MAYER (Giov. Simone), nato in Baviera è stato pur nondimeno educato in

Italia, e quivi dalla prima età stabilito ha saputo destramente unire il

brio ed il gusto dell'armonia tedesca con la dolcezza e l'espressione

del canto italiano. Nella sua musica egli ha preso per modello lo stile

del gran Mozart, con adottarne spesso i più bei soggetti, ma in maniera

a comparir veramente originale. Nel 1796 prese in moglie una sua scolara

figlia di un ricco gentiluomo veneziano il Sig. Giuseppe Venturali, ed

in quest'occasione l'abb. _Rubbi_ impiegò il suo coltissimo estro in

undici sonetti sull'_armonia_ che servon di parafrasi al celebre sonetto

sullo stesso argomento, del _Mazza_, e di epitalamio a quelle nozze. “Un

fausto momento di vostra famiglia (scrive l'abb. Rubbi al padre della

sposa) ha dettato alla mia amicizia alcuni sonetti che io vi trascrivo,

e che d'ora innanzi son vostri. Nell'atto che io leggeva il bel sonetto

del _Mazza_ sull'_armonia_, mi vien data la nuova, che la Sig.

_Angioletta_ vostra primogenita è promessa sposa. Interrogando con chi,

mi si rispose, col Sig. _Simone Mayer celeberrimo giovine compositore di

musica_. Parve che le circostanze della lettura concorressero ad

aumentare la mia allegrezza. Un'amabil donzella che _ha tanta parte nel

regno musicale, un valente calcolatore di note, ammirato in Italia e

fuori_, che seppe al tempo medesimo _ispirarle scienza ed amore_, fanno

l'oggetto dolcissimo e fertile de' miei versi. Mi rinserro nei limiti

del sonetto del Mazza, che abbraccerebbe volentieri un lungo poema, ec.”

Questi eccellenti _sonetti_ del _Rubbi_ possono leggersi nel _Mercurio

Storico-Letterario d'Italia_ per l'anno 1797. Mayer è maestro di

cappella a Bergamo: le sue composizioni per teatro, che sono giunte a

nostra cognizione, e che trovansi nel Magazzino del Ricordi in Milano,

sono _Adelasia ed Aleramo_, che ebbe il più gran successo nel teatro

della Scala di Milano, e che si trova disposta anche per il forte piano

presso M. Le Duc impressa in Parigi; _Ginevra di Scozia_; _Adelaide_;

_la Lodoiska_; _i misteri Eleusini_, e _l'Elena_ che si è rappresentata

in quest'anno nel nostro R. teatro Carolino. Le opere buffe di Mayer

sono in oltre: _L'equivoco;_ _Nè l'un, nè l'altro_; _un pazzo ne fa

cento_; _il venditor d'aceto_, farsa; _un vero originale_; _amor non ha

ritegno_; _le due giornate_; _il pazzo per la musica_, eseguita con

sommi applausi in Parigi nel 1805 e _le finte rivali_ nel 1810. Altre di

lui farse sono: _Il pittore astratto_; l'_Elisa_; _l'intrigo della

lettera_; _l'amor conjugale_.

MAZZA (Angelo), rinomatissimo poeta italiano di Parma, tra le cui poesie

oltre al sonetto, del quale si è parlato nello scorso articolo, vi sono

di lui _Tre Odi sull'armonia_. In una sua lettera scritta da Parma, al

di lui amico Cesarotti, del 1772, “Tre odi sull'armonia, egli dice, mi

fanno istanza di presentarsi a voi, del cui favorevole orecchio ove

possan gloriarsi non ambiranno che altri le ascolti. Sentirò volentieri,

anzi vi prego a non la mi tacere, l'opinion vostra ec.” Alla quale così

rispose il cel. professore di Padova. “Le tre vostre _Odi_ hanno tutte

le ragioni di andarsene superbette anzi superbissime; ed io lungi dallo

sgridarle, mi compiaccio d'incoraggiarle maggiormente, e di farle

_conoscere ed applaudire da chiunque ha gusto in queste materie_.” Altre

ne scrisse poi il Mazza sullo stesso soggetto, e nel 1793 chiesene con

un'altra lettera il giudizio dell'amico Cesarotti: “Due Signori

Bolognesi, han riprodotto alcune _Odi mie sulla Musica_ fiancheggiate

dall'autorità del vostro giudizio: ne riceverete un esemplare ec.”

