CAPITOLO V.

_Napoli amplificata da CARLO II e resa più magnifica per edificii, per

lustro della sua Casa regale, e per altre opere di pietà illustri e

memorabili, adoperate da lui non meno quivi, che nell'altre città del

Regno._

Inchinando questo Principe più agli studj di pace che a quelli della

guerra, ed avendo così egli, come suo padre fermata la sede regia

in Napoli, ed in conseguenza resala più numerosa di gente volle

amplificarla; e fatti levare molti giardini, che avea intorno, fece

in quelli far edificii, e allargando il recinto delle mura della

città, fece più oltre trasferire le Porte, onde que' luoghi, che erano

fuori, furono rinchiusi dentro: di che la città ricevè non picciola

ampliazione; e per invitare altri ad abitarvi, fece franca la città

d'ogni pagamento fiscale. Ordinò ancora a petizione della medesima,

la gabella detta, del buon denaro, che fu molto grata a' cittadini

servendo per riparazione delle strade, e per altri beneficii pubblici,

come si vede ne' Capitoli del Regno sotto l'anno 1306[491]. Perchè

in essa il traffico ed il commercio fosse più sicuro e frequentato,

per sicurezza delle navi fece edificare il Molo, che ora per l'altro

più grande fatto a' tempi de' Re austriaci, appelliamo il Molo

piccolo[492]. Alcuni anche scrissero, che facesse egli edificare il

castel di S. Eramo, chiamato così da una picciola Chiesetta, che prima

era sopra quel Monte dedicata a questo Santo, ancorchè il Collenuccio,

ed altri vogliano, che quella fabbrica fosse stata opera di Roberto

suo figliuolo. Stabiliti in questa città quei due grandi e supremi

Tribunali della G. Corte, e l'altro del Vicario, per maggior comodità

de' Giudici e de' litiganti fece fabbricare appresso il Castel Nuovo

con grandissima spesa un Palazzo, nel qual doveano quelli reggersi,

siccome tutti gli altri Tribunali di giustizia[493]; li quali da poi

essendo stato dalla Regina Giovanna I quel palazzo converso in tempio

ad onore della Corona di Cristo, furono trasferiti nel tenimento

della Piazza di Nido nell'Ospizio del Comune di Venezia, siccome il

Tutini[494] raccoglie da uno istromento stipulato nell'anno 1431 ove

si leggono queste parole: _In quo Hospitio M. C. Magistri Justitiarii

Regni regebatur et regitur ad praesens_. Indi si portarono nella strada

di S. Giorgio Maggiore in un palazzo attaccato al campanile di quella

Chiesa, il qual fin oggi ritiene il nome di Vicaria vecchia; insino

che ne' tempi di D. Pietro di Toledo nell'anno 1540 non si fossero

tutti ridotti nel Castel capuano, ove oggi per l'infinito numero

de' litiganti, Giudici ed Avvocati s'ammira per una delle cose più

stupende, non pur d'Italia, ma di tutta Europa.

Non mancò ancora, per render questa città vie più magnifica di ciò

che avea fatto suo padre, di ampliare i privilegi all'Università

degli studj, e per maggiormente illustrarla, di chiamare a quella i

più rinomati Professori d'Italia, invitandogli con grossi stipendii.

Così nell'anno 1296 fece venire da Bologna _Dino de Muscellis_ celebre

Giureconsulto con salario di cento once d'oro l'anno[495]. Richiamò

ancora da Bologna _Giacomo di Belviso_, dandogli l'istessa provisione,

che suo padre gli avea stabilita di 50 once d'oro l'anno. Nel 1302

con grosso stipendio fece venire ad insegnare in quest'Università il

_Jus Canonico_ Maestro _Benvenuto di Milo_ Canonico di Benevento,

e celebre Canonista di que' tempi, che fu Maestro del famoso Biase

di Morcone[496]. V'invitò ancora nell'anno 1308 _Filippo d'Isernia_

famoso Legista a leggervi il _Jus Civile_. E poichè in que' tempi

praticavasi il lodevol istituto, osservato oggi in Ispagna, che i

Professori dalle cattedre passavano alle toghe ed alle mitre, si

vide da poi il Canonista _Milo_ fatto Vescovo di Caserta: e _Filippo

d'Isernia_ Consigliere del Re, ed a' tempi del Re Roberto Avvocato

Fiscale. Richiamò ancora a leggervi Medicina _Filippo di Castrocoeli_,

con accrescergli il salario, che suo padre gli avea prima assignato

d'once 12 insino ad once 36 d'oro l'anno. Furonvi ancora chiamati a

leggervi logica, _Accorsino da Cremona_, celebre in que' tempi per le

arti liberali, ed altri insigni Professori per l'altre Scienze[497].

E perchè ritenesse quello splendore e lustro, che Federico II aveale

dato, rinovò la proibizione fatta dal medesimo a' Professori di non

potere sotto pena di 50 once d'oro leggere in privato, o in altro

luogo, eccetto solo in quella Università pubblicamente: di che nei

regali registri de' suoi tempi se ne leggono molti divieti[498]. Per

la qual cosa avendo presentito, che in Solmona alcuni s'erano dati a

leggere _Jus Canonico_, fu da questo Principe ad istanza de' Lettori

napoletani spedito rigoroso ordine, che subito se n'astenessero,

spettando ciò solo all'Università degli studj di Napoli[499].

