascosto con le vesti di Melitea.
MANGONE. Ecco qui il ladro, ecco qui l'assassino, che ancor tiene
adosso le vesti di Melitea.
DOTTORE. Mangone, da costui si potrá sapere il fondamento del fatto.
MANGONE. Vien qui, traditore; onde hai tolte le vesti, ove è colei a
cui le togliesti?
DOTTORE. Mira come sta saldo, come se non dicesse a lui! non si degna
respondere. Dimmi, dove è quella donna padrona delle vesti che tieni
adosso?
MANGONE. Il manigoldo finge non intender; che parliamo noi arabo o
greco? Dimmi, come sei qui?
DOTTORE. Finge il sordo: noi parliamo ed ei mira altrove.
MANGONE. Mira che ride. Fa del fastoso e alieno; or si fa beffe di noi
e cava fuori la lingua.
DOTTORE. Balla, salta e fa atto da pazzo.
MANGONE. Filace, tienlo che non ti scappi, ché ne scapperebbe la
speranza di non averne a sapere mai piú il fatto come è passato.
DOTTORE. Finge il muto e il sordo.
MANGONE. Dubito che da dovero non sia sordo e muto.
DOTTORE. Parlagli con i cenni e con le mani, se forse t'intende.
MANGONE. Appunto. Bisogna parlargli con le mani da dovero.
DOTTORE. Zappiamo nell'acqua.
MANGONE. Non v'accorgete della industria di Forca? S'ha servito per
stromento di questa trappola d'un sordo, muto e pazzo, accioché,
essendo qui ritrovato e dimandato dalla giustizia, ei non possa dar
indicio di alcuna cosa.
DOTTORE. Chi ha fatto la pentola, ha saputo ancor far la manica. Non
v'accorgete che è matto e pazzo?
MANGONE. Filace, recami qui un bastone, ché quel solo ha virtú di far
intendere a sordi e parlare a muti.
DOTTORE. Mentre egli viene, io vo' far prova se nelle pugna e ne'
calci fusse la medesima virtú. Vòlgeti qua, se non mi racconti il
fatto come sia gito, arai per ora un saggio di pugna. Non vuoi
rispondere? toccherai delle busse.
MANGONE. Giá ti è stato detto due volte; alla terza viene il buono.
Dimmi, in tua malora, chi t'ha posto in dosso queste vesti? Ragiona,
se vuoi. Io ... oimè, oimè, mi uccide; aiutami, aiutami, dottore!
DOTTORE. Oimè, che mi stringe; aiutami, Panfago!
PANFAGO. Oimè, dottor, aiutami, che m'ha posto le mani alla gola e mi
stringe cosí forte che mi strangola, che non potrò inghiottir mai piú
intieri i ravioli!
DOTTORE. Di nuovo è tornato a me. Panfago, dove fuggi?
PANFAGO. Per trovar armi e amici.
DOTTORE. Férmati, pazzo indemoniato, dove mi strascini?
MANGONE. Tieni, para, Panfago, ché non ne scappi.
PANFAGO. Non vo' impacciarmi con pazzi, io.
MANGONE. Tieni, tieni!
PANFAGO. Lasciatelo andar in malora, che si rompa il collo!
FILACE. Ecco il bastone.
MANGONE. Vieni con l'armi dopo la rotta! Io vo' andare a trovare il
raguseo, chiarirmi del tutto e ricuperar il mio; tu resta guardiano
della casa.
DOTTORE. La dovevi far guardar prima: ti porrai la celata dopo rotta
la testa!
FILACE. Cosí farò.
SCENA V.
DOTTORE, PANFAGO, FORCA, PIRINO.
DOTTORE. Panfago, non star piú nascosto: il pazzo è gito via.
PANFAGO. O a che periglio mi son oggi trovato d'esser strangolato e
non poter piú mangiare! Or non poteva attaccarmisi piú tosto con i
denti al naso, strapparmi l'orecchie o ficcarmi i diti negli occhi?
Parve che il diavolo proprio gli drizzasse le mani alla gola per farmi
dar in preda della disperazione, e che mi appicassi con le mie mani o
fusse precipizio di me stesso.
DOTTORE. Una tempesta di pensieri non mi lascia riposare: ardo d'un
doppio fuoco d'amore e d'ira: l'uno mi spinge a tor vendetta di
costoro, l'altro m'incende d'amore; vorrei sfogar l'ira, ma l'amor mi
tien ligato; l'ira m'inferma e il desiderio m'accende; e sí grande è
l'una e l'altro, che la bilancia sta dubbia dove debba calare.
