che i contrasti della vita mettono l'uomo in opposizione con sè stesso
senza che sia imputabile di mala fede. No, egli non aveva mentito
riconoscendo che la bontà è necessaria; soltanto col ricordare la
predicazione del perdono non dimostrava d'averla compresa? Ma come
accoglierla ora che la sua ragione, la sua passione, tutto l'essere suo
voleva e doveva necessariamente volere il castigo? Allora egli udiva
altre parole, così chiare e ferme come quando ella le aveva proferite:
«La verità è una sola; riconoscerla astrattamente val poco nè vi può
essere merito se non l'affermiamo contro il nostro proprio
interesse....»
Una notte egli la vide venirgli incontro con le braccia prosciolte, le
mani aperte, la faccia al cielo; l'udì proferire: «Perdona.» L'illusione
fu così intensa che egli si destò con gli occhi bagnati di pianto.
Nella veglia, pensando di dovere oramai unicamente appagarsi delle vane
visitazioni del sogno, l'impeto della passione vendicativa tornò a
sollevarlo. Vagando per i luoghi dove era stato con lei, cercando ancora
qualcosa di lei sotto il cielo, egli riudiva la voce sommessa
consigliare:
«Perdona.»
Egli diceva a sè stesso: «Non posso.»
Non poteva. Perdonare sinceramente, col cuore, egli non poteva, non
avrebbe potuto, mai. Doveva lasciare soltanto che la giustizia facesse a
suo modo, non più intervenire? Se era sicuro del nuovo inganno, non
doveva svelarlo?...
Ma la paura di profanare le memorie dell'amor suo lo arrestava. Non le
aveva già lasciate profanare? Egli che non voleva ascoltare la voce del
perdono, non aveva bisogno che la Morta lo perdonasse?... Per sostenere
l'accusa contro Zakunine bisognava spiegare che questi era stato geloso
di lui, che aveva creduto fondata la propria gelosia. Ciò gli riusciva
impossibile. Che fare?
«Perdona,» diceva sempre la voce.
Egli l'udì non più secretamente, non più nel sogno, ma distinta, alla
luce. Un giorno, errando per la montagna dove aveva guidato la sua nuova
sorella, si trovò dinanzi alla cappelletta della quale la debole mano
non aveva potuto schiudere la porta. La porta era chiusa, come un tempo.
Egli sostò, tremante, battendo le ciglia sugli occhi ardenti. Sulla
grossa chiave rugginosa la bianca mano s'era posata. Volle aprire, poi
si ritrasse per paura di cancellare la traccia della mano. Ma il suo
braccio si distese ancora una volta, la porta gemè sui cardini. Crebbe
il suo tremore. Nella cappella egli la vide dinanzi a sè, prona, a capo
chino, a mani giunte, rivolta all'altare, vestita del color della
fiamma; egli cadde in ginocchio rompendo in pianto. Nel pianto udì la
voce distintamente dire:
«Perdona....»
Il domani fu chiamato dal giudice. Era la prima volta che egli si
ritrovava dinanzi al magistrato dopo il giorno che questi, trionfando
delle sue argomentazioni, aveva detto di credere fermamente al suicidio.
La confusione del giovane era estrema, non sapendo che cosa potevano
ancora volere da lui.
--Bisognava innanzi tutto,--gli disse il Ferpierre,--che io riconoscessi
il mio torto e la vostra ragione. È stato provvidenziale che voi abbiate
insistito nell'accusa a dispetto dell'evidenza; perchè, senza la vostra
insistenza, senza la fiducia dalla quale vi vidi animato, io avrei
probabilmente tralasciato quelle ulteriori ricerche che mi hanno
condotto alla scoperta della verità. Ne avrete forse avuto notizia, a
quest'ora; ma io voglio confermarvi che la vostra povera amica fu
veramente assassinata. La Natzichev ha confessato il suo delitto; il
principe, che aveva taciuto sperando di poterla salvare, ha confermato
la confessione di lei.
Roberto Vérod restava muto e confuso.
--Siete ora contento?
Il giovane non rispose.
--Avete reso un servizio alla giustizia. Senza di voi l'assassinio
sarebbe rimasto impunito, o peggio un innocente avrebbe pagato per il
colpevole. C'era un colpevole, e l'istinto che ve ne avvertiva non
v'ingannava; soltanto i vostri sospetti contro il principe si dimostrano
ora infondati.
