PIRINO. Andando voi a diporto un giorno al Molo, quando il vedeste e

foste veduta da lui, gli riempiste gli occhi di tanta meraviglia che

non potean saziarsi di mirarvi; perché, mentre si fermavano a

contemplar una parte e, come inveschiati da quella, non sapevano

dipartirsi, un'altra lo sollecitava e violentava e strascinava a sé, e

prima che si fermasse in quest'altra, un'altra se ne offriva, che con

altra tanta forza a sé lo tirava; talché vedendosi egli stracco e non

potendo mirar tutte, confessò esser vinto e desiava esser tutto occhi

per potervi mirar a pieno. Né pensava altrimente che ogni vostro atto

pungessi e che ogni vostra parola attossicasse, né che voi portaste la

morte nascosta negli occhi; onde senza accorgersene ponto trovò che le

spine velocissime erano discese al petto e il veleno nel core, e che

non era piú vivo: cosí vi parlò con gli occhi chiedendo pietá, e voi

accorgendovi di ciò con un picciol riso gradiste la sua affezione. Vi

seguí fin a casa, e nel dispartirsi, nel vostro bel viso restò lo

spirito e l'anima sua impressa, e se ne portò la vostra imagine

scolpita nel core. Cosí seguendo ad amarvi, come voi v'accorgeste che

dagli occhi vostri come da due stelle era girata la vita sua e dalla

vostra anima dependeva la sua, non prendendo solazzo delle sue pene e

afflizioni, come sogliono alcune vilissime feminelle, ma come vera

gentildonna--or rallegrandolo con speranze, or rammorbidendolo con le

promesse, or fingendo non accorgervi delle sue pene, or dilatando le

promesse,--l'avete trattenuto vivo sin adesso. Onde egli conoscendo

che in voi come in proprio albergo albergavano bellezza, onestá, bontá

e ogni lodevole costume, vi fe' libero dono dell'anima e della sua

vita. ...

MELITEA. Veramente che tutto è vero quanto hai detto.

PIRINO. ... Dopo molti giorni, voi dandogli commoditá di parlarvi, vi

baciò e baciandovi sentí tanta dolcezza che l'istessa bocca che vi

baciò or non lo sapria ridire, e restariano molto a dietro le parole

al vero. Gli parve che con quel bacio vi baciasse l'anima stessa; e

steste tanto stretti insieme che parea che di duo corpi ne fusse fatto

un solo; finalmente, vinto da tanta dolcezza, vi restò tramortito fra

le braccia, e voi ne piangeste per dolcezza. ...

MELITEA. Confesso tutto esser vero; né altri che egli proprio saprebbe

ridirlo.

PIRINO. ...Vo' dir piú innanzi... .

MELITEA. Non piú, basta. Ben vi giuro che se abbiam avuto libertá, non

passò cosa fra noi che onestissima non sia stata; anzi non mi condussi

con lui mai a solo a solo, se prima con giuramento non m'assicurava di

poter star con lui come sorella.

PIRINO. ... È vero; né si turbò egli giamai verso voi, se non quando

lo richiedevate di simil giuramento, quasi volendolo notare

d'infedeltá, avendo egli piú timore d'offendervi che del giuramento, e

che non richiedendovi di propria volontá, voi stimavate che lo facesse

per il giuramento.

MELITEA. Ahi, ahi!

PIRINO. Di che suspirate?

MELITEA. Della rimembranza de' passati piaceri. Ma ditemi, poiché

tanto sapete, dove si ritrova egli ora?

PIRINO. In questa strada.

MELITEA. Come in questa strada, che se mi volgo intorno intorno, non

veggio altri che te?

PIRINO. Ha ragionato ed è stato con voi, come state e ragionate meco;

e v'è piú dappresso che non pensate.

MELITEA. In qual luogo m'ha ragionato?

PIRINO. Dove voi sète e io sono. Ma ditemi, s'egli vi volesse rubare a

Mangone, fuggireste con lui da sua casa?

MELITEA. Da questa vita ancora.

PIRINO. Andareste a casa sua con lui?

MELITEA. Per acqua, per fuoco e per dove non è via, con lui; ché egli

solo è la patria, la casa, lo sposo e mio signore.

PIRINO. Or ora?

MELITEA. Or ora.

PIRINO. Senza temer alcuno accidente?

