CAPITOLO IV.

_Re CARLO entrato nel Regno comincia a reggerlo con crudeltà e rigori;

onde il suo governo è abborrito, e gli animi si rivoltano, ed invitano

alla conquista Corradino._

Sparsasi intanto la fama della rotta dell'esercito di Manfredi, e la

sua morte, non fuvvi città così dell'uno, come dell'altro Reame, che

non alzasse le bandiere de' Franzesi.

(Le Lettere del Re Carlo scritte a Clemente, per le quali gli dà avviso

di questa vittoria, sono rapportate, oltre il Summonte, da Lunig[115]).

Tutti gridavano il nome di Carlo, e promettendosi nel nuovo dominio

franchigia e dovizia grande, credevano dover vivere sotto i Franzesi

non solo liberi da straordinarie tasse, ma d'essere ancora liberati

dai pagamenti ordinari. Non era città, ove Carlo conducevasi, che non

fosse ricevuto con segni d'estrema allegrezza, e giubilo. Tosto da

Benevento parte, e viene in Napoli, e non ancor quivi giunto, che i

Napoletani mandarono a presentargli le chiavi della loro città. Entrò

in quella con la Regina Beatrice sua moglie, con gran pompa e fasto,

accompagnato da tutti i Nobili della città, che 'l gridarono loro

Re, e dall'Arcivescovo di Cosenza assistito, si portò nel Duomo di

S. Restituta a render grazie al Signore di così segnalata vittoria.

Creò da poi Principe di Salerno Carlo suo figliuol primogenito il

quale uscito da Napoli cavalcò per tutto 'l Reame per affezionarsi i

nuovi vassalli: e con non interrotto corso di felicità tutte le cose

succedono ai loro desiderii. Le reliquie del rotto esercito erano

ritirate in Lucera, dove anche erasi salvata la Reina Elena moglie di

Manfredi con Manfredino suo picciolo figliuolo, ed una figliuola[116].

Re Carlo tosto mandò ivi Filippo di Monforte con la maggior parte

dell'esercito ad assediarla, ma difendendosi i Saraceni, ch'erano

dentro, valorosamente, bisognò abbandonar l'impresa, lasciandola

però strettamente assediata, la qual città insieme colla Regina e 'l

figliuolo non si rese, se non dopo la rotta data a Corradino, come

diremo.

I Siciliani ancora, intesa la morte di Manfredi, subito alzarono le

bandiere Franzesi, ed i primi furono i Messinesi. Mandò perciò Re Carlo

Filippo di Monforte in quell'isola, e non passò guari, che tutta la

ridusse sotto l'ubbidienza di Carlo[117].

Ecco come in un tratto si rese Carlo Signore di ambedue questi Reami,

con allegria e giubilo de' Popoli, che si credeano liberati dal giogo,

come dicevano, del Re Manfredi e de' Saraceni, e di vivere sotto il

Regno di Carlo franchi d'ogni pagamento, in una perpetua ricchezza, ed

in una tranquilla e quieta pace.

Ma restarono tosto delusi, poichè i Franzesi scorrendo per tutti i

luoghi, portavano co' loro transiti danni e ruine insopportabili agli

abitatori[118]. Ed il Re chiamando i Baroni dell'uno e l'altro Regno,

che venissero a servirlo, impose ancora un pagamento straordinario

alle terre del Regno contro la loro espettazione e lusinga, falsamente

stimando, che non solo non s'avessero da veder più soldati, nè pagar

pesi estraordinarj, ma d'essere ancora liberati dagli ordinarj. Ma il

novello Re all'incontro badando unicamente ad arricchire per questi

mezzi il suo Erario, chiamò a questo fine tutti i Tesorieri e Camerari

del Regno, e volle da quelli essere minutamente informato de' proventi

del Regno, degli Ufficj, delle giurisdizioni, e di tutte altre sue

ragioni del Regno; e poichè era stato informato, che un di Barletta

nomato Giezolino della Marra era di queste cose instruttissimo, e

che per tal cagione da Manfredi era stato adoperato in simili affari,

valendosi della di lui opera per le nuove imposizioni d'angarìe, taglie

e contribuzioni; fecelo a se venire, il quale per applaudir all'avidità

sua ed acquistarsi perciò merito presso il novello Principe, portogli

non solo tutti i Registri, ove erano notati i proventi degli Ufficj,

delle giurisdizioni, e delle altre ragioni regie; ma anche i registri,

ov'erano rubricate tutte le estraordinarie imposizioni d'angarìe,

parangarìe, collette, taglie, donativi, e contribuzioni, colle quali

sovente erano stati oppressi i miseri Regnicoli[119]. Furon tali

le insinuazioni, ed i consigli di Giezolino, che Carlo per porgli

più speditamente in opera levò tutti gli Ufficiali, che prima erano

nelle province, e creò nuovi Giustizieri, Ammirati[120], Protonotari,

Portolani, Doganieri, Fondachieri, Secreti, Mastri Giurati, Mastri

Scolari, Baglivi, Giudici e Notari per tutto il Regno, a' quali

prepose altri Ufficiali maggiori che sopra di loro invigilassero.

