CAPITOLO VI.

_Uffiziali della Corona divisi. Il Tribunale della Gran Corte stabilito

in Napoli, e della Corte del Vicario._

Quindi nacque ancora, che quando a tempi de' Normanni e de' Svevi,

essendo una la sede regia, gli Ufficiali della Corona erano i medesimi

non meno in Sicilia che in Puglia; da questo tempo in poi ciascuno

Regno ha avuti i suoi propri, nè quelli dell'uno si impacciavano

dell'altro. Re Pietro creò i suoi per lo Regno di Sicilia, e Carlo

ritenne gli antichi, che restrinsero la loro giurisdizione nel Regno

solo di Puglia. Così avendo il Re d'Aragona creato Gran Giustiziere

di quell'isola Alaimo di Lentino, che fu uno de' principali capi

della congiura, vennero a farsi due _Gran Corti_, una in Sicilia,

della quale era capo Alaimo; l'altra in Napoli, nella quale era Gran

Giustiziere Luigi de' Monti: ond'è che Sicilia ritenga ancora questo

Tribunale della _Gran Corte_, senz'altra giunta di _Vicaria_; poichè

in quell'isola non vi fu la Corte del Vicario, come fu in Napoli,

essendo questa stata istituita da Carlo I, quando lasciò il Principe

di Salerno per Vicario del Regno, come diremo. Così nell'istesso tempo,

che Re Pietro creò Giovanni di Procida Gran Cancelliere di Sicilia, noi

avevamo l'altro in Napoli. Ruggiero di Loria fu Grand'Ammiraglio del

Re Pietro, ed Errico di Mari del Re Carlo; e così di mano in mano degli

altri Ufficiali.

Perciò Napoli ritiene oggi li suoi Ufficiali separati da quelli di

Sicilia, siccome eziandio gli ritenne, ancorchè quella si fosse riunita

poi sotto il Regno d'Alfonso I. Ciò che per questa divisione ne avanzò

il Regno di Sicilia fu, che gli Aragonesi per aver sempre avversi i

Pontefici romani, i quali volevano che il Regno si restituisse agli

Angioini, non cercarono più ad essi investitura; onde a lungo andare

quella del Regno di Sicilia si tolse, e rimase solo per lo Regno di

Napoli.

Ma non perchè Napoli fosse per tanti gradi salita ad esser capo e

metropoli del Regno di Puglia, è punto vero quel che il Munstero[370],

Freccia[371], e 'l Summonte[372] scrissero, che sin da questi tempi

fosse questo Regno perciò chiamato il _Regno di Napoli_, e che Carlo

I d'Angiò, _Re di Napoli_ volle denominarsi; poichè tanto Carlo I

quanto Carlo II suo figliuolo, e Roberto suo Nipote, e tutti gli

altri suoi successori, non ostante la Bolla di Clemente IV, che chiamò

questi Regni di Sicilia _citra, et ultra Pharum_, non vollero ne' loro

diplomi mutar punto gli antichi titoli, e sempre vollero intitolarsi

_Rex Siciliae, Ducatus Apuliae, et Principatus Capuae_. Anzi per

quest'istesso che la Sicilia era occupata dagli Aragonesi, affinchè non

potesse dirsi di aver avuto animo d'abbandonarla, perciò s'intitolavano

anch'essi, non meno che gli Aragonesi, _Re di Sicilia_. E l'essersi

poi questo Regno detto di Napoli non più di Puglia, non accadde in

questi tempi, ma molto tempo da poi; e ciò avvenne, quando di nuovo

fu diviso dalla Sicilia sotto il Regno di Ferdinando I d'Aragona,

figliuolo d'Alfonso e de' suoi successori, poichè questi Aragonesi non

avendo altro Reame che quello di Napoli, nè potendo aver pretensione

per quello di Sicilia, si dissero, o semplicemente Re di Napoli, ovvero

di Sicilia _citra Pharum_. E nel Regno degli Angioini, gli Scrittori di

questi tempi non chiamarono con altro nome questo Regno, che con quello

di Puglia, siccome, oltre di molti altri, può scorgersi in Giovanni

Boccaccio, il quale scrivendo ne' tempi del Re Roberto e di Giovanna I,

non chiamò mai questo Regno di Napoli, ma sempre di Puglia.

§. I. _Del Tribunale della Gran Corte stabilito in Napoli._

L'essersi questo Tribunale stabilito in Napoli, non solo si dee alla

residenza di Carlo I d'Angiò in questa città, non molto più a questa

divisione del Regno di Sicilia, la quale obbligò così lui, come

gli altri Re suoi successori a mantenerlo quivi. Non è, che questo

Tribunale riconoscesse la sua istituzione da Carlo o da Federico II,

siccome si diedero a credere alcuni, ma come si è veduto nell'undecimo

libro di quest'Istoria, quando si favellò del Gran Giustiziere, fu

introdotto da' Normanni. Federico per mezzo di molte sue Costituzioni

lo innalzò, e stese molto la giurisdizione, costituendolo supremo

sopra tutti gli altri: siccome, imitando i suoi vestigi, fecero poi

gli altri Re della Casa d'Angiò. Prima, oltre del Gran Giustiziere

suo Capo, componevasi di quattro Giudici; ma Federico v'aggiunse poi

l'avvocato, ed il Procurator fiscale, il M. Razionale, molti Notai

ed altri Ufficiali minori. Si agitavano in questo, non solo le cause

civili e criminali, ma anche le Feudali, delle Baronie, dei Contadi e

de' Feudi Quaternati, le liquidazioni d'istromenti; e tutte le cause

degli altri tribunali inferiori, e de' Giustizieri delle province, si

portavano a quello per via d'appellazione, anche quelle delegate dal

Re. Erano sottoposti alla sua giurisdizione tutti i Conti, tutti i

Baroni e tutte le persone del Regno. Poteva anche conoscere de' delitti

di Maestà lesa, e di tutte le cause più gravi e rilevanti dello Stato.

I Re angioini gli diedero anche per mezzo de' loro _Capitoli_ più

regolata e stabil forma: e fra gli altri Carlo II nel 1306, mentr'era

Gran Giustiziere Ermengano di Sabrano Conte d'Ariano, mandò al medesimo

molti altri Capitoli, co' quali gli diede norma più particolare,

come dovesse reggere il suo Ufficio, mostrandogli quanto quello fosse

sublime, ed in quante cause potesse stendere la sua giurisdizione[373].