Rese anche adorna non meno questa città, che il Regno, per le

magnifiche chiese ed ampi monasterii, che parte vi costrusse di nuovo,

e parte ampliò. Oltre d'aver ridotto a perfezione, ed in più ampia

forma l'Arcivescovado di Napoli e la Chiesa di _S. Lorenzo_, a cui unì

un ben grande Convento di Frati Conventuali di S. Francesco; opere

incominciate da suo padre ma non già ridotte a fine; fondò egli di

nuovo la Chiesa ed il convento di _S. Pietro Martire_ de' PP. di S.

Domenico. L'altra ch'egli nominò della _Maddalena_, ancorchè ritenesse

il nome di _S. Domenico_ per li Frati di quell'ordine, e per essere

consecrata a quel Santo. Quella di _S. Agostino_[500], e l'altra di

_S. Martino_ sopra il monte S. Eramo: se bene di quest'ultima i più

accurati Scrittori ne facciano autore Carlo Duca di Calabria suo

nipote[501].

In Aversa edificò a' Frati di S. Domenico la chiesa e convento sotto il

titolo di _S. Luigi_ Re di Francia suo zio, dotandola di ricchissime

rendite. Ma ove più rilusse la pietà insieme e la magnificenza di

questo Principe fu in quelle tre celebri Chiese del Regno, cioè in

quella di S. Niccolò in Bari, nell'altra di Santa Maria in Lucera, e

in quella già prima fondata dall'Imperador Federico II in Altamura;

nelle quali è da notare, che i Pontefici romani furono cotanto profusi

in concedere non meno a' nostri Re angioini, che a lor riguardo a

queste Chiese tanti privilegi e prerogative, che quasi scambievolmente

comunicandosi il lor potere, siccome i Re erano profusi in donare a

quelle beni temporali, così essi gli cumulavano di preminenze e favori

spirituali.

§. I. _Della Chiesa di S. Niccolò di Bari._

La regal chiesa di S. Niccolò di Bari, siccome fu narrato ne'

precedenti libri di quest'istoria, ebbe il suo principio nell'anno

1087 nel quale alcuni mercatanti baresi da Mira città della Licia

trasportarono nella lor Patria il Sacro Deposito. Urbano II nella

fine di settembre del 1089 accompagnato da gran numero di Cardinali

e di Vescovi, li quali insieme con lui erano intervenuti nel Concilio

ragunato in Melfi, dedicò solennemente l'altare maggiore della chiesa

inferiore, ove ripose le sacrosante Reliquie, conforme egli medesimo

ne fa piena testimonianza in una sua Bolla spedita in Bari a' 9

ottobre 1089 secondo anno del suo Pontificato, riferita dal Baronio e

dall'Ughello.

Fin dal tempo della sua fondazione, fu quella chiesa edificata nel

palazzo antico de' Capitani, li quali mentre governarono la Puglia

in nome degl'Imperadori d'Oriente, fecero in esso la loro residenza:

tolta poi da' Normanni la Puglia a' Greci, passò in potere di Roberto

Guiscardo primo Duca di Puglia, ed appresso, di Ruggiero suo figliuolo,

la qual Chiesa fu libera ed esente fin dal suo principio della

giurisdizione dell'Ordinario, del che fanno bastantissima fede il

privilegio concedutole da Alessandro Conte di Cupertino e di Catanzaro

per ordine di Ruggiero Re di Sicilia, che si legge presso Ughello

medesimo, la celebre Bolla di Pascale II indirizzata ad Eustachio

II Abate, che succedè al primo cotanto rinomato _Elia_, ottenuta

per intercession di Boemondo Principe d'Antiochia e Signore di Bari

fratello di Ruggiero nell'anno 1106[502], e le Bolle di Bonifacio VIII

dell'anno 1296[503], di Clemente V, Paolo III, Pio V ed altri romani

Pontefici[504].

Il Re Carlo II d'Angiò fatto prigione colla disfatta del suo armamento

navale, fu, come si disse nel precedente libro, in grave pericolo

d'essere decapitato; ma avendo scampata la morte, e liberato poi dalla

sua prigionia, memore di così insigni beneficj, ch'egli credette per

intercessione di questo Santo, di cui era divotissimo, aver ricevuti,

rivolse l'animo ad accrescere il culto e la divozione, che gli portava,

con arricchire la sua Chiesa d'amplissime rendite, facendole varie

donazioni, con riserbarsi solo il poter godere delle distribuzioni,

come Canonico di quella, sedendo nel Coro, come tutti gli altri.

Per mezzo del Priore Guglielmo Longo Bergamasco, il quale fu creato

Cardinal Diacono di San Niccolò in Carcere, nel 1294 ottenne da

Bonifacio VIII ampi privilegi, esenzioni ed immunità. Vi destinò al suo

servizio cento Cherici tra Canonici ed altre dignità, oltre il Priore,

e la dichiarò sua cappella regia.

