Egli usciva dal dubbio pensando che la verità non è sempre la stessa,

che i contrasti della vita mettono l'uomo in opposizione con sè stesso

senza che sia imputabile di mala fede. No, egli non aveva mentito

riconoscendo che la bontà è necessaria; soltanto col ricordare la

predicazione del perdono non dimostrava d'averla compresa? Ma come

accoglierla ora che la sua ragione, la sua passione, tutto l'essere suo

voleva e doveva necessariamente volere il castigo? Allora egli udiva

altre parole, così chiare e ferme come quando ella le aveva proferite:

«La verità è una sola; riconoscerla astrattamente val poco nè vi può

essere merito se non l'affermiamo contro il nostro proprio

interesse....»

Una notte egli la vide venirgli incontro con le braccia prosciolte, le

mani aperte, la faccia al cielo; l'udì proferire: «Perdona.» L'illusione

fu così intensa che egli si destò con gli occhi bagnati di pianto.

Nella veglia, pensando di dovere oramai unicamente appagarsi delle vane

visitazioni del sogno, l'impeto della passione vendicativa tornò a

sollevarlo. Vagando per i luoghi dove era stato con lei, cercando ancora

qualcosa di lei sotto il cielo, egli riudiva la voce sommessa

consigliare:

«Perdona.»

Egli diceva a sè stesso: «Non posso.»

Non poteva. Perdonare sinceramente, col cuore, egli non poteva, non

avrebbe potuto, mai. Doveva lasciare soltanto che la giustizia facesse a

suo modo, non più intervenire? Se era sicuro del nuovo inganno, non

doveva svelarlo?...

Ma la paura di profanare le memorie dell'amor suo lo arrestava. Non le

aveva già lasciate profanare? Egli che non voleva ascoltare la voce del

perdono, non aveva bisogno che la Morta lo perdonasse?... Per sostenere

l'accusa contro Zakunine bisognava spiegare che questi era stato geloso

di lui, che aveva creduto fondata la propria gelosia. Ciò gli riusciva

impossibile. Che fare?

«Perdona,» diceva sempre la voce.

Egli l'udì non più secretamente, non più nel sogno, ma distinta, alla

luce. Un giorno, errando per la montagna dove aveva guidato la sua nuova

sorella, si trovò dinanzi alla cappelletta della quale la debole mano

non aveva potuto schiudere la porta. La porta era chiusa, come un tempo.

Egli sostò, tremante, battendo le ciglia sugli occhi ardenti. Sulla

grossa chiave rugginosa la bianca mano s'era posata. Volle aprire, poi

si ritrasse per paura di cancellare la traccia della mano. Ma il suo

braccio si distese ancora una volta, la porta gemè sui cardini. Crebbe

il suo tremore. Nella cappella egli la vide dinanzi a sè, prona, a capo

chino, a mani giunte, rivolta all'altare, vestita del color della

fiamma; egli cadde in ginocchio rompendo in pianto. Nel pianto udì la

voce distintamente dire:

«Perdona....»

Il domani fu chiamato dal giudice. Era la prima volta che egli si

ritrovava dinanzi al magistrato dopo il giorno che questi, trionfando

delle sue argomentazioni, aveva detto di credere fermamente al suicidio.

La confusione del giovane era estrema, non sapendo che cosa potevano

ancora volere da lui.

--Bisognava innanzi tutto,--gli disse il Ferpierre,--che io riconoscessi

il mio torto e la vostra ragione. È stato provvidenziale che voi abbiate

insistito nell'accusa a dispetto dell'evidenza; perchè, senza la vostra

insistenza, senza la fiducia dalla quale vi vidi animato, io avrei

probabilmente tralasciato quelle ulteriori ricerche che mi hanno

condotto alla scoperta della verità. Ne avrete forse avuto notizia, a

quest'ora; ma io voglio confermarvi che la vostra povera amica fu

veramente assassinata. La Natzichev ha confessato il suo delitto; il

principe, che aveva taciuto sperando di poterla salvare, ha confermato

la confessione di lei.

Roberto Vérod restava muto e confuso.

--Siete ora contento?

Il giovane non rispose.