Tradusse egli ancora le odi di Pindaro in versi italiani, e lagnavasi

col Cesarotti de' pochi lumi che si hanno della greca musica, da cui

tanto dipender dovette il buon esito di quel poeta-musico. “Vivo mi

punge il desiderio (scrive egli al medesimo) di ascoltar Pindaro

ragionare tra noi. Ben mi fa pena lo sconosciuto musicale andamento

della espressione e del numero, da cui risultava un precipuo vantaggio

alle odi di quell'_Immenso_. Se i principj della musica greca fossero

meno oscuri, sarebbe men duro l'indovinarlo. Ma io credo che vaneggiasse

largamente _Brazzuolo_, e seco lui il Tartini, quando l'uno colle

attitudini affannate della persona, e gli sfinimenti della voce, l'altro

co' variati e insensibili ricercamenti del violino si adulavano di

riuscirvi.”

MAZZANTI (Ferdinando), rinomatissimo cantante di soprano, compositore di

gusto e buon sonator di violino, dopo aver cantato con incredibili

applausi su i primi teatri di Europa, andò a stabilirsi in Roma. Molti

vi ha tuttora viventi in Palermo, che son testimoni dell'entusiasmo

ch'egli vi produsse per la bellissima voce, per l'eccellente sua maniera

di cantare, e di rappresentare con singolar espressione sulla scena,

sicchè rapiva, e trasportava fuor di se i suoi ascoltanti. Il dott.

Burney afferma di avere avuto occasione di applaudire a' suoi talenti,

ed alle sue vaste cognizioni in diversi rami dell'arte, allorchè il vide

in Roma nel 1770. Egli possedeva una considerevolissima biblioteca di

libri impressi e manoscritti. La sua collezione di opere pratiche era

per la più parte composta delle composizioni del Palestrina. Egli mostrò

al dot. Burney un _Trattato di musica_ che era già sul termine di

compire. Compose in oltre la musica di più opere, mottetti, e trio,

quartetti, quintetti, ed altri pezzi pel violino. Morì egli in Roma

circa 1786.

MAZZOCCHI (l'Abbate) fu verso il 1779 in Italia l'inventore di un nuovo

strumento di musica, consistente in una cassa di due piedi di lunghezza,

e la cui larghezza è in proporzione di quella de' campanelli che

contiene, essendo in arbitrio dell'artista il dare alla cassa come a'

campanelli qualsivoglia posizione. Il suono si tira da questi per mezzo

di un arco da violino, di cui il crine è impiastrato o con pece, o con

trementina, o con cera, o con sapone. In tal maniera si ottengono non

che de' suoni così dolci come quelli che se ne traggono colle dita

sull'armonica, ma si fa render suono eziandio da' campanelli, che non ne

darebbero del tutto sotto le dita. L'abb. Mazzocchi si è provato in

oltre di sostituire alle campane di vetro altre campane di metallo, ed

anche di legno, e quest'ultime, per quanto si assicura, rendono de'

suoni poco diversi da quelli del flauto. Questo strumento può sonarsi

con uno o due archetti. _Lo stromento di musica fatto in Italia

dall'Abate Mazzocchi_, dice M. Chladni, _mi fè concepire l'idea di

servirmi d'un arco di violino, per esaminare le vibrazioni de'

differenti corpi sonori._ (_Prefac. a l'Acoustiq._)

MAZZOCCHI (Domenico), maestro della scuola romana sulla prima metà del

sec. 17, fu il primo a far uso del semituono enarmonico, e dei segni di

_crescere_, _diminuire_, del _piano_, del _forte_ nell'esecuzione della

sua musica d'onde passarono ben presto nella musica di chiesa.