Impetrò dallo stesso Bonifacio VIII nell'anno 1296 Bolla, con cui gli

diede facoltà di poter unire alla regal basilica le chiese e cappelle

di sua collazione, che li paresse aggregarle, le quali, come quelle, a

cui si sarebbero congiunte _pleno jure_, a lui appartenessero; e furono

aggregati a quella la Badia e monastero di tutti i Santi[505].

Assegnò nell'anno 1298 per dote perpetua della chiesa trecento

once d'oro per ciascun anno da esigersi sopra la dogana e fondaco

dell'istessa città di Bari, alla qual somma, tre anni appresso,

aggiunse altre once cento, con che di queste, ottanta se ne dassero al

Priore, venti al Tesoriere, e le restanti trecento, si distribuissero

fra' Preti e Ministri della chiesa; in iscambio delle quali, perchè

molte volte dagli Ufficiali del Regno se ne differiva il pagamento,

concedè alla chiesa tre castelli a lui devoluti, cioè Rutigliano, S.

Nicandro e Grumo, de' quali n'investì il Tesoriere di quel tempo, e gli

altri, che fossero eletti ne' tempi futuri.

Nel mese d'ottobre del medesimo anno 1298 in virtù della potestà

datali da Bonifacio incorporò l'Arcipretura d'Altamura con tutte le sue

chiese, cappelle, ragioni e pertinenze alla dignità di _Tesoriere_, il

che confermò con altro Privilegio de' 2 dicembre del 1301 col quale

anche unì le chiese della Trinità di Lecce e di S. Paolo d'Alessano

all'Ufficio di _Cantore_; e la chiesa di S. Maria di Casarano a quello

di _Succantore_.

A' 18 gennajo del 1302 istituì nel sagro Tempio quattordici Ministri,

de' quali otto avessero pensiero ne' dì festivi d'assistere in guardia

delle porte del Coro con una mazza regale d'argento in mano, donde

presero il nome di _Mazzieri_, e sei per li Ministri più bassi, come

per rappezzar le fabbriche, racconciar gli scanni, e cose simili,

chiamati perciò _Maestri di Fabbrica_, a' quali diede l'esenzione

del pagamento delle gabelle, e del Foro secolare nelle cause civili,

sottoponendoli alla giurisdizione del Tesoriere, appellandosi da'

decreti della di lui Corte a quella del Cappellano Maggiore, le quali

esenzioni ed immunità, furono confirmate da Roberto nel 1340 e da

Ladislao nel 1403, e gli altri Re successori, al suo esempio, di

moltissime altre concessioni e preminenze arricchirono questa chiesa.

Dotata ch'ebbe in tal modo la regal Chiesa, v'introdusse una nuova

forma di servizio a similitudine di quello usitato nella regal cappella

di Parigi, ad esempio della quale volle ancora, che in quanto alla

recitazione de' divini Uffici, si valessero i suoi Ministri dell'antico

Breviario parigino; il che fu poi tolto all'ultimo di dicembre del

1603 con lettere di Filippo III, colle quali permise, che, quello

tralasciato, nell'avvenire potessero servirsi del Breviario romano,

detto volgarmente di Pio V.

Dispose per mezzo di un suo privilegio spedito a' 20 giugno del 1304

che oltre il Priore fossero in questa chiesa tre dignità, cioè quella

del _Tesoriere_, che costituì la prima e la più riguardevole, e due

altre, cioè di _Cantore e Succantore_ e cento Preti beneficiati,

quarantadue Canonici, fra' quali le dignità furono annoverate, ventotto

Cherici mediocri e trenta bassi, siccome s'appellano nel privilegio,

con molti particolari regolamenti attinenti al Priore ed al Tesoriere.

Dopo avere il Re Carlo II costituito in questa chiesa le dignità,

il numero de' Canonici, ed altri Cherici inferiori, assignate le

rendite, ed ordinato tutto ciò, che stimossi da lui espediente per

buon reggimento e regolamento della medesima; riserbò per se, e suoi

Serenissimi Successori nel Regno la dignità di Tesoriere colla prebenda

a quello annessa, in modo che ritrovandosi in Bari, interveniva egli

nel Coro come Tesoriere, sedendo nella seggia costrutta all'incontro

di quella del Priore, in cui sono intagliate l'armi regie, e vi

sta scritto con lettere d'oro, _Sedes Regalis_, coll'effigie di

questo piissimo Principe, sotto il quale, scolpito in abito di

Tesoriere, leggesi l'iscrizione: perpetuo monumento d'aver per se e

suoi successori ritenuta la prima canonica dignità, ch'è quella di

Tesoriere[506].

Avea ciò il Re Carlo appreso da' Franzesi, e massimamente da' suoi

Angioini; e conforme nella recitazione dell'Ufficio, e nell'altre cose

concernenti il culto di della Chiesa, così in questa volle imitare

l'usanza della Francia; poichè si legge presso Eginardo[507] che Carlo

M. si dilettava ancor egli di cantare con gli altri nel Coro: e nella

Cronaca d'Inghilterra lo stesso si legge di Fulcone III, cognominato

il buono Conte d'Angiò, il quale nell'anno 960 fu ammesso nella Chiesa

di S. Martino come Canonico, e spesse volte nella recitazione dell'ore

canoniche con vesti canonicali intervenne[508]. Parimente Ingelgero

Console, ovvero Conte d'Angiò (poichè dell'uno e dell'altro titolo

allora promiscuamente valevansi) dopo aver ottenuta nella Chiesa di S.