Reggendosi questo Tribunale dal Gran Giustiziere, perciò veniva anche

chiamato _M. Curia Magistri Justitiarii_ il quale prima avea la facoltà

di destinar egli il suo Luogotenente, ovvero Reggente, che in sua vece

lo reggesse: la qual prerogativa fu da poi tolta al Gran Giustiziere,

ed attribuita a' Vicerè, siccome ora costumasi.

Napoli adunque resasi più cospicua sopra l'altre del Regno, anche

per cagion di questo Tribunale, il quale tirando a se per via

d'appellazione tutte le cause del Regno, e dove trattavansi le più

rilevanti de' Baroni e de' Conti, doveva per necessità renderla più

frequentata e grande. Ma con tutto che per la residenza de' Re angioini

fossesi un tribunale così augusto stabilito in Napoli, non s'estinse

perciò l'altro più antico che vi era del Capitano. Il Capitano di

Napoli avea la sua Corte composta da suoi particolari Giudici, la quale

amministrava giustizia a' cittadini napoletani ed a suoi Borghesi[374].

Si stendeva ancor la sua giurisdizione nella città di Pozzuoli; ond'è,

che nei Registri[375] di questi Re franzesi, si leggano alcuni che

furono Capitani di Napoli e di Pozzuoli, come _Aymericus de Deluco

Miles Capitaneus Neapolis, et Puteolis_. E ne' tempi del Re Roberto

ancor si legge Roberto di Cornai Capitano di Napoli e di Pozzuoli.

Era creato a dirittura dal Re, e perciò non poteva il Reggente della

Gran Corte impedire, che non esercitasse la sua giurisdizione in

questi luoghi. Così leggiamo a' tempi di Carlo II, che Francesco

d'Ortona Capitano ottenne dal Re, che il Reggente della Gran Corte non

l'impedisse a poter esercitare la sua giurisdizione, anche nella città

di Pozzuoli.

Di questa Corte del Capitano di Napoli sin da' tempi di Carlo I

d'Angiò, ne' quali come si è altrove rapportato, vi fu Giudice il

famoso _Marino di Caramanico_, abbiamo ne' registri di questi Re

franzesi spessa memoria. Nel registro del Re Carlo II dell'anno 1298

si legge una sua carta dirizzata _Capitaneo, et universis hominibus

Civitatis Neap. ec[376]._ E ne' registri dello stesso Re dell'anno

1302 e 1303 si legge essersi scelta la Casa de' Fellapani nella Piazza

di Portanova, che era allora quasi in mezzo della città, per reggersi

questa Corte; dalla quale fu denominata la Chiesa di San Giovanni a

Corte, come narra il Summonte[377]: ancorchè il Tutini[378] creda, che

questa Chiesa ritenga tal nome dal Tribunale della G. Corte, che dice

essersi in que' tempi in quella contrada eretto. Nel tempo di Carlo

III pure della medesima si ha memoria, leggendosi una carta rapportata

dal Tutini[379] di questo Re, dove drizza un suo ordine; _Magistro

Justitiario Regni Siciliae, et Judicibus M. Curiae Consiliariis nec non

Capitaneo Civitatis Neap. ec._ Fassene anche menzione negli ultimi anni

del Regno degli Angioini; poichè la Regina Giovanna II ne' suoi Riti

della G. Corte della Vicaria ne favella[380]. Nè sentendosi da poi più

di quella parlare, crede il Tutini[381], che questa Corte rimanesse

estinta ne' tempi de' Re aragonesi ond'è, che ora il Tribunal della

Gran Corte abbia la conoscenza delle sue cause, la quale erasi negli

ultimi tempi degli Angioini molto estenuata, perchè non gli era rimasa,

se non la conoscenza delle cause criminali, nè poteva procedere nella

liquidazione degli stromenti, come si vede da Riti[382] della Regina

Giovanna II, donde si convince l'errore di _Prospero Caravita_[383],

il quale credette, che siccome nella Gran Corte presideva il gran

Giustiziere, così nella Corte della Vicaria, prima che questi due

Tribunali s'unissero, presideva questo Capitano; poichè la Corte del

Capitano di Napoli era tutta altra dalla Corte della Vicaria, della

quale saremo ora a trattare.

§. II. _Della Corte del Vicario._

La Corte del Vicario, detta comunemente _Vicaria_; bisogna distinguerla

e separarla non meno dalla Corte del Capitano di Napoli, che dalla

Gran Corte, così se si riguarda l'origine, come le persone, che le

componevano, e le loro preminenze. Il Tribunale della Gran Corte è più

antico, come quello, che riconosce la sua istituzione da' Normanni.

La Corte del Vicario ricevè i suoi principii da Carlo I d'Angiò, ma la

sua forma e perfezione l'ebbe da Carlo II suo figliuolo. Errano perciò

il Frezza ed il Mazzella, che credettero questo Tribunale essere stato

istituito dal Re Roberto figliuolo di Carlo II.

L'origine di questo nuovo Tribunale deve attribuirsi alle moleste

cure, ed a' continui travagli, ne' quali fu Carlo I intrigato, da poi

che vide la sua fortuna mutar aspetto, e da prospera, che l'era sempre

stata, farsi poi avversa: quando voltandogli la faccia, gli fe' vedere

ribellanti i Popoli, e perdere in un tratto la Sicilia, ed intrigarsi

perciò con nuove guerre col Re Pietro d'Aragona suo fiero nemico e

competitore, che glie la involò. Percosso da così gran colpo Carlo, che

non fece per ricuperarla? mosse tutte le sue forze con grandi apparati

di guerra contro i Siciliani, ma sempre invano: strinse d'assedio

Messina; ma costretto ad abbandonarla, va in Roma, ove altamente si

querela col Papa del Re Pietro, chiamandolo traditore, e mancator di

fede. Rimprovera colà l'Ambasciadore dell'Aragonese, e lo chiama a

particolar tenzone. Accettata la disfida da Pietro, si stabilisce il

luogo da battersi, e si destina la città di Bordeos in Francia, ch'era

allora tenuta dal Re d'Inghilterra.