Panfago, se non mi aiuti non posso riposare.
PANFAGO. Se prima non fo un poco di collazione e mi beva duo
bicchieretti di vino, non arai ben di me tutt'oggi.
DOTTORE. Se mi darai modo che ricuperi Melitea e mi vendichi di
costoro, ti darò tal mancia che non arai piú a morirti di fame mentre
sarai vivo.
PANFAGO. Mi dá l'animo che la trappola che han tesa contro te
scoccherá contro loro: gli faremo un tratto doppio, che avendola
comperata per cinquecento ducati, l'abbi per cento, anzi per nulla.
DOTTORE. Tu mi curerai di due malatie, di amor, di gelosia: e dell'una
risanandome, dell'altra riempiendomi di speranza. Fa' questo, ch'io
non ti mancherò di quanto ti ho promesso.
PANFAGO. Ascolta quanto dico.
FORCA. (Giá espugnata la fortezza e soggiogati i nemici, potrai entrar
in una casa e goder delle spoglie de tuoi nemici).
PIRINO. (Taci, che gli inimici ancor sono in campagna. Veggio Panfago
e il dottore a stretti ragionamenti).
FORCA. (Chi sa se gli scuopre i nostri secreti?).
PIRINO. (La fortuna comincia i suoi cattivi effetti: siam rovinati).
FORCA. (Lo so: vorrei che dicesse cosa che non sapessi. Scostiamoci e
ascoltiamo che dicono).
PANFAGO. Poiché costoro han tinto di carbone la faccia a Melitea e
l'han fatta comprar da quel buon vecchio--e or è in casa sua,--andiamo
a Filigenio, scopriamogli la veritá; essageraremo il negozio, che
arderá di sdegno contro il figlio, porrá Forca in una galea, cacciará
Melitea di casa sua per i capegli a bastonate.
PIRINO. (Intendi?).
FORCA. (Intendo, sto attento; taci).
DOTTORE. Egli nol crederá.
PANFAGO. Anzi lo crederá prima che s'apra la bocca, che i vecchi son
di natura sospetti, e giá del fatto v'è in sospetto; e quando fusse
restio a crederlo, della veritá ne potremo far veder subito
l'isperienza: ché lavatole la faccia restará bianca e, se vuol toccar
con mano se sia femina o maschio, le scalzi le brache e lo vederá.
PIRINO. (O Dio, che odo, che veggio! o che fusse nato sordo e cieco!
ecco disperate le mie speranze).
FORCA. (Ecco rovinata l'occasione di condur ad effetto cosí
bell'opera).
DOTTORE. Io non vo' che la cacci altrimente; ma diamela di buona
voglia, ch'io gli rimborserò i suoi cento scudi.
PANFAGO. Se volete far questo, vo' che allegramente ...
Pirino (O diavolo ...)
PANFAGO. ... vi porti a casa sua ...
PIRINO. (... porti te, e quanti sono de' tuoi pari).
PANFAGO. ... e te la consegni per la mano. Cosí gli faremo conoscere
che, se la volpe è maliziosa, piú malizioso è chi la prende: ché uno
pensa la volpe e altro chi ordina la tagliola.
DOTTORE. M'hai tirato nel tuo parere e m'hai posto in nuova speranza
di riaverla. Orsú, andiamo a casa di Filigenio.
PANFAGO. Io l'ho visto or ora a' Banchi: andiam per costá, ché
l'incontraremo per fermo. E sará bene che né Pirino né Forca ci veggia
insieme; ma, mentre che stanno addormentati in tanta allegrezza né
curan piú d'altro, non s'accorgano che vogliamo rovinargli e possano
preveder l'apparecchio.
PIRINO. O fortuna, sei piena d'aggiramenti! sperava da te mia madregna
qualche effetto di madre, ma m'accorgo ch'ancor sono ammogliato con la
disgrazia, perché non fo un disegno, che la fortuna non ne faccia un
altro in contrario.
FORCA. Ma io, sciocco ignorante, come non avessi mai fatto altra
truffa, ho avuto fede ad uno che ha mancato sempre di fede.