Martino in Tours una prebenda perpetua, essendo vacata la dignità di

Tesoriero, fu dichiarato tale, difensore della chiesa, e tutore delle

sue possessioni; e mentre visse occupò la sede di Tesoriere, nella qual

dignità, a' Conti e Duchi d'Angiò succederono i Re di Francia, e quel

Canonicato laico conseguirono[509].

Da' precedenti libri di questa Istoria ciascuno avrà potuto notare,

che molte usanze di Francia furono da' nostri Re fra noi introdotte,

cominciandosi sin dai Normanni, e moltissime poi ve ne furon portate

dai Re angioini; onde non dee recar maraviglia se alcune nel nostro

Regno oggi ancor durino totalmente difformi da quelle di tutto il

resto d'Italia. In Francia il Tesoriere della regal cappella di

Parigi, secondo ne rende testimonianza Coppino[510], oltre d'esercitar

giurisdizione sopra i Canonici di quella, conserva egli i vasi sacri

e gli ornamenti, ed anche tutti gl'istrumenti, privilegi e concessioni

riguardanti a' Feudi, ed altre robe donate a quella Chiesa. Parimente

il Tesoriere di Bari ha egli il pensiero e la custodia di tutto ciò;

e come questa città fu lungamente governata da' Greci, si ritengono

insieme ancora molti usi grecanici, e nel Tesoriere istesso di

questa Chiesa si veggono ancora uniti gli uffici di Cartolario e

di Cartofilace; poichè siccome in Oriente due erano i Cartofilaci,

uno conservava le carte e monumenti della chiesa, e presiedeva

all'Archivio; l'altro alle rendite della chiesa, e teneva conto delle

spese[511]; così in Bari il Tesoriere di questa chiesa ha di tutto ciò

cura e pensiero. E poichè in alcuni luoghi era incombenza del Tesoriere

non solo di custodire i privilegi e gli ornamenti della chiesa, ma

anche il regio diadema[512]; così alcuni, avendo per vera quella

favola, che i nostri Re solevansi coronare in Bari colla Corona di

ferro, scrissero che il Tesoriere di questa Chiesa, tra gli ornamenti

di quella, custodiva ancora questa Corona[513].

A questo Principe adunque devono i nostri Re quelle tante prerogative

e preminenze acquistate non men per fondazione e dotazione, che per

privilegi dei Sommi Pontefici, delle quali oggi sono essi in possesso,

onde sono reputati capi e moderatori di questa chiesa, ch'è di Regia

collazione; conferiscon essi il Priorato e l'altre dignità di quella,

e vi stabiliscono un Giudice d'appellazione, il qual'è il Cappellano

Maggiore, che riveda i processi del Priore e del Tesoriere, con totale

independenza dall'Arcivescovo Ordinario di Bari.

Secondo l'antica disciplina della Chiesa, tutte le basiliche, che si

costruivano nella diocesi del Vescovo, erano sotto la sua potestà[514].

Ma sin da' tempi di Carlo M. i Pontefici romani cominciarono per

mezzo di loro privilegi ed esenzioni, a mutare l'antica polizia: e

per invogliare maggiormente i Principi ad arricchire le Chiese di

beni temporali, e rendersegli vie più devoti e soggetti, concedevano

ad essi ed alle Chiese, che fondavano, ampi privilegi e prerogative,

comunicandosi scambievolmente i loro poteri. Ma in ciò sempre i

Principi vi perdevano, perchè arricchite e fondate, ch'essi aveano le

Chiese, sorgevano delle grandi contese con gli Ordinarii, e non si

disputava sopra i beni donati, acquistati già alla Chiesa, ma sopra

i privilegi loro conceduti: i Pontefici che s'arrogano la potestà

d'interpretargli, moderargli e sovente anche di rivocargli, eran sempre

dalla parte degli Ordinarii; e quando ciò lor non riusciva, tiravano

almeno il litigio in Roma, ed essi ne prendevan la conoscenza. Di che

potranno esser bastanti prove le gravi ed ostinate contese insorte per

ciò tra il Priore di questa chiesa e l'Arcivescovo di Bari, le quali,

non ostante tanti privilegi ed esenzioni, per lo corso non meno che di

ducento anni, non vi è stato modo di poterle affatto estinguere[515].

Siccome non furono minori per le stesse cagioni li contrasti nati fra

l'Arciprete d'Altamura col Vescovo di Gravina, e per l'altre Chiese

di regia collazione. Ciocchè dovrebbe essere documento non meno a'

Principi, che a' privati, di lasciare alla Chiesa ed a' suoi Ministri

ciò che a loro s'appartiene, e non intrigarsi in tali faccende,

e nell'andar regolando Capitoli e confratanze, come se loro non

restasse niente da fare attendendo a' loro proprii impieghi; perocchè

la sperienza n'ha dimostrato, che tali cose se bene da principio

s'intraprendono per impulsi di divozione, da poi riescono di vanità,

dove non vi è niente dello spirito, e tutto del mondo e della carne.