Questi esercitando le loro commissioni con inudita acerbità e rigore,

gravarono di peso insopportabile i Popoli, scorticandogli e cavando

loro il sangue e le midolle[121].

Ecco ora mutati i giubili in continui lamenti, gemono sotto il grave

giogo i Regnicoli, e tosto mutano volere, e desiderano già, e sospirano

Manfredi. In ogni angolo si sentono lagrimevoli querele: _O Rex

Manfrede_ (con amaro pianto dicevano) _temet non cognovimus, quem nunc

et ter etiam deploramus. Te lupum credebamus rapacem inter oves pascuae

huius Regni, secuti spem praesentis dominii, quod de mobilitatis, et

inconstantiae more sub magnorum profusione gaudiorum anxie morabamur,

agnum mansuetum te jam fuisse cognoscimus, dulcia tuae potestatis

mandata sentimus, dum alterius, et majora gustamus. Conquerebamur

frequentius nostram partem, partem in dominii tuae Majestatis adduci,

nunc autem omnia bona, quod prius est, et personas alienigenarum

convertere debemus in praedam_[122].

§. I. _Invito di CORRADINO in Italia; e mal successo della sua

spedizione._

Da' lamenti si venne alle mormorazioni, e finalmente alla risoluzione

di chiamar Corradino da Alemagna per discacciare i Franzesi. Molti

Baroni così di questo Reame, come di quello di Sicilia, s'accingono

all'impresa, e istigano ancora, oltre i fuggitivi ed i raminghi,

tutti i Ghibellini di Lombardia, e di Toscana a far il medesimo,

a' quali, per maggiormente stimolargli, espongono l'insopportabile

dominio de Franzesi[123]. Que' che sopra gli altri si distinsero in

questa mossa, furono i Conti Gualvano, e Federico Lancia fratelli, e

Corrado, e Marino Capeci: costoro si portarono in Alemagna a sollecitar

Corradino[124] unico rampollo di tutta la posterità di Federico.

Mandarono ancora, per quest'istesso fine, molte città imperiali i

loro Ambasciadori, i Pisani, i Sanesi, ed altri Ghibellini, e con le

promesse ed esibizioni, portarono ancora molto denaro per agevolar la

venuta.

Era Corradino giovanetto di quindici anni: perciò sua madre Elisabetta

di Baviera troppo amandolo temea esporlo a tanti pericoli per una

impresa reputata malagevole; ma Corradino spinto da generoso cuore

ruppe ogni indugio, ed abbracciò l'invito, stimolato ancora dal Duca

d'Austria ancor egli giovanetto, che s'offerse venir ancora in sua

compagnia a riporlo nei paterni Regni; e Corrado Capece tosto da

Alemagna ne diede avviso in Sicilia.

S'accinse intanto Corradino al viaggio, e nel principio dell'inverno di

quest'anno 1267 partì da Alemagna conducendo seco il Duca d'Austria,

ed un esercito di diecimila uomini a cavallo, e per la via di Trento

nel mese di febbraio giunse a Verona; ove convocò tutti i Principi

della parte Ghibellina, che l'aveano sollecitato a venire; e presa

risoluzione, che dovessero passare per la via di Toscana, si mosse

da Verona, ed inviando la maggior parte dell'esercito per la via di

Lunigiana, egli col resto tolse la via di Genova, ed in pochi dì giunse

a Savona, dove ritrovò l'armata de' Pisani, nella quale s'imbarcò ed

andò a Pisa. I Pisani l'accolsero con molto onore ed amorevolezza, lo

providero di denari, e gli mostrarono l'armata, che volevan mandare a

sollevare le terre marittime d'ambedue i Reami.

Giunto per tanto Corradino a Pisa insieme con molti Principi

d'Alemagna, e con Corrado Capece di Napoli, costui cercò a' Pisani

che gli dessero navi per poter tragittare in Tunisi a sollecitare

il soccorso de' Saraceni. Erano in Tunisi agli stipendj di quel Re,

Federico, ed Errico di Castiglia[125], i quali lividamente invidiando

la grandezza e prosperità del Re di Castiglia lor fratello, si

tirarono sopra l'indignazione del medesimo, onde cacciati di Spagna

militavano in Tunisi sotto gli stipendj di quel Re. E per la continua

conversazione, che tenevano co' Saraceni, eransi quasi dimenticati

della religione cristiana, e ne' costumi poco differivano da' Saraceni

medesimi[126]. Federico era in Tunisi quando vi giunse Corrado, dal

quale informato delle cose di Corradino, l'indusse a prendere la

difesa, e proccurare presso quel Re valido soccorso. Ma Errico per

la sua natural superbia ed ambizione, entrato in sospetto del Re di

Tunisi, era passato a trovar Carlo in Italia, e poi con finzioni ed

astuzie si mise a tentare nella Corte di Roma i suoi avanzamenti; per

la qualità de' suoi natali fu ricevuto onorevolmente da que' Ministri,

e pose in trattato la pretensione, che promovea del Regno di Sardegna.