PIRINO. O Forca, Dio tel perdoni! io te ne avisai prima, che costui ci
avrebbe tradito, ché era uomo che parlava con tutti e d'ogni cosa che
li vien in bocca; non essendosi saputo da lui, non si sarebbe saputo
altronde.
FORCA. Voi foste piú presto a esseguire ch'io a dirlo, e non mi deste
tempo a mutar proposito.
PIRINO. E quel che piú mi molesta è che l'impresa cominciata e
proseguita con tanta gloria, or ci partorisca contrario effetto; e ci
assassinano con l'astuzie imparate da noi.
FORCA. Ho fatto quanto ho saputo e potuto, e v'è successo ogni cosa
contra la vostra opinione: questo è vizio della imperfetta nostra
umana natura, ché discorgendo un ingegno, per savio che sia, sempre
suol restare ingannato.
PIRINO. Ma cosa si ha piú astuta della disgrazia? Oimè, oimè!
FORCA. Rincora te stesso e sta' in buon animo.
PIRINO. Come starò di buon animo, se ho perduto l'animo? e
togliendomesi Melitea, mi si toglie l'anima mia; con la perdita di
costei io perdo tutte le mie speranze: o dolore insopportabile, ecco
finita ogni cosa!
FORCA. Io ti dico che non è finita ogni cosa: fa' buon cuore.
PIRINO. Io son tanto atterrito dalle fortune passate e dalla
disperazione delle presenti, che non oso sperar nelle cose avvenire.
La nostra rappresentazione ha mutato faccia: rappresentiamo una favola
contraria a quella di prima! Mio padre, in sentir questo, cacciará
subito Melitea di casa, e io non arò piú animo di comparirgli dinanzi.
FORCA. Ed a me bisogna far voto a san Mazzeo per la schena.
PIRINO. Son in un mar di travagli; né per tanti travagli l'amor scema,
anzi piú cresce: o disgrazia senza rimedio!
FORCA. Dico che non è senza rimedio, né questo è tempo di consumarlo
in lamenti.
PIRINO. Il piangere è fatto mio famigliare.
FORCA. Vo volgendo per l'animo molte cose. O bel tiro mi sovviene!
facciamo cosí, ché racconciaremo l'errore e daremo miglior perfezione
all'opra, anzi--o bel pensiero!--castigheremo l'ardir loro, e vostro
padre ancora, per avergli dato credenza, e ci vendicheremo di Panfago,
e io provederò alla mia schena: faremo tre servigi ad un tempo.
PIRINO. Deh, conservator della mia vita, ritornami vivo con qualche
speranza!
FORCA. Andiamo a trovare il pazzo, che stará in casa di Alessandro,
conduciamolo in casa tua, tingiamoli la faccia con carboni e vestimolo
delle vesti che tien or adosso Melitea; e sbalziamo Melitea fuor di
casa tua e conduciamola in quella di ALESSANDRO. Qua verrá il dottore
a lamentarsi con Filigenio, gli consegnerá il pazzo, pensandosi
consegnargli Melitea; e se li laveranno la faccia, troveranno altro
che pensano: restará l'uno e l'altro schernito, anzi verranno insieme
a cattive parole. Poi troveremo un capitano di birri e faremo tor
Panfago, con dir che ha rubato le vesti del schiavo e del raguseo ad
Alessandro; e andaremo in casa sua, dove si troveranno, perché ivi se
l'ha spogliate; e noi serviremo per testimoni: ché se non sará
appicato, almeno lo faremo andar in galea in vita e ci vendicheremo di
lui. Poi informaremo Alessandro del tutto e lo mandaremo a Filigenio
per lo schiavo: ei gridará e gli dirá ingiurie. Alessandro gli dirá
che è figlio di un gran signore; e che non s'accordi, se non gli cava
di mano almen trecento scudi. E li faremo costar tanto l'aver creduto
al dottore; voi ve lo restituirete in vostra grazia, ed io schivarò un
maligno influsso di bastonate che mi sarebbon piovute dal Cielo.
PIRINO. O Forca mio dolce, o Forca mio di zucchero, Forca che dái la
vita a' morti e non la togli a' vivi, ho preso animo e giá con la
speranza abbraccio Melitea; ma non perdiam tempo, ché potria venir mio
padre.
FORCA. Andate in casa, lavate la faccia a Melitea, fatele spogliar le
vesti, e scampate per la porta di dietro; ch'io fra tanto vi condurrò
il pazzo.
PIRINO. Cosí farò: _toc, toc._
SCENA VI.