Ed all'incontro i Preti ed i Monaci da poi ch'essi avranno arricchite

le chiese e le cappelle, vogliono amministrar le rendite, dimandarne

conto, ed aver coloro, che voglion prenderne cura, per loro ligi e

sudditi, con tirargli per l'orecchie dove la lor ambizione e la loro

avarizia gli portano.

Ciò che dovrebbe ancora condannare l'istituto pur troppo da un secolo

in quà frequentato in questa città e Regno di tante Confraterie di

secolari e d'artigiani, li quali invece d'attendere a' loro mestieri,

ed adempiere le parti della giustizia in non fraudare con inganni il

prossimo, si mostrano tutti ardenti di devozione nelle loro cappelle

e Confraterie, e cotanto si compiaciono d'una processione, di portare

stendardi, croci, turibuli e torchi, e di proccurar da Roma divise

pei loro abiti, le quali molti se le procacciano di colori di porpora

per mostrarsi nelle funzioni più vistosi, e tanto si gonfiano d'un

titolo di Priore, di Primicerio o Assistente, che credono con ciò aver

ben soddisfatto all'ufficio di buoni Cristiani. E la meraviglia è,

che da poi che la domenica avranno nelle loro Congregazioni intonato

bene l'ufficio, sentito il sermone del Padre, e girato attorno per la

città con croci e stendardi; il lunedì la mattina tornando nelle loro

botteghe, non perciò al primo, che vi capita, non cercano ingannarlo,

e con frodi e menzogne circonvenirlo ne' prezzi delle robe o ne' lavori

di mano.

Quindi i Preti ed i Frati, riputandogli non in tutto secolari, se

accade lite per precedenza, per custodia de' vasi e d'ornamenti, per

amministrazione, conti o altro, vogliono essi riconoscere di queste

cause, e gli tirano al Foro ecclesiastico, tenendo erette per ciò

particolari Congregazioni, onde si sentono tutto il giorno contrasti

non meno ne' Tribunali ecclesiastici, che avanti il Delegato della

regal giurisdizione, e quando dovrebbero attendere a' loro lavori,

perdono le giornate intere dietro a queste frasche. Ciò che ben loro

sta, perchè quando a ciò potrebbero essere sufficienti i loro Parochi,

essi, come se vi fosse scarsezza di Preti e di Monaci, vogliono

intrigarsi in tali funzioni, e non conoscono, che da poi che vi avranno

consumato il tempo e le loro sostanze, niente profittano nello spirito,

nè migliorano di costumi, anzi vivono in continue soggezioni ed in

continui contrasti, che cagionano fra di loro odj e rancori, e sovente

anco gravi inimicizie e disordini.

§. II. _Della chiesa di S. Maria di Lucera._

Dappoichè Re Carlo ebbe sconfitto Manfredi, e debellati i Saraceni,

che teneva a' suoi stipendj, il misero avanzo di quelli ricovrossi in

Lucera di Puglia, ed in quel castello si fortificarono; ed ancorchè

il Regno si fosse per Manfredi interamente perduto, renduti che

furono, ricevettero a buon patto da quel Re di poter quivi abitare

colle loro famiglie; ma Carlo suo figliuolo come Principe pietoso e

zelantissimo della fede cattolica, conoscendo, che per l'abitazione

di questi Infedeli in quella città, il culto Divino era vilipeso, la

chiesa cattedrale poco men che ruinata, e la religione in pessimo stato

ridotta, si risolse discacciargli affatto, come fece, ed invitarvi

nuovi abitatori Cristiani; ed affinchè la città tosto si popolasse,

assegnò a' nuovi abitatori Cristiani molte terre, ripartendole secondo

la qualità e condizione degli abitanti; ed affinchè la città in cotal

maniera purgata, si reputasse tutta nuova, volle ancora, che non più

si chiamasse col nome antico di _Lucera_, ma di _Santa Maria_, titolo

della sua cattedral Chiesa. Perchè questa Chiesa era posta in luogo

meno frequentato, e fuori della città, e minacciava ruina, ed avea

così picciole facoltà, che il Vescovo di quella non poteva sostentarsi

conforme ricercava la dignità Pastorale, e per la povertà dell'entrate

pativa anche difetto di Ministri; Carlo II la trasferì dentro la città,

costruendone una più magnifica, con ordinare nel 1303 al Castellano

della vecchia Fortezza di quel castello, che dasse certo metallo rotto,

che ivi era per farsene una campana[516]. La dotò d'ampie e ricche

entrate; e nello stesso anno gli donò cento once d'oro l'anno sopra le

rendite sue regali, che teneva in quella città, per sostentamento de'

Canonici, che accrebbe sino al numero di venti, con obbligo di quivi

risedere, ed assistere alli divini Uffici tanto di notte, quanto di

giorno, da dividersi fra di loro le rendite, che assegnava, egualmente,

in maniera che ciascuno avesse cinque once d'oro l'anno in _beneficio_,

ovvero _prebenda_. Si riserbò per se e suoi successori nel Regno la

collazione de' Canonicati suddetti per la metà, e la restante parte,

che fosse del Vescovo, in modo che quello, che primo vacherà sia a

collazione del Re, e quel che vacherà la seconda volta sia del Vescovo.