Giunto a Roma, colle sue arti e macchinazioni, seppe far tanto, che

ancorchè non vi concorresse buona parte di que' Nobili romani, e de'

Cardinali, si fece eleggere Senatore di quella città[127]. Fu prima

amico di Carlo, che gli era cugino, da cui sperava col favor suo

qualche Stato in Italia: ma vedendolo troppo ingordo di Signorie, e

che voleva ogni cosa per se, cominciò ad odiarlo e ad invidiar la sua

grandezza e cercar opportunità di ruinarlo. Altamente ancora si dolea

di lui, che avendolo soccorso di molti denari quando era in bassa

fortuna e quando calò in Italia contro Manfredi, da poi salito in tanta

grandezza e con tante dovizie, che con facilità potea restituirglieli,

non volea in conto alcuno renderglieli. Avendo adunque avuta novella

dell'invito fatto a Corradino in Italia, credette aver nelle mani

opportuna occasione di vendicarsi di Carlo, ed insieme collegandosi con

Corradino, si pose in isperanza d'ottener da lui quello che non avea

potuto ottener da Carlo; mandò perciò più lettere e messi a Corradino,

affinchè si sollecitasse a venire, perchè egli avrebbegli facilitata

l'impresa, desiderando il suo arrivo più che tutti i Regnicoli, Roma e

tutta l'Italia, e sperava con certezza discacciarne i Franzesi.

Intanto Corradino sollecitato per queste lettere d'Errico, era, come si

è detto, calato in Pisa, e per maggiormente istigare i Popoli d'Italia,

e del Reame di Puglia e di Sicilia, fece spargere da per tutto più

esemplari di un suo _Manifesto_[128], ove querelandosi acerbamente di

quattro romani Pontefici, e di due Re, Manfredi e Carlo, invita i suoi

devoti a dar mano all'espulsione de' Franzesi da' suoi Reami di Puglia

e di Sicilia.

Non si può credere che grandi movimenti fece in Sicilia, Puglia e

Calabria questa Scrittura: tutti gridavano il nome di Corradino; ed a

questi stimoli si aggiunse un fatto d'arme accaduto al Ponte a Valle

vicino Arezzo; poichè proccurando Guglielmo Stendardo e Guglielmo di

Biselve, Capitani di molta stima del Re Carlo, impedire il passaggio

all'esercito di Corradino, furono rotti, ed appena Guglielmo Stendardo

si salvò con 200 lance, ed il Biselve restò prigione con alcuni pochi

Cavalieri franzesi, ch'erano rimasti vivi.

La novella di questa rotta sparsa dalla fama per tutto il Regno di

Puglia e di Sicilia, ed ingrandita assai più del vero, trovando gli

animi già disposti, sollevò quasi tutte le province; ed i Saraceni,

ch'erano soliti sotto l'Imperador Federico, e Re Manfredi d'esser

stipendiati, rispettati ed esaltati con dignità civili e militari, e

non poteano soffrire di stare in tanto bassa fortuna sotto l'imperio

del Re Carlo, preso vigore, fecero sollevar Lucera, la quale inalberò

tosto le bandiere di Corradino. Seguirono il di lui esempio quasi

tutte l'altre città di Puglia, di Terra d'Otranto, di Capitanata

e di Basilicata, ed era veramente cosa da stupire, vedere tanta

volubilità, e leggerezza in que' medesimi Popoli, i quali poc'anzi

ardentemente desideravano la venuta di Carlo co' suoi Franzesi, ed

ora averne cotanto abborrimento, invocando incessantemente il nome

di Corradino; dal che, e da molti altri esempi passati, e da quelli

che si leggeranno, ne nacque, così presso gli antichi Storici, che

moderni, quell'opinione de' nostri Regnicoli, d'essere i più volubili

ed incostanti, e che sovente, tosto infastiditi di un dominio, ne

desiderano un nuovo. Taccia, la quale nemmeno Scipione Ammirato[129]

ne' suoi Ritratti, osò di negarla a' nostri Regnicoli; e della quale

mal seppe difendergli Tommaso Costa in quella sua infelice _Apologia

del Regno di Napoli_.

Re Carlo stupiva pure di tanta volubilità, non men de' Regnicoli,

che della sua fortuna: e posto in gran pensiero, era tutto inteso di

accrescere il suo esercito, per andare ad opporsi a Corredino, il quale

a grandi giornate se ne calava a Roma, ove da Errico di Castiglia e da'

Romani era aspettato, per entrare per la via d'Abruzzi nel Regno.

Intanto Papa Clemente ch'era a Viterbo, avendo inteso i progressi di

Corradino in Italia ed i moti del Regno, per opporsi dal suo canto

in ciò che poteva, non avea mancato, tosto che Corradino giunse in

Verona ed in Pavia, di scrivere calde e premurose lettere a varie città

d'Italia inculcando loro, che non aderissero a Corradino; ma scorgendo,

che queste lettere producevan poco frutto, volle vedere se per un altro

verso potesse spaventarlo.

(Oltre di queste lettere scrisse pure ne' precedenti mesi una terribile

lettera all'Arcivescovo di Magonza perchè dichiarasse pubblicamente

scomunicato Corradino, co' suoi, che affettava invadere il Regno di

Sicilia, che si legge presso Lunig[130].).

