METASTASIO (Abb. Pietro) nacque in Roma l'anno 1698, all'età di 10 anni

ebbe la fortuna di tirare a se, cantando per le strade con grazia, e con

espressione alcuni versi da lui composti, l'attenzione dell'ab. Gravina

celebre giureconsulto e letterato di prima riga: costui lo adottò in suo

figlio, e gli diè un'educazione degna de' suoi talenti, ma contro al suo

gusto lo destinò al foro, e non fu se non dopo la di lui morte che con

maggiore trasporto tornò egli alle Muse. Nel 1729, egli fu nominato

poeta _laureato_ dell'imperial corte di Carlo VI amatore intendentissimo

di musica, e che sosteneva con magnificenza il suo teatro lirico.

Metastasio fissò la sua dimora in Vienna dall'età di un poco più di 30

anni sino alla sua morte. Egli aveva studiato a fondo anche la musica: e

contribuì moltissimo co' suoi consigli a formar de' grand'uomini per la

composizione, e a dare un nuovo aspetto a quest'arte. Haydn, Jommelli,

il Sassone e più altri confessarono di aver più profittato della

conversazione di questo grand'uomo, che dello studio e delle lezioni de'

loro maestri. La musica è assolutamente debitrice della massima

perfezione, a cui è giunta in quest'ultimi tempi, ai drammi

dell'immortal Metastasio. Egli, dice l' ab. _Andres_, “ha avuta la

malizia poetica e musicale di schivare tutte le parole meno acconcie pel

canto, di studiare una felice combinazione di sillabe per la soavità ed

armonia de' tuoni, di variare adattamente i metri nelle arie, di

applicare dappertutto quella cadenza, quei salti, quei riposi, quegli

accenti, che più lirica e cantabile rendono la poesia. I suoi versi sono

di una tale fluidità, sonorità ed armonia, che sembra non si posson

leggere che cantando. La rapidità del recitativo dà maggiore forza alle

cose che vi si dicono, e maggiore fuoco e calore all'azione, e serve

insieme di grande ajuto e facilità per il canto. La sua penna sembra

intinta nel latte di Venere. Il Dio d'Amore se volesse discendere a

parlare cogli uomini, non si servirebbe, no, d'altra lingua, che di

quella del suo vate l'immortale Metastasio.” Egli ha posti i compositori

di musica in quello stato che richiede Orazio nel Poeta per comporre di

gusto. “Se i tuoi occhi si riempion di lacrime, dice a' giovani

compositori il Rousseau, se tu senti palpitare il tuo cuore, se

l'espressione ti soffoca ne' tuoi trasporti, prendi _Metastasio_ e

fatica, il suo _Genio_ accenderà il tuo, tu a suo esempio diverrai

creatore.” (_Dictionn. art. Génie_). Metastasio manteneva un commercio

di lettere con Farinelli, Hasse, Diodati, Martini e con Sav. Mattei,

nelle quali trovansi delle riflessioni sulla maniera di disporre la

musica de' suoi drammi, di prepararne gli affetti, sulla buona scuola

del canto, sugli abusi e la maniera di evitarli, sulla musica degli

antichi comparata con quella de' moderni, ed altri soggetti relativi

all'arte, che possono leggersi con profitto da' poeti e da' musici (_V.