--Avete reso un servizio alla giustizia. Senza di voi l'assassinio

sarebbe rimasto impunito, o peggio un innocente avrebbe pagato per il

colpevole. C'era un colpevole, e l'istinto che ve ne avvertiva non

v'ingannava; soltanto i vostri sospetti contro il principe si dimostrano

ora infondati.

Il Ferpierre tacque ancora un poco per dar tempo al Vérod di dire

qualcosa; poi, come questi taceva, riprese:

--Il principe non poteva volere la morte della contessa tornando ad

amarla, d'un amore veemente e timido insieme, che spingeva questo

ribelle implacato a desistere della propaganda rivoluzionaria, a

rinnegare il suo passato, la sua fede, i suoi complici. E ciò perchè

sapeva ora apprezzato e ottenuto da voi l'affetto della contessa,

quell'affetto che prima egli aveva sdegnato. Il cuore umano ragiona

così!... Allora la sua complice lo vide perduto non solamente per il

partito ma anche per sè, perchè lo amava e si struggeva sapendolo

d'un'altra, vedendosi presa a confidente di questo amore risorto. Andò

così dalla rivale per imporle di lasciarlo; ebbe una spiegazione

tempestosa che finì col delitto. Ha confessato ogni cosa.

Ad una nuova pausa il Vérod oppose ancora silenzio.

--Siete contento?--ripetè il giudice.

--Perchè me lo domandate?

E i due uomini si guardarono fiso.

--Dovreste essere contento, io penso, d'avere vendicato la morte della

vostra amica, confuso la rea ed ottenuto il trionfo della verità e della

giustizia.

Tacquero ancora entrambi.

--Non ne siete contento anche voi?...--disse finalmente il Vérod.

Egli aveva sentito nelle domande una specie d'incitamento, quasi una

provocazione a dire tutto il suo secreto pensiero, come se il secreto

pensiero suo fosse anche del giudice.

--Io non ho passioni da soddisfare,--rispose questi.--Un solo amore mi

guida: l'amore della giustizia...

--Se la giustizia s'acqueta...

--Ne dubitate?

--Non tocca a me dubitarne...

--Volete dunque dire che dovrei dubitar io? E perchè?... Avete

denunziato un crimine: il crimine è provato. Non avete saputo dire chi

dei due possibili autori fosse realmente colpevole, giacchè entrambi

erano capaci di delinquere: la colpevole s'accusa ella stessa!...

Vorreste forse dirmi che la sola confessione non basta? Lo so anch'io!

Ma quando non è comprovata. Un pazzo può dichiararsi autore d'un

delitto, ma non sa poi darne ragione, non sa spiegarne le circostanze.

Qui tutto non si spiega? Tutto non è confermato dal solo testimonio?...

O negate fede a questa riprova?

--Sì,--proruppe il Vérod, la cui esitazione era venuta crescendo fino a

manifestarsi con un atteggiamento che faceva più incalzanti le domande

del giudice.--Sì, le nego fede, perchè anche voi glie la negate! Perchè

questo testimonio non è disinteressato, ma vede anzi in giuoco la sua

libertà! Perchè non solamente un pazzo può confessarsi autore d'un

delitto che non ha commesso, ma anche chi vuole sacrificarsi...

--Voi dunque sostenete?...

--Io sostengo,--soggiunse il giovine rapidamente, quasi per non darsi

tempo di pensare a ciò che diceva, quasi vincendo sè stesso:--io

sostengo che questa donna si sacrifica per amore, per zelo settario;

che l'assassino trae profitto dal sacrifizio per assicurarsi l'impunità.

Io dico che l'assassino è lui, non può essere altri che lui...

Sì, egli doveva dire questa cosa. La voce del perdono taceva, la voce

non aveva mai parlato. Egli aveva sognato, era stato zimbello di

allucinazioni. La verità era un'altra: la creatura d'amore giaceva

sotterra, le macchie del suo sangue non erano ancora scomparse; il

sangue chiedeva vendetta; egli doveva ottenerla.

--Perchè non lo diceste prima? Perchè esitaste, in principio?

--Perchè non sapevo ancora, perchè non avevo ancora bene pensato. Perchè

voi non credevate al delitto e tutti i miei sforzi erano diretti a

negare il suicidio.