MELITEA, PIRINO, FORCA, MUTO.
MELITEA. Che dimandate, padron mio caro?
PIRINO. Il tesoro della bellezza, la monarchia delle grazie, la
dolcissima mia padrona, accioché mi rallegri cosí il cuor con la sua
presenza, come gli occhi con la sua bellezza.
MELITEA. In questa casa per ora non ci abita persona di tanto momento;
ma se cercate una schiava nera, venduta per vilissimo prezzo, vile,
brutta e disgraziata, che non ha altro in sé di buono che amore e
fede, l'avete dinanzi agli occhi.
PIRINO. Non cosí splende il sole, quando ha alquanto ricoperti i suoi
raggi di nuvoli, come le due chiare stelle de' vostri begli occhi
lampeggiano sotto la nera tinta, ché a pena posso soffrire i suoi
ardentissimi lampi; né cosí i carboni rilucono sotto il cenere, come
porporeggiano i vostri labrucci di rubini: anzi la tinta istessa par
troppo festosa e superba nella vostra faccia, né scorgono gli occhi
miei cosa piú bella di lei. Deh, lascia questo non tuo, ma suo falso
colore! sparisci via, invidioso carbone, e non celar piú al mondo
quella faccia di rose, quelle carni impastate di perle, quel raro
paragon di bellezza, dinanzi al quale ogni cosa, per bella che sia,
par brutta; e come fin ora son stato uditore della suavissima sua
voce, cosí sia spettatore della sua leggiadria: e se la voce mi
rallegra, quanto mi fará beato la sua bellezza?
MELITEA. Queste lodi non convengono alla schiava che ben conosce il
suo proprio merito, ma alla generositá dell'animo del suo padrone.
PIRINO. Dove è vero amore, non ci sono lusinghe e inganni.
FORCA. Padrone, questo non è tempo da scherzi: abbiam bisogno di
prestezza e che i fatti prevengano le parole, se non, siam rovinati.
MELITEA. Oimè, non sono ancor finiti i nostri affanni? infelici noi,
quando saremo felici? abbiam scampato da ladri, dalla casa e dalle
mani del ruffiano, e in casa vostra ancor temo? chi piú infelici di
noi, se anco nelle felicitá siamo infelici?
PIRINO. Fate conto, signora, che la fortuna per questa volta ha fatto
come il buon cuoco che, per tor la soverchia dolcezza delle vivande,
ci mescola un poco di agresto; cosí per aver acquistata Melitea, per
moderar tanta gioia, mi fa assaggiar questo poco di molestia: però,
vita mia, entriamo e spogliatevi le vesti.
MELITEA. Non si potrebbe ciò far senza spogliar le vesti?
PIRINO. Perché, cor mio?
MELITEA. Perché avendole vestite voi prima e or vestendole io, par che
da tutte le parti sia abbracciata da voi.
FORCA. Entrate, signora, e senza lasciar ponto di sollecitudine
avanziamogli di prestezza. Eccovi la tinta di carboni, tingete la
faccia del pazzo e vestitelo de' panni di costei; ma presto entriamo,
ché veggio il dottore e Panfago e di lá spunta FILIGENIO. Fate presto
e fuggite per la porta di dietro.
SCENA VII.
DOTTORE, PANFAGO, FILIGENIO.
DOTTORE. Sappiate, Filigenio caro, che non è sí brutto il fatto
istesso, come il modo con che l'han fatto; perché si son serviti della
vostra persona per intermedio della propria furfantaria, e farvi
ruffiano di vostro figlio; e se nol credete, potrete or ora vederne
l'esperienza, perché lavando la faccia a quello schiavo che avete in
casa, diverrá bella, bianca e pulita, e se volete veder piú innanzi,
la troverete femina in carne e ossa.
PANFAGO. E se ben, innamorato di quella puttana, la poteva aver con
alcuni dinari, Pirino e Forca, per maggior vostra beffe e per
ridersene fra loro alla sgangherata, se hanno voluto servir de' vostri
dinari: eccoli scelerati contro voi, ingiuriosi contro me e profani
contro Iddio.