MELITEA. Né la morte istessa--che si può dir piú della morte?--e se

ben la morte per altra cagione mi parrebbe amara, per ciò mi sarebbe

piú cara della vita.

PIRINO. Se ve lo facessi vedere, che pagareste?

MELITEA. Vi giuro--non da povera schiava ridotta in sí misero stato

dove mi trovo, ma da quella gentildonna che fui,--che riporrei questo

beneficio nel fondo del mio core, per pagarlo poi quando potessi con

quanto vaglio; ché avendo a morir tra poco, morrei contenta.

PIRINO. E se lo vedeste, che fareste?

MELITEA. Che farei, dici? Me gli attaccherei con le mie braccia al

collo con nodi e groppi cosí tenaci, che non timor di Mangone o

suspetto di vita o di qual si voglia strano accidente me lo farebbono

lasciar mai; accioché, bisognando morire, morissi nelle sue braccia, e

gli consegnerei il suo deposito.

PIRINO. Farò che or ora voi lo vedrete.

MELITEA. O Dio, che intendo! Ma tu hai fatto un motivo con la bocca,

che cosí soleva far egli; e hai parlato con tanta dolcezza e

affettuose parole, che par che hai di quel genio che a lui solo fu

donato dal Cielo per tiranneggiare e tirare a sé con dolce

amorevolezza tutte le persone.

FILACE. Su su, finiamola, ché Mangone viene: ché tanti ragionamenti?

PIRINO. Se mi promettete non alterarvi di modo che possiate dar

sospetto al guardiano, ve lo mostrerò sano e vivo.

MELITEA. Non so se potrò far tanta forza a me stessa.

FILACE. Parmi che colui che passa colá, sia Pirino. Entrate, entrate;

presto, presto, ché non vi vegga. Ma non è desso, restate.

PIRINO. Bisogna farla, ché scoprendovi sareste rovinata voi e il

vostro Pirino.

MELITEA. Cosí prometto.

PIRINO. Io sono il vostro Pirino!

MELITEA. O somma di tutte le mie speranze, io son tutta divenuta di

foco, il sangue mi bolle per tutte le vene, e mi riconosco incapace di

tanta gioia. O Dio, dammi tanta fortezza che possa nasconder cosí

smisurato contento!

PIRINO. Ecco ch'è pur vero che m'ho fatto vender per ischiavo per far

libera voi.

MELITEA. Ma che son io che merito esser riscattata con sí gran prezzo?

Ma questo non per mio merito, ma per vostra gentilezza, ché avete

riguardo alla vostra propria natura non al mio poco valore. Ma come io

potrò riservirvi tanta cortesia, essendo ella infinita e io cosa

finita?

PIRINO. Io non posso dirvi qui la trappola che abbiamo consertata, ché

darei sospetto di voi al guardiano. In camera vi dirò il tutto.

FILACE. Melitea, tu entra dentro.

MELITEA. Or ora.

FILACE. Ca..., canchero, che m'avesti a far dire una mala parola! Voi

donne non vi contentate del giusto mai, sempre inchinate al troppo: se

vi si concede un dito, ve ne togliete un palmo. Poco anzi, con gli

occhi bassi come se volesse nasconder il volto sotto le ciglia; ma ora

lo schiavo l'ha fatta alzar la testa e star di buona voglia.

SCENA IV.

MANGONE, PANFAGO.

MANGONE. Potrete far ben libero conto, d'oggi innanzi, che la casa sia

piú vostra che mia o almanco commune.

PANFAGO. Veramente farò cosí, poiché voi altresí mi avete liberamente

promesso servirvi della nostra in Raguggia; faremo ragione insieme:

noi vi condurremo delli schiavi e voi li venderete, e saranno fra noi

le perdite e i guadagni communi.

MANGONE. Mi contento d'ogni vostro contento.

PANFAGO. Ma vo' che non mi neghiate una grazia.

MANGONE. Eccomi all'obbedire.

PANFAGO. Avemo alcune cosette in nave, come frutti della nostra

patria, cioè alcuni barilotti di malvagie, bottarghe, provature,

formaggi, confetti e simili frascherie; ve ne farò parte: vorrei che

le riceveste con quello amore che ve le porgiamo, non avendo riguardo

al lor poco valore.

MANGONE. Come non le riceverò con buon animo? ne terrò continua

memoria della vostra amorevolezza; vo' darvi alcuni miei schiavi che

vi aiutino a portarle.