“Raffinandosi l'arte nel procedere degli anni, nel sec. 17 apparve un

genere nuovo: come esemplare in tal genere io eleggo fra tutti _Domenico

Mazzocchi_: il suo stile è limpidissimo, i pensieri sono espressivi

molto, e ben distinti. L'armonia è gratissima, e il movimento di

ciascuna voce tanto comodo e decente, che il più delicato orecchio de'

moderni non vi trova cosa da riprendere, anzi dirò meglio, da desiderare

in due bellissime di lui operette stampate in Roma, l'una delle quali ha

per soggetto un tratto di Poesie italiane, e l'altra diverse Poesie

latine di Urbano VIII. L'ultima è una parafrasi poetica del cantico de'

tre fanciulli composta a sei voci, così bene stabilita nel principio

suo, e condotta poi con tale avvedimento, che se io avessi a mostrare

altrui, in che consiste l'unità del disegno in un lavoro musicale, e

come le varie parti di esso a formare un tutto unico e indivisibile si

riducono, non crederei di potere usare altro esempio alcuno più

opportuno, e più utile di questo.” _Sacchi lett. al Conte Riccati._

MEHUL (Stef. Arrigo), membro dell'Istituto nazionale, e professore di

composizione nel Conservatorio di musica in Parigi, nacque a Givet nel

1763; apprese il contrappunto da Hauser professore allemanno, assai

valente contrappuntista. Essendo venuto in Parigi all'età di 16 anni, fu

dopo due anni presentato a Gluck, che degnossi iniziarlo nella parte

filosofica e poetica dell'arte musicale. Sotto la direzione d'un sì

sublime genio cominciò egli a scrivere per teatro, e sino al 1811 più di

trenta drammi e serii e buffi aveva egli composto, e fatto eseguire in

più teatri di Parigi. L'energia e l'eleganza caratterizzano la musica di

M. Mehul. Nel rapporto all'Istituto per il gran premio di seconda classe

alla musica delle opere comiche, ecco il giudizio che vien dato di

quella di questo compositore: “M. Mehul particolarmente vi si è distinto

per alcune composizioni di un talento non men pieghevole che brillante.

_Stratonice_ ed _Euphrosine_ si accostano al sublime della tragedia,

_Ariodant_ nel 1790 è d'un tuono cavalleresco, e _Joseph_ nel 1807 di un

carattere religioso; l'_Irato_ nel 1801 è un'opera buffa che per alcun

tempo fu creduta una produzione italiana. _Une folie_ nel 1802 è una

commedia, che richiama alla memoria il genere vivace di Gretry.”

(_Rapport et Discussions etc. a Paris 1810_). Vi sono in oltre di Mehul

sonate di forte piano, e sei sinfonie impresse ed eseguite con successo

nel Conservatorio. Egli ha pubblicati i due rapporti, che ha letto

all'Istituto, il primo _Sur l'état futur de la musique en France_, e 'l

secondo _Sur les travaux des élèves du Conservatoire, qui sont

pensionnaires à l'Académie des Beaux-Arts, à Rome_.

MEI (Girol.), nobile fiorentino e letterato a' suoi tempi non

ispregevole; di cui si è parlato all'artic. di Gio. de' Bardi (T. 1, p.

82), nel 1602 diè alla luce in Venezia un libro col titolo di _Discorso

sopra la musica antica e moderna_, in 4.º ed un altro più considerevole

_De modis musicis_ inedito finora (_V. Notiz. letter. dell'Accad.

Fiorent._). Questi libri “quantunque abbondino di errori (dice a ragione

l'Arteaga), rispetto alla musica antica a motivo, che gli autori greci

appartenenti a siffatte materie non erano tanto illustrati in allora

quanto lo sono al presente; pure sono molto pregevoli per quella età.”

(_Tom. 1, p. 225_)