Oltre a ciò instituì nella medesima Chiesa le dignità di Decano,

Arcidiacono, Tesoriero e Cantore, assegnando per ciò trenta once di oro

l'anno, e che fossero di regia sua collazione[517].

Il Pontefice Benedetto XI lodando la pietà e munificenza del Re,

per mezzo d'una sua Bolla spedita a' 28 novembre dello stesso anno

1303 approvò e confermò l'istituzione, concedendo al Re Carlo e suoi

eredi e successori di presentare al Vescovo le persone, ch'egli volea

innalzare al Decanato, Archidiaconato e Cantoria, le quali dovesse

il Vescovo istituire e confermare. Gli concedè ancora di poter in

luogo del Papa conferire la metà delle prebende di sopra accennate

quando vacherebbono, con poter anche conferire le altre dignità.

Di vantaggio, se occorresse crear altre prebende, che potesse egli

farlo, con riserbarne l'altra metà al Vescovo e suoi successori,

quando vacheranno. Ed in fine, per ispezial favore, ancorchè per le

convenzioni passate con Carlo suo Padre si fosse tolto l'assenso,

che prima era necessario nell'elezioni dei Vescovi; gli concedè, che

occorrendo eleggersi il Vescovo di questa città, debbia il Capitolo,

prima di domandare la confermazione di quello, ricercare l'assenso dei

Re e suoi successori, e non si possa l'Eletto confermare, se prima non

sarà ricercato detto _assenso_; come si legge nella Bolla trascritta

dal Chioccarelli, della quale non si dimenticò Tommasino[518], con

rapportarne anche le parole. Ciò che si vede essersi praticato anche

a tempo del Re Alfonso I come per due carte di questo Re, una scritta

al Vicario di Napoli nel 1450, e l'altra al Pontefice, rapportate dal

Chioccarelli[519].

Non soddisfatto questo Principe di ciò, nel seguente anno 1304 volle

maggiormente arricchire questa Chiesa da lui fondata, donando a Stefano

Vescovo di quella città e suoi successori le terre dell'Apricena,

Palazzuolo e Guardiola poste nella provincia di Capitanata, e glie

le concedè in feudo nobile, contento solo del giuramento di fedeltà,

senz'altro servizio personale o reale, eccetto che ogni anno il Vescovo

e suoi successori fossero tenuti dare al Re un bacile d'argento con

25 libbre di cera, cioè in un anno nella festività del Natale di N.

S., ed un altro nel dì della Pentecoste; il qual bacile anche solevasi

restituire al Vescovo per doverlo convertire in vasi d'argento per

divin culto della Chiesa suddetta. Stabilisce inoltre, che vi siano

in detta Chiesa il Decano, l'Arcidiacono, il Tesoriero, il Cantore, ed

oltre i Canonici, otto Cherici: che il Decano abbia ogni anno quindici

once di oro, l'Arcidiacono altrettante, il Tesoriero dodici once, il

Cantore altrettante, e gli otto Cherici ciascheduno d'essi quattro

once; ed il Tesoriero abbia anche quattro once pei lumi. Comanda che

queste somme se gli paghino dalla Bagliva e da altri diritti ed entrate

regali, che la regia Corte possiede in detta città; e vuole, che le

dignità di Decano, Arcidiacono, Tesoriero e Cantore quando vacaranno,

si conferiscano dal Re e suoi successori; però la metà de' Canonicati

si conferisca dal Re, e la restante metà dal Vescovo alternativamente

nella maniera detta di sopra: che gli altri Cherici s'ordinino dal

Vescovo; che il Decano abbia da dare al Re e suoi successori ogni anno

per se e Capitolo dodici libbre di cera; e che le persone, che avranno

dette dignità e _Personati_, debbano insieme colli Canonici eleggere il

Vescovo, con doverne presentare al Re l'elezione, e ricercare il suo

assenso. Il qual privilegio nel seguente anno fu confermato da Carlo

stesso, e nel 1332 da Roberto suo figliuolo[520].

Siccome Carlo II statuì nella Real Chiesa di Bari, che nel celebrare

ivi i divini Ufficii, si osservasse il rito Franzese; così parimente

volle, che si praticasse in questa chiesa di S. Maria di Lucera;

onde a' 25 novembre dell'anno 1307 scrisse al Vescovo e Capitolo di

quella città, dicendo loro, che desiderando che in questa sua Chiesa

da lui fondata si facesse progresso non meno nelle cose temporali,

che spirituali, voleva perciò, che si governasse secondo le approvate

consuetudini delle chiese cattedrali del Regno di Francia; onde ordinò

loro e prescrisse alcuni riti, che si osservavano in Francia circa il

celebrare l'Ufficio divino ed altre cerimonie di Chiesa[521].

