_Prigionia del Principe di Salerno, e morte del Re CARLO suo padre._
Mentre queste cose si trattavano in Francia, Ruggiero di Loria avendo
inteso, che Guglielmo Carnuto provenzale, era passato con ventidue
galee per soccorrere e munire il castello di Malta, che si tenea
per Carlo, uscì dal Porto di Messina con diciotto galee, ed andò per
trovarlo, e giunse a tempo, ch'avea messo nel castello genti fresche e
vettovaglie, e stava con le galee nel porto di Malta. Mandò Ruggiero
una fregata con un trombetta, che richiedesse il Capitano franzese a
rendersi, o veramente apparecchiarsi alla battaglia: il Provenzale, che
da sè era orgoglioso, ed avea avuta certezza, che l'armata nemica era
inferiore di numero di galee, uscì dal Porto, ed attaccò la battaglia;
ma alla fine dopo molto spargimento di sangue restò egli rotto e
morto, e delle sue galee se ne salvarono sol dodici fuggendo verso
Napoli: le diece altre furon prese, e condotte da Ruggiero a Messina
con grand'allegrezza di tutta l'isola. I Maltesi si resero, e Ruggiero
lasciò alla guardia di quell'isola Manfredi Lancia suo Capitano[409].
Ma non contento Ruggiero di questa vittoria, avendo già conceputo
nell'animo l'altre gran cose che poi fece, poste in ordine quante galee
erano per tutta l'isola, con grandissima celerità andò verso Napoli,
acciocchè offerendosi qualche altra occasione avesse potuto far alcuna
altra notabile impresa; il che gli successe felicemente, perchè avendo
trascorse le marine di Calabria con quarantacinque galee, se ne venne
a Castellamare di Stabia, donde rinfrescata l'armata passò verso Napoli
nel medesimo mese di giugno dello stesso anno 1283 e con quell'ordine,
che si suol andare per combattere, appressato alle mura di Napoli
cominciò a far tirare saette ed altri istromenti bellici, che s'usavano
a quel tempo dentro la città: onde tutto il Popolo si pose in arme,
credendosi che Ruggiero volesse dar l'assalto alla città; ma perchè
l'intenzion di Ruggiero non era di far altro effetto, che d'allettare e
tirare le galee, ch'eran nel Porto di Napoli alla battaglia, dappoichè
ebbero i Siciliani con parole ingiuriose provocati i Napoletani, che
stavano su le mura, e quelli ch'erano al porto su le galee, si mosse
egli colle sue costeggiando la riviera di Resina e della Torre del
Greco, e l'altra riviera verso Occidente di Chiaja e di Posilipo,
bruciando e guastando quelle ville e que' luoghi ameni, che vi erano.
Il Principe di Salerno lasciato dal padre Vicario del Regno, non
potendo soffrire tanta indegnità di vedere, che su gli occhi suoi i
nemici avessero tanto ardire, fece ponere in ordine subito le galee,
delle quali era allor Capitano Generale Giacomo di Brusone franzese,
e vi s'imbarcò con animo d'andar a combattere. Gerardo Cardinal di
Parma Legato Appostolico, che si trovava in Napoli, esclamava, che
non uscisse il Principe, nè s'arrischiasse l'armata a combattere;
ma egli non potendo soffrire il fasto di Ruggiero, volle in tutti i
modi imbarcarsi. Non solo i Franzesi veterani e gli altri stipendiari
del Re s'imbarcarono con lui, ma non restò nella città uomo nobile,
o cittadino onorato atto a maneggiar l'arme, che non andasse con lui
con grandissimo animo: e poichè l'armata fu allontanata poche miglia
dal porto di Napoli, Ruggiero di Loria, tosto che la vide, fece vela
con le sue galee mostrando di voler fuggire, ma con intenzione di
tirarsi dietro l'armata nemica tanto in alto, che non avesse potuto poi
evitare di non venir a battaglia. Il Principe allegro, credendosi, che
fosse vera fuga, e tutti i soldati delle sue galee, e massime quelli,
ch'aveano poca esperienza nell'armi, con grandissime grida si diedero
a seguire, sperando vittoria certa; ma poichè furon allontanate per
molte miglia da terra ferma, Ruggiero fece fermare le sue galee, e
dopo averle una per una visitate, animando i suoi fece girar le prode
verso i nemici, che già s'avvicinavano, e con grandissimo impeto andò
ad incontrargli. Fu con grandissima forza dell'una parte e dell'altra
attaccata la zuffa; ma poichè la battaglia fu durata un gran pezzo,
tanto stretta, che appena si potea conoscere una galea dall'altra, al
fine avendo i Cavalieri delle galee del Principe adoperate tutte le
forze, vinti dal caldo e dalla stanchezza, cominciarono a cedere; ma la
galea capitana dove trovavasi il Principe fu l'ultima, perchè ancora
che fosse in luogo, nel quale non poteva agevolmente disbrigarsi,
ed uscire dalla battaglia, come fecero molte altre, che si salvarono
ritirandosi verso Napoli, fece grandissima resistenza, perchè in essa
si trovava il fiore de' combattenti, deliberati più tosto morire, che
voler cedere, e vedere prigione il Principe loro. Ma Ruggiero per
uscire d'impaccio fece buttare dentro mare molti Calafati ed altri
Marinari con vergare, ed altri istromenti, i quali subito perforarono
in molti luoghi la galea del Principe, in modo che si venne ad empire
tanto d'acqua che per non andar a fondo, il Principe e gli altri, che
se n'accorsero, si resero a Ruggiero, che gli confortava a rendersi;
e Ruggiero porse la mano al Principe sollecitandolo, che passasse
presto alla galea sua. Restarono insieme col Principe prigioni il
Brusone Generale dell'armata, Guglielmo Stendardo e molti altri Signori
italiani e franzesi, che andavano sopra dieci galee che parimente si
resero[410].