Dovendo Carlo adunque imprendere sì lungo viaggio, coll'incertezza se

mai sopravvivesse a sì pericolosa e grande azione, perchè il Regno

di Puglia, che era rimaso sotto la sua ubbidienza, e seguendo forse

l'esempio della vicina Sicilia, per la sua assenza, non pericolasse,

pensò d'eleggere il Principe di Salerno suo primogenito, e successore

per _Vicario_ del Regno, con assoluto ed independente imperio, dandogli

tutta la sua autorità regia per governarlo in sua assenza. Gli assegnò

ancora i più gravi Ministri, ed i più alti Signori, perchè assistessero

al suo lato per Consiglieri nelle deliberazioni più importanti della

Corona. Ed il Principe, come savio, seppe così bene valersi di tanta

autorità, che riordinò il Regno in miglior forma, stabilendo, mentr'era

Vicario, più Capitoli, de' quali a suo luogo farem parola, pieni di

somma prudenza, e benignità verso i Popoli di queste nostre province.

Per questa nuova dignità di _Vicario_, e per gli Ufficiali destinati al

lato del Principe per suo consiglio, surse questa nuova Corte, detta

perciò _Curia Vicarii_[384]: maggiore e più maestosa dell'altra, che

vi era della Gran Corte; poichè la Gran Corte era rappresentata dal M.

Giustiziere uno degli Ufficiali della Corona, che n'era Capo; ma questa

rappresentava la persona del Primogenito del Re, come Vicario Generale

del Regno, di cui egli era Capo: ciocchè certamente era di maggiore

dignità e preminenza. Quindi la preminenza, che oggi ritiene il

Tribunale della Gran Corte della Vicaria di dar la tortura a' rei dal

processo informativo, la ritiene perchè a quello sta unita la Corte del

Vicario, poichè altrimenti la sola gran Corte non potrebbe darla[385].

Ma la Corte del Vicario, in tempo di Carlo I, fu solamente adombrata,

e ne' suoi primi delineamenti; siccome furono quasi tutte le cose di

Carlo, che dal suo successore furono poi ridotte a perfezione.

Carlo II suo figliuolo le diede forma più nobile, e maggiore

stabilimento, per una occasione, che bisogna qui rapportare. Avendo

questo Principe promesso nelle Capitolazioni della pace fatta per la

sua scarcerazione, di presentarsi di nuovo prigione, nel caso che Carlo

di Valois non volesse rinunziare l'investitura del Regno d'Aragona;

vedendo differita tal rinunzia, deliberò passare in Francia a stringere

quel Re, e suo fratello a farla, con fermo proponimento di ritornare

in carcere, quando non avesse potuto ciò ottenere. Dovendo dunque

intraprender questo viaggio creò nell'anno 1294 _Vicario_ Generale

del Regno _Carlo Martello_ suo primogenito, come si legge nel libro

dell'Archivio dell'anno 1294[386]. Ed avendo differita la partenza per

Francia, portatosi a Roma per l'elezione del nuovo Pontefice, da questa

città nel mese d'aprile dell'anno seguente 1295 mandò a Carlo Martello

una più esatta istruzione del reggimento di questa Corte, destinandogli

i Consiglieri e tutti gli altri Ufficiali, de' quali dovea comporsi:

donde si raccoglie ancora la preminenza di questo Tribunale; poichè

anche alcuni Ufficiali supremi della Corona furono destinati per

Consiglieri Collaterali del Vicario. Ed in prima fu trascelto Filippo

Minutolo Arcivescovo di Napoli, quello stesso, di cui il Boccaccio[387]

ragiona in una delle sue Novelle, Giovanni Monforte Conte di Squillaci

Camerario, Raimondo del Balzo figliuolo del Conte d'Avellino, Gotifredo

di Miliagro Senescallo, Guglielmo Stendardo Marescallo, Rainaldo de

Avellis Ammiraglio, e Guido di Alemagna, e Guglielmo de Pontiaco

Militi. Tommaso Stellato di Salerno Professore di Legge civile, e

Maestro Razionale della Gran Corte, Andrea Acconciajoco di Ravello

Professore di legge civile, e Viceprotonotario del Regno; e Fr. Matteo

di Roggiero di Salerno, e M. Alberico Cherico, e familiare del Re.

Prescrissegli ancora il modo da spedire gli affari appartenenti a'

loro Uffici, distribuendo a ciascuno ciò ch'era della sua incumbenza,

come si legge nel suo diploma istromentato in Roma per mano di

Bartolommeo di Capua, e rapportato non men dal Chioccarelli[388], che

dal Tutini[389] nelle loro opere.

Questo medesimo istituto mantennero gli altri Re angioini suoi

successori; e Carlo II istesso, partito che fu Carlo Martello per

Ungheria a prender la possessione di quel Regno, elesse per Vicario

Generale del Regno Roberto altro suo figliuolo[390]. Roberto innalzato

al soglio, fece suo Vicario Carlo Duca di Calabria suo unigenito, del

quale come Vicario abbiamo più Capitoli, ed una Costituzione fra' Riti

della Gran Corte[391]. E negli ultimi tempi del Regno loro leggiamo

ancora, la Regina Isabella essere stata creata Vicaria del Regno

dal Re Renato suo marito, la quale nell'anno 1436 dirizzò una sua

lettera a Raimondo Orsino Conte di Sarno Giustiziere del Regno, ed al

Reggente della Gran Corte della Vicaria, che si legge tra' Riti della

medesima[392].

Fu ancora lor costume, che i Vicari in caso d'assenza, o altro

impedimento, solevano eleggere loro Luogotenenti, chiamati _Reggenti_,

affinchè attendessero all'amministrazione e governo di questa Corte,

della quale erano Capi, e perchè maggiormente si veda quanto nel

Regno degli Angioini si fosse innalzato questo Tribunale, i figliuoli

stessi de' Regi non isdegnavano d'essere eletti Reggenti del medesimo.

Così leggiamo che tra' figliuoli di Carlo II fu eletto Reggente della

Vicaria Raimondo Berlingerio suo quintogenito[393]. E nell'anno 1294

il suddetto Re fece Reggente Pietro Bodino d'Angiò; e nell'anno 1306

Niccolò Gianvilla. Il Re Roberto creò ancor egli vari Reggenti, come

nell'anno 1326 Francesco Stampa di Potenza; e nell'anno 1338 Giovanni

Spinello da Giovenazzo. La Regina Giovanna I creò ancor ella nell'anno

1369 Gomesio de Albernotiis, detto per ciò _Regens Curiam Vicariae, et

Capitaneus Generalis Regni Siciliae_[394].

