La baronessa di Börne, assidua frequentatrice della Casa di salute,

riferiva ai nuovi venuti la storia, con molta ricchezza di particolari,

e i nuovi venuti stavano ad ascoltarla, indifferenti a quelle cose

passate delle quali non erano stati spettatori e infastiditi anche dal

suo monotono eloquio. A poco per volta anch'ella se ne dimenticò.

Suor Anna Brighton doveva esser morta a Stonehaven; il nome della

contessa d'Arda si cancellava dalla croce del cimitero della Sallaz. Del

principe e della giovane nihilista nessuno seppe più nulla dopo la

liberazione: sicuramente essi erano tornati alla loro propaganda. Ai

loro amori, anche? Era probabile: dopo l'eroico tentativo di salvarlo,

Alessandra Natzichev doveva aver vista ricambiata da Zakunine la

passione che ella gli portava. I giornali, pieni una volta delle notizie

relative all'accusa che li minacciava entrambi, non parlavano più di

loro; altre storie di altre passioni occupavano il posto già tenuto dal

dramma di Ouchy.

Più degli altri il giudice Ferpierre, nonostante i nuovi processi e i

nuovi misteri proposti alla sua indagine, ne serbò memoria: troppo grave

era stato il suo dubbio, troppo penoso il dispetto di non aver saputo

veder chiaro in quell'intrico. Cercando di giustificarsi agli occhi suoi

proprii, egli pensava che, dopo la lettura delle memorie della contessa

e l'interrogatorio del Vérod, aveva visto ed affermato la verità; poi il

ricordo delle esitazioni, dei sospetti, dei tentativi ambigui ed

infelici lo confondeva. Come non s'era mantenuto nell'opinione che

l'accusa era tutta una costruzione dell'odio del Vérod? Una specie di

sordo e assiduo rimorso l'occupò lungo tempo all'idea di avere spinto

una innocente a un sacrifizio terribile; poi quel suo errore si confuse

con altri, egli pensò che non c'era stata altra colpa da sua parte se

non quella d'uno zelo soverchio nell'accertare l'accusa, e così anche

per lui la memoria di quei fatti si venne alfine perdendo.

Roberto Vérod diceva a sè stesso che anch'egli avrebbe dimenticato, ma

il tempo tardava a produrre l'usato benefizio.

Certe volte, quando un nuovo pensiero lo toglieva alle dolorose memorie,

egli tremava perchè il pensiero nuovo era senza fine più grave. Dinanzi

all'evidenza egli aveva dovuto riconoscere il proprio torto, ammettere

l'ingiustizia delle proprie accuse, convenire che solo l'odio glie le

aveva suggerite. Dinanzi alla prova palese egli dava ragione al severo

giudizio del magistrato, sentiva d'avere anch'egli contribuito alla

morte dell'infelice; e il rimorso che un tempo gli era parso atroce, ora

quasi gli parea lieve. Egli non solamente non tentava di scagionarsi, ma

insisteva con una specie di cupa efficacia nel confessare l'errore,

s'incolpava acerbamente, accresceva il peso della propria responsabilità

per tentar di sottrarsi a un pensiero senza fine più molesto: invano.

Egli voleva pensare che l'amor suo aveva uccisa quella donna, per non

credere che ella ne era immeritevole.

Tutte le ragioni da lui addotte contro l'ipotesi del suicidio gli

stavano nella mente, irrecusabili. Era credibile che ella si fosse

uccisa senza lasciargli un ultimo saluto? Se aveva fede in Dio poteva

ella uccidersi? Qualunque fosse l'ambascia nella quale era ridotta,

nonostante i propositi di morte, sul punto di metterli in atto la sua

mano non doveva tremare? Il suo braccio non doveva ricadere inerte al

pensiero di lasciare il triste esempio a lui che aveva riconciliato con

la vita? Uccidendosi, non lo uccideva?

«Questo è particolarmente grave, nell'amore: che ciascun amante non è

responsabile degli atti suoi proprii, ma anche di quelli ai quali spinge

la persona amata.»