PANFAGO. Non accade incomodarvi per ciò: in nave non mancheranno

bratti che or ora le porteranno qui.

MANGONE. Andate in buona ora; e se non avete quella amorevolezza, in

casa mia, che meritate, perdonatemi.

PANFAGO. Se bene è stata ogni cosa eccellentissima, il miglior è stata

la buona volontá. A dio.

MANGONE. Non è poco l'aver trovato in costui tanta cortesia; perché

tutti gli uomini del di d'oggi son piú tosto di levante che di

ponente, overo zappe che tirano a sé che badili che buttino ad altri.

Mi ha venduto un schiavo per cinquanta scudi, che val piú di cento,

come a punto mi è stato chiesto da Filigenio. Mi ho guadagnato ducento

scudi senza rischio e senza tormi dinari da mano in un batter

d'occhio. Poi, mi torna molto a proposito l'amicizia di costui--egli

va rubbando per le costiere di Schiavonia, e rubbane liberi e

cristiani e li vende per schiavi:--senza spendere farò gran guadagno,

oltre che mi manderá un buon presente, ché i forastieri sono

osservatori della parola. Oggi è una giornata molto felice per me. Ma

ecco Filigenio; certo vien per lo schiavo. Non me lo caverá di casa se

non me lo paga benissimo: conosco che ne ha voglia.

SCENA V.

FILIGENIO, MANGONE.

FILIGENIO. Mangone, son venuto a trovarti secondo l'appuntamento doppo

tre ore; e se non m'hai servito, vengo almeno, ché ti ricordi di me.

MANGONE. Sète venuto a tempo: v'ho comprato un schiavo piú meglio

assai di quello che m'avete chiesto o che sapete desiderare. È giovane

di diciassette o diciotto anni, bello di corpo e piú bello d'animo: ha

un bel procedere, di belli ragionamenti, di apparenza assai nobile e

allegrissimo, balla e canta graziosamente, e m'ho preso gran spasso

con lui.

FILIGENIO. Poiché tanto lodi la tua mercanzia, è segno che vuoi

stravendere. Mi bastava solo che fusse stato giovane e di belle

fattezze.

MANGONE. Vi dolete dunque che ve l'abbi compro miglior di quello che

me l'abbiate chiesto?

FILIGENIO. Io non mi doglio di quel meglio, ma che tu con questo

meglio mi vogli impiccar per la gola e vendermelo soverchio.

MANGONE. Non l'ho detto per tale effetto, ma perché mi ricordo e so

servir gli amici a' quali porto affezione.

FILIGENIO. Te ne ringrazio: fallo calar qui giú, ché lo veggia.

MANGONE. Filace, fa' calar quello schiavo. Vedrete che non v'ho detto

bugia: avanzará con la presenza quello che vi ho depinto con le

parole. Ma avertite che non vi lascerò un quattrino di trecento scudi,

perché val cinquecento, e vo' che voi ne siate giudice.

FILIGENIO. Io non ne ho a comprar la bellezza di lui, il bel

ragionare, il cantare e il ballare; ma vo' che sia ben creato,

gagliardo e che sappia servire.

MANGONE. Eccolo, vedetelo bene, consideratelo; non vi ho chiesto

soverchio.

FILIGENIO. Non è di cattiva apparenza.

SCENA VI.

MELITEA travestita, MANGONE, FILIGENIO.

MELITEA. Caro signore, che mi comandate?

MANGONE. L'aspetto solo non vale un tesoro? vedeste mai schiavo piú

bello, di miglior garbo e di piú nobile apparenza? Non si vede in

costui quel naso schiacciato, quelle labra grosse rivolte in fuori;

sempre col riso su le labra, e per lo volto e per gli occhi fiorisce

la sua allegrezza; anzi, quanto piú lo miri piú ti piace mirarlo: or

se fusse bianco, che si potrebbe mirar cosa piú bella? e ti giuro che

mi par ora piú bello che quando lo comprai poco anzi.

FILIGENIO. Hai ragione, è vero quanto dici.

MANGONE. Avea fatto disegno, Amor mio, servirmi di te; ma poiché

questo grand'uomo ti vuol comprare e so che ti fará carezze, ho

stimato che sia meglio per te venderti a lui. Dimmi, lo servirai tu

volentieri?