Gli spedì per tanto in aprile di quest'istesso anno 1267 una terribile

citazione, colla quale se gli prescriveva certo tempo a dover comparire

avanti di lui, se avesse pretensione alcuna sopra i Reami di Puglia

e di Sicilia, e che non cercasse di farsi egli stesso giustizia colle

armi, ma proponesse sue ragioni avanti la Sede Appostolica, che glie

la avrebbe renduta; altrimente non comparendo, avrebbe contro di

lui proferita la sentenza. Corradino non comparve già, ma proseguì

armato il suo cammino; ed egli nella Cattedral Chiesa di Viterbo a'

28 aprile alla presenza di tutto il Popolo pronunziò la sentenza.

Da poi invitò Carlo a venir a Viterbo, dove s'abboccarono insieme,

e lo fece Governadore di Toscana; e poichè l'Imperio d'Occidente

vacava, lo creò egli Paciero, ovvero Vicario Generale dell'Imperio.

All'incontro a' 29 giugno nella festa degli Appostoli Pietro e Paolo,

con grande apparato e celebrità scomunicò pubblicamente Corradino, e

lo dichiarò nemico e ribelle della romana Chiesa, e decaduto da tutte

le sue pretensioni[131]. Scrisse ancora a Fr. Guglielmo di Turingia

Domenicano, che scomunicasse tutti coloro che non volessero prestar

ubbidienza a Carlo; ed all'incontro ricolmasse di benedizioni ed

indulgenze quelli, che per lui prendessero l'arme contro Corradino.

E dopo tutto questo, essendosi reso certo, che erasi confederato

con D. Errico di Castiglia, lo scomunica di nuovo la seconda volta.

Ma Corradino poco curando di questi fulmini, non s'atterrisce, e

fermo nel proponimento bada unicamente ad unir gente, e denaro per

l'impresa[132].

Dall'altra parte Corrado Capece, e D. Federico fratello di Errico,

ch'erano ancora a Tunisi, seguendo le buone disposizioni di

quest'impresa, partirono da Tunisi con 200 Spagnuoli, ed altrettanti

Tedeschi, e 400 Turchi, che teneva a' suoi stipendj quel Re, e si

portarono in Sicilia. Corrado giunto a Schiacca, pubblicandosi Vicario

di Corradino, sparge lettere per tutta quell'Isola, sollevando que'

Popoli a ricevere il loro Re Corradino, che con numeroso esercito

veniva. Le lettere erano dettate in questo tenore: _Ecce Rex noster

cito veniet in celebri, etc._ e sono rapportate da Agostino Inveges. Le

quali furono cotanto efficaci, che in brieve, avvalorate dal coraggio

di Capece, quasi tutta la Sicilia alzò le bandiere di Corradino, tanto,

che Fulcone Vicario in quell'Isola per Re Carlo restò sorpreso, e

volendo colle armi frenar la sollevazione, furono le sue truppe rotte,

ed egli obbligato colle sue genti a mettersi in fuga. E qui terminando

l'_Anonimo_ la sua Cronaca, si ricorrerà ora al _Villani_, ed agli

Scrittori non meno diligenti che fedeli rapportatori de' successi di

questi tempi.

Papa Clemente avendo nel nuovo anno 1298 intesa la rotta di Fulcone in

Sicilia, bandì la _Crociata_, e scomunicò tutti coloro, che assalivano

la Sicilia di qua e di là dal Faro. A Corradino mandò nuovamente suoi

Legati, perchè tosto uscisse d'Italia. Questi non ubbidendo, lo priva

del Regno di Gerusalemme, lo dichiara inabile all'Imperio e ad ogni

altro Regno. Scomunica di nuovo tutti i Popoli, le città e tutte le

terre, che 'l favorissero. Fulminò anche scomunica contro D. Errico,

e lo priva della dignità Senatoria, conferendola al Re Carlo per dieci

anni.

Ma Corradino, niente di ciò curandosi, prosiegue il suo viaggio, e

giunto a Roma, fu ricevuto in Campidoglio dal Senatore Errico e da'

Romani con gran pompa ed allegrezze a guisa d'Imperadore; ed ivi

ragunata molta gente e denaro, unito con D. Errico e colle sue truppe,

inteso ancora i moti delle città e Baroni del Regno, si partì da Roma

a' 10 d'Agosto con D. Errico e i suoi Baroni, e con molti Romani, nè

volle far la via di Campagna, sapendo che il passo di Cepperano era

ben guardato, ma prese la via delle montagne tra Abruzzo e Campagna,

conducendo il suo esercito per luoghi non guardati e freschi,

abbondanti di carni e di strame, e d'acque fresche, che fu a' Tedeschi

impazienti del caldo di grandissimo ristoro, e finalmente nel piano di

Tagliacozzo collocò il suo esercito.