Opere Postume del Metastasio, 3 vol. in 8vo 1796_). Vi sono in oltre di

lui due _Lettere_ o piuttosto _Dissertazioni sulla musica_ dirette da

Vienna a Loudun nel 1765 al Caval. de Chastellux. Tratta ancora

dottissimamente dell'antica musica de' Greci nel suo _Estratto della

poetica di Aristotele_ (_v. cap. 1-4-26_). Metastasio finalmente è anche

autore di musica pratica. Vi ha di lui impressa in Vienna la musica di

alcune _Canzoni, d'Arie sciolte, e coro con sinfonia_, e manoscritta a

due la cel. palinodia _Grazie agl'inganni tuoi_. In una sua lettera del

1750 alla principessa di Belmonte, parla egli stesso della musica da lui

composta sopra la _partenza di Nice_. “Sa già V. E. ch'io non so scriver

cosa, che abbia ad esser cantata senza (o bene o male) immaginarne la

musica. Questa che le trasmetto è musica per verità semplicissima, ma

pure quando si voglia cantare con quella tenera espressione, ch'io ci

suppongo, vi si troverà tutto quello, che bisogna per secondar le

parole.” Malgrado le sue frequenti malattie egli giunse agli anni 84 di

età, e morì in Vienna li dì 12 aprile del 1782. Tra' suoi biografi il

migliore per lo stile, per l'esattezza delle notizie e per le

riflessioni saggie sulla poesia e la musica con cui le accompagna, vien

riputato _Giov. Adamo Hiller_, direttore e professore di musica in

Lipsia, dove pubblicò questa vita nel 1786.

MEUDE-MONPAS, letterato ed amatore di musica in Parigi, fece quivi

imprimere verso il 1786, sei concerti pel violino a 9, da lui composti.

Egli avrebbe dovuto non passar oltre, ma pensò di pubblicare ancora

un'opera didattica col titolo di _Dictionnaire de musique_, piena da

capo a fondo di errori, per cui meritò giustamente una severa critica di

M. Framery nel num. 26 del Mercurio del 1788. Costui lo accusa, non

ostante che si dica egli stesso partigiano _della bella semplicità_, di

molte incoerenze, di espressioni ricercate, strane e fantastiche, oltre

a più trivialità e difetti di lingua.

MEUSEL (Giov. Giorgio), dottore di filosofia, e professore di storia a

Erlang, pubblicò un'opera in 8vo col titolo: _Teutsches_ ec., ossia

_Dizionario degli Artisti allemanni, o Catalogo di tutti gl'Artisti

viventi_: la seconda edizione accresciuta è del 1787. In essa trovansi

molte interessanti memorie su i principali musici della Germania. In

un'altra sua opera intitolata _Miscellanee per rapporto alle Arti_, dal

1779 sino al 1786, si trovano delle biografie di molti musici, come

ancora nel suo _Museo per gli artisti ed amatori delle arti_, a Manheim

1787.

MEZIERES (M. de), è l'autore di un'opera col titolo: _Effets de l'air

sur le corps humain, considérés dans le son, ou de la nature du chant_,

1760 in 12º. Questo libro non risponde in nulla al suo titolo, e non

contiene che delle viste superficiali e false. (_V. Journal des

Savans_).

MICHAELIS, dotto musico a Osnabruck, di cui nella gazzetta filarmonica

di Lipsia 1805, n. 8 si trova l'eccellente trattato: _Über frühe_, ec.

cioè _Sulla prima formazione in musica_, che vien molto commendato dal

d.^r Lichtenthal (pag. 66).

MIDIA era maestro di musica in Atene quattro secoli innanzi G. C. Di lui

ci narra il famoso oratore Demostene, che essendo egli incaricato dalla

sua tribù di mandare a' giuochi pubblici, coll'occasione d'un premio

proposto, i giovani più abili nel canto, scelto aveva Midia per

perfezionarli nell'armonia. Era però costui un occulto nemico di

Demostene, senza che questi, non ostante la sua penetrazione, se ne

fosse mai accorto: egli invece di disporre i giovani pel concorso, e

così aspirare al premio, trascurava la loro educazione per fare

scomparire il suo rivale, e fargli incorrere la indegnazione della

tribù. Ma avvertito Demostene del pravo suo animo, cacciò Midia da

quella scuola, e sostituì a lui il bravo Telefano, come diremo nel suo

articolo.

