_Guerra rinovata in Sicilia. Morte di CARLO MARTELLO Re d'Ungheria; e
pace conchiusa col Re FEDERICO._
Fu l'ultimo anno di questo decimoterzo secolo assai memorabile non meno
per le tante battaglie accadute in Sicilia, che per l'audacia del Re
Federico e per le molte gloriose azioni di tanti valorosi Principi ed
eccellenti Capitani, e sopra ogni altro del famoso Ruggiero di Loria,
descritte così a minuto e con tanta vivezza dal celebre Costanzo[486],
che serbando il nostro istituto, saremo sol contenti in accorcio qui
notarle, con rimettere coloro, che forse volessero a pieno soddisfare
i loro desiderj, a quel gravissimo Istorico.
Il Re Federico, che liberato da quel primo insulto, pieno d'animo e di
coraggio avea ridotte sotto le bandiere le terre di quell'isola, invase
da' suoi nemici, essendo stato avvisato dell'apparato stupendo, che si
faceva contro lui, fece subito per tutte le parti dell'isola ponere in
ordine il maggior numero di galee che fu possibile, con proponimento
d'uscire incontro a' nemici e con intrepidezza inudita ponere ogni cosa
a rischio in una giornata.
Nè è da tralasciare quel che ponderò il mentovato savissimo
Scrittore[487], essere stata veramente cosa maravigliosa (per quella
difficoltà, che si vedea a' suoi tempi e molto più ne' nostri,
nel ponere in ordine le armate) come que' Re poveri di quel tempo
bastassero in tanto breve spazio a fare tanto numero di galee, quanto
si vide messo in acqua, ed in esercito in quegli anni, che durò la
guerra di Sicilia: rapportando alcuni, che Re Federico n'ebbe in punto
cinquantotto, che pare cosa incredibile, ed aver potuto perfettamente
armarle in quel poco spazio ch'ebbe di respirare, tra l'una guerra e
l'altra.
Sentendo adunque Federico, che l'armata nemica sarebbe uscita fra
pochi giorni da Napoli, egli partì da Messina con animo di combatterla,
confidando all'audacia ed ostinazione de' Siciliani, i quali appena la
scoversero, che ad alta voce gridando chiedevano battaglia. Frenogli
il Re sino all'alba del giorno seguente, nella qual ora movendosi con
la galea sua Capitana in mezzo di tutte le altre, andò con grandissimi
gridi contro l'armata nemica. Ruggiero di Loria vedendo, che la
temerità de' Siciliani avea mosso quel Re a speranza di vittoria, pose
nel mezzo delle sue galee, la Capitana del Re d'Aragona e quella di
Napoli, ove erano il Duca di Calabria e 'l Principe di Taranto, ed
appressatosi a' nemici ricevè la battaglia. Fu con pari valore e pari
ardire lungamente combattuto, ma con arte disuguale; poichè Ruggiero
fingendo di fuggire, tirò in luogo le galee nemiche, dove potè con
facilità stringerle, onde ruppe l'armata, e rimasero tutte o prese,
o poste in fondo, e sol Federico con dodici galee, che lo seguirono,
fuggendo si ricovrò a Messina.
Per questa così memorabil rotta seguita con tanta gloria di Ruggiero,
rimasero tanto afflitte le cose dei Siciliani, che non fu persona a
que' tempi, che non giudicasse, che la Sicilia tra pochi dì avesse
da venire in mano del Re Carlo; ma ecco come spesso errano i giudizi
umani, perchè Re Giacomo credendo di aver tanto abbassate e consumate
le forze del Re suo fratello, che le genti del Re Carlo sotto il
governo di Ruggiero di Loria, non avessero da far altro, che fra pochi
giorni pigliare la possessione dell'Isola, non volle procedere più
oltre, parendogli d'avere soddisfatto al Mondo, al Papa e al Re Carlo,
avendo in due guerre tanto speso e posto in pericolo la persona sua
nella prima guerra con l'infermità, ed in questa battaglia con una
ferita. E così essendo venuto il Duca di Calabria ed il Principe di
Taranto e Ruggiero a visitarlo, dappoichè fu medicata la ferita, disse
loro, che avendo piaciuto a Dio con sì notabile vittoria d'adempire
le sue promesse, nè restando altro che pigliar la possessione della
Sicilia, era ormai tempo ch'egli ritornasse in Ispagna a' suoi Regni,
per disponere le cose in modo, che que' Popoli impoveriti per le
gravezze sostenute in quella guerra, venissero a ristorarsi con mettere
fine a' loro danni, che perciò lasciava loro a godersi il frutto della
vittoria. Il Duca ch'era giovane di 23 anni avidissimo di gloria,
accettando per vero tutto quello, che il Re diceva, e rendendogli
insieme lodi e grazie a nome del Re suo padre, gli augurò prospero e
felice viaggio, e così partito il Re, rimase egli allegro, credendosi
che resterebbe a lui l'onore di ridurre felicemente l'impresa al
desiato fine; ma molto più rimase allegro Ruggiero giudicando, che
siccome era stata sua la gloria della vittoria, tale ancor sarebbe
l'onore di quello, ch'avea da succedere. Non mancarono però molti, che
dissero, che Re Giacomo si partì più tosto per la pietà fraterna, che
per giudicare le cose del Re Federico al tutto disperate.