MEIBOMIO (Marco), filologo, a cui si dee l'eccellente edizione

greco-latina de' sette antichi autori di musica con sue annotazioni in 2

vol. in 4.º Amsterdam 1652; un'_Epistola_ in oltre _de scriptoribus

variis musicis_ (nelle lettere di Gudio) e nel 1694 _Vitruvio_ in fol.,

ove nelle sue note applicossi principalmente a spiegare i passaggi di

quest'autore, che hanno rapporto alla musica: finalmente _Plutarchi

dialogus de musicâ cum vers. lat. et gallicâ_. M. Fayolle colla sua

usata inesattezza aggiunge a' travagli di Meibomio, intorno all'antica

musica, l'edizione di Tolomeo e di Briennio con la sua versione latina e

note: ma ciò è falsissimo, dovendosi questa all'inglese geometra Wallis

in supplemento alla collezione di costui de' sette greci scrittori di

musica. Meibomio era uno de' letterati della corte di Cristina regina di

Svezia, e fu obbligato a lasciarla per l'occasione di quell'avventura

con Bourdelot da noi riferita al costui articolo tom. 1, p. 149. Egli

morì in un'età molto avanzata a Amsterdam nel 1710. In quanto al merito

delle sue fatiche su gli scrittori antichi di musica, noi rapporteremo

il giudizio che ne reca il dotto critico _Requeno_, come di colui il

quale più profondamente che ciascun altro ha disaminata siffatta

materia. “Kirkero, egli dice, lasciò la rinnovazione dell'arte de' Greci

al vanaglorioso suo rivale _Meibomio_, e questi in fatti ne assunse

intrepidamente l'impegno: se non che desso cominciò bene, seguitò male,

e terminò peggio l'impresa. La prima cosa, ch'egli fece, fu la raccolta

de' greci scrittori di musica; la seconda la traduzione in latino de'

medesimi; la terza le annotazioni per ischiarimento dell'antica melodia;

terminate le quali, cantò un _Te Deum_ in ringraziamento all'Altissimo

per averlo illuminato a segno di poter _notare_ la musica di quell'inno

all'usanza de' Greci; e per istordire gl'ignoranti, acciò non lo

capissero, lo premise alla sua opera. Se però siamo obbligati al

_Meibomio_ di averci data una raccolta benchè incompleta de' greci

armonici, non possiam dire altrettanto relativamente alla sua

traduzione, in cui non si accorse di esser stati gli originali di

_Aristosseno_, da cui tradusse, viziati e confusi di modo, che parte del

primo libro si trova nel secondo, parte del secondo e del terzo nel

primo; onde sono i lettori obbligati a brancolar nelle tenebre. Nel

giudizio de' greci armonici noteremo altre mancanze di osservazione di

questo traduttore. Ov'egli però mi fa pietà, è nelle aggiuntevi

annotazioni: tutte s'impiegano in correzioni grammaticali, in citazioni

erudite, ma inutili all'intelligenza dell'autore interpretato, in

riprensioni frequenti degli altri interpreti; cose tutte da dissimularsi

a chi ricalcava le orme de' grammatici del seicento. Quello però, che

non si può perdonare a Meibomio, e per cui egli meriterebbe un'acre

riprensione, si è l'aver esso aggiunti, levati, cambiati gli originali

in molti luoghi sotto pretesto di renderli intelligibili, e di corregere

gli errori de' copisti: le note musiche de' Greci sparse quà e là ne'

diversi autografi soffrirono un totale rovesciamento. Orgoglioso

grammatico! Dopo d'essersi millantato d'avere il primo dilucidate le

_note_ del canto greco, stampa lo sproposito di non avere servito le due

righe di note prescritte in ogni verso da tutti i greci armonici, che

per i principianti, essendo l'una di esse a suo parere superflua. Del

rimanente Meibomio niente arreca di lume a' greci scrittori per

agevolarci la loro intelligenza. Meibomio certamente è autore di

mediocre talento, d'una sufficiente e mal digerita erudizione, e d'una

grande alterigia.” (_Prefaz. a' Saggi_). Puossene leggere la

confutazione, che dottamente fa di lui il _Requeno_ nel 2.º tomo pag.

165-180, 337-351.

MEISSONNIER (Antonio), nacque in Marsiglia nel 1783. I suoi parenti lo

destinavano al commercio, ma amante dell'indipendenza preferì di seguire

la carriera musicale. In età di 16 anni partì per l'Italia, e dopo aver

percorso tutto questo paese, venne in Napoli, e presentossi al famoso

Interlandi, che degnossi di dargli de' consigli sì per la lira, che per

la composizione. Egli fece sentirsi ben tosto in Napoli nelle più

distinte compagnie. Il nostro principe di Butera, che amava le belle

arti, con ispezialità la musica, e proteggeva gli artisti, fecegli

comporre un'opera buffa _la Donna corretta_, che eseguita nel suo

palazzo in Napoli fu moltissimo applaudita. Lasciò egli non per tanto

quella città, e si stabilì in Parigi, ove ha pubblicato _Méthode de

lyre_, e molti _Capricci, Divertimenti ed Ariette italiane_, da lui

composte per quest'istromento.