Il Re Carlo dall'altra parte, avendo ordinato a Ruggiero Sanseverino,

che con buon numero di altri Baroni suoi partigiani tenessero a

freno i sollevati; egli con tutte le sue forze cavalcò da Capua per

andare ad opporsi a Corradino; ma accadde, che in quelli dì capitò

in Napoli _Alardo di S. Valtri_, Barone nobilissimo Franzese, che

veniva d'Asia, dove con somma sua gloria avea per venti anni continui

militato contro Infedeli, ed ora già fatto vecchio ritornava in Francia

per morire nella sua patria. Costui non ritrovando il Re in Napoli,

andò a ritrovarlo a Capua, dove era coll'esercito: Re Carlo, quando

il vide, si rallegrò molto, e subito disegnò di valersi della virtù

di tal uomo e del suo consiglio, e lo pregò che volesse fermarsi ad

ajutarlo in sì gran bisogno: e bench'egli si scusasse, che per la

vecchiezza avea lasciato l'esercizio delle armi, e s'era ritirato ad

una vita cristiana, e che non conveniva, che avendo spesa la gioventù

in combattere con Infedeli, alla vecchiezza avesse da macchiarsi del

sangue de' Cristiani: nulladimanco avendogli Carlo dato a sentire,

che militando contro Corradino, pure militava contro gl'Infedeli,

essendo ribelle del Papa, scomunicato, e fuori della Chiesa, oltre che

il Re di Francia l'avrebbe sommamente gradito; tanto fece, fin che lo

strinse a restare; e sentendo che Corradino era alloggiato nel piano di

Tagliacozzo, volle che l'esercito di Carlo da lui guidato s'accampasse

forse due miglia lontano da quello: da poi con pochi cavalli salito in

un poggio, e considerato bene il campo de' nemici, s'avvide l'esercito

suo esser di numero molto inferiore di quello di Corradino, e perciò

dover sperarsi più nella prudenza ed astuzie militari, che nella

forza; ed avendo appiattato il terzo squadrone dietro ad una valle,

fece presentare la battaglia al nemico, il quale avidamente la ricevè,

sdegnato dall'ardire dei Franzesi, che con tanto disvantaggio di numero

venivano a far giornata. Si attaccò il fatto d'arme, ed ancor che i

Franzesi con due soli squadroni valorosamente sostenessero l'impeto

de' nemici, a lungo andare bisognò che cedessero, facendosi una strage

crudele de' Franzesi. Re Carlo che con Alardo sopra il Poggio vedea

la ruina de' suoi, ardeva di desiderio d'andare a soccorrergli, ma fu

ritenuto da Alardo, e pregato che aspettasse il fine della vittoria,

la quale avea da nascere dalla rotta de' suoi, siccome avvenne; poichè

cominciando i Franzesi a gettar l'arme, a rendersi prigioni, e gli

altri a fuggire, le genti di Corradino, credendosi aver avuta intera

vittoria, si dispersero, parte si misero ad inseguire i fuggitivi,

altri attendevano a spogliare i Franzesi morti ed a seguitare i cavalli

degli uccisi, ed altri a menare i prigioni. Allora Alardo volto al Re

Carlo, disse: _Andiamo, Sire, che la vittoria è nostra_; e discendendo

al piano con lo terzo squadrone, che era rimaso nella Valle, diedero

con grand'impeto sopra l'esercito nemico in varie parti diviso, ed

agevolmente lo posero in rotta, e spinti innanzi, trovarono, che

Corradino e 'l Duca d'Austria, e la maggior parte de' Signori ch'erano

con lui, certi della vittoria, s'aveano levati gli elmi, e stavano

oppressi dalla stanchezza e dal caldo; e non avendo nè tempo, nè vigore

da riarmarsi, si diedero a fuggire, e nella fuga ne fu gran parte

uccisa.

Corradino ed il Duca d'Austria, col Conte Gualvano ed il Conte

Girardo da Pisa pigliaron la via della marina di Roma, con intenzione

d'imbarcarsi là, ed andare a Pisa; e camminando di giorno e di notte,

vestiti in abito di contadini, arrivarono in Astura, terra in quel

tempo de' Frangipani nobili Romani: dove con acerbo lor destino a caso

scoverti, furono da uno di que' Signori fatti prigioni, e di là a poco

condotti e consignati a Re Carlo, che gli mandò prigioni in Napoli,

e gradì questo dono, come preziosissimo, donando a quel Signore la

Pelosa ed alcune altre castella in Valle Beneventana, e volle, che

si fermasse in Napoli: da cui discesero i Frangipani che goderono gli

onori lungamente del Seggio di Portanova di Napoli.

D. Errico di Castiglia, mentre fuggiva, fu incontrato dalle genti di

Carlo, i quali ruppero le sue truppe, e ne fecero molti prigioni; ed

egli si salvò fuggendo per beneficio della notte. Alcuni narrano, che

si ricovrò in Monte Cassino, ove da quell'Abate, che credette farsi

un gran merito col Papa, fu fatto prigione, e fattosi assicurare di

risparmiargli la vita, lo mandò in dono a Papa Clemente, il quale

tosto l'inviò al Re Carlo, che insieme con gli altri lo fece condurre

prigioniero in Napoli. Altri dicono, che fuggì verso Rieti, e che pure

un Abate d'un altro monastero, dove capitò, fattolo prigione, lo mandò

al Papa.

Soli scamparono dall'ira del Re, Corrado Capece, e Federico fratello

d'Errico; i quali trovandosi in Sicilia ebbero modo d'imbarcarsi sopra

alcune galee dei Pisani, ed a Pisa ne andarono.