Tra questo mezzo giunto Federico con le dodici galee in Messina,
inanimito da que' cittadini a non abbandonar la difesa, e vie più fatto
ardito quando a Messina giunse l'avviso, che il Re Giacomo era partito,
cercò di raccogliere il maggior numero, che potea di fanti e di
cavalli, ed andò a ponersi con tutto il suo sforzo a Castro Giovanni,
luogo di natura fortissimo ed opportuno a soccorrere ovunque il bisogno
lo chiamasse. Dall'altra parte il Duca di Calabria prese Chiaramonte,
e dopo lungo contrasto Catania al fin si rese. La fama dell'acquisto
di questa città andò non solo divulgando quello ch'era, ma che le
due parti dell'isola aveano alzate le bandiere della Chiesa e del Re
Carlo; onde Papa Bonifacio, che l'avea creduto, lusingandosi di potere
senza tanto spargimento di sangue Cristiano, quietamente ridurre tutta
l'isola all'ubbidienza del Re, vi spedì subito il Cardinal di Santa
Sabina per Legato appostolico, il quale dovesse assicurare su la parola
sua i Siciliani a rendersi, perchè sarebbero ben trattati; minacciando
anatemi ed interdetti, se non ubbidissero; promettendo all'incontro
benedizioni ed indulgenze, se si rendessero. Ma Ruggiero di Loria,
conoscendo l'animo indomito de' Siciliani, che non si piegavano se
non colla forza, persuase al Duca, bisognare a spedir la guerra altro
aiuto di quello, che portava il Legato; ed il nemico doversi vincere
con armi e non a suono di campanella e di scomuniche[488]. Fu perciò
richiesto nuovo ajuto da Napoli, e dal Re Carlo furono mandate dodici
altre galee, e molti legni di carico; ed il Principe di Taranto con
seicento cavalli, e mille fanti, diede alla Falconara la battaglia, ove
restò prigione ed i suoi rotti. Fu dopo la prigionia di questo Principe
guerreggiato con maggior audacia da Federico, ed avendo scoverta
una congiura tesa contro la sua persona, tosto la ripresse, e punì i
colpevoli. Il Duca di Calabria passò ad assediar Messina, ma soccorsa
da Federico, il Duca vedendo il campo suo oppresso di fame e di molte
infermità, si levò dall'assedio. Allora fu che per mezzo di Violante
Duchessa di Calabria, sorella di Federico, si cominciò a trattare di
triegua, che fu conchiusa per sei mesi. E 'l Duca tra questo spazio
volle andare in Napoli a rivedere il padre, e lasciò la Duchessa
Violante con un figliuolo, ch'avea partorito in Catania, per dare a
credere ai partigiani suoi, che no 'l faceva per abbandonare l'impresa,
ma per tornare con maggior forza.
