_Re MANFREDI riceve con intrepidezza e valore il nemico: ferocemente si
viene a battaglia, nella quale, tradito da' suoi, rimane infelicemente
ucciso._
Dall'altra parte il Re Manfredi non tralasciava con intrepidezza e
valore accorrere in tutte le parti per prepararsi ad una valida difesa.
Dolevasi dell'avversa sua fortuna, e fremeva insieme e stupiva in
veggendo il suo nemico non solo aver con tanta felicità su poche navi
valicato il mare e sfuggito l'incontro delle sue galee, ma con giubilo
e feste essere stato ricevuto in Roma e, istrutto il suo esercito,
essere già ne' confini del Regno. Stupiva ne' medesimi suoi sudditi
vedere tanta incostanza e volubilità[101], sembrandogli, che tutti
chiamassero Carlo, e già per ogni angolo non s'udiva altro, che il suo
nome e quello de' Franzesi. Non tralasciava intanto il mal avventuroso
Principe inanimirgli ed incoraggiargli alla difesa; ed a tal fine
convocò in Napoli una general Assemblea di tutti i Conti e Baroni,
richiedendogli del loro ajuto[102]: scorreva egli ora a Capua, ora a
Cepperano, ora a Benevento, e commise la custodia dei passi a due, de'
quali dovea promettersi ogni accortezza e fedeltà: al Conte di Caserta
suo cognato, ed al Conte Giordano Lancia suo parente. Presidiò San
Germano, ed ivi pose gran parte de' suoi Cavalieri tedeschi e pugliesi,
e tutti i Saraceni di Lucera; ed intanto va in Benevento per tenere in
fede quella città e per accorrere da quivi a' bisogni del suo esercito;
ed indi passa a Capua.
Ma tutte queste cauzioni niente giovarono a quest'infelice Principe;
poichè essendo Carlo giunto all'altra riva del Garigliano, presso
a Cepperano, il Conte Caserta ch'era alla guardia di quel passo,
con alcune scuse si ritirò indietro, e lasciò che passasse il fiume
senz'alcuno ostacolo: il Conte Giordano stupisce del tradimento,
e torna indietro per la via di Capua a trovar Manfredi. Così, come
deplora l'Anonimo, _ad malum destinatus Manfredus, qui apud Ceperanum
gentis suae resistentiam ordinare debebat, passus Regni vacuos, et
sine custodiae munitione reliquit, ut liber ad Regnum aditus pateat
inimicis_. Ecco come Carlo col suo vittorioso esercito entra nel Reame,
e come tutti i luoghi aperti se gli rendono, tosto prendendo Aquino e
la Rocca d'Arci.
Il Re Manfredi avendo inteso, che Re Carlo avea passato il fiume
senz'alcun contrasto, inorridisce al tradimento, ed avendo subito unite
le sue genti coll'esercito, che teneva il Conte Giordano, cominciò a
temere non gli altri Baroni facessero il medesimo; ed avendo già per
sospetta la fede de' Regnicoli, tentò di volersi render Carlo amico
e di trattar con lui di pace; mandò per tanto i suoi Ambasciadori al
medesimo a cercargli pace o almeno tregua. Ma il Re Carlo, che vedeva
la fortuna volar dal suo canto, non volle perdere sì buone occasioni,
onde agli Ambasciadori, nel suo linguaggio franzese, diede questa
altiera, e rigida risposta: _Dite al Soldan di Lucerna, che io con
lui non voglio, nè pace, nè tregua, e che presto, o io manderò lui
all'Inferno, od egli manderà me in Paradiso_[103]. Avea Carlo, per
inanimire i suoi soldati, lor persuaso, che egli militava per la fede
cattolica contro Manfredi scomunicato, eretico, e Saraceno: ch'essi
erano soldati di Cristo, e che in qualunque evento, si sarebbero
esposti ad una certa vittoria, o d'esser coronati colla corona del
martirio morendo; o debellando l'inimico con corona trionfale d'alloro,
e renduti gloriosi ed immortali per tutti i secoli[104].
Ricevuta Manfredi questa risposta, fu tutto rivolto all'armi, ed avendo
riposta tutta la sua speranza nel gagliardo presidio, che avea lasciato
in S. Germano, credea, che Re Carlo non avesse da procedere più oltre,
per non lasciarsi dietro le spalle una banda così grossa di soldati
nemici, e che per lo sito forte di S. Germano, si sarebbe trattenuto
tanto, che o l'esercito franzese fosse dissoluto, per trovarsi nel mese
di gennajo in que' luoghi palustri e guazzosi; o che a lui arrivassero
gagliardi soccorsi di Barberia, dove avea mandato ad assoldare gran
numero di Saraceni; o di Ghibellini di Toscana e di Lombardia. Ma
ecco i giudicii umani come tosto vengono dissipati dagli alti giudicii
divini: poichè contra la natura delle stagioni i giorni erano tepidi e
sereni, come sogliono essere i più belli giorni di primavera; e quelli,
ch'erano rimasi al presidio di S. Germano, non mostrarono quel valore
nel difenderlo, ch'egli s'avea promesso; perchè in brevi dì, per la
virtù de' Cavalieri franzesi, dato l'assalto alla terra, con tutto che
i Saraceni valorosamente si difendessero, fu nondimeno quella presa e
gran parte del presidio uccisa.