Oscurò pertanto questo nuovo Tribunale del Vicario non poco l'altro

della Gran Corte. La Corte del Vicario per li personaggi che la

componevano innalzossi sopra tutte l'altre, ed era, come è a noi

oggi il Consiglio collaterale del Principe. Così osserviamo che nel

Regno de' _Normanni_, e degli _Svevi_ la _Gran Corte_ era il Tribunal

supremo. Nel Regno degli _Angioini_ tenne il campo la _Corte del

Vicario_. Nel Regno degli _Aragonesi_, il nuovo Tribunale del _Sacro

Consiglio di S. Chiara_ oscurò tutti due. E nel Regno degli _Austriaci_

si rese eminente sopra tutti gli altri il _Consiglio Collaterale_, come

si vedrà nel corso di questa istoria.

Questi Tribunali della Gran Corte, e della Vicaria furono lungo tempo

divisi, leggendosi ne' medesimi tempi i _M. Giustizieri_, che reggevano

la Gran Corte ed i _Vicari_, ovvero loro Reggenti, che amministravano

quella della Vicaria. Nel tempo istesso di Carlo II abbiamo Ermengano

di Sabrano Giustiziere della Gran Corte, e Niccolò di Gianvilla

Reggente della Vicaria ed in tutte le scritture di questi tempi de' Re

_Angioini_ osserviamo d'altra maniera espressi i Reggenti di Vicaria,

e d'altra i M. Giustizieri della Gran Corte. Così di coloro preposti

alla Corte del Vicario, leggiamo; _Regens Curiam Vicariae_. Degli

altri: _In quo hospitio M. Curiae Magistri Justitiarii Regni; regebatur

et regitur_. In breve la Gran Corte era chiamata: _Curia Magistri

Justitiarii_. Quella del Vicario: _Curia Vicarii, seu Vicariae_.

Quando questi Tribunali si fossero uniti e ridotti in uno, e chiamato

perciò _la Gran Corte della Vicaria_, non è di tutti conforme il

sentimento. Camillo Tutini[395] credette, che questa unione si fosse

fatta da Carlo I, ma va di gran lunga errato; poichè tanto è lontano

che fosse stato egli autore di quest'unione, che appena possiamo

riconoscerlo per istitutore della Corte del Vicario, avendocene sol

egli dati i primi principii e delineamenti. Carlo II suo figliuolo

ancora non è da dirsi, che gli unisse, perchè egli diede forma e

perfezione alla Corte del Vicario, e la rese eminente anche sopra la

Gran Corte, per i personaggi dei quali volle che si componesse; e nelle

scritture degli altri Re angioini suoi successori, sovente quando

fassi memoria di questi Tribunali, leggiamo l'uno essere chiamato

_Curia M. Justitiarii_, e l'altro _Curia Vicarii_. Per questa ragione

alcuni credettero, che questa unione non si fosse fatta nel Regno degli

Angioini; e Prospero Caravita[396] credette, che a' tempi della Regina

Giovanna II questi Tribunali fossero ancora divisi. Altri dissero,

che tal unione seguisse negli ultimi tempi d'Alfonso I d'Aragona, il

quale avendo istituito il nuovo Tribunale del S. C. unì insieme questi

Tribunali, che chiamò della Gran Corte della Vicaria, come tenne il

Toppi[397]. Ma più verisimile sarà il dire, che questa unione non si

facesse in un subito. L'origine d'essersi tratto tratto questi due

Tribunali uniti, e la cagione di ciò, bisognerà riportarla fin a' tempi

di Carlo II verso l'anno 1306. Maggiori occasioni di tal unione si

diedero dopo il vicariato del Duca di Calabria figliuolo di Roberto, ma

assai più nel Regno di Giovanna II onde negli ultimi tempi d'Alfonso I

Re d'Aragona fu l'unione perfezionata, e di due Tribunali se ne formò

un solo.

Chi vi diede la prima mano fu l'istesso Carlo II poichè avendo egli,

come si disse, nell'anno 1306 formati alquanti capitoli[398] intorno

all'amministrazione dell'ufficio di G. Giustiziere, che drizzò ad

Ermengano de Sobrano M. Giustiziere del Regno di Sicilia, fra l'altre

cose, che in quelli costituì, fu di dar la cognizione al M. Giustiziere

di tutte le cause, delle violenze, ingiurie, delitti e di tutto ciò che

s'apparteneva alla Corte del Vicario, e che a lui potesse ricorrersi,

siccome _Robertus primogenitus noster Dux Calabriae, nosterque Vicarius

Generalis posset adiri_. Essendosi adunque fra di lor confuse le

cognizioni e le preminenze; fu cosa molto facile in decorso di tempo

farsi questa unione, e congiungersi insieme queste due Corti. Ma dopo

il vicariato del Duca di Calabria figliuolo di Roberto, la divisione

fu riputata più inutile; poichè non leggendosi dopo lui essersi creati

altri Vicari, se non che, negli ultimi periodi del Regno loro, si legge

costituita Vicaria del Regno la Regina Isabella dal suo marito Renato,

avvenne, che tal separazione fosse riputata inutile, potendosi gli

affari di questi due Tribunali spedire con più facilità ridotti in uno.

Poi la Regina Giovanna II volendo per mezzo de' suoi riti, riformare

queste due Corti, riputò meglio congiungerle insieme; onde avvenne, che

il gran Giustiziere ch'era capo della Gran Corte a' tempi de' Normanni,

unendosi ora questi Tribunali, ne venne anche egli ad esser capo di

questo altresì. Quindi è, che tutte le provvisioni ed ordini, che

dal Tribunale della Gran Corte della Vicaria si spediscono, tanto per

Napoli, quanto per tutto il Regno, sotto il titolo di gran Giustiziere

vengono pubblicate[399].

Da ciò nacque ancora, che dandosi al solo gran Giustiziere la

soprantendenza di queste due Corti[400], siccome poteva egli crear il

Luogotenente, e Reggente per regger la sua Gran Corte, così ancora

deputava egli quello stesso per Reggente della Corte della Vicaria:

unendo queste due dignità ed uffici in una sola persona che vi

destinava, de' quali Reggenti, insino ai suoi tempi, Niccolò Toppi

tessè lungo catalogo.

E quindi avvenne ancora, che volendo la Regina Giovanna II riformare

e ristabilire i riti ed osservanze di quelle, trovando ne' suoi tempi,

che scambievolmente comunicavansi infra d'esse tutta la loro autorità

e cognizione, con una sola determinazione providde al ristabilimento e

buono governo ed amministrazione delle medesime.