Fra questi sei mesi Papa Bonifacio pensò in vantaggio di Re Carlo
favori ed aiuti nuovi, e l'occasione fu questa, ch'essendo morta a
Carlo di Valois fratello del Re di Francia la prima moglie, ch'era
figliuola del Re Carlo, il Valois aveva pigliata una figliuola di
Filippo, nato dall'ultimo Balduino Imperadore di Costantinopoli, erede
di molti luoghi in Grecia, e del titolo e della ragion dell'Imperio,
ch'era stato occupato dal Paleologo; e con l'ajuto del Re di Francia e
del Papa, voleva andare all'impresa di Costantinopoli. Ed essendo nel
viaggio giunto a Fiorenza, che allora per le solite fazioni si trovava
in discordia, fu richiesto da que' cittadini, perchè gli componesse;
ma egli pose più discordia, che prima vi era, e partissi per Roma,
ove Papa Bonifacio gli persuase, che l'impresa di Costantinopoli
sarebbe stata più agevole aiutando egli Re Carlo a fornir l'impresa
di Sicilia; perchè poi avrebbe potuto avere da costui più pronti
aiuti, e più comodi soccorsi, che non già dal Re di Francia, per
la brevità del cammino da Puglia in Grecia. Accettò il consiglio il
Valois, e venne subito a Napoli con le sue genti, dove, tra le sue
galee e navi, con altre che s'armavano quivi, posero molte truppe in
ordine, e con felicissimo viaggio egli ed il Duca giunsero in Sicilia,
a tempo, ch'era già finita la triegua. Non è dubbio, che vedendosi
tanto numero di nemici in quell'isola, ogni uno giudicava le cose di
Federico disperate; ma questo Principe con quel vigor d'animo, ch'era
suo naturale e con quella prudenza, in che superò ogni altro Re del
suo tempo, andò compartendo le sue poche genti a' luoghi di maggior
importanza, così aspettando che il tempo diminuisse la forza de'
nemici. Ed in effetto il Valois avendo spesi molti giorni senza fare
gran frutto, Re Federico venne a certissima speranza di vincere senza
combattere.
In quest'anno 1301 che queste cose passavano in Sicilia, accadde in
Napoli l'acerba ed immatura morte di _Carlo Martello_ Re d'Ungheria.
Erasi questo Principe il precedente anno, coll'occasione del nuovo
Giubileo pubblicato da Papa Bonifacio, portato in Roma a visitare la
Basilica di S. Pietro, e venne poi a Napoli a visitar suo padre, e
forse ancora, vedendo il padre vecchio, a proccurare, che il Regno
di Napoli, dopo la sua morte restasse a lui, temendo, che trovandosi
egli lontano, i fratelli non l'occupassero: ma il suo destino portò,
ch'e' morisse prima, non senza sospetto, secondo narra il Carafa,
che Roberto suo fratello per ambizione di regnare dopo la morte del
padre, l'avesse fatto avvelenare. Morì non avendo più che 30 anni con
dolore universale di tutto il Regno, perchè era un Principe mansueto
e splendido; e molti nobili Napoletani, ed altri di questo Regno,
che vivevano splendidamente in casa sua, restaron privi di quel
sostegno, e della speranza d'esaltarsi, servendo a Signore magnanimo
e liberalissimo. Lasciò di Clemenzia sua moglie, che era figliuola di
Ridolfo Imperadore, un figliuolo chiamato _Caroberto_, che gli successe
nei Regno d'Ungheria. Fu sepolto nella chiesa maggiore di Napoli,
appresso la sepoltura di Carlo I suo avo, ove si vede il sepolcro
coll'armi sue e quelle di casa d'Austria, che sono della moglie; donde
fu spinto il Conte d'Olivares Vicerè, sotto il Regno di Filippo III di
collocare in luogo più eminente su la porta di quella chiesa, ed in più
magnifica forma, questi due sepolcri, insieme coll'altro della Regina
sua moglie.
Ma ritornando alle cose di Sicilia, il Re Federico persistendo nel
suo proposito, non comparve in campagna mai, sol mirando a guardar le
terre, perchè vedea, che un sì grande esercito, com'era il nemico,
non potea non dissolversi presto, o per mancamento di paghe o di
vittovaglie. Pur non mancava con la solita destrezza e con l'ajuto de'
Cavalieri siciliani, che lo servirono mirabilmente, di trovarsi dov'era
il bisogno, con assalire le scorte, che conducevano vittovaglia. Dopo
brevi dì, nel campo incominciarono a sentir penuria, ed infermò gran
quantità di soldati; onde il Valois cominciò a dar orecchio a parole di
pace, giacchè troppo diminuendo l'esercito suo, non avria potuto far
passaggio a Costantinopoli. Alcuni rapportano, che sì trattò la pace
dalla Duchessa Violante. Furono adunque eletti così dall'una parte,
come dall'altra personaggi con autorità per negoziarla. Il Re Federico,
e i Siciliani per la gran povertà di quel Regno e sua, n'avevano
maggior desiderio. Così a' 19 agosto di quest'anno 1302 fu conchiusa
con gran piacere di tutti e più di Federico, per essere stata per lui
molto onorata. Solo la Duchessa Violante, con infinita doglia di suo
marito e di suo fratello morì prima, che fossero firmati i Capitoli
della pace, che furono i seguenti.
Che il Re Federico in vita sua fosse Re di Sicilia; e poi quella
ritornasse liberamente a Re Carlo e suoi eredi.