Come Manfredi intese la perdita di S. Germano, ritornando di là la
gente sconfitta, sbigottì: e mandata molta gente a presidiar Capua,
egli consigliato dal Conte Gualvano Lancia, e dagli altri suoi fidati
Baroni, si ritirò nella città di Benevento, per aver l'elezione, o
di dar battaglia all'inimico quando volea, ovvero di ritirarsi in
Puglia se bisognasse. Il Re Carlo intendendo la ritirata di Manfredi
in Benevento, si pose a seguitarlo, e giunse a punto il sesto dì di
febbraio alla campagna di Benevento, e s'accampò due miglia lontano
dalla città, e manco d'un miglio dal campo de' nemici. Allora Manfredi
col consiglio dei principali del suo campo deliberò dar la battaglia,
giudicando, che la stanchezza de' soldati di Carlo potesse promettergli
certa vittoria. Dall'altra parte Re Carlo spinto dall'ardire suo
proprio, e da quello, che gli dava la fortuna, la qual pareva, che
a tutte l'imprese sue lo favorisse, posto in ordine i suoi, ancorchè
stanchi, uscì ad attaccare il fatto d'arme, onde si cominciò quella
memoranda, e fiera battaglia, la quale non è del nostro istituto
descriverla a minuto, potendosi con tutte le sue circostanze leggere
nell'Anonimo, nel Summonte, Inveges, Tutini; e presso molti altri
Istorici, che la rapportano.
L'infelice Manfredi mentre la pugna tutta arde, ed egli la mira da un
rilevato colle, vede due schiere del suo esercito, ch'erano malmenate
da' nemici, e volendo movere la terza, ch'era sotto la sua guida, tutta
di Pugliesi, grida a' Capitani suoi, che tosto ivi accorressero alla
difesa, s'avvede che molti de' nostri Regnicoli corrotti da Carlo,
seguivano il suo partito, e con infame tradimento non ubbidivano, ma
s'astenevano di combattere, quando il bisogno più lo richiedeva[105].
Allora Manfredi con animo grande ed invitto, deliberando di voler più
tosto morire, che sopravvivere a tanti valorosi suoi Campioni, che
vedea in quella strage morire; cala egli al campo, ed ove la pugna più
arde si mischia nella più folta schiera de' suoi nemici, e tra loro
combattendo, da colpi di sconosciuto braccio, perchè niuno potesse
darsi il vanto di sua morte, restò infelicemente in terra estinto;
e sconosciuto tra innumerabile folla di cadaveri estinti, tre dì,
prima che fosse ravvisato, miseramente giacque. Così infamemente da'
suoi tradito morì Manfredi[106]. Il cui tradimento non potè Dante
(siccome l'Anonimo) non imputarlo a' nostri Regnicoli, chiamati allora
comunemente _Pugliesi_, quando nel suo Poema[107] commemorando questa
rotta, coll'altra data a Corradino, disse:
_E l'altra, il cui ossame ancor s'accoglie_
_A Ceperan là dove fu bugiardo_
_Ciascun Pugliese; e là da Tagliacozze,_
_Ove senz'arme vinse il vecchio Alardo._
Ecco l'infelice fine di questo invitto e valoroso Eroe, Principe (se
ne togli la soverchia ambizion di regnare e non avesse avuto l'odio di
più romani Pontefici, che lo dipinsero al Mondo per crudele, barbaro
e senza religione) da paragonarsi a' più famosi Capitani dei secoli
vetusti. Ei magnanimo, forte, liberale ed amante della giustizia, tenne
i suoi Reami in istato florido ed abbondante. Violò solamente le leggi
per cagion di regnare, in tutte le altre cose serbò pietà e giustizia.
Egli dotto in filosofia, e nelle matematiche fu espertissimo, non
pur amante de' Letterati, ma egli ancora litteratissimo, e narrasi
aver composto un _trattato della caccia_, a questi tempi da' Principi
esercitata, ed in sommo pregio, e diletto avuta. Biondo era, e bello di
persona e di gentile aspetto, affabilissimo con tutti, sempre allegro e
ridente, e di mirabile ed ameno ingegno; tanto che non son mancati[108]
chi con ragione l'abbia per la sua liberalità, avvenenza e cortesia,
paragonato a Tito figliuolo di Vespasiano, reputato la delizia del
genere umano. Della sua magnificenza sono a noi rimasti ben chiari
vestigi, il Porto di Salerno, e la famosa città di Manfredonia in
Puglia, che dal suo ritiene ancor ora il nome. E se i continui travagli
sofferti per difendere il Regno dalle invasioni di quattro romani
Pontefici, gli avessero dato campo di poter più attendere alle cose
della pace, di più magnifiche sue opere, e di altri più nobili istituti
avrebbe egli fornito questo Reame.