Ed è da notare, che quantunque i riti, che questa Regina ordinò,

fossero stabiliti per lo miglior governo ed amministrazione di questo

Tribunale, componendosi di due Corti, perciò viene da lei nominato

ora con singolar nome di sua Corte o Gran Corte di Vicaria, ed ora

di Corti in plurale. Così nel proemio disse: _In nostris Magnae et

Vicariae Curiis_. E nel primo rito: _In praedictis nostris Magnae,

et Vicariae Curiis, et qualibet ipsarum_. Ed altrove _Judices ipsarum

Curiarum_.[401] Ed è notabile ancora, che questa Regina ne' privilegi

che spedì a' Napoletani nell'anno 1420 che son registrati tra' riti

suddetti[402], volendo che di quelli potessero valersi in tutte le

Corti di Napoli, disse: _Tam scilicet Magna Curia Domini Magistri

Justitiarii Regni Siciliae, seu ejus Locumtenentis; ac Regentis Curiam

Vicariae; quam Capitaneorum, vel aliorum habentium merum, et mixtum

Imperium etc._ volendo denotare componersi questo Tribunale di due

Corti, di quella del M. Giustiziere e dell'altra della Vicaria. E la

Regina Isabella creata Vicaria dal Re Renato suo marito, drizzando,

come si disse, nell'anno 1436 una sua lettera, che pur leggiamo

tra quei riti[403] agli Ufficiali di questo Tribunale, pur disse:

_Raymondo de Ursinis etc. Magistro Justitiario Regni Siciliae, et ejus

Locumtenenti: Nec non Regenti Magnam Curiam nostrae Vicariae._

Donde si convince l'errore d'alcuni, e fra gli altri del Reggente

Petra[404], i quali leggendo ne' riti della Gran Corte della Vicaria

fatti compilare dalla Regina Giovanna II chiamarsi questo Tribunale

ora in dual numero, ed ora in singulare, si diedero a credere, che

nel tempo, che questa Regina ordinò la Compilazione, erano queste

Corti separate; quando poi fu quella ridotta a fine, erano già unite;

onde perciò nei primi riti si nominano in dual numero, e negli ultimi

in singulare. Ciò che sarebbe far gran torto alla diligenza, ed

accortezza di que' Giureconsulti, de' quali si valse la Regina per

quella compilazione, i quali raccolti ed ordinati che l'ebbero, gli

diedero fuori tutti insieme in un volume; e sarebbe stata grande loro

trascuraggine, se nel principio avesser separate queste Corti, e nel

fine l'avesser congiunte. Oltre che non meno la Regina Giovanna II nel

privilegio conceduto a' Napoletani, spedito negli ultimi anni del suo

Regno, e posto nel fine di que' riti, che la Regina Isabella, che visse

dopo Giovanna, separò queste due Corti nel tempo, che il Reggente Petra

le vuole unite, drizzando quella sua carta non meno al gran Giustiziere

e suo Luogotenente, che al Reggente della Vicaria. Erano adunque queste

Corti separate in se medesime, ma congiunte insieme a questi tempi,

facendo un solo Tribunale, di due Corti composto.

Nel Regno poi d'Alfonso I si tolse affatto così nelle scritture, come

nel parlare ogni vestigio di divisione, e l'unione si rese perfetta,

onde da poi non si nominò più in numero di più, ma fu riputato un solo

Tribunale; e poichè era composto di due Corti, fu chiamato perciò con

un sol nome, _Tribunale della Gran Corte della Vicaria_.

CAPITOLO VII. _CARLO Principe di Salerno governa il Regno come Vicario,

mentre il padre è in Roma, e va poi a battersi in Bordeos con PIETRO Re

d'Aragona._

Il Re d'Aragona, ancorchè fosse certo, che le sue preghiere al

Pontefice Martino niente doveano giovargli, essendo il Papa alle

preghiere di Carlo già risoluto di dare a costui ogni aiuto per la

ricuperazione dell'isola; nulladimanco perchè Carlo non fosse solo

a querelarsi col Papa, e potesse, con frapporre qualche trattato

di pace divertire la guerra, mandò a Roma suoi Ambasciadori ad

iscusarsi con Martino e col collegio de' Cardinali, ponendo loro in

considerazione, che volendo ricovrare quel Regno dovuto alla moglie ed

a' suoi figliuoli, non avea potuto con aperte forze levarlo di mano a

Carlo, ch'era il più potente Re dei Cristiani; e però avendo veduto,

che quelli dell'isola, disperati per gli atrocissimi portamenti de'

Franzesi, erano stati sforzati di fare quella uccisione, avea voluto

pigliare quella occasione, e cercare di salvar insieme la vita a'

Siciliani e racquistare alla moglie il perduto Regno: e che conveniva

alla Santità del Papa ed al decoro di quel sacro Collegio di spogliarsi

d'ogni passione e giudicare quel che ne fosse di giustizia: che se si

fosse sentenziato per lui, avrebbe egli così ben pagato il censo alla

Chiesa romana, e sarebbe stato così buon feudatario di quella, com'era

stato Re Carlo, e quando, udite prima le sue ragioni, fosse sentenziato

contra di lui, egli avrebbe lasciata la possessione dell'isola in man

della Chiesa.

Ma furono ben tosto conosciuti, e dal Papa e da Carlo questi artificii

di Pietro, onde ne furono rimandati gli Ambasciadori, non riportando

altro da Roma, se non che il Papa avea conosciuto, che queste erano

parole per divertire la guerra, e che era risolutissimo di dar ogni

aiuto e favor possibile al Re Carlo, il quale senza dubbio alla nuova

campagna verrebbe sopra l'isola con grandissimo apparato per mare e per

terra.

Allora fu, che Re Pietro lasciate ordinate alcune cose in Sicilia,

come fu consigliato da Ruggiero di Loria e da Giovanni di Procida,

passò in Aragona per provvedere di mandare in Sicilia nuovi soccorsi.