Ritengono per tanto i nostri Re ancora oggi queste preminenze sopra

la Chiesa di Lucera, se non che sin da' tempi d'Alfonso venne loro

contrastato (non ostante la Bolla di Benedetto XI) _l'assenso_

ricercato nell'elezione del suo Vescovo, il quale ora si è proccurato

con varii maneggi e trattati di toglierlo affatto; siccome dall'altra

parte furono tolte al Vescovo le terre, che da questo Principe furon

concedute, ond'è, che ora è sciolto dal tributo del bacile d'argento e

della cera.

§. III. _Della chiesa d'Altamura._

La Chiesa d'Altamura, ancorchè fondata dall'Imperadore Federico II,

e per suo privilegio spedito in Melfi l'anno 1282 confermato da poi

da Innocenzio IV per la sua Bolla data in Lione l'anno 1248, fu resa

esente dalla giurisdizione di qualunque Ordinario: con tutto ciò

Carlo II ne prese la protezione, allorchè Sparano da Bari Protonotario

del Regno, sotto colore che il Re Carlo suo padre gli avesse donato

Altamura, tentava appropriarsi anche questa Chiesa, ch'era di jus

patronato regio; onde scrisse nell'anno 1292 con molta premura a Carlo

Martello suo figliuolo Re d'Ungheria, che comandasse al Protonotario

di non impacciarsi a cosa veruna appartenente a questa Chiesa, per

essere sua cappella regia, e si guardasse molto bene a non provocarlo

ad ira; anzi ordinò, che non portasse rispetto in modo alcuno

al suddetto Sparano in eseguire subito suoi ordini[522]. Maggior

protezione ne prese quando il Vescovo di Gravina tentò di sottoporla

alla sua giurisdizione. Egli nell'anno 1299 commise al Vescovo di

Bitonto ed a Lupo Giudice della medesima città, che portandosi di

persona in Altamura esaminassero la pretensione del Vescovo; e dopo

matura discussione, d'accordo compose egli la contesa, stabilendo,

che la chiesa suddetta fosse _Cappella Regia_; che la collazione

appartenesse al Re; che fosse colle sue cappelle e Clero esente; e

che la giurisdizione spirituale contenziosa in Altamura, spettasse

all'Arciprete: quella che appartiene all'ordine Vescovile spettasse al

Vescovo, al quale parimente il Re Carlo donò sette once d'oro l'anno in

perpetuo[523].

Dichiarata questa chiesa cappella regale, ed esente dalla

giurisdizione dell'Ordinario, si proccurò poi dai Re successori di

Carlo d'illustrarla con altre prerogative; onde nell'anno 1485, a

richiesta di Pietro del Balzo Principe allora d'Altamura, s'ottenne

da Innocenzio VIII Bolla, ovvero privilegio per cui fu innalzata da

Parrocchiale ch'era, in Collegiata, con tutte l'insegne e dignità

collegiali: fu conceduto ancora di potervi quivi creare nuove dignità,

cioè d'Archidiaconato, Cantorato, Primiceriato e Tesorierato, con la

creazione di ventiquattro Canonici, la provvisione dei quali si diede

all'Arciprete. Fur concedute al medesimo le ragioni e preminenze

Vescovili, il portar il Roccetto, la Mitra, l'anello e tutte le

altre insegne Pontificali: di dare la solenne benedizione, colla

potestà ancora di conferire gli Ordini minori alli suoi sudditi, e la

superiorità e punizione circa tutti i Preti, e d'assolvere tutti i suoi

Parrocchiani e sudditi di tutti li casi Vescovili. E poichè i Pontefici

romani s'arrogavano ancora la potestà d'ergere le terre e castelli

in città quando vi creavano un Vescovo; Innocenzio innalzando il suo

Arciprete quasi al pari d'un Vescovo, dichiarò egli Altamura città,

e comandò che ne' futuri tempi tale dovesse nominarsi, come si legge

nella sua Bolla, rapportata dal Chioccarelli[524].

Innalzata a tale stato la Chiesa d'Altamura ed il suo Arciprete,

quindi è che oggi i nostri Principi vantino questa singolare e grande

prerogativa di crear essi l'Arciprete senz'altra provvisione del Papa,

il quale, ottenute le lettere regie di sua provvisione, esercita

giurisdizione nel suo territorio sopra i Preti e Cherici di quella

Chiesa e suoi sudditi, e gode di tutte le ragioni vescovili, e di tutte

l'altre prerogative di sopra rapportate; poichè quantunque i nostri Re

abbiano la presentazione di molte chiese cattedrali, nominando essi

molti Vescovi ed Arcivescovi ancora, nulladimanco non la sola loro

presentazione e nomina gli fa tali, ma vi bisogna ancora la provvisione

del Papa, che gli ordini e confermi nelle loro Sedi, ciò che non si

richiede nell'Arciprete d'Altamura; ond'è avvenuto che i nostri Re

non abbiano mai permesso, che questa Chiesa da collegiata passasse in

cattedrale, ed il suo Arciprete da tale passasse ad esser Vescovo.