Intanto l'esercito di Carlo avendo interamente disfatto quello
dell'infelice Manfredi, inoltrossi nel Regno, ed in passando, non vi
fu crudeltà e strage, che i Franzesi non usassero; Benevento andò a
sacco ed a ruba, nè fu perdonato a sesso, nè ad età. Que' Baroni, che
nella pugna non restarono estinti, parte fuggendo scamparono la morte,
e parte inseguiti da quei di Carlo furono fatti prigionieri: alcuni
ne furono mandati prigioni in Provenza, ove gli fece morire d'aspra e
crudel morte; alcuni altri Baroni tedeschi e pugliesi ritenne prigioni
in diversi luoghi del Regno; ed a preghiere di Bartolommeo Pignatelli
Arcivescovo di Cosenza, e poi di Messina, diede libertà a' Conti
Gualvano, e Federico fratelli, ed a Corrado, ed a Marino Capece di
Napoli cari fratelli[109].
Erano intanto scorsi tre giorni, e di Manfredi non s'avea novella
alcuna, tanto che si credea avesse colla fuga scampata la morte; ma
fatto far da Carlo esattissima diligenza nel campo tra' corpi morti
fu finalmente a' 28 di febbraio giorno di domenica, ravvisato il suo
cadavero[110]; e condotto avanti il Re, lo fece Carlo osservare da
Riccardo Conte di Caserta, e dal Conte Giordano Lancia, e da altri
Baroni prigionieri de' quali alcuni timidamente rispondendo, quando
fu esposto agli occhi di Giordano, questi tosto che lo riconobbe,
dandosi colle mani al volto, e gridando altamente, e piangendo se
gli gittò addosso baciandolo, e dicendo: _Oimè, Signor mio, ch'è quel
che io veggio! Signor buono, Signor savio, chi ti ha così crudelmente
tolto di vita! Vaso di filosofia, ornamento della milizia, gloria de'
Regi, perchè mi è negato un coltello, ch'io mi potessi uccidere per
accompagnarti alla morte, come ti sono nelle miserie_[111]; e così
piangendo non se gli potea distaccare d'addosso, commendando que'
Signori franzesi molto cotanta sua fedeltà ed amore verso il morto
Principe. E richiesto Carlo da' Franzesi stessi impietositi del caso
estremo, che lo facesse onorar almeno degli ultimi ufficj, con fargli
dar sepoltura in luogo sacro, si oppose il Legato Appostolico, dicendo
che ciò non conveniva, essendo morto in contumacia di Santa Chiesa;
onde Carlo loro rispose, ch'egli lo farebbe molto volontieri, se non
fosse morto scomunicato. Perlaqualcosa fu il suo cadavero seppellito
in una fossa presso il Ponte di Benevento, ove ogni soldato (affinchè
almeno in cotal guisa fosse noto a' posteri il luogo del suo sepolcro,
e l'ossa non fossero sparse, ma ivi custodite) vi buttò una pietra,
ergendovisi perciò in quel luogo un picciol monte di sassi.
Ma l'Arcivescovo di Cosenza fiero inimico di Manfredi, cui non bastò
la morte per estinguere il suo implacabil odio, ad alta voce gridando
cominciò a dire, che se bene non fosse stato Manfredi sepolto in luogo
sacro, era però stato il suo cadavero posto presso a Benevento, in
terreno ch'era della romana Chiesa; che dovea quel cane morto levarsi
da quel luogo, e portarsi fuori del Regno, e le ossa buttarsi al vento;
del di cui zelo cotanto si compiacque Papa Clemente, che furono l'ossa
dissotterrate ed a lume spento furono trasportate in riva del fiume
_Verde_, oggi appellato _Marino_[112], ed esposte alla pioggia, ed al
vento, tanto che gli abitatori di que' luoghi non poteron mai di quelle
trovar segno, o memoria alcuna[113]. Dante come Ghibellino, avendo
compatimento d'un così miserabil caso, finge Manfredi penitente, e lo
ripone perciò non già nell'Inferno, ma nel Purgatorio, e così gli fa
dire:[114].
_son Manfredi_
_Nipote di Costanza Imperatrice:_
_Ond'io ti priego, che quando tu riedi,_
_Vadi a mia bella figlia, genitrice_
_Dell'onor di Cicilia e d'Aragona,_
_E dichi a lei il ver, s'altro si dice._
_Poscia ch'i' ebbi rotta la persona_
_Di due punte mortali, i' mi rendei,_
_Piangendo, a quei che volentier perdona._
_Orribil furon li peccati miei:_
_Ma la bontà infinita ha sì gran braccia_
_Che prende ciò, che si rivolve a lei._
_Se 'l Pastor di Cosenza, ch'alla caccia_
_Di me fu messo per Clemente allora,_
_Avesse in Dio ben letta questa faccia,_
_L'ossa del corpo mio sariéno ancora_
_In co del Ponte presso a Benevento_
_Sotto la guardia de la grave mora:_
_Or le bagna la pioggia, e move 'l vento_
_Di fuor dal Regno quasi lungo 'l Verde:_
_Ove le trasmutò a lume spento._
_Per lor maladizion sì non si perde,_
_Che non possa tornar l'eterno amore,_
_Mentre che la speranza ha fior del verde._