--Dunque quest'uomo non solamente avrebbe ucciso, ma spingerebbe

l'infamia sino a lasciar condannare una innocente?

--Ve ne stupite? Non deve egli esserne giubilante?

--Ne avete un'idea orribile! Capisco che l'odio v'accechi, ma non sono

già cieco io. Quest'uomo non è tanto perverso quanto voi credete. Nella

sua vita vi sono atti di valore. Il suo contegno dinanzi al cadavere e

nei primi giorni della prigionia non è stato di giubilo.

--Nei primi giorni. E negli altri?

A quella domanda il giudice pensò un poco prima di rispondere.

Era vero. Prestato fede sul momento alla confessione della nihilista, il

dubbio aveva subito ricominciato ad occuparlo. Se colei si sacrificava?

Che valore dare alla sua confessione e alla conferma del principe?...

Egli aveva pertanto ricominciato a interrogarli, separatamente, insieme;

ma entrambi erano rimasti fermi nelle loro dichiarazioni. Paragonandole,

egli vi aveva scoperto qualche contraddizione; mentre la Natzichev

asseriva che, nel punto culminante della sua spiegazione con la

contessa, udendo la voce conturbata del principe chiamare, aveva

lasciato andare il colpo per paura che se egli sopravveniva non avrebbe

più ritrovato l'occasione di sbarazzarsi della rivale, il principe

invece affermava d'essere accorso dopo udito il colpo da lontano. Posti

nuovamente in confronto, la Natzichev si era corretta, dichiarando che

aveva creduto di udire la voce, ma che forse per la concitazione si era

ingannata. Altri piccoli particolari avevano affermato il giudice nel

sospetto che, come nei precedenti interrogatorii, anche ora la giovane

prendesse l'iniziativa di spiegare in un certo modo il dramma e

incitasse il principe a secondarla; tuttavia egli era deciso di

rimandarla dinanzi ai giudici perchè il pubblico dibattimento finisse

di fare la luce su quel mistero. Prima però aveva voluto richiamare il

Vérod per vedere se dubitava anch'egli, per discutere con lui i nuovi

sospetti.

--Nei primi giorni egli era oppresso dal dolore,--gli rispose, dopo aver

considerato ancora una volta tra sè queste cose;--più tardi parve

insofferente della prigionia.

--Vedete?--esclamò il Vérod.--Se pure sul principio egli comprese

l'orrore del suo misfatto, fu poi smanioso di liberarsi. Il mezzo è

stato sin troppo buono!

Così aveva anche pensato il Ferpierre. Quell'uomo in cui diverse ed

opposte impulsioni si succedevano repentinamente, che non era del tutto

incapace del bene, ma che obbediva con maggior prontezza alle

sollecitazioni del male, forse era stato sul punto di confessare: mutata

a un tratto la disposizione del suo spirito, cupido di libertà, non

aveva avuto scrupolo d'afferrarsi alla tavola della salvezza.

--Se egli è così infame, la Natzichev ha un cuore eroico?

--Che cosa vieta d'ammetterlo?

Il magistrato aveva anzi espressamente riconosciuto che per l'ardor

della fede, per la tenacia dei sentimenti, la giovane era capace

d'eroismo.

--Ma come confonderla? Ella spiega molto bene il suo delitto! Ne aveva

due ragioni: l'amore e il fanatismo.

--Entrambe non le debbono consigliare di salvare l'uomo amato e il

compagno di fede?

Anche ciò era vero. Se il principe aveva uccisa la contessa, tanto per

amore all'uomo quanto per amore al partito, la giovane doveva tentare di

salvarlo.

--Bene. Ma le prove?

--Ah, le prove bisogna ancora trovarle!

--E allora, aspettando, tanta ragione voi avete d'insistere nel vostro

sospetto, quanta ne ho io di tornare alla mia prima opinione.

--Come mai?

--Ma sì! Io torno a credere che la contessa si è uccisa!

--Se già coloro ammettono il delitto?

--E come lo ammettono? Voi non sapete come, in quali circostanze la

Natzichev si è dichiarata colpevole! Ha confessato quando io le ho detto

che il principe aveva confessato egli stesso! Lo ha visto perduto ed ha

voluto salvarlo!