Gli Aragonesi, che prima aveano avuta a male quella impresa, come

pigliata senza volontà e consenso dei Popoli, e con ciò d'esser

altresì rotte e violate l'ordinanze e privilegi di quel Regno;

nulladimanco vedendola succeduta prospera, e guadagnato un Regno, nel

quale, da poi, molti del Regno di Aragona e di Valenza ebbero Stati

e Signorie, cominciarono a pensare d'aiutare il Re quanto potevano,

e nel Consiglio gli persuasero, che cercasse in ogni modo di placar

il Papa; onde l'indussero a mandare di nuovo Gismondo di Luna per

Ambasciadore, il quale avesse d'assistere a Roma, e pregar uno per

uno i Cardinali, che vedessero d'addolcir l'animo del Papa. Ma ecco,

che ciocchè Re Pietro con tanto studio non avea potuto per innanzi

ottenere, fortunatamente gli avvenne; poichè mentre il suo Ambasciadore

va per Roma, è incontrato da Carlo, il quale subito che 'l vide,

come era impaziente e soggetto all'ira, gli disse: che il Re Pietro

avea proceduto villanamente e da traditore, con avergli, essendogli

cugino, occupato il Regno suo, nel qual Manfredi non era stato mai Re

legittimo, ma occupatore e Tiranno; e ch'egli sarebbe per sostenerlo in

battaglia a corpo a corpo, o con alcuna compagnia di soldati. Gismondo,

ch'era persona accorta, rispose, ch'egli era venuto per trattar altro,

e non per disputare se 'l Re avea fatto bene o male, ancora che fosse

certo, che avea fatto ottimamente, ma ch'egli avrebbegli scritto, e che

sarebbe venuta da lui risposta, quale si conveniva al grado, al sangue,

ed al voler di tal Re; nè indugiò molto a scriver al suo Re quel

ch'era passato. Re Pietro gli rescrisse subito, che accettasse per lui

il duello e che offerisse al Papa, che per evitare tanto spargimento

di sangue di Cristiani, e' si contentava non solo combattere quella

querela, ma con esso ancora il dominio di tutta l'isola.

Alcuni scrissero, che Carlo per la fiducia, ch'avea nella persona sua

ed in molti altri Cavalieri del suo esercito, si fosse rallegrato di

questa offerta di Pietro, e che con assenso del Papa si cominciò a

trattare del modo, che aveano da tenere per combattere, nel che i due

Re convennero di scieglier ciascuno dodici Cavalieri per regolare il

tempo, il luogo e le condizioni del combattimento. Questi essendosi

ragunati formarono alcuni articoli, che furono ratificati da' due Re.

Fu in quelli determinato, che si sarebbero battuti a Bordeos città

della Guascogna, ch'era allora sotto il dominio del Re d'Inghilterra:

la giornata fu stabilita, per lo dì primo giugno 1283 nel quale

s'avessero da presentare in quella città ciascuno accompagnato da cento

Cavalieri.

Negli atti d'Inghilterra ultimamente fatti imprimere dalla Regina

Anna[405], si leggono questi articoli, e come quelli che non eran

pubblici, nè se non per questa edizione si sono esposti alla luce del

Mondo, sono stati cagione d'alcuni abbagli a' migliori Istorici, con

gran pregiudizio della riputazione del Re d'Aragona; poichè credettero,

che nella formazione de' medesimi v'avesse avuto anche parte il Re

d'Inghilterra, il quale come ugualmente parente d'ambedue questi Re,

avesse loro assicurato il campo, e che perciò non poteva scusarsi

Re Pietro d'aver avuto timore di comparire in pubblico, come fece in

secreto; imperocchè da questi articoli e da alcune lettere dello stesso

Re d'Inghilterra si convince, che tanto fu lontano, che v'avesse avuta

egli parte ed avesse egli assicurato il campo, che più tosto egli

fece ogni sforzo per disturbare il combattimento. Gli articoli furono

accordati solamente da' Cavalieri eletti da ambedue i Re, ed alcuni

anche scrissero, che nemmeno il Papa vi assentisse.

(Nel _Codice Diplomatico di Lunig_[406], si legge il Diploma del Re

_Pietro_, nel quale s'inseriscono le Capitolazioni accordate inforno al

duello col Re _Carlo_ nella città di _Bordeos_ in Guascogna, firmato

da' suoi Cavalieri. Siccome alla _pagina_ 1015 si legge un consimile

Diploma spedito dal Re _Carlo_, dove promette di comparire nel luogo

stabilito del duello, firmato parimente da' suoi Cavalieri. E che il

Papa facesse ogni sforzo per impedirlo, è manifesto da due Brevi di

_Martino IV_ che rapporta il cit. _Lunig_, uno alla _pag._ 1014 dove

inibisce al Re _Carlo_ il duello concertato col Re _Pietro_; l'altro

alla _pag._ 1022 drizzato ad _Odoardo I_ Re d'Inghilterra, nel quale

esorta quel Re ad usar ogni studio per impedire, che siegua ne' suoi

Stati).

Gli articoli, come si legge in quegli atti, furono i seguenti:

I Che il combattimento si farà a Bordeos, nel luogo, che il Re

d'Inghilterra giudicherà più convenevole, il qual luogo sarà

circondato di barriera. II Che gli due Re si presenteranno avanti

il Re d'Inghilterra per far questo combattimento il dì primo giugno

1283. III Che se il Re d'Inghilterra non potrà trovarsi in persona

a Bordeos, li due Re saranno tenuti di presentarsi avanti colui, che

il medesimo Re avrà deputato per ricever la loro presentazione in suo

luogo. IV Che se il Re d'Inghilterra non si trovasse in persona nel

medesimo luogo, nè inviasse alcuno in sua vece, i due Re siano tenuti

di presentarsi avanti colui, che comanda a Bordeos per lui. V Egli è

stato ancora convenuto, che il detto combattimento non si farà avanti

a chi che sia delle genti del Re d'Inghilterra, a meno che il detto

Re non vi si trovasse attualmente presente in persona: salvo a' due Re

di convenire tra di loro, per un consenso reciproco, di fare il detto

combattimento di questa maniera, cioè a dire in assenza d'Odoardo. VI

Che se il Re d'Inghilterra non si trovasse di persona nel luogo e nel

tempo accennato, gli due Re siano tenuti di aspettarlo trenta giorni.

VII Affinchè si possa in tutte le maniere proccurar la presenza del Re

d'Inghilterra, li due Re promettono e giurano di fare il lor possibile

di buona fede e senza frode, per ottenere dal detto Re, che si trovi

al luogo notato, ed al giorno detto, e di fare in maniera che le loro

lettere gli sian rese. Dopo alcuni altri articoli, che riguardano la

tregua e le sicurezze, che li due Re si danno reciprocamente, egli è

convenuto. VIII Che quegli de' due Re che mancherà di trovarsi nel

luogo e giorno suddetto, sia riputato vinto, e spergiuro, falso,

infedele, traditore, che non possa giammai attribuirsi nè il nome

di Re, nè gli onori dovuti a questo grado; ch'egli resti per sempre

privato e spogliato del nome di Re e dell'onor regale, e sia incapace

di ogni impiego e dignità, come vinto, spergiuro, falso, infedele,

traditore ed infame eternamente.