Erano le sue parole. Per uccidersi aveva dovuto dimenticarle. E le aveva

dimenticate! La sua fede in Dio non era tanto salda quanto pareva,

giacchè ella si era uccisa! Si era uccisa pensando a un'estranea, senza

lasciare a lui la parola del commiato, ridandogli invece i dubbii ai

quali aveva voluto sottrarlo!

Questa era la realtà. Egli era stato vittima di un'illusione,

dell'eterno inganno dell'amore, attribuendo a quella donna le sublimi

virtù che non possedeva, esagerando la bellezza di quell'anima sino a

farne una perfezione oltre umana.

«Io dovevo sapere,» diceva egli a sè stesso tentando di reagire contro

la tristezza del disinganno, «che la perfezione è fuor dell'umano; che

gli uomini possono pensarla e cercarla, ma non raggiungerla mai. Questa

certezza mi avrebbe impedito di esaltare oltre ogni misura quell'anima;

questa persuasione deve ora temperare la mia sfiducia e impedirmi

d'avvilirla oltre misura.»

Perchè, infatti, mutata la disposizione del suo spirito, egli accusava

la memoria di lei non soltanto di debolezza, ma di menzogna e quasi

d'indegnità. Prima d'uccidersi ella gli aveva pur detto che lo amava; ed

era evidente che gli aveva mentito. Chi assicurava che non avesse

mentito altre volte?... Come tutti gli acri umori latenti in un sangue

corrotto si ridestano alla più lieve ferita e l'esacerbano e

l'incancreniscono, così il disinganno era in lui alimentato ed

accresciuto da una moltitudine di pensieri rodenti, dei quali non aveva

prima avuto coscienza. Egli ora quasi si sdegnava e si scherniva per

aver fatto un ideale di perfezione d'una donna vissuta fuor della legge.

Non era vissuta fuor della legge? Il suo legame col principe non era

indegno? Che valor dare all'impegno che ella sosteneva d'aver preso

secretamente con sè stessa? Si poteva credere che fosse stata sincera

nel prenderlo, o non aveva tentato con quell'asserzione di riscattarsi

agli occhi altrui ed ai proprii dopo aver misurato la gravezza della sua

colpa? Si poteva credere che ella si fosse data a quell'uomo per

esercitare il gratuito ufficio di redenzione? Se almeno, senza la

chimera della redenzione, senza la fede nella durata del patto, ella

avesse amato d'amor puro! Ma il dolente negava anche questo; egli non

poteva concedere che un uomo come Zakunine ispirasse una passione

sincera. Sanguinario e tirannico mentre predicava la pace e la libertà,

intento a godere avidamente mentre diceva di gemere alle sofferenze

degli altri; cupido, dissipatore, infedele, bugiardo, colui non poteva

essere amato nobilmente; poteva esercitare un fascino perverso, una

curiosità malsana, una brama servile. Servile, malsana, perversa era

stata la passione di quella donna.

La gelosia impotente, l'umiliato amor di sè stesso facevano accogliere

al Vérod questi pensieri. Vivendo Fiorenza d'Arda, egli non li aveva

concepiti; finchè aveva potuto vedere nella sua morte l'opera d'un

assassino, finchè ella gli era apparsa cinta dell'aureola del martirio,

nessun sospetto aveva potuto contaminarla; sentendosi amato, d'amor puro

e fidente l'aveva ripagata. Ora egli scopriva che l'amore di lei non era

stato verace. Se l'avesse realmente amato, avrebbe potuto lasciarlo

così? Per trovare nel legame con Zakunine un impedimento tanto grave

alla felicità, non doveva ella sentire ancora qualche cosa per costui?

Era morta per restargli fedele! La nozione dell'astratto dovere può

avere tanta forza se non si accorda con un sentimento concreto, con un

interesse tutto personale e presente?... Il bugiardo pentimento di

Zakunine, la mentita resurrezione d'un amore che non era mai stato

credibile, avevano ridestato in lei la servile passione d'un tempo, e

comprendendo la viltà del proprio servilismo, ma non potendola vincere,

ella si era data la morte!...