Il Ferpierre tacque ancora un poco per dar tempo al Vérod di dire
qualcosa; poi, come questi taceva, riprese:
--Il principe non poteva volere la morte della contessa tornando ad
amarla, d'un amore veemente e timido insieme, che spingeva questo
ribelle implacato a desistere della propaganda rivoluzionaria, a
rinnegare il suo passato, la sua fede, i suoi complici. E ciò perchè
sapeva ora apprezzato e ottenuto da voi l'affetto della contessa,
quell'affetto che prima egli aveva sdegnato. Il cuore umano ragiona
così!... Allora la sua complice lo vide perduto non solamente per il
partito ma anche per sè, perchè lo amava e si struggeva sapendolo
d'un'altra, vedendosi presa a confidente di questo amore risorto. Andò
così dalla rivale per imporle di lasciarlo; ebbe una spiegazione
tempestosa che finì col delitto. Ha confessato ogni cosa.
Ad una nuova pausa il Vérod oppose ancora silenzio.
--Siete contento?--ripetè il giudice.
--Perchè me lo domandate?
E i due uomini si guardarono fiso.
--Dovreste essere contento, io penso, d'avere vendicato la morte della
vostra amica, confuso la rea ed ottenuto il trionfo della verità e della
giustizia.
Tacquero ancora entrambi.
--Non ne siete contento anche voi?...--disse finalmente il Vérod.
Egli aveva sentito nelle domande una specie d'incitamento, quasi una
provocazione a dire tutto il suo secreto pensiero, come se il secreto
pensiero suo fosse anche del giudice.
--Io non ho passioni da soddisfare,--rispose questi.--Un solo amore mi
guida: l'amore della giustizia...
--Se la giustizia s'acqueta...
--Ne dubitate?
--Non tocca a me dubitarne...
--Volete dunque dire che dovrei dubitar io? E perchè?... Avete
denunziato un crimine: il crimine è provato. Non avete saputo dire chi
dei due possibili autori fosse realmente colpevole, giacchè entrambi
erano capaci di delinquere: la colpevole s'accusa ella stessa!...
Vorreste forse dirmi che la sola confessione non basta? Lo so anch'io!
Ma quando non è comprovata. Un pazzo può dichiararsi autore d'un
delitto, ma non sa poi darne ragione, non sa spiegarne le circostanze.
Qui tutto non si spiega? Tutto non è confermato dal solo testimonio?...
O negate fede a questa riprova?
--Sì,--proruppe il Vérod, la cui esitazione era venuta crescendo fino a
manifestarsi con un atteggiamento che faceva più incalzanti le domande
del giudice.--Sì, le nego fede, perchè anche voi glie la negate! Perchè
questo testimonio non è disinteressato, ma vede anzi in giuoco la sua
libertà! Perchè non solamente un pazzo può confessarsi autore d'un
delitto che non ha commesso, ma anche chi vuole sacrificarsi...
--Voi dunque sostenete?...
--Io sostengo,--soggiunse il giovine rapidamente, quasi per non darsi
tempo di pensare a ciò che diceva, quasi vincendo sè stesso:--io
sostengo che questa donna si sacrifica per amore, per zelo settario;
che l'assassino trae profitto dal sacrifizio per assicurarsi l'impunità.
Io dico che l'assassino è lui, non può essere altri che lui...
Sì, egli doveva dire questa cosa. La voce del perdono taceva, la voce
non aveva mai parlato. Egli aveva sognato, era stato zimbello di
allucinazioni. La verità era un'altra: la creatura d'amore giaceva
sotterra, le macchie del suo sangue non erano ancora scomparse; il
sangue chiedeva vendetta; egli doveva ottenerla.
--Perchè non lo diceste prima? Perchè esitaste, in principio?
--Perchè non sapevo ancora, perchè non avevo ancora bene pensato. Perchè
voi non credevate al delitto e tutti i miei sforzi erano diretti a
negare il suicidio.
--Dunque quest'uomo non solamente avrebbe ucciso, ma spingerebbe
l'infamia sino a lasciar condannare una innocente?
--Ve ne stupite? Non deve egli esserne giubilante?
--Ne avete un'idea orribile! Capisco che l'odio v'accechi, ma non sono
già cieco io. Quest'uomo non è tanto perverso quanto voi credete. Nella
sua vita vi sono atti di valore. Il suo contegno dinanzi al cadavere e
nei primi giorni della prigionia non è stato di giubilo.