MELITEA. Perché mi diceste prima che aveva a servir voi, mi era

disposto servirvi con tutto l'animo. Ma poiché vi par meglio vendermi

a questo gentiluomo, a me par ancor meglio, poiché quello che piace a

voi, piace ancor a me. Le volontá de' padroni son legge de' servi: mi

contento cosí ubbidirvi in ciò, come era disposto servirvi in ogni

altra cosa.

MANGONE. Non lo servirai molto tempo, perché ti fará libero presto.

MELITEA. L'aspetto suo venerando mi mostra che i suoi costumi sieno

pieni di dignitá e di cortesia; poi, vedendo quanto i miei servigi

saranno amorevoli e pieni di affezione, non dubito di non esser ben

trattato da lui e della mia libertá.

MANGONE. Mirate che risposte argute. Di grazia, dimandateli alcuna

cosa.

FILIGENIO. Quale è il vostro nome?

MELITEA. Amore: ché se ben la natura mi fe' nascer libero, amor mi fa

viver schiavo, godendo di questa servitú cara e dolce piú d'ogni

libertá: avendo il corpo schiavo, arò sempre l'animo libero. Servirò

voi e il vostro figlio con grande amore; e se voi mi compraste con

prezzo d'oro, a lui m'ho reso schiavo con prezzo di amore: e certo che

riconosciuto che sará il mio amore, sarò degno di libertá.

MANGONE. Il nome val ogni dinaro: sará certo nato nobile nel suo

paese, perché ancora nelle miserie spira la sua nobiltá.

FILIGENIO. Di che paese sei?

MELITEA. Di Pirinaica.

FILIGENIO. Di che cittá?

MELITEA. Amorina.

FILIGENIO. Dove sono questi paesi?

MELITEA. Nella Morea.

FILIGENIO. Come stai?

MELITEA. Come posso, poiché non posso star come vorrei.

FILIGENIO. Come sopporti la servitú?

MELITEA. Con animo assai libero e franco, per sentir manco travaglio;

perché colui che serve con animo servile, patisce due servitú, e del

corpo e dell'animo.

FILIGENIO. Mi pensava aver comprato un schiavo e ho comprato un

filosofo.

MANGONE. Il ragionar di costui non vale un regno?

FILIGENIO. Quanto piú lo miro e ascolto ragionare, piú mi piace. Su,

quanto ne domandi?

MANGONE. Quanto volete voi darmi?

FILIGENIO. A te sta il dimandar, a me il rispondere.

MANGONE. Trecento scudi.

FILIGENIO. È troppo.

MANGONE. Ducento.

FILIGENIO. È molto.

MANGONE. Centocinquanta.

FILIGENIO. È caro.

MANGONE. Di questo che vi dico ora, non ne torrò un quattrino--ché

farei torto a me stesso in dimandarne meno, e voi a darmegli:--cento

scudi.

FILIGENIO. Ed io non vo' far torto a te che ne dimandi il giusto, né a

me che lo conosco, né al merito del schiavo. Eccoti cinquanta scudi:

con l'arra che avesti prima, giongono al prezzo che m'hai chiesto.

MANGONE. O che allegro cuore! or vadasi ad appiccare chi dice che si

trova cosa che allegri il cuore piú dell'oro.

FILIGENIO. Amor, andiamo a casa.

MELITEA. Vi seguo con gran desiderio, né veggio l'ora di giungere.

FILIGENIO. Mangone, a dio.

MANGONE. In buon'ora.

SCENA VII.

PANFAGO, MANGONE, FILACE.

PANFAGO. Padron mio caro, vi rechiamo alcune coselline; se ben poche,

l'animo è grande e l'affezione.

MANGONE. Queste son di soverchio assai; m'avete qui condotto meza

Raguggia: mi bastavano due salcicciotti, un prosciutto per segno di

amorevolezza. Filace, conduci cotesti giovani dentro, discaricagli e

dágli alcuna ricreazione: ponigli assai robbe e vino innanzi e

lasciagli mangiare a lor piacere.

PANFAGO. Tutto è soverchio, amico caro: basta che bevano una volta per

uno. Speditevi tosto.

MANGONE. Mentre costoro si ricreano, noi fra tanto ragionaremo delle

cose del mondo.

PANFAGO. A vostro piacere.

MANGONE. Ditemi, di grazia, il nome del padron vostro.