MILIZIA (Francesco) diè per la prima volta al pubblico nel 1771, in Roma

il suo _Trattato completo, formale, e materiale del teatro_ i di cui

esemplari furono tutti ritirati per ordine del maestro del Sacro

Palazzo, e passati in potere del Sig. _Odescalchi_, mecenate del libro a

condizione di non fargli vedere più luce. L'autore dopo avervi corretto

varj passi, e fattevi alcune aggiunte lo pubblicò in Venezia nel 1794,

in 4.º. Egli impiega quattro ben lunghi capitoli _sulla Musica_ dal

quinto sino all'ottavo del suo libro. Fa dapprima la storia dell'opera

in musica rinnovata in Italia sul cominciare del sec. 17. Tratta quindi

dell'argomento di dramma in musica, e non trascura di fare il dovuto

elogio al gran Metastasio, i di cui drammi, egli dice, sono le vere

regole dello stile lirico, e che egli sarebbe in tutto un legislatore

perfetto, se vi avesse sparso meno amore, e se avesse goduto più di

libertà in condurre e snodare i soggetti tragici. Il cap. 7 tratta della

musica, della sua origine, dell'influenza che ella ha grandissima sul

fisico e sul morale dell'uomo: della sua essenza. Dopo queste

preliminari nozioni della musica in generale, ne considera

l'applicazione alle varie parti del Dramma: e nel cap. 8 tratta

finalmente degli Attori. Noi rapporteremo alcune riflessioni dell'A.

sullo stato dell'attuale dicadimento della musica teatrale. “Dacchè la

nostra musica, egli dice, ha scosso il giogo della poesia, non è più

imitativa, nulla più esprime, e niun effetto più produce. _È divenuta

una raccolta di pensieri, eccellenti bensì, ma senza connessione, senza

significato, e senza convenienza_, appunto come gli arabeschi vaticani

di Raffaello tanto pregiati e tanto irregolari. La musica la meglio

calcolata in tutti i suoi tuoni, la più geometrica ne' suoi accordi, se

non ha alcuna significazione, sarà come un prisma, che presenta i più

bei colori, e non fa quadro: divertirà l'orecchie, ed annojerà

sicuramente lo spirito... Bisogna o che il Poeta sia Compositore o che

il Compositore sia Poeta; e non riunendosi insieme questi due rari

talenti abbia almeno il Compositore la docile discretezza d'intendersela

col Poeta, e di persuadersi una volta per sempre, che la musica è

un'espressione più forte, più viva, più calda de' concetti e degli

affetti dell'animo espressi dalla Poesia..... Un altro gran male

dell'odierna musica italiana è nel troppo. Questo troppo ha cagionato

ornati, ritagli, tritumi, bizzarrie, che hanno fatto perdere di vista

l'oggetto principale della musica, il quale consiste in esprimere nella

maniera più naturale e più semplice i sentimenti della poesia, affinchè

ne sia il cuore più vivamente toccato. La bella semplicità può sola

imitare la natura... L'altro malanno è quello d'una novità continua.

Quella musica che piaceva venti anni addietro, ora più non si soffre.

Fosse anche Apollo il compositore d'un'_Opera_, fatta ch'ella è una

volta in un teatro, Dio vi guardi che vi ritorni la seconda nemmeno in

capo a trent'anni. Questo è uno de' più grandi motivi, per cui essa

musica è divenuta come una moda passeggiera, piena di arzigogoli, e di

capricci; e viene tacciata, che sia caduta oggidì, come l'architettura

nel Borrominesco, cioè che per desiderio di sorprendere colla novità

abbia smarrito il dritto sentiero d'imitare la bella natura, per piacere

e giovare.” L'ultima che rapporteremo delle riflessioni di questo

scrittore filosofo è sulla bizzarria nuovamente introdotta di sostituire

al recitativo musicale (invenzione che fece tanto onore a' nostri

antichi musici) la declamazione parlante. “Eseguire il recitativo, dice

il N. A., nella maniera consueta (cioè cantando e trillando), è un

sonnifero; parlarlo semplicemente, no, _un'Opera ora parlata, ora

cantata, farebbe una discrepanza come tra gelo e fiamma_.” Sarebbe

desiderabile che i Compositori ed il pubblico per correggersi de'

moderni sviamenti e rientrare nel buon cammino, seguissero i saggi

consigli, e le vedute veramente filosofiche di questo autore.