MELANIPPE di Cuma, abilissimo non solo nel maneggio del flauto, ma della

lira eziandio. Pausania fa di lui menzione (_in Phocid._) e loda una

composizione cantabile di questo maestro da esso con le tibie

pronunziata in lode di Opi. Secondo Ferecrate citato da Plutarco

(_Dialog. de Music._), egli aumentò le corde negli strumenti,

accrescendo quelle della lira fino al numero di dodici, mentre era prima

di due tetracordi. Tale novità dispiacque allora ai severi Greci. I

seguenti versi che mette in bocca Ferecrate alla musica: _Melanippide fu

d'ogni mio male — Prima cagion; m'indebolì costui, — Dodici corde sopra

me ponendo_, due cose provano, come osserva il Requeno: 1. che Melanippe

sia stato il primo, che inventasse il sistema de' tre tetracordi; 2. che

li suonasse a mano, il che è lo stesso che avere rivolta la lira in

cetra; non distinguendosi questa da quella, che nel numero delle corde e

nel suonarsi senza plettro. Sono più molli i suoni delle corde suonate

con la mano, di quello che sieno quelli delle corde ferite col plettro.

Questa mollezza dispiacque dunque sul principio a' Greci, i quali,

avendo destinata la musica alla virile educazione, temettero, non si

snervassero gli animi de' giovani con la blanda cetra. Melanippe

impiegossi in educare giovani nell'arte musica: Filosseno fu suo

discepolo (_Saggi t. 1_). Egli fiorì presso a quattro secoli innanzi G.

C.

MELONE (Annibale), dotto contrappuntista in Bologna circa 1550; si è

reso utile alla storia della musica con la sua opera: _Desiderio di

Allemano Benelli_, che è l'anagramma del suo vero nome. Si credette

prima che Bottrigari ne fosse l'autore, e tanto più di verisimiglianza

acquistò allora quest'opinione, in quanto costui in cambio di

contradirla, fecene anzi pubblicare sotto il suo nome una seconda

edizione. Oltre la confutazione di un certo Patricio, quest'opera in

forma dialogistica, tratta principalmente de' concerti di musica, che

cominciavano ad essere allora in voga presso le persone del primo rango,

con ispezialità a Venezia e a Ferrara. Si resta sorpreso nel leggervi il

prodigioso numero di musici, che il duca di Ferrara aveva allora al suo

servigio, come eziandio la quantità e varietà d'instromenti che facevasi

sentire ne' suoi concerti. Nel progresso dell'opera, l'autore analizza,

a proporzione de' lumi di quel secolo eruditamente, i principj

dell'antica musica de' Greci e della moderna, riguardando questa come a

quella preferibile, secondo il pregiudizio di coloro che comparar

pretendono le cose note alle incognite.

MENESTRIER (Claudio Francesco), gesuita che allo studio degli antichi

seppe unir con profitto i viaggi, ch'egli fece per l'Italia, la

Germania, l'Inghilterra, e le Fiandre: morì in Parigi nel 1705. Tra le

sue opere distinguonsi: 1. _des Représentations en musique anciennes et

modernes_, Paris 1681, in 12º; 2. _Des ballets anciens et modernes_,

1682, in 12º.

MENGOLI (Pietro), professore di Meccanica nel collegio de' nobili in

Bologna, uomo distinto per la sodezza di sua dottrina, nel 1670 pubblicò

colà _Speculazioni di musica_, in 4.º: si trova alla fine una tavola

delle passioni, cui pretende l'autore, che ciascun modo, o ciascun tuono

della musica di chiesa possa calmare. “Vi sono ancora molte cose, che io

non ho potuto capire, dice M. de Boisgelou; per esempio, allorchè egli

parla de' tuoni di musica rossi, neri, verdi ec.” Nel t. 8 delle

Transaz. Filosofiche si trova un assai lungo estratto di quest'opera.

MENGOZZI (Bernardo), nato in Firenze nel 1758, cantante pieno di gusto e

pregevole compositore, era costantemente applaudito accanto de'

Viganoni, de' Rovedino, de' Mondini. Nelle opere di Paesiello e di

Cimarosa egli metteva alcuni pezzi di musica da lui composti, che

figuravano non meno che quelli di que' celebri autori: tra questi sono

principalmente da rimarcarsi un terzetto dell'_Italiana in Londra_, e la

deliziosa aria _Se m'abbandoni_. Dopo il 1792 stabilitosi in Parigi pose

in musica cinque opere buffe, e due comico-serie in quella lingua.

Scelto per maestro di canto in una delle classi del Conservatorio formò

molti buoni allievi. L'arte il perdette assai presto, essendo colà morto

nel 1800 di 42 anni.