PANFAGO. Il suo nome è Rastello Fallatutti di Monteladrone.

MANGONE. Il vostro nome, accioché possa servirvi.

PANFAGO. Rampicone di Maltivegna.

MANGONE. Per quanto tempo il vostro misser Rastello Fallatutti si

fermará in Napoli?

PANFAGO. Mentre dará spaccio alla sua mercanzia. Verrá a voi al tardi

o al piú domani, tratterá su questo negozio e, liberato dal peso,

tornará quanto prima a Raguggia.

MANGONE. Da dove vengono questi schiavi in Raguggia?

PANFAGO. Da Segna in Raguggia, e d'indi li portano in diversi paesi.

MANGONE. Quanti ne ha portati per vendergli?

PANFAGO. Da quaranta in cinquanta, e giá li voleva portare in Ispagna;

ma per aver incontrato per il camino certe fuste le quali facevano

l'amore con la nostra nave, l'è paruto piú sicuro fermarsi qui in

Napoli, se forse li potesse qui smaltire.

MANGONE. Filace, vien qui fuori.

FILACE. Eccomi.

MANGONE. Hai dato da far collazione a quei giovani?

FILACE. Sí, signore; e omai se l'han divorata e menano le mani assai

valorosamente.

PANFAGO. Son usati a menarle su le funi a' servigi della nave.

FILACE. Eccoli che vengono fuori.

PANFAGO. Avviatevi innanzi alla nave, sgombrate tosto: che fate? non

vo' che vegnate meco, ch'io verrò appresso.

MANGONE. Vi prego a ricordarvi che vi son servo, e raccommandatemi a

misser Rastello Fallatutti di Monteladrone.

PANFAGO. Egli vi si raccommanda di tutto cuore. A dio, MANGONE.

MANGONE. A dio, Rampicone di Maltivegna.

PANFAGO. A te è giá venuto il male, e ti ricorderai spesso del mio

nome! Andrò a spogliarmi, e a casa di Alessandro a diluviare.

ATTO IV.

SCENA I.

PANFAGO, ALESSANDRO.

PANFAGO. Ho fatto una gran sciocchezza a farmi scappar Pirino dalle

mani; ché per poterlo poi trovare non ho lasciato strada né casa

d'amico che non abbi cerco, per gir a desinar con lui come restammo

d'accordo: perché ho complito quello che ho promesso a lui, giusto è

ch'egli complisca quello che ha promesso a me. Sí che per la soverchia

fatica ho una sete ch'arrabio: penso che sia in casa di Alessandro e

che apparecchi il banchetto, e tutti mi stieno aspettando. Ecco la

casa. O che aura odorata che ne spira, annunciatrice di un eccellente

apparecchio! Se non giungo a tempo della battaglia, almeno raccorrò le

spoglie de' nemici: _tic, toc._

ALESSANDRO. Chi è lá?

PANFAGO. Amici!

ALESSANDRO. Come ponno essere amici chi ne spezzano le porte?

PANFAGO. Aprite tosto!

ALESSANDRO. Chi sei?

PANFAGO. Il soverchio bere ti ará tolto il vedere.

ALESSANDRO. Chi dimandi tu?

PANFAGO. Pirino, dico.

ALESSANDRO. Non è in casa, è uscito poco fa.

PANFAGO. Ha egli forse alzato il fianco?

ALESSANDRO. Sí bene.

PANFAGO. Non ha lasciato alcun bocconcello, alcun miserabil rilevo per

me?

ALESSANDRO. Nulla.

PANFAGO. O mal d'affogaggine! Oimè, che la fame m'asciuga lo stomaco e

la sete mi disecca le vene; ma possa io morir di mala morte, se non me

ne farò vendetta e bona! Traditori assassini, che dispetto vi feci

mai, che meritasse tanto scherno? farmi star tutto il giorno su le

speranze, digiuno? Mi avete promesso per non attendere e m'avete

onorato per beffarmi; ma farò che la beffe torni sopra voi, il cibo

che avete divorato senza me farò che mal pro vi facci: ché non mi

terranno tutte le catene del mondo, che non vada ora al dottore e non

gli riveli tutte le furbarie che gli avete fatte. Avete rotto la fede

a me, la romperò io a voi: li riempirò l'animo di gelosia,

l'aspreggiarò tanto che da questa beffe ne germoglino danni, rumori e

morti e quanto piú se può peggio. Un par mio digiuno a quest'ora, eh?