FILIGENIO. So che tutto è vero quanto dite, e conosco che tanto eglino
sono stati astuti quanto io sciocco. Ah Forca ribaldo, ah figlio
iniquo, ah traditore Alessandro! cosí sono da tutti voi egualmente
beffato! Quando io diverrò savio, se a capo di sessanta anni mi lascio
beffar da giovani? Or m'accorgo che quello schiavo ch'io comprai avea
piú fattezze donnesche che virili, e con un parlar delicato e toscano,
anzi--o sciocco me!--con un scherzevol riso, con certe cerimoniose e
oscure parole significava esser innamorata di mio figlio; e io
sempliciaccio non me n'accorgeva. Ma che sciocchezza fu la mia a
credergli cosí subito! Veramente, quando le stelle s'accordano alla
ruina di alcuno, alla prima gli togliono la prudenza. Ma io ne farò
ben vendetta! Contro la puttana mi saziarò ben di schiaffi, pugna e
calci e tirare de' capelli; Forca porrò in una galea; al figlio darò
perpetuo bando di casa mia. O che rabbioso sdegno! lo sdegno avanzará
l'amore, la rabbia la pietade.
DOTTORE. Fermatevi, non bisogna alcuna di queste cose: l'error è giá
fatto; delle strade cattive eleggasi la migliore.
FILIGENIO. Dite, di grazia, ch'io son cosí riscaldato dall'ira che
dubito con qualche precipitoso consiglio non mi condur a qualche
sproposito.
DOTTORE. Io vo' che voi non perdiate nulla: non scacciarete il figlio
e non perderete i danari; anzi con un bel fatto resteranno scherniti
dal lor scherno. Rendetemi lo schiavo e io darò a voi or ora gli cento
ducati.
FILIGENIO. Io non mi curo di perderli per saziarmi di sangue e con un
castigo barbaro vendicarmi d'ingiurie sí vituperose.
DOTTORE. Questo non vorrei io, ch'ella non patirebbe alcun male che
non lo patisca io: ecco i vostri cento scudi.
FILIGENIO. Questi sono i cento scudi che vi ho prestati per man di
Forca?
DOTTORE. Che Forca? che scudi? chi v'ha dato ad intendere una simil
favola?
FILIGENIO. Me l'ha chiesti Forca da vostra parte.
DOTTORE. Ho sempre un par di migliara di scudi al mio comando, che
pèrdono tempo al banco.
FILIGENIO. Misero me, che da ogni banda sono aggirato.
DOTTORE. Entriamo in casa e ve li contarò.
FILIGENIO. Entriamo.
DOTTORE. Panfago, va' a casa, apparecchia un banchetto a tuo modo, ché
vogliamo tutti rallegrarci: to' gli danari.
PANFAGO. Sia benedetto Dio che pur m'è toccato di apparecchiare un
desinare a mio modo e di far un pignato grasso.
SCENA VIII.
PIRINO, MELITEA, FORCA.
PIRINO. Non vi dogliate, vita mia, che, se ben i frutti d'amore nel
principio son amari, sempre nel fin la radice è dolce. E perché in
tanti travagli la fortuna non ha bastato a scompagnarci, fo fermo
augurio che i Cieli v'abbino servato per me, e che saremo nostri.
MELITEA. Io non mi affligo per me ma per voi, stando io sicura che mi
aiutarete, se non quanto io, almeno quanto merita l'amor mio; e
travaglimi la fortuna quanto gli piace.
PIRINO. Vita mia, con tanta cortesia piú m'obbligate e mi sforzate ad
esser piú vostro che mio, e se il destino facesse che non avesse ad
esser vostro, almeno non sarò d'altri. Questo allontanarci da casa
nostra non è per altro che per schivar una burasca che n'è
sovragionta, ché portavamo pericolo di affogarci nel porto.
FORCA. Or che nôtate nel golfo delle dolcezze, non si fa piú memoria
del povero Forca, cagion del vostro giubilo.
PIRINO. Forca, sta' sicuro che mentre arò core arò memoria di tanto
beneficio, accioché venendo l'occasione possa premiar l'amor e la fede
verso me.
MELITEA. Ed io riserbo la ricompensa, quando sarò in miglior stato;
ché adesso non posso mostrar segno del mio buon animo.