MERCADIER DE BELESTA è autore di un'opera che ha per titolo, _Nouveau

Système de musique théorique et pratique_, in 8º, Paris 1776. Secondo M.

Chladni l'autore vi ha esposto molti oggetti intorno alla teoria

numerica dei suoni, meglio che molti altri, ed ha ottimamente confutato

alcune false asserzioni del Tartini sul fenomeno del terzo suono (_V.

Acoustiq. p. 15-254_).

MERSENNE (Marino), religioso minimo, cui la mordacità del Voltaire con

ingiusto scherno chiama il _minimissimo tra' minimi_, diessi allo studio

delle matematiche e della filosofia, e non lasciò di render loro de'

gran servigj, per il commercio che tenne sempre co' più distinti uomini

del suo secolo, di cui ne divenne il centro: a questo fine viaggiato

aveva in Italia, in Germania e ne' Paesi-Bassi; il suo carattere dolce,

pulito ed obbligante gli conciliò da per tutto degl'illustri amici. Tra

le scienze egli si attaccò specialmente alle matematiche ed alla musica,

e pubblicò molte opere in tutto o in parte relative a quest'ultima, come

1. _Quæstiones in Genesim_, dove a lungo tratta della musica e degli

stromenti degli Ebrei, 2. _Harmonie universelle contenant la théorie et

la pratique de la musique_, Paris 1636, 2 vol. in fog. con figure, opera

oggidì assai rara, secondo M. Fournier (_Dictionn. de Bibliograph._

1809), 3. _Harmonicorum Libri XII de sonorum naturâ, causis et

effectibus_, Paris 1648, in fol., quest'è in parte una traduzione

dell'opera precedente, che contiene molti pezzi, che non trovansi

nell'originale. L'A. vi tratta di tutte le parti teoriche dell'arte,

giusta le idee che a suo tempo avevasene in Francia, e nella quale dà

una meschina idea della sua propria istruzione, e dello stato dell'arte

in quell'epoca nella Francia. Quest'opera ebbe quivi gran corso, che

essa dovette alla singolarità piuttosto che al merito. 4. _Les préludes

de l'Harmonie universelle_, è una rapsodia, ove più si tratta di

Astrologia giudiziaria che di musica. 5. _Cogitata physico-mathematica

de Musicâ theoreticâ et practicâ_, in 4.º 1644. Mersenne giunse a

conoscere la coesistenza de' suoni acuti col suono fondamentale di una

corda, ma non l'ha spiegata bene (_V. Chladni, Acoust. p. 250_). Egli

aveva il talento di dir poco in molte parole, e non mostra gran giudizio

ne' suoi scritti. Morì in Parigi nel 1648 d'anni 60, tornando dalla casa

del suo intimo amico Descartes, ove aveva bevuta molt'acqua fredda per

dissetarsi.

MERULA (Cavalier Tarquinio), uno de' più profondi contrappuntisti del

sec. 17, e 'l più grave compositore per la musica di chiesa, non lasciò

tutta volta di scrivere delle bambocciate musiche, e fu anche in questo

genere il primo. “Immaginò una _fuga_ di ragazzi che recitano, senza

saperlo ben a mente, e declinano il pronome _qui quæ quod_. Gl'imbrogli,

le confusioni, le sconcordanze, e i scerpelloni, che pigliano que'

poveri ignorantelli, e il pedagogo che li sgrida, formavano il soggetto

di questo componimento, e facevano smascellare delle risa cantori, ed

uditorio. L'esito felice di questa prima prova diè coraggio al Merula di

comporne una consimile sul _hic hæc et hoc_, che non riuscì men

saporita.” (_Carpani lett. 7_). Nelle sue opere stampate in 10 vol. in

Venezia nel 1635 si trova un duetto intitolato _sopra la ciacona_, detto

così per imitar forse il canto limitato e monotono de' ciechi, d'onde è

derivato il nome di _ciacona_, in francese _chaccone_. La cantilena è

sopra un basso ristretto di 5 battute, che continua sempre a ripetersi

mentre quella va cambiando. Ghiribizzi di que' tempi senza gusto (_V.

Encycl. méthod. p. 222_).

Dizionario storico-critico degli scrittori di musica e de' più celebri artisti, vol. 3 Di tutte le nazioni sì antiche che moderne · 第 6 / 18 段