MILLICO (Giuseppe), nato in Milano verso il 1739 è stato riguardato come

uno de' migliori cantanti da teatro sulla fine del p. p. secolo per la

sua maniera nobile insieme e piena di espressione e di sensibilità. A

siffatte qualità dovette egli l'onore di essere scelto da Gluck,

allorchè era in Vienna nel 1772, per insegnare alla sua nipote l'arte

del canto, e sotto la di lui direzione divenne ella in pochissimo tempo

oggetto dell'ammirazione di tutta la città. Da Vienna Millico fu a

cantare in Londra nel 1774, e tornò alla sua patria come musico di

camera del nostro sovrano Ferdinando III, nel 1780. Si dice che riunendo

i suoi straordinari talenti all'astuzia e all'ambizione di cortigiano,

egli perseguitava Marchesi e gli altri virtuosi esteri, che trascuravano

di andare in cerca della sua protezione. Egli viveva ancora sino al

1790.

MILLIN (Albino-Luigi), membro dell'Istituto nazionale, e noto abbastanza

per un gran numero di opere sulle arti e l'antichità. Egli sin dal 1795,

ha la cura di compilare una collezione periodica assai preziosa per la

storia delle scienze e delle lettere, intitolata le _Magasin

Encyclopédique_, dove molti interessanti opuscoli si trovano relativi

alla musica, e di M. Millin e d'altri autori (_V. i num. di maggio e di

agosto 1810_). Egli è anche autore di _un Dictionnaire des Beaux-Arts_,

in 3 vol. in 8vo 1806: ove si trovano molti articoli assai pregevoli

sulla musica e sugli stromenti, che per lo più sono tradotti dalla

teoria generale delle belle arti di Sulzer.

MINERMO musico-poeta greco, di cui Ateneo (_lib. 13_) parla con somma

lode. Inventò egli nelle tibie le diesis quadruntali per cantare il

molle pentametro, _dulces, reperit sonos, et mollis pentametri cantum_.

Properzio nella 9ª elegia del 1.º lib. lo fa superiore ad Omero ne'

versi amatori. Da questo poeta e da Orazio si conchiude, che le

composizioni di Minermo duravano ancora nel secolo di Augusto con gran

credito; e Camaleone presso Ateneo (_lib. 14_) afferma, che i Greci eran

soliti a cantare i versi di Minermo non men che quelli di Omero, di

Esiodo, di Archiloco, e di Focilide. In un suo Poema egli introdusse il

primo le nove muse celesti anteriori a Giove: invenzione, di cui

Pausania (_Beot._) fece gran conto, e di cui tanto parlarono i

grammatici del cinque cento. Frequentando Minermo, benchè già vecchio,

le allegre adunanze, e' conviti de' grandi, abbandonò la severità del

costume propria allora sempre de' musici; e nella più inoltrata età fu

colpito dall'amore della cantatrice Nano. Il povero vecchio sentendosi

ringiovenire, acceso d'insolito fuoco ravvivò l'ardore pel canto, e

compose e _notò_ in vaga musica canzoni piene di quelle delicatezze, di

cui abbondano i feriti cuori. Ma divenuto l'oggetto de' scherzi di

spiritosi giovani disingannossi della sua sognata felicità, e diessi a

comporre della musica sopra più serj soggetti; così Stobeo cita di lui

un'egloga, il di cui argomento era non doversi in modo alcuno collocar

negli amori la felicità dell'uomo; trovandosi nelle vicende di questa

passione più tormento che piacere. Secondo Laerzio (_in vitâ Solon._) fu

egli contemporaneo di Solone, visse cioè sei secoli innanzi l'era comune

(_V. Requeno tom. 1_).