Che e' s'intitolasse non Re di _Sicilia_, ma Re di _Trinacria_.
Che a lui si tornasse in termine di quindici dì ogni terra, che in
Sicilia si tenea per Re Carlo; al quale all'incontro nel medesimo
termine egli restituisse ogni terra ed ogni fortezza, che in Calabria
tenevano bandiera sua.
Che dall'una e dall'altra parte si liberassero i prigioni senza pagar
taglia.
Che il Re Federico pigliasse Lionora figliuola terzogenita del Re Carlo
per moglie.
Che il Re Carlo procurasse, che il Papa avesse a ratificar la pace,
e così ad investirlo di Sardegna o di Cipri, dove poi rimanessero i
figliuoli, che fossero nati da questo matrimonio. Ed acquistando Re
Federico di que' Regni o l'uno o l'altro, che andasse a regnarvi;
risegnando subito al Re Carlo il Regno di Sicilia, con pagarglisi a
conto di sua dote all'incontro centomila once d'oro.
(In esecuzione di questa pace, _Federico_ nel 1303 prestò il
giuramento di fedeltà al Pontefice _Benedetto XI_ ch'era succeduto
a _Bonifacio VIII_ per mezzo del suo Proccuratore Corrado Doria,
nel qual'istrumento, che si legge presso _Lunig tom. 2 pag._ 1054
_Federico_ è chiamato Re di Trinacria).
In cotal guisa terminossi la guerra di Sicilia. Fu liberato il Principe
di Taranto con gli altri Baroni prigionieri, ed il Re Federico andò a
visitare il Valois, e 'l Duca di Calabria al campo, e con grand'amore
s'abbracciarono ed unitamente mandarono a Re Carlo in Napoli per la
ratificazion della pace, e per condurre la sposa in Sicilia. Re Carlo,
che naturalmente era pacifico ed inchinando l'età sua alla vecchiezza,
gli rincrescea molto la guerra, accettò gli articoli; e poich'ebbe
ratificato, mandò sua figliuola con Giovanni Principe della Morea suo
figlio ottavogenito: ed in Sicilia si ferono quelle feste, che la
qualità di quei tempi comportò, più tosto con animi lieti, che con
magnifiche pompe: e Carlo di Valois col Duca, e 'l Principe, e gli
altri Baroni, riposti in libertà ritornarono in Napoli[489].
Questa pace per tutta Europa si giudicò molto vantaggiosa ed onorata
per lo Re Federico, e fino al Cielo esaltarono la virtù sua, che con
debili forze d'un picciol Regno, e' solo erasi mantenuto e difeso
da molti avversari poderosi; e quantunque la condizione, che egli
fosse Re in vita, pareva onorata per l'altro; nientedimeno chi era
giudizioso mirava, che dopo sua morte s'avria da entrare all'esecuzione
della pace, più tosto con l'armi, che con la carta de' Capitoli. Per
contrario si tenne poco onorata per Carlo di Valois; e da Giovanni
Villani è scritto, che il motteggiarono per Italia, che era andato in
Fiorenza a porvi pace, e lasciovvi nuova guerra; e che era andato in
Sicilia a far guerra, e partivano con disonorata pace.
Il Valois ritornato a Napoli, indugiò molti giorni, riconciando
l'armata, ed ancor dando tempo all'apparecchio del Re Carlo, che
deliberava con ogni cortesia d'aiutarlo, e mandare il Principe di
Taranto ed il Principe della Morea suoi figliuoli in Grecia. Ma, come
accader suole nell'imprese grandi, essendo insorta tra il Pontefice
Bonifacio ed il Re di Francia fiera guerra, contro cui fece anche il
Papa mover guerra dal Re inglese; perciò non solo fu escluso il Valois
degli aiuti del Papa e del Re di Francia, ma gli fu ancor necessario
di ritornar a' suoi per l'aiuto di quel Regno; e non ebbe poi mai
più comodità a far l'impresa; anzi in progresso di tempo avendo due
figliuole di quella moglie, ch'era nipote dell'Imperadore Balduino,
diede l'una per moglie al Principe di Taranto, che per lei s'intitolò
Imperadore di Costantinopoli, e l'altra dopo molti anni fu moglie di
Carlo Duca di Calabria, figliuolo di Roberto.
Ruggiero di Loria, al qual pareva, che in questa pace non avevan di lui
fatto quel conto, che sua virtù meritava, benchè gli avesse donati Re
Carlo ampi Stati nel Regno, in iscambio di quelli, ch'avea perduti in
Sicilia, pur se ne passò in Catalogna ricchissimo di gloria, dove poi
morì, con nome del più fortunato e Gran Capitano di mare, di quanti ne
sono lodati per l'istorie greche e latine.