--Nei primi giorni. E negli altri?
A quella domanda il giudice pensò un poco prima di rispondere.
Era vero. Prestato fede sul momento alla confessione della nihilista, il
dubbio aveva subito ricominciato ad occuparlo. Se colei si sacrificava?
Che valore dare alla sua confessione e alla conferma del principe?...
Egli aveva pertanto ricominciato a interrogarli, separatamente, insieme;
ma entrambi erano rimasti fermi nelle loro dichiarazioni. Paragonandole,
egli vi aveva scoperto qualche contraddizione; mentre la Natzichev
asseriva che, nel punto culminante della sua spiegazione con la
contessa, udendo la voce conturbata del principe chiamare, aveva
lasciato andare il colpo per paura che se egli sopravveniva non avrebbe
più ritrovato l'occasione di sbarazzarsi della rivale, il principe
invece affermava d'essere accorso dopo udito il colpo da lontano. Posti
nuovamente in confronto, la Natzichev si era corretta, dichiarando che
aveva creduto di udire la voce, ma che forse per la concitazione si era
ingannata. Altri piccoli particolari avevano affermato il giudice nel
sospetto che, come nei precedenti interrogatorii, anche ora la giovane
prendesse l'iniziativa di spiegare in un certo modo il dramma e
incitasse il principe a secondarla; tuttavia egli era deciso di
rimandarla dinanzi ai giudici perchè il pubblico dibattimento finisse
di fare la luce su quel mistero. Prima però aveva voluto richiamare il
Vérod per vedere se dubitava anch'egli, per discutere con lui i nuovi
sospetti.
--Nei primi giorni egli era oppresso dal dolore,--gli rispose, dopo aver
considerato ancora una volta tra sè queste cose;--più tardi parve
insofferente della prigionia.
--Vedete?--esclamò il Vérod.--Se pure sul principio egli comprese
l'orrore del suo misfatto, fu poi smanioso di liberarsi. Il mezzo è
stato sin troppo buono!
Così aveva anche pensato il Ferpierre. Quell'uomo in cui diverse ed
opposte impulsioni si succedevano repentinamente, che non era del tutto
incapace del bene, ma che obbediva con maggior prontezza alle
sollecitazioni del male, forse era stato sul punto di confessare: mutata
a un tratto la disposizione del suo spirito, cupido di libertà, non
aveva avuto scrupolo d'afferrarsi alla tavola della salvezza.
--Se egli è così infame, la Natzichev ha un cuore eroico?
--Che cosa vieta d'ammetterlo?
Il magistrato aveva anzi espressamente riconosciuto che per l'ardor
della fede, per la tenacia dei sentimenti, la giovane era capace
d'eroismo.
--Ma come confonderla? Ella spiega molto bene il suo delitto! Ne aveva
due ragioni: l'amore e il fanatismo.
--Entrambe non le debbono consigliare di salvare l'uomo amato e il
compagno di fede?
Anche ciò era vero. Se il principe aveva uccisa la contessa, tanto per
amore all'uomo quanto per amore al partito, la giovane doveva tentare di
salvarlo.
--Bene. Ma le prove?
--Ah, le prove bisogna ancora trovarle!
--E allora, aspettando, tanta ragione voi avete d'insistere nel vostro
sospetto, quanta ne ho io di tornare alla mia prima opinione.
--Come mai?
--Ma sì! Io torno a credere che la contessa si è uccisa!
--Se già coloro ammettono il delitto?
--E come lo ammettono? Voi non sapete come, in quali circostanze la
Natzichev si è dichiarata colpevole! Ha confessato quando io le ho detto
che il principe aveva confessato egli stesso! Lo ha visto perduto ed ha
voluto salvarlo!
--E ciò non vi dimostra luminosamente che egli, egli solo è
l'assassino?
--Ma egli non ha confessato niente! Io stesso, come un ultimo disperato
espediente, dissi questa cosa!
--E non vedete che diceste la verità?--incalzò il Vérod.--Se lo sapesse
realmente innocente, quella donna avrebbe riso, udendovi! Non vi avrebbe
creduto! Avrebbe scoperto il vostro artifizio! Potrebbe mai credere che
egli abbia confessato una colpa non commessa? Se quella donna vi ha
creduto, ciò significa che voi avete detto inconsapevolmente la verità.