Questa rotta sbigottì grandemente i Napoletani, poichè videro Ruggiero
quasi trionfante tornar avanti le mura della città, ed invitare il
Popolo napoletano a far novità. E già la plebe avea cominciato a
tumultuare, ed a gridare, muoia Re Carlo, e viva Ruggiero di Loria.
E narra il Costanzo, che se i Nobili, i vecchi ed i più riputati
Cittadini, che pigliarono a guardare le porte della città ed a frenare
quell'impeto, non riparavano, sarebbe occorso qualche gran disordine.
Ripressa adunque la plebe, e quietata la città, Ruggiero si ritirò
all'isola di Capri: ed ottenne dal Principe, che Beatrice ultima
figliuola del Re Manfredi, la quale era stata prigione quindici anni
nel castello dell'Uovo con la madre e co' fratelli, i quali allora
si trovaron morti, fosse liberata, e se ne ritornò in Sicilia; e con
grandissimo fasto, e grand'allegrezza di tutti i Siciliani, presentò
alla Regina Costanza la sorella libera, ed il Principe prigione, il
quale con tutti gli altri principali prigioni fu posto nel Castello di
Mattagrifone in Messina.
I Siciliani volevano servirsi del Principe, come rappresaglia
per Corradino, e convocati i Sindici delle terre di tutta l'isola
giudicarono, che se gli dovesse mozzar il capo, siccome Carlo avea
fatto di Corradino, e mandarono alla Regina Costanza, che ne prendesse
in cotal guisa vendetta. Ma questa grande, e magnanima Reina detestando
tal crudeltà, fece loro intendere, che in cosa di tanta importanza,
quanto era la morte del Principe, non era di farne determinazione
alcuna, senza la volontà del Re Pietro suo marito, che si trovava in
Aragona; onde per levarlo dal loro cospetto, e conservarlo vivo, lo
mandò prigione in Aragona a Re Pietro, ove stette più anni custodito
in stretta prigione. Questa illustre azione, siccome fu celebrata per
tutti i secoli per magnanima e generosa, così rese più detestabile
l'infamia del Re Carlo, perchè la pietà e la clemenza trovò più luogo
in un petto debole ed infermo d'una donna, che nell'animo virile di
quel Re, infamato perciò per tutti i secoli, e da tutti i Scrittori.
Intanto quasi due dì dopo la battaglia, il Re Carlo che veniva da
Marsiglia, giunge a Gaeta, dove con infinito suo dolore ebbe novella
della rotta, e prigionia di suo figliuolo, e del tumulto accaduto a
Napoli. Ne scrisse immantinente al Papa, chiedendogli a tanta avversità
conforto e soccorso di danari[411]; e adirato contro i Napoletani
si portò subito a questa città, ed avuto in mano i Capi del tumulto
al numero di 150 de' più incolpati, gli fece impiccare, condonando
il resto a' Nobili e Cittadini principali, che avevano guardata la
città. Ed essendo il principio di luglio, volendo passar in Messina
per l'impresa di Sicilia, spedì 75 galee, che passassero il Faro,
e girassero a Brindisi ad unirsi con l'altre galee, ch'erano armate
nel mare Adriatico. Ed egli per terra andò in Calabria ad assediar
Reggio, ch'era in potere degli Aragonesi; ma riuscitagli anche vana
quest'impresa, ritornò in Puglia, tutto occupandosi a fornire di
numerose Navi la sua armata per l'impresa di Sicilia.
Ma Re Pietro intanto era da Aragona passato in Messina per difesa di
quell'isola, e conoscendo, che il Papa era implacabilmente adirato
con lui, ma che per la rotta e prigionia del Principe, dissimulando
l'odio, avea mandato due Cardinali in Sicilia a trattare la libertà
del Principe, e la pace, volle deluderlo con la medesima arte: poichè
dopo aver ricevuti i Cardinali con onor grandissimo, diede loro tanta
speranza di pace onorata per Re Carlo, che quelli mandarono a dirgli,
che non si movesse, e con questa speranza, da poi che Carlo ebbe
perduta un'altra stagione, con molta destrezza e prudenza uscì dal
trattato di pace, onde i Cardinali ingannati e delusi, dopo avere di
nuovo maledetto, e riscomunicato Re Pietro ed i Siciliani, si partirono
e tornarono al Papa.
Carlo vedendosi beffatto, si risolse a mezzo decembre di porre in
ordine l'armata per ricuperare la libertà del figliuolo ed il perduto
Regno; ma mentre egli da Napoli parte per andare a Brindisi a poner in
punto l'armata, ecco che nel cammino infermossi a Foggia; dove, essendo
giunta l'ora sua fatale, oppresso da malinconia per le tante avversità
accadutegli, trapassò nel mese di gennaio del nuovo anno 1285.
Teodorico de Niem[412], che fiorì nel Regno di Carlo III di Durazzo e
del Re Ladislao, narrando la morte di questo Principe, scrisse, che fu
tanta l'oppressione e malinconia del suo animo, che una notte vinto da
disperazione da se stesso con un laccio si strangolò. Il suo corpo fu
condotto a Napoli, e seppellito nella maggior chiesa con pompa reale,
dove ancor oggi s'addita il suo tumulo.