SCENA II.

DOTTORE, PANFAGO.

DOTTORE. Panfago, dove vai?

PANFAGO. Se non vi rovino tutti, ...

DOTTORE. Che cosa hai?

PANFAGO. ... cadano i cieli, se abissi la terra ...

DOTTORE. Di chi ti rammarichi?

PANFAGO. ... e si sconquassi il mondo!

DOTTORE. Panfago, tu smanii; certo tu devi arrabbiar della fame.

PANFAGO. Oh sète qui, dottore! la rabbia m'avea offuscata la vista

d'un torto che vi è stato fatto: e se l'avessi potuto vendicar io

senza la vostra saputa, l'arrei fatto assai volentieri; ma non

potendo, vengo sforzato a dirvelo: è cosa che proprio non la posso

digerire.

DOTTORE. Io dubito che tu abbi digesto d'avanzo, e che essendoti stato

promesso da desinare e venutoti meno, tu ti muoia della fame.

PANFAGO. Ma vorrei che stimassi che le parole mie nascano da vero

amore e da zelo del vostro onore, non da qualche mio interesse.

DOTTORE. Che cosa dunque?

PANFAGO. Sapete che Melitea vi è stata tolta e or sta in poter di

Pirino?

DOTTORE. Non può essere.

PANFAGO. Quante cose paiono che non ponno esser, e pur sono? Ma

accioché non pensiate che io parli in aria, m'offerisco a farvi veder

ogni cosa con gli occhi propri.

DOTTORE. Mangone si guarda da Pirino e da Forca, come il diavolo dalla

croce; e Melitea sta inferma e carcerata, e son tre giorni che non ha

cibo.

PANFAGO. Pirino s'è tinto da schiavo e s'ha fatto vendere a Mangone da

un gran furfante, come io, vestito da raguseo; e intrato in casa sua,

ha vestito Melitea de' suoi panni e fattala comprar dal padre: e la

burla è stata accetta e ricevuta, ...

DOTTORE. Per farmi credere una bugia, ce ne aggiungi un'altra

peggiore. Come voleva entrare e uscir dalla casa di Mangone, se vi sta

un perpetuo guardiano?

PANFAGO. ... ed il Forca è stato presente a tutto ...

DOTTORE. O che testimonio m'adduci!

PANFAGO. ... ed io a tutto son testimonio d'occhi. Né si ha vergognato

di far una simile beffa ad un par vostro, ricco, dotto e di qualitá

tanto stimate nella terra nostra. Chi è Pirino altro che un

pidocchioso? chi è Forca se non un che meritarebbe essere stato

afforcato prima che nascesse? ...

DOTTORE. Orsú, basta, basta.

PANFAGO. ... Or stanno abbracciati cosí stretti che l'aria non vi può

star in mezo ...

Dottore: Taci, non piú: ché me l'hai espressi cosí vivi che essermi

gli contemplo presenti, e non veggendogli par di vedergli.

PANFAGO. ... L'han fatto piú per svillaneggiarvi che per altro: or si

ridono di voi, dicendo che abbracciar voi è abbracciar un morto, e che

li movete vomito con la vista, sète pelle senza nervo, una vescica

sgonfiata, che puzzate di cimitero e che piatite con la sepoltura, e

che la notte la terreste sempre svegliata con l'orologio delle

correggie, se dormisse con voi. ...

DOTTORE. Ogni tua parola m'è un serpe velenoso che mi morde, una tigre

che mi straccia.

PANFAGO. ...Né gli bastava avervi beffeggiato, se alle beffe non

s'aggiongevano l'ingiurie.

DOTTORE. Io mi sento l'anima in uno istesso tempo assalita da contrari

affetti, combattuta da una turba de nemici, da sdegno, da malinconia,

da vergogna e da gelosia. La malinconia mi rode, la vergogna mi

confonde, l'ira m'arde nel core, la gelosia mi boglie nell'anima. Ho

melancolia che ho perduta l'innamorata, ho gelosia che altri la goda,

ho sdegno che non m'ami, ho vergogna d'esser beffato; e se son vecchio

ho il cervello giovane, e se ho la debolezza del corpo ho la prontezza

dello spirito.