In memoria di questa rimarchevole vittoria, per cui, se diam fede al

Fazzello, fu sparso il sangue di dodicimila Tedeschi, fece Re Carlo

edificare una Badia per li Monaci di S. Benedetto[133], nel luogo ove

seguì la battaglia col titolo di S. Maria della Vittoria, dotandola di

molte possessioni. Ma per le guerre seguenti fu disfatta e disabitata:

ed oggi il Papa conferisce il titolo di quella Commenda, la quale

è delle buone del Regno per li frutti delle possessioni, che ancora

ritiene[134].

Non si possono esprimere le crudeli stragi, che fece Carlo de' ribelli

e de' presi in battaglia dopo questa vittoria. Alcuni fece impiccar per

la gola, altri furono fatti morire col ferro, e moltissimi condennati

a perpetuo carcere. Le città delle nostre province, che alla venuta

di Corradino ribellaronsi, furono da' Franzesi manomesse, portando da

per tutto desolazioni, ruine ed incendi. Aversa fu disfatta, Potenza,

Corneto, e quasi tutti i castelli di Puglia e di Basilicata furono

crudelmente distrutti.

Nè minori furono le stragi nell'Isola di Sicilia. A Corrado

d'Antiochia, ed a molti Signori del partito di Corradino furono

prima cavati gli occhi, e poi fatti barbaramente impiccare. Ridusse i

Siciliani in una quasi schiavitudine, gravandogli di nuovi tributi; ed

i Franzesi insolenti non perdonavano nè all'onore, nè alle robbe degli

abitatori, onde nacque il principio del famoso Vespro Siciliano; poichè

i Siciliani per uscire da tanta servitù diedero poi mano alla cotanto

celebre congiura di Giovanni di Procida, della quale parleremo più

innanzi.

Debellò ancora i Saraceni, che s'erano fortificati in Lucera, ed avendo

ridotta quella città sotto la sua ubbidienza, fece ivi prigioneri

_Manfredino_, e sua madre Elena degli Angioli seconda moglie di

Manfredi, che condotti in carcere nel castel dell'Uovo di Napoli,

furono per opera del Re Carlo fatti ivi morire.

Scipione Ammirato ne' suoi Ritratti[135] rapporta, che i figliuoli di

Manfredi fossero stati tre, e che i lor nomi fossero Errico, Federico

e d'Ansellino, a' quali infino a' tempi del Re Carlo II, essendo

tenuti incarcerati nel castello di Santa Maria al Monte, si davano tre

tarì d'oro per ciascun giorno. Ma altri, fra' quali è _Inveges_[136],

rifiutano ciò, che scrive quest'Autore; poichè i due figliuoli

di Manfredi, ch'ebbe della prima sua moglie Beatrice di Savoja,

premorirono al padre, e sol _Manfredino_ figliuolo della seconda fu

fatto prigione con la madre, che furono da Carlo I fatti morire in

prigione.

§. II. _Infelice morte del Re CORRADINO, in cui s'estinse il legnaggio

de' Svevi._

Avendo con tali mezzi di crudeltà Carlo recati questi Regni sotto la

sua ubbidienza, ed usando rigore estremo, avendo ridotti i suoi sudditi

in istato di non poterlo più offendere, gli rimaneva solo di deliberare

ciò, che dovesse farsi di Corradino, del Duca d'Austria, e degli

altri Signori prigionieri. Ne volle prima il Re sentirne il parere

del Papa, con cui soleva consultare delle cose più ardue e gravi del

Regno. Scrivono Errico Gualdelfier, il Villani, Fazzello, Collenuccio,

ed altri, che Clemente alla domanda rispondesse queste brevi parole;

_Vita Corradini, mors Caroli: Mors Corradini, vita Caroli_. Lo niegano

il Costanzo, il Summonte e Rinaldo; ed il Summonte s'appoggia ad una

ragion falsissima, dicendo, che ciò non poteva avvenire, trovandosi già

dieci mesi prima morto Clemente, quando Corradino fu fatto decapitare:

nientedimeno ciò non ripugna al testimonio di quegli Scrittori, i

quali dicono, che Carlo richiedesse il Pontefice del suo parere, che

gli fu dato; ma che poco da poi prevenuto dalla morte non potè vedere

l'esecuzione del suo crudel consiglio. Il Costanzo avendo quel Papa

per uomo di santissima vita, e perchè lo scrive il Collenuccio suo

antagonista, non potè persuadersi a crederlo. Ma in ciò dee pur darsi

tutta la fede al Villani, il quale con tutto che Guelfo, e capital

nemico de' Svevi, difendendo il Papa, non ardisce di negarlo.

Papa Clemente non potè vedere l'esecuzione di sì fiero consiglio,

poichè a' 29 di novembre di quest'anno 1268 o pure com'altri scrissero

a' 30 dicembre trapassò; e per le continue fazioni contrarie de'

Cardinali, che per la potenza di Carlo non potevano deliberarsi ad

eleggere un successore di loro arbitrio e volontà, vacò la sede quasi

tre anni, cioè infino all'anno 1271 siccome scrive il Gordonio.