MINGOTTI (Regina) nacque in Napoli circa 1726, da un padre uffiziale al

servigio dell'Austria, che bambina di pochi mesi seco la condusse a

Gratz nella Silesia; alla di lui morte un suo zio la mise in un Convento

di Orsoline, dove apprese la musica: a 14 anni di sua età ella tornò in

casa di sua madre, e la sua bella voce e la grand'arte con cui la

regolava, fecele al mondo la più brillante fortuna. Sposò pochi anni

dopo il Sig. Mingotti veneziano, impresario del teatro a Dresda:

Porpora, che era allora al servizio del re, la produsse come una giovane

delle più belle speranze, e per la sua raccomandazione le si offrì di

cantare in quel teatro insieme con la cel. Faustina moglie del Sassone.

Gli applausi e la riputazione, che quivi acquistossi pe' suoi talenti,

la resero celebre anche fuori, e al di là delle Alpi. Essa fu invitata

in Napoli a cantare sul gran teatro di S. Carlo nel 1750, e passando per

Vienna ottenne dal Metastasio una commendatizia alla Principessa di

Belmonte: egli la chiama nella sua lettera, _uno dei più distinti

ornamenti della schiera canora di Dresda_. Ella si era applicata con

tanto zelo allo studio della lingua italiana, che allorquando cantò per

la prima volta la parte di Aristea nell'Olimpiade del Galuppi, sorprese

gl'Italiani sì per la purezza della pronunzia, come per il suo canto

melodioso, e la sua maniera espressiva e naturale. I teatri di tutte le

grandi città della Germania, della Francia, dell'Inghilterra e

dell'Italia risuonarono degli applausi dovuti alla sua arte. Nel 1763

ella ritirossi a Monaco nella Baviera, dove godeva della stima generale

della corte e della città. Burney la sentì colà nel 1772, ella

conservava ancora tutta la bellezza della sua voce, e ragionava sulla

musica con molta profondità e giudizio: cantò dinanzi a lui per quattro

ore intiere, accompagnandosi ella medesima sul forte piano. La sua

conversazione era gaja e piacevole, parlava il tedesco, il francese e

l'italiano con tanta perfezione, che riusciva difficile il distinguere

qual fosse il suo patrio idioma. Nella galleria di Dresda vedesi il di

lei ritratto dipinto da Rosalba a pastello ad essa rassomigliante

mentr'era giovane (_V. Burney's Travels, tom. II, p 111_).

MINOJA (Ambrogio), uno de' più celebri maestri d'Italia d'oggi giorno, e

membro onorario del conservatorio di Milano, nacque a Lodi nel 1752.

All'età di 14 anni cominciò per suo diporto a coltivare la musica, e la

professò meno per necessità che per gusto. Fece il suo corso di studj in

Napoli sotto la direzione di Sala; e tornato alla sua patria, fu il

successore del cel. Lampugnani, come primo maestro di cembalo al teatro

_della Scala_ in Milano. Egli compose allora alcuni pezzi di musica

strumentale, sei quartetti col titolo di _Divertimenti della Campagna_,

e due opere serie, una pel teatro di Argentina in Roma, mentre colà

soggiornava, e l'altra per quello della _Scala_, in Milano, ove al suo

ritorno fu scelto maestro di cappella dei Padri _della Scala_, e diessi

interamente alla musica di chiesa. Poco tempo dopo, l'armate francesi

occupato avendo l'Italia, riportò egli il premio d'una medaglia d'oro

del valore di 100 Zecchini, per una marcia e una sinfonia funebre in

onore del gen. Hoche; scrisse ancora due messe di _Requiem_ che si

conservano negli archivj del governo: un _Veni creator_ e un _Te Deum_,

che fu eseguito nella cattedrale di Milano da un'orchestra di 250

musici. Egli ha fatta la musica di molti Salmi a più voci, con

accompagnamento di pochi stromenti, in cui la scienza nulla pregiudica

all'espressione ed al gusto. Minoja in oltre è autore di alcune _Lettere

sul canto_, Milano 1813. L'opera è divisa in tre parti. Tratta la prima

dello scopo del canto, quale, secondo lui, consiste in commovere, ed

istruire gli uditori per mezzo dell'espressione. Nella seconda s'occupa

egli del gusto che ha regnato nella musica vocale ad epoche differenti

del secolo passato. Nella terza finalmente i principali ed i più proprj

mezzi vengono esposti, atti a formare il canto, come l'intuonazione, il

solfeggio, le grazie, la pronunziazione, e la qualità del tuono (_V.