Ma ritornando alla pace, dicono alcuni Autori, che trovandosi il Legato
Appostolico al trattar di quella costrinse Re Federico a promettere
una certa ricognizione alla Sede Appostolica, ma o fosse ciò vero o
falso, non ebbe alcun effetto; poichè Papa Bonifacio poco da poi della
sua prigionia morì d'afflizione in Roma a' 11 ottobre di quest'anno
1303, ed in suo luogo fu rifatto _Benedetto XI_ Trivigiano dell'Ordine
Frati Predicatori, il quale a' 6 luglio del seguente anno morì, non
senza sospetto di veleno, e lasciò nel Collegio molte discordie; poichè
essendosi quello diviso in tre fazioni, dell'una era capo Francesco
Gaetano nipote di Bonifacio, uomo fatto assai potente dal zio, così
di ricchezze, come di sequela; era capo dell'altra Napolione Orsino;
e dell'altra il Cardinal di Prato: onde la Sede vacò per tredici mesi,
ed al fine a' 5 di luglio del 1305 fu eletto Pontefice l'Arcivescovo di
Bordeos franzese, che allora stava in Francia, e fu chiamato _Clemente
V_.
Costui fu che, o a persuasione del Re di Francia, o per amor del
paese nativo, in cambio di venire a coronarsi a Roma, trasferì la
Sede Appostolica in Avignone, chiamando a quella città i Cardinali;
dove poi con gran danno d'Italia si fermò per più di settanta anni,
finchè Gregorio XI non la restituisse a Roma; ed a compiacenza di quel
Re si coronò a Lione, ove intervennero egli, Carlo di Valois e molti
altri Principi Oltremontani. Mandò poi il Papa tre Cardinali Legati in
Roma colla potestà Senatoria, da' quali quella città e lo Stato fosse
governato.
Da quest'anno 1305 fin al 1309 nel qual morì, il Re Carlo stette assai
quieto nel Regno di Napoli, e si diede a magnificar questa città,
ed agli altri studj di pace, come diremo. E parve che la fortuna gli
rendesse per altra via quello, che di reputazione avea perduto con la
pace fatta col Re Federico; poichè i Fiorentini per le civili discordie
vennero a pregarlo, che mandasse in Fiorenza il Duca di Calabria, a cui
da loro si profferiva il governo della città: come ne gli compiacque,
e Fiorenza il ricevè come suo Signore. Andò poi il Duca a visitar
il Papa in Avignone, e dopo maneggiate col medesimo alcune cose in
beneficio de' Guelfi, cavalcò per la Provenza, dove que' Popoli gli
fecero ricchissimi presenti, ed all'istesso tempo tolse la seconda
moglie, che fu la figliuola del Re di Majorica del sangue Aragonese,
cugina della Duchessa Violante sua prima moglie: e con volontà di Carlo
suo padre congiunse col cognato primogenito di quel Re, Maria sorella
sua quartogenita. Nè mancarono tra 'l maneggiare in Francia questi
matrimoni, altre feste a Napoli, perchè il Re Carlo diede Beatrice
sua figliuola ad Azzo Marchese di Ferrara, e conchiuse il matrimonio
della figliuola del Valois col Principe di Taranto, per la qual donna
si trasferirono il titolo e le ragioni dell'Imperio di Costantinopoli
nella Casa del Principe di Taranto; poichè il Valois vedendosi fuor di
speranza a poter fare quell'impresa, la delegò al Principe, facendolo
suo genero, scorgendolo uomo bellicoso, e per ajuti, che potea dargli
il padre, abile a fare in que' paesi qualche conquista. Il Tutini[490]
rapporta queste ragioni essergli pervenute non già dalla figliuola del
Valois sua seconda moglie, ma dalla terza, che fu Caterina figliuola
di Balduino Conte di Fiandra ed Imperadore di Costantinopoli, e
porta una carta d'investitura fatta dal Principe e da Caterina, che
s'intitolano Imperadori costantinopolitani, per la quale creano Re e
Despoto della Romania e dell'Asia minore, con tutti li Contadi, Baronie
e isole adiacenti _Martino Zaccaria_, Signore dell'isola di Chio suo
Consigliere, concedendogli tutte le prerogative regie e Despotali: che
potesse bere in tazza d'oro, portare corona e scettro regio, scarpe
rosse, con altre insegne regali, come più innanzi diremo.