Re Carlo, morto il Pontefice, nel nuovo anno 1269 essendo per la sua

natural fierezza e crudeltà stimolato a prender di quell'infelice

Principe le più crudeli risoluzioni: per dar altra apparenza e più

speziosa a questo fatto, volle che si prendesse su ciò pubblica

deliberazione; e fatti convocare in Napoli tutti i maggiori Baroni di

quello, e quelli Signori franzesi che erano con lui ragunò un consiglio

affinchè deliberasse ciò che dovesse farsi di Corradino. I principali

Baroni franzesi erano in discordia; poichè il Conte di Fiandra genero

del Re e molti altri Signori più grandi e di magnanimo cuore, e che

non tenevano intenzione di fermarsi nel Regno, furono di parere, che

Corradino e 'l Duca d'Austria si tenessero per qualch'anno carcerati,

finchè fosse tanto ben radicato e fermato l'imperio di Carlo, che non

potesse temer di loro. Ma quelli, che aveano avuto rimunerazione dal

Re, e desideravano assicurarsi negli Stati loro (il che non parea, che

potesse essere, vivendo Corradino) erano di parere, che dovesse morire.

Altri, a cui era nota l'inclinazione del Re, per andar a seconda del

suo desiderio s'unirono co' secondi. A questa opinione s'accostò il

Re[137], o fosse per sua natura crudele, o per la grandissima ambizione

e gran desiderio di Signoria, che lo faceva pensare agli Stati di

Grecia, a' quali non poteva por mano senz'esser ben sicuro di non aver

fastidio ne' Regni suoi, massime per le rivoluzioni, ch'avea veduto

per la venuta di Corradino; onde dubitava, che i medesimi Saraceni,

ch'erano rimasti nel Regno, ajutati da' Saraceni di Barberia, essendo

egli lontano, non si movessero a liberarlo; fu conchiuso in fine, che

se gli dasse morte.

A questo fine, fu imposto, che gli si fabbricasse il processo sopra

queste accuse: di perturbatore della pubblica quiete, e dei precetti

de' sommi Pontefici: di tradimento contro la Corona: d'aver ardito

d'invadere ed usurpare il Regno con falso titolo di Re, e d'aver

tentato anche la morte del Re Carlo. Fu il processo fabbricato e

compito innanzi a Roberto da Bari, ch'era Protonotario del Re Carlo;

il quale proferì la sentenza di morte, e quella lesse in pubblico,

appoggiandola sopra le riferite accuse.

(Di questo Roberto e della poca sua letteratura, ne fa anche menzione

Errico d'Isernia in quella lettera scritta a Fr. Bonaventura, che

si legge nel Codice MS. della Biblioteca Cesarea di Vienna, _N._ 170

_pag._ 82 dove fra l'altre cose gli dice: _Novimus etiam, si ad moderna

tempora stilum retrahimus, quod Papa Clemens Robertum de Baro non

magnae Literaturae hominem, imo tantum ex usu aliquid cognoscentem,

apud Regem promovit Carolum_.)

Fu da questa sentenza di morte sol eccettuato D. Errico di Castiglia,

che fu condennato a perpetuo carcere in Provenza, per osservarsi la

fede data all'Abate, che lo consignò al Papa sotto parola, che di lui

non si spargesse sangue.

Fu a' 26 ottobre di quest'anno 1269 in mezzo del Mercato di Napoli

con apparati lugubri e funesti, essendosi apprestato il talamo e

l'altre pompe di morte, mandata in esecuzione sì barbara e scellerata

sentenza; e narrasi che l'infelice Corradino quando l'intese leggere

dal Protonotario, voltatosi a lui, gli avesse detto queste parole:

_Serve nequam tu reum fecisti filium Regis et nescis quod par in parem

non habet imperium_: poi rivolto al Popolo purgossi de' delitti, che

falsamente se gl'imputavano, dicendo, ch'egli non ebbe mai talento

d'offendere S. Chiesa, ma solo di acquistare il Regno a lui dovuto

per chiare e manifeste ragioni, e del quale a torto n'era stato

spogliato. Ch'egli sperava, che di sì inaudite e barbare violenze,

ne dovessero prender vendetta i Duchi di Baviera della stirpe di sua

madre, e che i Tedeschi, ancora non lasceranno invendicata la barbara

sua morte. E dette queste parole, trattosi un guanto, come vuole il

Collenuccio, e come altri un anello, lo buttò verso il Popolo, quasi

in segno d'investitura. E vi è chi scrive, che per tal atto avesse

voluto lasciar suo erede D. Federico di Castiglia figliuolo di sua zia,

che, come s'è detto, erasi da Sicilia fuggendo, ricovrato a Pisa. Ma

il Maurolico ed altri comunemente affermano, che Corradino con questo

segno, morendo senza figliuoli, istituì erede D. Pietro d'Aragona

marito di Costanza sua sorella cugina. E narra Pio II[138] che questo

guanto o anello fu raccolto da Errico Dapifero, da cui fu portato in

Ispagna al Re Pietro. Ond'è che i Re aragonesi e gli austriaci prendono

la lor ragione per la successione de' Regni di Sicilia e di Puglia,

non già dagli Angioini, ma da questo Corradino, il quale tramandogli

a' Re di Sicilia discendenti da Pietro e da Costanza figliuola di

Manfredi, siccome, dopo Aventino, scrissero Besoldo[139], il Summonte

ed altri. E gli Scrittori siciliani[140], che riguardando il testamento

dell'Imperador Federico, dove Manfredi è trattato come suo figliuol

legittimo, invitandolo alla successione de' suoi Regni nel caso che

Corrado ed Errico mancassero senza figliuoli, riputano per vero, ciò

che Matteo Paris narra, come una voce fatta insorgere da Manfredi

stesso, cioè, che sua madre essendo vicina a morte, fattosi chiamar

l'Imperadore, avesselo per le calde preghiere e sue pietose lagrime,

indotto per quelle poche ore di vita, che le rimanevano a riconoscerla

per vera moglie, con isposarla; ed in conseguenza, che per cotal atto

Manfredi si venne a legittimare[141]: tengono per cosa certa, che la

successione di questi Reami per la morte di Corradino si fosse diferita

a _Costanza_ figliuola di Manfredi e moglie del _Re Pietro_, ed a' suoi

discendenti; e che a ragione gli _Arragonesi_ ne cacciarono i Franzesi,

e con giustizia se ne rendesser poi Signori.

Ma perchè più dura e acerba fosse l'angoscia dell'infelice Corradino,

non fu il primo ad essergli mozzo il capo, ma vollero riserbarlo al

fiero spettacolo della decapitazione di Federico Duca d'Austria; poichè

il primo ad esser decapitato fu quest'infelice, il cui capo mozzo dal

carnefice prese in mano il dolente Corradino, e dopo averlo bagnato

d'amare lagrime, baciollo e se lo strinse al petto, piangendo la sua

sventurata sorte, ed incolpando se stesso ch'era stato cagione di sì

crudel morte, togliendolo alla sua infelice madre. Poi rincrescendogli

di sopravvivere a tanti acerbi spettacoli, postosi inginocchione

chiedendo perdono a Dio de' suoi falli, diede segno al carnefice di

dover eseguire il suo ufficio, il quale in un tratto gli recise il

regal capo. E dopo lui, furon decapitati il Conte Girardo da Pisa, ed

Hurnasio Cavalier tedesco, e nove altri Baroni regnicoli furono fatti

morire su le forche.

(Questo _Federico_ ultimo dell'antica stirpe Austriaca era della casa

di Baden, e s'intitolava Duca d'Austria, com'erede di Federico II il

Bellicoso. E' nacque da Gertrude figliuola d'Errico III ch'era fratello

del Bellicoso, la quale si maritò con Ermando di Baden, come narra

Gerardo _a Roo_[142]: _Cum Fridericus Austriae Ducum ex Babenbergensi

gente ultimus Anno post mille ducentos sexto et quadragesimo ex vulnere

in pugna cum Hungaris commissa accepto, obiisset, Hermanus Badensis,

qui Gertrudim illius ex fratre Henrico Medlicense neptem in matrimonio

habebat, Austriae gubernationem adierat. Ejus filius Fridericus annos

tutelae vix egressus, Neapoli cum Cunradino Apuliae et Siciliae Rege,

uti paulo post dicetur, capite plexus erat. Vedasi Struvio_[143]).

Questo infelice fine, compianto da quanti videro sì funesto ed orrido

spettacolo, ebbe il giovanetto Corradino in età di 17 anni. In lui

s'estinse la chiara e nobilissima casa di _Svevia_, che per linea non

men mascolina che femminina discendea da' Clodovei e dai Carolingi

di Francia, e da' Duchi di Baviera. Famiglia, che sopra tutte le

altre d'Europa contava più Imperadori, Re, Principi e Duchi, e che

sopra tutte le famiglie di Germania teneva il vanto di nobiltà. In

questo sangue incrudelì Re Carlo, portandogli cotal barbaro fatto

eterna infamia presso tutte le Nazioni d'Europa; nè vi è Scrittore,

ancor che franzese, che non detesti ed abbomini atto sì crudele, da

non paragonarsi a quante empietà e scelleraggini si leggono de' più

fieri Tiranni, ch'ebbe la terra. Quindi in Alemagna surse l'illustre

Casa d'Austria; poich'estinta la stirpe de' Principi di _Svevia_, e

Riccardo, fratello del Re d'Inghilterra, che aspirava all'Imperio,

essendo morto, ed Alfonso Re di Castiglia suo competitore non avendo

più partigiani in Alemagna, gli Elettori l'anno 1273 si ragunarono

in Francfort, ed elessero per Imperadore _Rodolfo Conte di Auspurg_,

il quale fu coronato l'istesso anno in Aquisgrana, e riconosciuto da'

Principi d'Alemagna; ed avendo umiliato Ottogaro Re di Boemia, fece che

restituisse l'Austria, la qual diede ad _Alberto_ suo primogenito, i di

cui discendenti presero il nome di _Austriaci_.

Ecco finalmente come dopo 69 anni terminò in Sicilia, ed in Puglia

il Regno de' Svevi e con qual crudel principio cominciasse quello de'

_Franzesi_, che portò in queste nostre province grandi mutazioni, così

nello stato civile e temporale, come nello ecclesiastico e spirituale.

Ciò, che dopo aver narrata la politia ecclesiastica di questi tempi,

sarà il soggetto de' seguenti libri di quest'Istoria.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 5 · 第 18 / 49 题