Giorn. Italico, Londra dicembre 1813_).

MIRABEAU (Gabr. Riquetti, conte de). A questo grand'oratore

vien'attribuito un opuscolo di 95 pagine relativo alla musica: _Le

Lecteur y mettra le titre_, Londra 1777, in 8vo (_Veggasi Dictionaire

des anonymes de M. Barbier, t. num. 34, 27_). Questo scritto è pieno di

eccellenti viste sulla musica stromentale, e contiene l'analisi

ragionata di una gran sinfonia di Raimondi col programma di Avventure di

Telemaco eseguita in Amsterdam li 15 gennaro del 1777.

MIRABELLA (Vincenzo), nobile siracusano, dell'Accademie di Roma e di

Napoli, assai dotto nelle belle lettere e nella musica, morì in Modica

nel 1624. Molti de' suoi scritti sulla musica trovansi impressi in

Palermo nel 1603; come nel 1606, il primo libro de' suoi madrigali.

MISLIWECHEK (Giuseppe), detto il _Boemo_ in Italia, era nato in un

villaggio vicino a Praga, ove secondo l'uso delle scuole di campagna

nella Boemia ebbe le prime lezioni di musica. Questa prima istruzione

svegliò i suoi talenti e 'l suo amore per la medesima, cosichè

immediatamente dopo la morte di suo padre portossi in Praga, per

prendervi le lezioni del cel. Segert, che quivi allora dimorava. Egli si

applicò a questo studio con tanto zelo e successo, che poco dopo compose

sei sinfonie che furono generalmente applaudite. Animato da questo primo

buon incontro, nel 1763 partì per Venezia, e vi studiò il contrappunto

sotto il maestro Pescetti: quindi si rese a Parma, ove scrisse la sua

prima opera, che piacque talmente che fu chiamato in Napoli. Il

_Bellerofonte_, ch'egli vi scrisse per il giorno natalizio del re

Ferdinando, lo rese così celebre, che per un intero decennio compose

nove opere per quel teatro; tra le quali si distingue l'_Olimpiade_ da

lui scritta nel 1778, principalmente per l'aria _Se cerca, se dice_, che

vien riguardata universalmente come un capo d'opera. A Venezia, a Pavia,

a Monaco ebbe del pari una favorevole accoglienza. Ma la fortuna

cominciò a voltargli le spalle nel 1780, allorchè diede in Milano la sua

_Armida_ che spiacque al segno, che dovette cambiarsi la musica sin

dalla prima rappresentazione, nè altro si ritenne della sua che un'aria

di bravura cantata dal _Marchesini_. Andò quindi in Roma, ed incontrò

anche peggio nell'opera che vi scrisse: egli morì quivi nell'estrema

miseria a' dì 4 febrajo del 1782 di 45 anni. In Italia aveva scritto

oltre a 30 opere, molti oratorj, sinfonie e concerti. Dodici delle sue

_overture_ sono state impresse in Germania. Nelle biografie degli uomini

celebri della Boemia e della Moravia si trova il suo ritratto.

MITZLER DE KOLOF (Lor. Cristiano), fece i suoi studj nel ginnasio di

Anspach, e sin da fanciullo apprese i principj della musica e 'l canto

sotto Ehrman. Dopo il 1734 consacrossi alle scienze nell'università di

Lipsia, e due anni dopo vi diè un corso pubblico di matematiche, di

filosofia, e di musica. La lettura degli scritti di Mattheson, l'assidua

sua frequenza al concerto musicale di Lipsia, ma soprattutto la

conversazione del gran Bach, formato avendo il suo gusto, egli volle

innalzar la sua arte alla dignità d'una scienza mattematica. Nel 1734,

pubblicò a tal disegno la sua dissertazione _Quod musica scientia sit_.