Ha voluto salvarlo perchè lo ha visto realmente perduto!
Il Ferpierre non rispose.
Egli era stupito di non avere ancora fatto, fra tante, quest'ovvia
argomentazione. E dell'ovvia argomentazione sentiva tutto il peso, e
sentiva ancora che, se essa rispondeva al vero, egli aveva battuto una
strada falsa.
--Ipotesi e presunzioni, come tutte le altre!--esclamò ad un tratto,
volendo negare per la confusione l'importanza che intimamente attribuiva
alle parole del giovane.--Noi non facciamo altro che continuamente
alternare le ipotesi. Se la contessa non si è uccisa è stata
assassinata; se non è stata assassinata si è uccisa! Il delitto è opera
della nihilista, se non l'ha commesso Zakunine; se la nihilista è
innocente, il reo è Zakunine! La vostra passione non è una prova!
Finchè non mi verrete a portare una prova più valida delle vostre
appassionate affermazioni, se pur vorremo essere molto severi con gli
accusati non potremo far altro che proscioglierli entrambi per
insufficienza di indizii!
E, quasi bruscamente, lo congedò.
Rimasto solo, diede ordine che non fosse introdotto più nessuno. La
gravità dei nuovi pensieri e l'irritazione che lo animava contro sè
stesso non gli consentivano d'occuparsi più d'altro.
Il ragionamento suggeritogli dal Vérod era naturalissimo: come negarne
il valore? Se egli aveva ammesso tante cose per dubitare della
confessione della Natzichev, come non ammettere questa? Era la più
considerevole. La passione del giovane serviva dunque a qualche cosa e
la freddezza sua propria non serviva a nulla, se il giovane vedeva più
chiaramente di lui?
Certo, senza l'artifizio adoperato con la nihilista, tanto il principe
quanto ella stessa avrebbero continuato a negare, a giovarsi della
verisimiglianza del suicidio. Era anche evidente che, dei due, nei primi
giorni, la più zelante della comune salvezza era stata la Natzichev. In
tutti gl'interrogatorii erasi visibilmente sforzata d'avviare il
principe alla difesa. Aveva riconosciuto d'esserne l'amante e lo aveva
sollecitato a confermare questa dichiarazione volendo impedire che si
scoprisse la resurrezione dell'amore di lui per la contessa;
resurrezione che poteva far sospettare un delitto di gelosia. Credendo
che egli si fosse poi confessato geloso e reo, aveva inventato il
proprio intervento fra i due attori del dramma! Il silenzio e la
tristezza del principe non potevano essere, non erano il rimorso del
colpevole? A ogni modo, costui era parso sulle prime indifferente, dal
tanto dolore, alla propria sorte. Il Ferpierre pensava pertanto d'avere
sbagliato adoperando l'artifizio contro la giovane: egli avrebbe dovuto
dire invece al principe che la Natzichev s'accusava. Doveva dirlo quando
Zakunine era ancora sotto il peso del dolore; allora, probabilmente, non
tollerando che un'altra pagasse per lui, avrebbe confessato la verità.
La verità!... Se anche questa era la verità vera, come accertarsene?
Posto che la Natzichev volesse salvare il principe, non avrebbe ella
fatto, dopo la confessione di lui, ciò che aveva fatto realmente udendo
la narrazione capziosa? Allora, entrambi accusandosi, la confusione
sarebbe stata maggiore! O, al contrario, il loro confronto sarebbe stato
più fruttuoso?
Ora i confronti erano inutili. Deliberato di giovarsi della generosità
della giovane, Zakunine riconosceva in lei la colpevole; ella insisteva
nella confessione: come smentirli? Il Ferpierre pensava di poter tornare
dalla Natzichev e dirle, con la forza della convinzione, il nuovo
sospetto: «Voi credete d'averlo salvato? Lo avete perduto! Perchè
confessaste? Perchè io vi dissi che egli stesso riconosceva d'avere
uccisa la contessa. Ebbene: non è vero! Egli non ha confessato niente!
Io ho detto una menzogna. Però questa che credevo menzogna è verità, e
voi stessa, senza volerlo, anzi volendo il contrario, me lo avete
provato! Se fosse stata menzogna ne avreste riso. Voi invece avete
tremato per lui e avete tentato di salvarlo, invano!...»