FORCA. Ed io pregherò Iddio che mai scompagni cosí bella coppia di
sposi i quali, per etá, per nobiltá e costumi e bellezza, son
degnissimi l'un dell'altro. Intanto, entrate in casa di Alessandro, e
il passato pericolo vi renda assai piú cauti e diligenti: ché qui, di
fuori, vi potrebbe vedere il dottore o Mangone o il padre istesso, e
ad una tempesta se ne aggiongerebbe un'altra. Informate Alessandro di
quello che abbia a dire a vostro padre e inviatelo fuori; fra tanto io
m'armerò d'una corazzina di falsitadi e di bugie, che possa star saldo
ad ogni gran bòtta di veritá: e gli farò credere che voi siate il piú
onesto figlio che si trovi, io un santo e i nostri emuli traditori. Ma
la sua porta s'apre: sgombriamo tosto.
SCENA IX.
DOTTORE, MUTO.
DOTTORE. Ecco che tocco il ciel col dito. Chi è al mondo piú felice di
me, che della acquistata vittoria porto meco il trionfo e le spoglie
de' nemici, e avendola acquistata, ancor non credo di averla? Era il
mio amor stato vinto da altrui astuzia, or il mio valore ha vinto
l'altrui malizia. O voi che fastosamente altieri schernivate la mia
semplicitá, o voi che solo pensavate sapere al mondo, ecco ch'io
sovrasto a voi quanto pensavate di calcar me. O Dio, quanto è grande
la forza della sua bellezza, perché non basta la nera tinta a
nasconderla, anzi la rende piú chiara e piú risplendente! Lo splendor
che scintilla da' tuoi chiari soli, non bastava un uomo a sostenerlo;
or fatto un poco piú opaco, ricevé tal temperamento che confortano non
abbagliano, rischiarano non acciecano, avvivano non uccidono l'altrui
viste. Or quanto sarai bella, quando sarai bianca divenuta? Ecco,
carissima Melitea, sarai padrona della casa o mia regina; e se mi
facci un figlio, mia carissima moglie, per te obliarò la perdita della
mia amata consorte e la rapina dell'unica mia figliuola Alcesia. Anzi
reputa, da oggi innanzi, che io sia tuo servo, e in dono ti do tutta
la mia robba e me medesimo. Che dici, cor mio? rispondi, dolce anima
mia; fa' che senta il suono di quelle parole che solo portano
consolazione all'anima mia. Ma tu ridi, scherzi e balli: o che
allegrezza, o che giubilo ha d'esser scampata dalle mani di quello
importuno e fastidioso di Pirino, ed esser in mio potere! Sempre mi
son accorto, ben mio, che tu mi amavi: è del tuo sommo giudicio
sprezzar i giovani e amar uomini di consiglio e di riputazione. Ma
perché non entro, non volo in casa mia, in camera, in letto? Entra,
vita mia: questa è tua casa.
SCENA X.
FILIGENIO, FORCA.
FILIGENIO. La ragion n'insegna, l'esperienza ne dimostra, l'autoritá
ne conferma che camina piú tardi un bugiardo che un zoppo. Quel
scelerato di Forca mi avea dato ad intendere molte girandole; ma non
sono state molto tempo a scoprirsi. Ma ecco il liberator delle
puttane, il venditor de' liberi per schiavi, l'ingannator de'
ruffiani, l'assassino de' vecchi, la ruina de' giovani, la fucina e
l'architetto d'inganni, e la forca che conduce gli uomini alla forca;
e che rispondi?
FORCA. Io non posso trovar cosí belle parole per ringraziarvi di cosí
illustri titoli che mi date.
FILIGENIO. Io non so che dir piú, né posso dir tanto che non sia mille
volte piú di quel che dico.
FORCA. A chi fo male io?
FILIGENIO. Agli amici, agli inimici, a quanti puoi.
FORCA. Nessuno stima questo di me.
FILIGENIO. Perché tutti lo tengono per fermo.
FORCA. Quei che sono cattivi, stimano che tutti gli altri sieno
cattivi.
FILIGENIO. Dunque, io son un tristo che stimo te il piú tristo uomo
del mondo?
FORCA. Non dico questo io, né è convenevole a un servo dirlo: ma
guardatevi che non lo dica altri a cui piú conviene. (A tuo dispetto
ti sommergerò in un mar di bugie, e se scamperai da un scoglio,
romperai in un altro). Padrone, voi mi avete per un tristo, perché son
troppo buono: ché a tempi d'oggi per esser stimato buono dal tuo
padrone, bisogna rubbarlo, assassinarlo a tutto suo potere. Ma perché
mi stimate cosí tristo, che effetto cattivo avete di me veduto?
FILIGENIO. Puoi negar tu che non sia il maggior ribaldo del mondo?