Così egli vedeva corrompersi e a poco a poco dissolversi in putredine la

figura già sollevata sopra un altare. Ma allora le profetiche parole di

un giorno lontano gli tornavano tutte alla memoria:

«Troppo a lungo io sono vissuta fuor della legge perchè possa sperare di

rientrarvi. Voi non vorrete crederlo, ora, e siete sincero; ma sarete

egualmente sincero più tardi, credendolo. Il sentimento indelebile della

mia decadenza deve contendere la vita alla fede, ora in me soltanto, più

tardi anche in voi...»

Ed egli restava sovrappreso da un immenso stupore angoscioso vedendo

finalmente avverarsi la profezia, comprendendo di non avere più il

diritto di togliere la sua stima alla morta, se ella stessa,

dolorosamente, umilmente, contro la fervida fiducia di lui, aveva

riconosciuto la propria indegnità.

Egli si era ribellato, allora, pieno il cuore di reverenza; ora doveva

riconoscere che ella non s'ingannava. Ella antivedeva l'avvenire

immancabile: logicamente, fatalmente questo risultato doveva prodursi:

«Verrà il giorno che mi giudicherete come io stessa mi giudico.» Non era

quasi venuto in vita della infelice? Il giorno del loro ultimo incontro,

quando ella gli aveva parlato dell'uomo al quale era legata, che tornava

a volerla sua, l'impeto dell'odio contro Zakunine e l'insoffribile

sentimento dell'impotenza del proprio amore non lo avevano quasi rivolto

contro di lei?... «Sia come volete,» le aveva detto, «ma costui vi

lascerà ancora una volta.» Il suo pensiero non era andato oltre quelle

parole? La concitazione dello sdegno non lo aveva quasi spinto ad

afferrare la mano di lei per dirle duramente: «E per un suo pari vi

negate a me? E dopo esservi perduta per lui, per lui rifiutate di

riscattarvi?...» Alla fosca luce di questi pensieri egli rivolgeva

dubitosamente a sè stesso un'altra, una più ansiosa domanda:

«Ella ha dunque ben fatto, uccidendosi?»

Se un germe velenoso insidiava la vita dell'amor loro, era dunque

meglio che fosse morta? Se ella aveva compreso che, volendola sua, ei

pensava di riscattarla, di fare un atto generoso, non per fedeltà a

Zakunine gli aveva resistito e si era uccisa, ma per la disperata

certezza d'un malinteso fatale all'amor loro? Morta per lui, egli

presumeva ancora di giudicarla? Se credendola vittima dell'altrui

ferocia le aveva dato tutta la pietà del suo cuore, una più trepida

pietà, la pietà alimentata dal rimorso, non doveva darle ora che il

volontario sacrifizio l'aveva riabilitata?

Tutta la severità dei suoi giudizii si ritorceva allora contro sè

stesso. Chi era egli che presumeva condannarla? E perchè l'aveva

condannata se non perchè gli si era sottratta? Che altro se non la

passione dell'egoista, l'inappagata rapace passione lo faceva severo

contro la memoria di lei? Null'altro se non il sofisma della presuntuosa

passione gli diceva che l'impegno da lei preso non era valido e che

dimenticandolo per mettersi con lui ella sarebbe stata nell'onesto e nel

giusto! Egli che la voleva perfetta non aveva, come tutte le creature

umane, più di tante altre, le sue debolezze e le sue colpe?

Da questi opposti pensieri usciva finalmente rassegnato alla realtà

inesorabile, disposto a riconoscere che se la povera morta non era stata

così bella come l'amorosa fantasia glie l'aveva dipinta, non era stata

neppure così trista come l'aveva veduta nel rancore dell'abbandono.

Nondimeno egli restava mortificato e dolente. La rinunzia alla

perfezione imaginata gli era grave. Egli diceva a sè stesso che nessuno

al mondo è perfetto; ma perfetta voleva poter credere ancora la sorella

sua d'elezione. E tutti i suoi sforzi per glorificare, o almeno per

legittimare il volontario sacrifizio restavano vani.

Non era vero che dandosi la morte ella si fosse redenta. La redenzione è

nella vita, non nella morte. La morte non risolve il problema morale,

lo evita. Non volendo o non potendo accettare di essere, come egli aveva

sperato, la donna sua, ella aveva una via da seguire: fuggirlo, sparire,

ma senza rinunziare alla vita.