Ma il Ferpierre s'arrestava a un tratto, prevedendo che ella non sarebbe
rimasta senza risposta: «Non ho riso della menzogna perchè non potevo
riderne, ma dovevo dolermene. Credendo alla vostra menzogna pensai
ch'egli s'accusasse per salvar me, e siccome è innocente e la rea sono
io, così non ho riso, ma ho tremato e ho detto la verità!...»
Che cosa risponderle? E come convincerla di mendacio?... E se ella non
diceva il falso? Se era realmente colpevole? Se la sua condotta non era
quella di un'eroica salvatrice, ma d'una rea confessa? Che cosa vietava
di crederla rea veramente? Era possibile che ella avesse con tanta
abilità ricostruito e colorito una falsa soluzione del dramma e che
avesse saputo narrare un cumulo di menzogne con voce tanto turbata, con
espressione tanto sincera?
Allora il Ferpierre tornava a misurare le probabilità, a vagliare le
presunzioni, a rifare il lavoro di tutti quei giorni, arrestandosi ora
all'una ora all'altra ipotesi, riconoscendo ancora una volta
l'inestricabile difficoltà del caso.
Doveva egli proprio rinunziare a indagini ulteriori? La speranza d'avere
una prova inoppugnabile era proprio perduta? E come concludere la sua
lunga e vana istruttoria? Bisognava proprio accettare le ultime
dichiarazioni degl'imputati? O negarle, e riaffermare che la contessa si
era uccisa, e che la Natzichev s'incolpava soltanto per la paura di
veder condannato il principe, pure essendo innocente quanto lui, e che
per questa ragione le loro versioni non erano state concordi?... O
tornare all'ipotesi, già esclusa come la più improbabile, che fossero
colpevoli entrambi, che la Natzichev avesse aiutato l'amante a compiere
l'assassinio per furto, e tentato poi di scagionarlo per accusare sè
stessa?
Ciascuna conclusione ripugnava al magistrato, ma bisognava pure
accoglierne qualcuna, e già egli pensava di fare un ultimo tentativo
presso i due Russi; quando, nonostante gli ordini dati, udì picchiare
alla porta. L'usciere, scusandosi della trasgressione, gli recava un
piego della Procura generale, In un angolo del quale due parole
sottolineate avvertivano che la comunicazione era urgente. Egli apri
distrattamente la busta poichè niente gli pareva urgente se non uscire
dalla lunga ambiguità, e ne trasse due carte: un telegramma, e un
biglietto del Procuratore generale. Questi gli scriveva:
«Vi trasmetto immediatamente il dispaccio appena ricevuto dal console
elvetico di Edimburgo. Potremo ora forse sapere qualcosa di preciso
intorno al mistero di Ouchy.»
E il Ferpierre aprì con mano tremante dall'ansia l'altro foglio, che
diceva:
«Suor Anna Brighton abita a Stonehaven, contea di Kincardine, Scozia.
Sono stati presi gli accordi con la magistratura inglese per assumere la
sua testimonianza.»
Già alla notizia che l'istruttoria non era, come prima avevano
annunziato, ancora chiusa, e che il magistrato diffidava della
confessione di Alessandra Natzichev, e che tutto tornava ad esser posto
in forse quando il mistero pareva svelato, la curiosità pubblica s'era
ridestata, più cupida di prima. Tra chi sosteneva la sincerità della
nihilista e chi vedeva nella condotta di lei una nuova prova della colpa
del principe e chi tornava con cresciuta fiducia alla versione del
suicidio imputando ai metodi inquisitorii del magistrato la confessione
strappata ad una innocente, le discussioni fervevano, appassionate ed
inutili. Ma i più riconoscevano oramai che la giustizia si trovava
dinanzi ad uno di quei casi dubbii della soluzione dei quali bisogna
disperare finchè qualche circostanza inopinata non viene a rischiararli,
e che più spesso restano insoluti, per sempre.
La notizia che suor Anna era stata finalmente trovata portò ai gradi
della febbre l'aspettazione curiosa. La sua testimonianza, l'ultima
lettera a lei diretta dalla contessa qualche ora prima della morte,
avrebbero tutto spiegato.