PANFAGO. Se volete vendicarvi, bisogna prestezza e piú fare che dire,

anzi il dire e il fare sia in un medesimo tempo: io vi aiuterò col

consiglio e con l'esser a parte d'ogni fatica.

DOTTORE. Assaltiamgli all'improvviso; ché essendo Pirino temerario ed

audace ne' piaceri, sará timido nelle avversitá, ché sempre sogliono

essere temeritá e paura in un medesimo soggetto. Andiamo a Mangone

prima, veggiamo se Melitea sia in casa e poi rimediaremo al tutto.

PANFAGO. Andiamo.

DOTTORE. E se troverò che sia vero quanto hai detto, prenderò tal

vendetta di loro che li farò pentir mille volte d'avermi ingiuriato.

PANFAGO. Or do a desinare alla mia rabbia e da bere alla mia sete: la

vendetta compenserá la noia dell'una e dell'altra.

DOTTORE. Ecco la casa, io batto.

PANFAGO. Io mi starò cosí chiuso nella cappa che costui non mi

riconosca.

SCENA III.

MANGONE, DOTTORE, FILACE, PANFAGO.

MANGONE. Padron caro, che furia è questa? Melitea sta a vostra posta;

e se la volete cosí inferma come ella è, ve la darò or ora.

DOTTORE. Dove è ella?

MANGONE. Chiavata in camera strettamente.

DOTTORE. Dici il vero; ma non in camera tua e da altri.

MANGONE. Dubitate forse che Pirino e Forca non me l'abbino tolta?

DOTTORE. Non lo dubito, ma lo tengo per certo: perché intendo che da

Pirino e da Forca ti sia stata sbalzata di casa.

MANGONE. Saranno eglino prima sbalzati da una forca.

DOTTORE. Di grazia, toglimi da tale ambascia, ché mi bolle nel cor un

strano desiderio di vederla.

MANGONE. Volentieri. O Filace, o Filace!

FILACE. Che volete?

MANGONE. Che cali giú Melitea, ché la vuole veder il dottore.

FILACE. Vado.

MANGONE. Filace è un gran custode, molto astuto e sospettoso, e teme

insin delle mosche. Poi, gabbar me? son un tristo e son

ruffiano--bastavi questo,--e son il maggior ruffiano di tutto il

ruffianesmo.

FILACE. Mangone, la camera è aperta e dentro non v'è alcuno.

MANGONE. Oimè, che m'hai ucciso!

FILACE. Come ucciso?

MANGONE. Parli pietre, me n'hai dato una in testa che m'ave ucciso. E

per dove potria esser scampata?

FILACE. Io non mi son mosso oggi di casa né fuor dell'uscio; e se non

ha poste l'ali e scampata per le fenestre, non ha potuto scampar

altronde.

DOTTORE. Che dici ora? non parli?

MANGONE. No, né può uscir fiato dalla gola: Forca m'ha strangolato.

DOTTORE. Che ti dissi io?

MANGONE. E mi fa peggio ch'egli m'abbi ingannato, ch'ogni altro

forastiero. O Forca, ti veggia alzato in mezzo due forche che arrivino

insin al cielo! o che Dio ti dia la mala ventura!

DOTTORE. Tu l'hai avuta giá. Ma perché non cominci il lamento sopra i

cinquecento ducati? Il lamento fallo sopra di te: che tu l'hai

perduti, che colpa n'ho io?

MANGONE. Son piú misero di quanti uomini sono stati o saranno o sono.

O tristo me!

DOTTORE. Anzi, me!

MANGONE. Son rovinato.

DOTTORE. Son rovinato ben io.

MANGONE. Ho perduto cinquecento ducati.

DOTTORE. Ho perduto l'innamorata.

MANGONE. Son punito delle beffe che m'ho fatto di lui.

DOTTORE. Come t'hai lasciato ingannare?

MANGONE. Non son stato ingannato altrimente da lui, ma ben da un

raguseo il qual m'ha portato un schiavo a vendere, che, or che vi

penso bene, avea tutte le fattezze di Pirino. Quel raguseo è stato la

cagione della mia ruina.

DOTTORE. Come ti colse quel raguseo?

MANGONE. Con un presente di molto prezzo; e non m'accorsi che sotto la

maschera di quel presente stava nascosta la trappola.

PANFAGO. Ditegli che vi mostri quel presente.

La carbonaria · 第 3 / 6 段