Non era questa la via?

Egli restava esitante, dubitoso, ansioso. Per l'efficace virtù

dell'esempio, il suo giudizio intorno ai massimi problemi umani era

stato illuminato e sicuro. Questo prodigio ella aveva compito: di farlo

uscire dai dubbii, dalle incertezze, dallo scetticismo dei quali prima

viveva. Ella era stata la sua fede. Egli era rimasto abbagliato dalla

luce dei suoi pensieri, si era sentito guidare con ferma mano per

l'intrico delle contraddizioni, degli inganni, degli errori; aveva

saputo che cosa credere, che cosa negare. Ed ecco a un tratto ripiombava

nell'esitazione. Doveva ella vivere? Doveva morire? Come risolvere il

formidabile dilemma di vivere errando o di morire per evitare l'errore?

Hanno gli uomini il diritto di disporre della loro esistenza? Se questo

diritto è loro conteso, Chi lo contende?...

Al cielo che un tempo egli aveva sentito vuoto, deserto, impenetrabile,

fiduciosamente aveva rivolto lo sguardo vedendolo mirato da lei. Ora non

sapeva, o peggio, aveva paura di saper troppo. Ella si era uccisa! Non

aveva avuto paura del giudizio di Dio! Non aveva pensato alla salvezza

dell'anima, non aveva creduto alla sua vita avvenire: si era uccisa

perchè con la morte tutto finisce.

«Non c'è dunque nulla? nulla?...»

La sua domanda restava senza risposta, inascoltata.

Per la sola virtù della vista di lei, egli aveva già mirata, udita,

compresa l'anima del mondo; voci misteriose dicevano cose memorabili;

tutto viveva, palpitava e riluceva. Ora il silenzio e l'oscurità

tornavano a premere d'ogni intorno. Ciò che prima aveva un senso

evidente o recondito restava muto.

Tanto profonda e sincera era stata la sua conversione, che talvolta

lampi dell'antica fede tornavano a rischiararlo; poi le tenebre si

chiudevano, più fitte. E nelle alternative del dubbio egli ritrovava con

un muto e disperato terrore il vecchio uomo che aveva creduto di

seppellire dentro sè stesso. Come prima di conoscerla, il suo pensiero

era oscuro, confuso, perduto. La miracolosa fioritura che aveva

occupato ogni piega dell'anima sua s'avvizziva e sfrondava. Il chiuso

cuore anticamente acquetavasi nella sua aridità; ora invece, dopo il

benefizio, restava amareggiato da un rancore infinito.

Egli viaggiò. Vide altre terre, altri uomini, sperando disperdere il suo

dolore lungo le vie del mondo; ma nulla valse a placarlo. Dinanzi alla

tomba della sorella, a Nizza, pianse d'un pianto cocente che non fu

lenimento, ma fuoco nuovo. Sul lago non era più tornato. Una mortale

paura l'occupava al pensiero di rivedere i soli luoghi dove potesse dire

di avere realmente vissuto. Credeva di morire soffocato rivedendo le

rive di Ouchy, le pendici di Losanna, la villa dei Ciclamini, il bosco

della Comte, le umili cappelle, il panorama del Lemano velato di nebbie

o sorriso dal sole. Pure un giorno egli andò.

Ritrovò quelle prode quali le aveva lasciate. L'impassibilità della

eterna natura lo ferì come un insulto: se almeno qualcosa fosse stata

distrutta sulla terra, se almeno egli avesse ritrovato intorno a sè le

tracce d'una devastazione simile a quella patita dentro di sè!

I monti secolari, le acque perenni, voraci sepolcri di viventi,

restavano immutabili. Egli veniva riconoscendo ogni passo del cammino,

ogni particolarità della vista. Con la disperata certezza che nessuna

potenza avrebbe potuto compiere mai il miracolo di ridargli ciò che

aveva perduto, egli pur figgeva intorno lo sguardo e porgeva intento

l'orecchio, quasi un'apparizione, quasi una voce potesse suscitare lo

svanito bene.