Questa fiducia non era tuttavia generale e lo stesso Ferpierre, dopo il
primo movimento di stupore e di piacere alla comunicazione del
telegramma, temeva anch'egli di non potere ancora uscire del dubbio. Se
la morta confessava d'essere sul punto d'uccidersi, se mandava alla
suora l'ultimo saluto, costei, ricevendo quella lettera, leggendo
quell'annunzio, non avrebbe dovuto accorrere, o almeno rispondere e
cercare di avere altre notizie, di sapere se il proponimento funesto era
poi stato compito? E poichè tutti i giornali del mondo avevano parlato
della catastrofe e delle accuse, degli arresti, dell'inchiesta, non era
per la religiosa un dovere di coscienza far tenere alla giustizia la
lettera? Nulla era venuto; dunque la lettera non annunziava il suicidio!
Bisognava pertanto considerare come singolarmente peggiorata la
condizione degli imputati. Mancando un'esplicita allusione al disperato
proposito della scrittrice, sarebbe parso sempre meno probabile che,
un'ora dopo, ella si fosse uccisa; ma a quale dei due accusati bisognava
imputare il delitto? Si poteva sperare che ella avrebbe espresso la
paura suscitata in lei dal minaccioso contegno di uno dei due? Non era
più probabile che la lettera non sarebbe stata esplicita in nessun
senso, e che, pure confermando l'ambascia dalla quale l'infelice era
occupata, non avrebbe annunciato la determinazione di morire? In tal
caso l'ambiguità sarebbe rimasta.
Una prima notizia, riferita dai giornali inglesi che annunciavano il
ritrovamento di suor Anna Brighton, distrusse i dubbii del magistrato.
La religiosa, dicevano i fogli, era colpita da una grave paralisi, non
aveva più l'uso del corpo nè della favella.
Un telegramma da Londra al _Journal de Genève_ precisò, il giorno
seguente, che la malattia datava da un mese; che l'insulto apoplettico,
secondo la dichiarazione della cugina di suor Anna, sola parente di lei,
si era prodotto alla lettura di una notizia funesta.
E quando, una settimana dopo, con la conferma di queste voci, il
Ferpierre ebbe il referto del magistrato scozzese, comprese d'avere
ancora una volta sbagliato nelle sue previsioni. Suor Anna non aveva
potuto rispondere alla contessa nè illuminare la giustizia, perchè era
caduta come morta leggendo la lettera dell'antica prediletta sua
allieva.
Quella lettera trovata presso di lei e unita al rapporto insieme con
altre che non avevano importanza, diceva:
«Suor Anna, pregate per me. Pregate molto, con tutto il fervore della
vostra anima buona, perchè ho bisogno di molto perdono.
«Questa è l'ultima lettera che riceverete da me. Se un giorno udrete ciò
che avrò fatto, ricordatevi il nome che m'avete sempre dato, dalla prima
volta che mi carezzaste: ricordatevi che mi avete chiamata ed amata come
vostra figlia: a una figlia voi pregherete indulgenza.
«Dio mi legge nel cuore. A voi io non debbo e non voglio dire che
tempesta mi travolge. Voi siete beata, che non conoscete l'errore;
perchè parlarvi di quelli tra i quali io mi dibatto? Pensate una cosa
soltanto: che se troppo peccai, io voglio ora sfuggire a nuove colpe. Io
sono ridotta a tale, che dovunque è per me colpa ed orrore. La morte
sola può liberarmi; dovrei aspettarla perchè non tarderà; ma il male,
no, non aspetta.
«Se vi addoloro, scusatemi; pensate che io non ho altri al mondo cui
dire queste cose, in quest'ora estrema. Vorrei anche darvi un'altra
preghiera: di gradire le memorie che vi lascio. Sono certa che le
serberete con l'amore che mi avete sempre portato.
«Suor Anna, pregate per me.»
IX.
SPASIMO.
Gli anni passarono, e la contessa Fiorenza d'Arda, il principe Alessio
Zakunine e Alessandra Natzichev si cancellarono a poco a poco dalla
memoria degli uomini. I proprietarii dei _Cyclamens_ avevano pensato
dapprima di mutare il nome della villa temendo che il triste ricordo non
impedisse che altri la volesse abitare; ma, alla nuova stagione, un
Inglese la richiese espressamente per la curiosità destata in lui dal
dramma di Ouchy. Due anni dopo fu presa da una famiglia americana che
non sapeva della morte nè del processo, e così il nome rimase.