--E ciò non vi dimostra luminosamente che egli, egli solo è

l'assassino?

--Ma egli non ha confessato niente! Io stesso, come un ultimo disperato

espediente, dissi questa cosa!

--E non vedete che diceste la verità?--incalzò il Vérod.--Se lo sapesse

realmente innocente, quella donna avrebbe riso, udendovi! Non vi avrebbe

creduto! Avrebbe scoperto il vostro artifizio! Potrebbe mai credere che

egli abbia confessato una colpa non commessa? Se quella donna vi ha

creduto, ciò significa che voi avete detto inconsapevolmente la verità.

Ha voluto salvarlo perchè lo ha visto realmente perduto!

Il Ferpierre non rispose.

Egli era stupito di non avere ancora fatto, fra tante, quest'ovvia

argomentazione. E dell'ovvia argomentazione sentiva tutto il peso, e

sentiva ancora che, se essa rispondeva al vero, egli aveva battuto una

strada falsa.

--Ipotesi e presunzioni, come tutte le altre!--esclamò ad un tratto,

volendo negare per la confusione l'importanza che intimamente attribuiva

alle parole del giovane.--Noi non facciamo altro che continuamente

alternare le ipotesi. Se la contessa non si è uccisa è stata

assassinata; se non è stata assassinata si è uccisa! Il delitto è opera

della nihilista, se non l'ha commesso Zakunine; se la nihilista è

innocente, il reo è Zakunine! La vostra passione non è una prova!

Finchè non mi verrete a portare una prova più valida delle vostre

appassionate affermazioni, se pur vorremo essere molto severi con gli

accusati non potremo far altro che proscioglierli entrambi per

insufficienza di indizii!

E, quasi bruscamente, lo congedò.

Rimasto solo, diede ordine che non fosse introdotto più nessuno. La

gravità dei nuovi pensieri e l'irritazione che lo animava contro sè

stesso non gli consentivano d'occuparsi più d'altro.

Il ragionamento suggeritogli dal Vérod era naturalissimo: come negarne

il valore? Se egli aveva ammesso tante cose per dubitare della

confessione della Natzichev, come non ammettere questa? Era la più

considerevole. La passione del giovane serviva dunque a qualche cosa e

la freddezza sua propria non serviva a nulla, se il giovane vedeva più

chiaramente di lui?

Certo, senza l'artifizio adoperato con la nihilista, tanto il principe

quanto ella stessa avrebbero continuato a negare, a giovarsi della

verisimiglianza del suicidio. Era anche evidente che, dei due, nei primi

giorni, la più zelante della comune salvezza era stata la Natzichev. In

tutti gl'interrogatorii erasi visibilmente sforzata d'avviare il

principe alla difesa. Aveva riconosciuto d'esserne l'amante e lo aveva

sollecitato a confermare questa dichiarazione volendo impedire che si

scoprisse la resurrezione dell'amore di lui per la contessa;

resurrezione che poteva far sospettare un delitto di gelosia. Credendo

che egli si fosse poi confessato geloso e reo, aveva inventato il

proprio intervento fra i due attori del dramma! Il silenzio e la

tristezza del principe non potevano essere, non erano il rimorso del

colpevole? A ogni modo, costui era parso sulle prime indifferente, dal

tanto dolore, alla propria sorte. Il Ferpierre pensava pertanto d'avere

sbagliato adoperando l'artifizio contro la giovane: egli avrebbe dovuto

dire invece al principe che la Natzichev s'accusava. Doveva dirlo quando

Zakunine era ancora sotto il peso del dolore; allora, probabilmente, non

tollerando che un'altra pagasse per lui, avrebbe confessato la verità.

La verità!... Se anche questa era la verità vera, come accertarsene?

Posto che la Natzichev volesse salvare il principe, non avrebbe ella

fatto, dopo la confessione di lui, ciò che aveva fatto realmente udendo

la narrazione capziosa? Allora, entrambi accusandosi, la confusione

sarebbe stata maggiore! O, al contrario, il loro confronto sarebbe stato

più fruttuoso?