Accordati questi Articoli, ambedue i Re s'affrettarono di dar

provvedimenti a' loro Reami, perchè, dovendo intraprendere sì lungo

viaggio, ed esporsi ad una sì pericolosa azione, la loro assenza

o mancanza ad essi non nocesse. Re Pietro raccomandò a' Siciliani

l'ubbidienza, che doveano prestare alla Regina Costanza: diede allora

il titolo di Vicerè di quell'isola a Guglielmo Calzerano: creò Giovanni

di Procida Gran Cancelliere: diede l'Ufficio di Gran Giustiziere ad

Alaimo di Lentino, ed a molti altri benignamente fece grazie, e concedè

molti privilegi; e volle che tutti giurassero per legittimo successore

ed erede, e futuro Re _D. Giacomo_; il che fu fatto con magnifica pompa

e buona volontà di tutti.

Dall'altra parte il Re Carlo lasciò nel Regno per suo _Vicario_ il

Principe di Salerno, e gli diede buoni Consiglieri, che assistendolo

l'avessero da governare; stabilendo, come fu detto, un nuovo Consiglio,

che fu chiamato la Corte del Vicario; ed affrettandosi più del suo

Competitore, tolta che ebbe la benedizione dal Papa, marciò con

le sue genti, e si presentò nel giorno destinato con li cento suoi

Cavalieri al campo avanti Bordeos; e cavalcando per lo campo aspettò

fino al tramontar del Sole, facendo spesso dal suo Araldo chiamare il

Re Pietro; ma questi non comparendo, alcuni rapportano, che Carlo si

portasse avanti il Siniscalco del Re d'Inghilterra, che comandava la

città di Bordeos, e 'l richiedesse, ch'avesse da far fede di quello,

ch'era passato: e che avendo novella, che il Re d'Aragona era ancora

lontano, si ritirasse lo stesso giorno.

Re Pietro dall'altro canto, dappoichè s'ebbe eletti i suoi cento

Cavalieri, lor comandò, che s'avviasser subito verso Guascogna, ed egli

mandò avanti Giliberto Gruiglias per intendere se 'l Re d'Inghilterra

era arrivato a Bordeos, o se ci era suo Luogotenente, che avesse

assicurato il campo; ed egli con poco intervallo gli andò appresso

con tre altri Cavalieri valorosi: ma scorgendo, che niuno era che

assicurava il campo, narrasi, che si fosse travestito e nascosto dentro

la città di Bordeos sotto nome d'un de' Signori della sua Corte, e che

da poi, che Re Carlo fu partito, la stessa sera andasse a presentarsi

al Siniscalco di Guienna, facesse atto della sua presentazione, e

gli lasciasse le sue arme in testimonianza: e che dopo ciò avesse

ripigliato frettolosamente il cammino verso i suoi Stati temendo

l'insidie e gli aguati che Re Carlo susurravasi avergli preparati.

Questa condotta ha dato luogo agli Istorici franzesi di accusarlo di

poltroneria, e di non aver avuto animo di misurarsi col suo nemico.

Ma l'error nacque dall'avere tutti gli Istorici, così franzesi ed

italiani, come spagnuoli, creduto costantemente, che Odoardo avesse

assicurato il campo a' due Re, ingannati per essersi presentato Re

Carlo a Bordeos co' suoi cento Cavalieri; imperciocchè non hanno potuto

comprendere, come questo Principe fosse venuto colla sua truppa pronto

a combattere, e si fosse trattenuto a Bordeos dal levar del Sole fino

alla sera del giorno appuntato, se egli non avesse creduto d'essersi

assicurato il campo e di combattere.

Ma negli atti d'Inghilterra ultimamente dati alle stampe, si legge

al _foglio_ 239 una lettera di Odoardo a Carlo, per la quale gli fa

sapere, che quando egli potesse guadagnar i due Regni di Aragona e di

Sicilia, non verrebbe ad assicurar il campo a' due Re; nè permetter

che questo duello si facesse in alcun luogo del suo dominio, nè in

alcun altro dove fosse in suo potere l'impedirlo. In un'altra lettera,

ch'egli scrisse al Principe di Salerno (_pag._ 240) gli dice, che

era ben lungi dal vero di aver accordato a suo padre ciò che gli avea

dimandato intorno a questo combattimento, anzi egli l'avea rifiutato

tutt'oltre (_tout outre_) questo è il termine di cui egli si serve;

perchè queste lettere sono in franzese.

Egli dunque non vi è luogo di credere, che Odoardo abbia autorizzato

questo combattimento, nè per la sua presenza, nè con inviarvi alcuno,

che avesse rappresentata la sua persona, nè in dando salvocondotto

a' due Re, nè in fine con far loro preparare il luogo; e nientedimeno

gli Istorici lo suppongono come certo, quando dicono che Carlo venne a

Bordeos, ch'entrò nel campo, e che vi si trattenne dal levare fino al

tramontar del Sole, senza veder comparire il suo nemico.