Ma con tutto che il privilegio di Federico II confermato da Innocenzio

IV, la provvisione del Re Carlo II, e la Bolla d'Innocenzio VIII

avessero favorito tanto questa Chiesa, non furono però bastanti

d'evitar le contese, che dal Vescovo di Gravina, favorito da Roma, si

posero negli ultimi tempi, intorno l'anno 1605, di nuovo in campo;

poichè pretese visitare l'Arciprete e la sua Chiesa, e n'avea già

ottenute provvisioni da Roma; ma essendosegli impedito di potersene

valere, fece egli pubblicare per iscomunicati il Capitolo ed il

Reggimento di Altamura, ed affisse cedoloni d'interdetto a tutta la

città, che si componeva non meno di 18 mila anime: e furono con tanto

ardore sostenute queste contese dal Vescovo col favore di Roma, che

per gran tempo furono impiegati i più gravi personaggi e più cospicui

Ministri del Re per sedarle, le quali dopo il corso di 22 anni furono

finalmente composte con dichiararsi che nella visita, che s'era

concordato con S. M. che potesse fare il Vescovo, come Delegato della

Sede Appostolica, potesse solamente provvedere e correggere, e non

gastigare o punire; e che non si permetta al Clero d'Altamura d'avere

un Giudice d'appellazione _in partibus_ per li decreti e sentenze che

s'interpongono dall'Arciprete, ma, come era stato solito, dovesse

appellarsi alla Corte del Cappellano Maggiore. Ebbe gran parte in

quest'affare il Consigliere Giovanni Battista Migliore mandato con tal

incombenza in Roma dal Cardinal Zapatta allora Vicerè, per la vigilanza

del quale dopo essere stata interdetta la città 18 anni, e scommunicati

il Capitolo e Reggimento della medesima, si pose a tal negozio fine,

riputato di grandissima importanza. Gli atti di questa controversia, e

molte consulte ed allegazioni fatte per la medesima, insieme col Breve

di Papa Gregorio XV, col quale si conferma la transazione, ed accordo

seguito sopra queste differenze, si leggono presso Chioccarello nel

_tomo_ 6 dei suoi _MS. giurisdizionali_.

Tengono i nostri Principi del Regno molte altre chiese e cappelle

di regia collazione, e Carlo II nell'anno 1300 ordinò, che di loro

se ne formasse un distinto e compito inventario; dal cui esempio gli

altri Re suoi successori, e particolarmente negli ultimi tempi il Re

Filippo II, si mossero per conservarne memoria, di ordinarne altri

più esatti. Per aver essi dai fondamenti erette molte Chiese ed altre

dotate d'ampissime rendite, furono meritevoli di tal prerogativa; e

siccome il fondamento, dove s'appoggia il diritto, di cui godono i

Serenissimi Re di Spagna di presentar i Vescovi alle chiese cattedrali,

non è altro, come dice il Vescovo Covarruvias[525], se non perch'essi

le fondarono e dotarono; così i nostri Re, perchè, siccome si è potuto

notare da' precedenti libri di quest'istoria, e da quel che si dirà

ne' seguenti, moltissime Chiese ancor essi a loro spese fondarono, e di

grandi entrate dotarono: quindi o per concessione de' Sommi Pontefici,

o per consuetudine e prescrizione immemorabile[526], ottennero che

le medesime fossero di loro collazione, senza che nel provvederle

avesser bisogno del ministero del Vescovo o del Papa istesso[527]. Ciò

che non dee recar maraviglia, particolarmente nelle persone de' Re,

i quali non sono riputati puramente Laici; poich'essendosi da molti

secoli introdotta tra' Principi cristiani quella spiritual cerimonia,

che mentre si incoronano per mano de' Vescovi, sogliono anche ungersi

col sacro olio, s'è riputato perciò che questa sacra unzione rendesse

le lor persone sacrate, e capaci di tali e simili prerogative e

dignità[528].

Quindi è nato, che nel Regno i nostri Principi, oltre la

_presentazione_ che tengono in moltissime chiese di patronato regio,

eziandio in alcune chiese cattedrali, delle quali si parlerà a più

opportuno luogo, tengono la _collazione_ di molte chiese e cappelle

regie fondate da essi e dotate di loro rendite, siccome in Napoli la

chiesa di S. Niccolò del porto, ovvero del Molo, di S. Chiara, di S.

Agnello, di S. Angelo a Segno, di S. Silvestro, e de' SS. Cosma e

Damiano, di S. Severino piccolo e moltissime altre. E nel Regno in

tutte le sue province, come in Lecce la cappella della Trinità, la

cappella di S. Angelo posta nel castello della medesima città ed altre:

in Apruzzo la Badia di S. Maria della Vittoria: nella Diocesi di Sarno

la Badia di S. Maria di Real Valle: in Salerno la cappella di S. Pietro

in Corte, di S. Cattarina ed altre: in Bari la badia di S. Lionardo: in

Barletta la chiesa di S. Silvestro: nella diocesi di Sora la chiesa di

S. Restituta di Morea: in Montefuscoli la chiesa di S. Giovanni: nella

Diocesi di Nardò la chiesa di S. Niccolò di Pergolito: in Catanzaro

le cappelle di S. Maria e di S. Giovanni Battista, e tante altre che

possono vedersi presso il Mazzella[529], e negli inventarii fatti

d'ordine di Carlo II e di Filippo II, rapportati dal Chioccarello nel

sesto volume de' suoi MS. giurisdizionali.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 5 · 第 38 / 49 题