E una sera che dalla finestra della sua stanza contemplava le sommità

della Dôle dietro le quali il sole scendeva radiosamente, egli trasalì

al suono d'una voce che parlava dietro di lui.

Era zimbello d'un'allucinazione? Non sognava ad occhi aperti?

Il principe Alessio Zakunine gli stava dinanzi.

--Roberto Vérod,--diceva la voce,--non mi riconoscete?

Un brivido di raccapriccio gli passò per i nervi come alla vista di uno

spettro. Che cosa voleva quell'uomo da lui? Perchè veniva a cercarlo?

--Voi sapete chi sono? Non m'aspettavate, però! Sono venuto da voi

perchè ho una cosa da dirvi.

Parlava a capo chino, sommessamente. Vista di scorcio, dalla fronte

troppo ampia alla punta del mento, la sua faccia appariva incisa da

rughe profonde; i capelli ancora più rari erano imbiancati sulle tempie;

tutta la figura portava impressi i segni d'un rapido decadimento.

Il Vérod restava a considerarlo, come affascinato, incapace di

rispondere una sola parola, di veder chiaro nel tumulto di sentimenti

che gli si scatenava nell'anima.

--Ho da dirvi una cosa. Volevo dirla al giudice Ferpierre, ma ho pensato

che prima mi convenisse rivolgermi a voi....

Dopo una pausa, riprese:

--Uditemi, Vérod: Fiorenza d'Arda non si uccise. Io l'assassinai.

Il giovane si passò una mano sulla fronte, sugli occhi. Ancora una

volta, ora anzi più che nel primo istante, egli non era ben sicuro di

essere desto.

--Non mi credete? Eppure voi foste così presso alla verità! So che

l'affermaste contro tutto e tutti, che per poco non riusciste a

dimostrarla. È vero che molte circostanze, una principalmente, furono

contro di voi. La lettera a suor Anna parve dire l'ultima parola sulla

sorte di lei. Questo ingannò la giustizia: che ella era veramente sul

punto di darsi la morte, quando io stesso l'uccisi. Io vi dirò come

l'uccisi....

L'uditore tremava quasi invaso dal ribrezzo della febbre.

--Io vi dirò le mie infamie; sarà il principio del punimento. Io la

disconobbi, sempre. Mai finchè ella visse io compresi tutta la bellezza

dell'anima sua. Nessuna bellezza io compresi; il mondo e la vita mi

parvero destituiti di questa qualità. Avevo un inferno dentro di me,

nulla poteva spegnere le fiamme che mi investivano. Tutto ciò che io

toccavo s'inceneriva. Ella mi amò di pietà: l'istinto, il bisogno, la

voluttà del sacrifizio la diedero a me. Senza comprenderla, io fui un

momento abbagliato dalla sua luce. Non potendo sostenerne la chiarezza,

torsi lo sguardo. E la derisi e l'offesi.

Tacque un poco guardando dinanzi a sè, come cieco; poi ricominciò:

--Udite. Quando io vi avrò detto tutto, sentirete che le mie parole

meritano fede. Nei primi tempi della mia fortuna io mi sentii un altro

uomo. La natura e la vita mi fecero così da trascorrere dall'uno

all'opposto sentimento con fulminea violenza. Chi sa ciò che ho fatto

nel mondo potrà pensare che forse talvolta la voce del bene mi guidò. Ma

io non ne avevo coscienza. Se col pensiero intervenivo a giudicare le

azioni mie e le altrui, tutto riducevo a un meccanismo, a un giuoco

d'impulsi ciechi e fatali. Io non potevo pertanto credere al mutamento

operatosi in me per virtù sua. Non derisi lei soltanto, derisi me

stesso... Io dovrei anche dirvi quale fu, giorno per giorno, ora per

ora, l'opera mia spaventevole; come alla costante, infaticabile, divina

sua predicazione di amore e di bontà opposi lo sprezzo, l'insulto, il

tradimento. Ma voi sapete queste cose. E poi, e poi... Tutto quanto

l'odio vostro contro di me vi suggeriva è troppo poco; ciò che io le

feci fu incredibile. Talvolta, quando con parole avvelenate e corrosive

io profanavo, vilipendevo, distruggevo la sua fede; quando le dimostravo

che nulla esiste fuorchè il male, che i soli rimedii sono il ferro, il

fuoco, la morte; quando la incitavo a lasciarmi, a tradirmi, a perdersi,

sentivo una reazione violenta operarsi dentro di me e il pianto salirmi

alle ciglia; ma le nascondevo il pianto mio. Quando voi la conosceste,

quando compresi che ella cominciava ad amarvi, il mio petto si dilatò

dalla gioia. Vedere che la sua vantata eternità dei sentimenti si

dimostrava bugiarda, prevedere che ella sarebbe caduta come cadono

tutti, poterle dire: «Hai visto? Dove sono le tue leggi morali? Anche tu

fai, come gli altri, il tuo piacere!» mi colmava di giubilo... Io mi

davo tutto, frattanto, all'opera che doveva abbattere la vecchia

società, nel mio paese e negli altri. L'ultimo tentativo mi pareva

destinato a riuscire; già pregustavo il trionfo. Avevo lungamente

preparato ogni cosa, ed incitato all'azione i pigri, i titubanti, i

paurosi, e dato quasi tutto ciò che restava della mia sostanza, senza

pensare alle difficoltà che avrei incontrate più tardi. Dovevo partire e

sarei partito anch'io, se non mi avessero costretto a restare per

preparare una nuova azione in caso di rovescio. E un giorno io seppi che

i miei fratelli erano uccisi, pendevano dalle forche, cadevano sulle vie

dell'esilio sotto la sferza degli aguzzini; io seppi che le donne, che

i fanciulli salivano il patibolo, che tanti innocenti pagavano per me,

che il terrore imperversava su tutta la gente della mia razza: un giorno

io mi ritrovai, dinanzi a tante rovine, con la paura d'avere sbagliato

la via, solo e quasi povero. Allora, improvvisamente, sorse dentro al

mio cuore come un bisogno, come un'ansia, come una sete ardente di

soccorso; allora io quasi stesi la mano per trovare al mio fianco un

appoggio; quasi mi protesi a udire una parola di consolazione... La

consolatrice esisteva. Non dovevo far altro che andare da lei, che

aprirle il mio cuore. Forse sarebbe stato ancora tempo. O forse no: era

già troppo tardi. Troppo tardi! Sapete voi che cosa significano queste

parole?... Un pensiero di superbia mi arrestò. Dovevo io supplicare?

Pure sentivo che in questa crisi della mia vita nulla sarebbe valso a

guarirmi come l'amore, nulla avrebbe pagato l'amore di una creatura come

lei. Le tornai vicino. Non dissi nulla. Il mio contegno doveva

dimostrare tuttavia ciò che avveniva dentro di me. Troppo tardi!...

Troppo tardi!... Noi possiamo penare ed accettare la pena, possiamo

disperare e vivere nella disperazione, ma all'idea che la felicità era

possibile, che la fortuna ci passava d'accanto, che dovevamo soltanto

stendere una mano, dire una sola parola per ottenerla; e aver distesa la

mano e proferita la parola--troppo tardi!--a questa idea il nostro cuore

non regge... Ella non era più mia; era vostra. Come ebbi questa

certezza, ricominciai a ridere e deridere. La fuggii; ma dovetti

tornare. Al suo fianco, quantunque mi dimostrassi pentito e convertito,

ero insofferente della soggezione; lontano da lei sentivo di non poter

vivere. Così trascorsi gli ultimi mesi, alternando le fughe con i brevi

ritorni. A Zurigo io vivevo per parlare di lei ad un'altra infelice, ad

Alessandra. Alessandra Natzichev è morta...

Il Vérod era stordito. No, egli non sognava; ma la realtà aveva tutti i

caratteri del sogno. L'uomo che gli stava dinanzi somigliava

all'orgoglioso ribelle come le pallide imagini dell'incubo somigliano

alle persone vive. La Natzichev era morta? Come, perchè era morta? Anche

l'ora e la luce erano innaturali, la sera gialla illuminava stranamente

la stanza, le cose, la faccia scialba del principe.

Spasimo · 第 14 / 15 段