Quel che abbiamo di certo è, che Carlo venne effettivamente a Bordeos

il giorno appuntato: ch'egli vi si trattenne fino verso la sera,

e che avendo novella, che il Re d'Aragona era ancora lontano, si

ritirò lo stesso giorno. Ma appena fu egli partito, che Pietro, il

qual era nella città travestito sotto nome d'un de' Signori della sua

Corte, andò a presentarsi al Siniscalco di Guienna, fece atto della

sua presentazione, e gli lasciò le sue armi in testimonianza: fatto

questo si ritirò in diligenza verso i suoi Stati. Se si considera il

tenor degli articoli aggiustati tra' due Re, questa condotta non potrà

accusarsi di poltroneria; poichè la presentazione di questi Principi

avanti il Siniscalco di Guienna non era, che per soddisfare al quarto

articolo, e non per battersi; perchè per lo quinto, non dovea esservi

punto di combattimento, se il Re d'Inghilterra non vi era presente, e

che per le lettere di Odoardo qui sopra rapportate, non vi era cosa

più lontana dall'intenzione di questo Principe, che l'assistere a

questo combattimento. Che voglia accusarsi il Re d'Aragona di aver

avuta paura, non è da dubitare; ma la paura ch'egli avea non era di

battersi contro il suo nemico; poichè per le loro convenzioni non

era a ciò obbligato, se non in presenza del Re d'Inghilterra, dopo

avergli assicurato il campo. Che dunque ha egli temuto? Gl'Istorici

franzesi, che per altro sono stati ben attenti di trovare una occasione

d'avvilir questo Principe nemico della Casa di Francia, non si sono

curati di spiegare il soggetto del suo timore; ma gli Siciliani ed

i Napoletani l'hanno fatto in dicendo, ch'egli era informato non

solamente, che Carlo avea portati i suoi cento Cavalieri con lui in

Bordeos, ma ch'egli aveva, altri dicono 3000 altri 5000 cavalli una

giornata distanti da quella città; ed alcuni anche aggiungono, che il

Re di Francia suo nipote era alla loro testa. Ciò che _Mezeray_ non

ha potuto interamente dissimulare, quando egli dice, che Pietro si

ritirò, fingendo di aver paura di qualche sorpresa dalla parte del Re

di Francia; perchè se il Re di Francia non avesse avute truppe vicino

Bordeos, come Pietro, trovandosi ne' Stati del Re d'Inghilterra,

avrebbe potuto fingere d'aver paura di qualche sorpresa del Re di

Francia?

Si devono adunque esaminar due cose per giustificazione del Re

d'Aragona: la prima, se egli ha eseguite le convenzioni; e di ciò non

si può dubitare dopo aver letti gli articoli di sopra rapportati:

la seconda, se ha avuto soggetto di diffidarsi di Carlo e del Re

di Francia. Quanto al primo di questi Principi, gli Istorici di

Napoli e di Sicilia dicono, ch'egli si era vantato pubblicamente

di fare assassinare il Re d'Aragona, ciò che bastava per dare un

giusto soggetto di timore a quest'ultimo, che si trovava in un paese

lontano da' suoi Stati, vicino a quelli del Re di Francia, e senza

salvacondotto del Re d'Inghilterra nè alcun'altra sicurezza, che la

parola d'un nemico; sopra la buona fede del quale egli non poteva

appoggiarsi, perchè si era vantato di farlo assassinare. Quanto al

Re di Francia, gl'Italiani assicurano che avea un corpo di 5000 o

di 3000 cavalli a una giornata di là. _Mezeray_ e gli altri Istorici

franzesi, che non hanno potuto ignorare ciò che gl'Italiani han detto,

non lo negano, e si contentano di non parlarne; di maniera che egli

è altrettanto dubbio, che la cosa sia vera, quanto è dubbio che sia

falsa. In somma quando anche Re Pietro fosse stato preso da un timor

mal fondato di qualche sorpresa del Re di Francia, non meritava perciò

quelle accuse e quegli scherni, che han fatto i Franzesi su la sua

condotta.

Dall'altra parte alcuni Istorici spagnuoli furono soverchio

millantatori, e fra gli altri _Garibay_, il quale senza dubbio non

sapeva le convenzioni passate tra' due Re; e pure fu così ardito,

che scrisse, che il Re di Aragona si presentò a Bordeos, e che se ne

ritornò perchè Carlo non vi si trovò: _Despues que el Rey D. Pedro se

apoderò del Reyno de Sicilia, viviò cinco annos, y dando orden en las

cosas del nuevo Reyno, tornò à Espanna, y tuvò rieptos y desafios con

el Rey Carlos, y disfrazado passò por la Provincia de Guipuscoa, para

la Ciudad de Burdeos, que por ser en esto tiempo de Ingleses era el

lugar de la batalla, a la qual por no acudir el Rey Carlos, tornò el

Rey D. Pedro en Aragon, y Catalunna_.

Non è da tralasciare quel, che tra queste diversità d'opinioni credette

il Costanzo nostro gravissimo Scrittore[407], aiutato ancora da

un'annotazione antica scritta a mano, che dice aver trovato: cioè che

Re Pietro, il qual confidò sempre più nella forza, non ebbe mai volontà

d'esporre un Regno a quel cimento, e che dopo la giornata, ragionando

di questo fatto si fosse dichiarato, dicendo, ch'egli intrigò con tante

condizioni e patti quel combattimento, per far perdere al Re Carlo

una stagione, ed egli aver tempo di più fortificarsi, e far pigliar

fiato a' Regni suoi; anzi si facea beffe di Carlo, che avesse creduto,

ch'egli voleva avventurare il Regno di Sicilia, che già era suo, senza

volere, che Carlo avesse da promettere di perdere all'incontro il Regno

di Puglia, quando succedesse, che restasse vinto.

In fatti risoluto a questo modo il combattimento, Papa Martino ben

s'avvide d'essere stato il Re Carlo beffato, e che Re Pietro avea

evitata la guerra; onde pieno di stizza lo scomunicò con tutti i

suoi Ministri ed aderenti. Scomunicò ancora, e di nuovo interdisse

i Siciliani, dichiarandogli ribelli di S. Chiesa con tutti quelli,

che gli favorivano in secreto, o in palese: lo privò e depose del

Regno d'Aragona e di Valenza, scomunicando ancora chi l'ubbidisse,

o chiamasse Re; e concedè questi Regni a Carlo di Valois, figliuolo

secondogenito di Filippo III Re di Francia[408]; mandando il Cardinal

di S. Cecilia Legato Appostolico in Francia, con l'investitura di

questi due Regni, ed a trattare col Re, ch'avesse da movere un potente

esercito in Aragona, per discacciar Pietro dalla possessione di que'

Regni. Fu ricevuto il Legato in Francia con grand'onore, e tosto si

pose a predicar la _Crociata_, ed a conceder indulgenze a ciascuno, che

prendesse l'armi contro Re Pietro, e non tardò il Re di Francia poner

in punto un grandissimo esercito, col quale andò a quell'impresa. E

Carlo dall'altra parte tornato da Guascogna in Provenza, glorioso per

aver cavalcato il campo, ma deriso d'aver perduto il tempo, si mosse da

Marsiglia con 60 galee e molte navi, e navigò di Provenza verso Napoli,

con intenzione d'unirsi con l'altre galee ch'erano nel Regno, e passar

in Sicilia innanzi l'Autunno.

Re Pietro all'incontro tornato in Aragona mandava tutto giorno validi

soccorsi in Sicilia di navi e genti a Ruggiero di Loria suo Ammiraglio;

e poco curando delle maledizioni e deposizioni del Papa, per ischerzo

si faceva chiamare: _Pietro d'Aragona, padre di due Re, e Signore del

mare_.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 5 · 第 28 / 49 题