Nel 1738, co' soccorsi del conte Lucchesini, e del maestro di cappella

Bümler, stabilì una società corrispondente di scienze musicali, di cui

fu nominato secretario: tutte le memorie dovevano indirizzarsi a lui. Il

catalogo de' membri di questa società, e i di lei statuti trovansi nella

Biblioteca di musica. Il primario scopo della sua biblioteca era la

teoria musicale. Nel 1740, egli avventurò alcuni saggi d'odi da lui

composte, la di cui mediocrità mosse le risa di tutti. In uno scritto di

quel tempo per via di smodati encomj si misero in ischerno le sue

composizioni musico-matematiche, ed egli ebbe tuttavia la debolezza di

crederli sinceri, e di rispondere a quelle finte lodi con ringraziamenti

nella sua Biblioteca. Finì costui i suoi giorni in Varsavia col titolo

di matematico della corte di Polonia, nel 1778. Le sue opere di teoria

musicale sono: _Dissertatio quod musica scientia sit, et pars

eruditionis philosophicæ_, Lipsiæ 1734 in 4º. _Biblioteca di musica_, in

tedesco, o _notizie esatte ed analisi imparziali di libri e scritti

sulla musica_, 3. vol., in 4º 1738-1754. _Gli elementi del basso

continuo, trattati secondo il metodo matematico, e spiegati per mezzo di

una macchina, inventata a tale effetto_, Lipsia 1739 in 8vo. _Lo

speculatore in musica, che scuopre amichevolmente i difetti de' musici

ec._ Questa specie di Giornale comparve nel 1748, in 8vo. Alla fine del

medesimo aggiunse egli la traduzione dall'Italiano dell'Avviso a'

compositori ed ai cantanti di _Riva_, residente del duca di Modena in

Londra. E la _Traduzione dal latino del Gradus ad parnassum di Fux_, con

note, Lipsia 1742, in 4º.

MOJON (Giuseppe), dottore in medicina, membro dell'Istituto nazionale

ligure, e professore di chimica nell'università di Genova; delle molte

opere ch'egli ha dato alla luce non faremo menzione che di quella, cui

diè il titolo di _Memoria sull'utilità della musica, sì nello stato di

salute, come in quello di malattia_, Genova 1802. Il D. Muggetti,

medico-chirurgo di Pavia, e membro corrispondente della società medica

d'emulazione, e della galvanica di Parigi, ne ha pubblicata una

traduzione francese, Parigi 1803, in 8vo con alcune sue annotazioni.

Nella sua prefazione egli dice di avere intrapresa l'intera traduzione

di quella Memoria, non essendo, suscettibile di estratto, a motivo

dell'estrema sua concisione, che non permette di toglierne una sola

parola; _Io desidero che la mia fatica, le osservazioni e riflessioni

dell'autore render possano più comune l'impiego della musica a

preferenza delle droghe, a cui spesso ripugna la natura, e che il più

delle volte ancora sono di notabil danno in certe malattie nervose, e

soprattutto nell'ipocondria e in diverse altre specie di delirio; se

questa massima fosse stata ben ponderata da' medici, il filosofo di

Ginevra non avrebbe contro di loro avanzato quel sarcasmo, dicendo:_ Io

non sò di quai mali ci guariscono; anzichè ce ne regalano dei più

funesti ancora, la pusillanimità, la lassezza, la credulità, il terror

della morte; se guariscono il corpo, essi uccidono il coraggio.

MOLINEUX (d.^r Tommaso), inglese, di cui vi ha nelle Transazioni

filosofiche del 1702, num. 283, _a Letter etc._, cioè _Lettera al Rev.

Saint-George, Vescovo di Clogher in Irlanda, sopra alcuni dubbj intorno

l'antica lira de' Greci e de' Romani, colla spiegazione d'un passo

oscuro di un'ode di Orazio_.

Dizionario storico-critico degli scrittori di musica e de' più celebri artisti, vol. 3 Di tutte le nazioni sì antiche che moderne · 第 7 / 18 段