Ora i confronti erano inutili. Deliberato di giovarsi della generosità

della giovane, Zakunine riconosceva in lei la colpevole; ella insisteva

nella confessione: come smentirli? Il Ferpierre pensava di poter tornare

dalla Natzichev e dirle, con la forza della convinzione, il nuovo

sospetto: «Voi credete d'averlo salvato? Lo avete perduto! Perchè

confessaste? Perchè io vi dissi che egli stesso riconosceva d'avere

uccisa la contessa. Ebbene: non è vero! Egli non ha confessato niente!

Io ho detto una menzogna. Però questa che credevo menzogna è verità, e

voi stessa, senza volerlo, anzi volendo il contrario, me lo avete

provato! Se fosse stata menzogna ne avreste riso. Voi invece avete

tremato per lui e avete tentato di salvarlo, invano!...»

Ma il Ferpierre s'arrestava a un tratto, prevedendo che ella non sarebbe

rimasta senza risposta: «Non ho riso della menzogna perchè non potevo

riderne, ma dovevo dolermene. Credendo alla vostra menzogna pensai

ch'egli s'accusasse per salvar me, e siccome è innocente e la rea sono

io, così non ho riso, ma ho tremato e ho detto la verità!...»

Che cosa risponderle? E come convincerla di mendacio?... E se ella non

diceva il falso? Se era realmente colpevole? Se la sua condotta non era

quella di un'eroica salvatrice, ma d'una rea confessa? Che cosa vietava

di crederla rea veramente? Era possibile che ella avesse con tanta

abilità ricostruito e colorito una falsa soluzione del dramma e che

avesse saputo narrare un cumulo di menzogne con voce tanto turbata, con

espressione tanto sincera?

Allora il Ferpierre tornava a misurare le probabilità, a vagliare le

presunzioni, a rifare il lavoro di tutti quei giorni, arrestandosi ora

all'una ora all'altra ipotesi, riconoscendo ancora una volta

l'inestricabile difficoltà del caso.

Doveva egli proprio rinunziare a indagini ulteriori? La speranza d'avere

una prova inoppugnabile era proprio perduta? E come concludere la sua

lunga e vana istruttoria? Bisognava proprio accettare le ultime

dichiarazioni degl'imputati? O negarle, e riaffermare che la contessa si

era uccisa, e che la Natzichev s'incolpava soltanto per la paura di

veder condannato il principe, pure essendo innocente quanto lui, e che

per questa ragione le loro versioni non erano state concordi?... O

tornare all'ipotesi, già esclusa come la più improbabile, che fossero

colpevoli entrambi, che la Natzichev avesse aiutato l'amante a compiere

l'assassinio per furto, e tentato poi di scagionarlo per accusare sè

stessa?

Ciascuna conclusione ripugnava al magistrato, ma bisognava pure

accoglierne qualcuna, e già egli pensava di fare un ultimo tentativo

presso i due Russi; quando, nonostante gli ordini dati, udì picchiare

alla porta. L'usciere, scusandosi della trasgressione, gli recava un

piego della Procura generale, In un angolo del quale due parole

sottolineate avvertivano che la comunicazione era urgente. Egli apri

distrattamente la busta poichè niente gli pareva urgente se non uscire

dalla lunga ambiguità, e ne trasse due carte: un telegramma, e un

biglietto del Procuratore generale. Questi gli scriveva:

«Vi trasmetto immediatamente il dispaccio appena ricevuto dal console

elvetico di Edimburgo. Potremo ora forse sapere qualcosa di preciso

intorno al mistero di Ouchy.»

E il Ferpierre aprì con mano tremante dall'ansia l'altro foglio, che

diceva:

«Suor Anna Brighton abita a Stonehaven, contea di Kincardine, Scozia.

Sono stati presi gli accordi con la magistratura inglese per assumere la

sua testimonianza.»

Già alla notizia che l'istruttoria non era, come prima avevano

annunziato, ancora chiusa, e che il magistrato diffidava della

confessione di Alessandra Natzichev, e che tutto tornava ad esser posto

in forse quando il mistero pareva svelato, la curiosità pubblica s'era

ridestata, più cupida di prima. Tra chi sosteneva la sincerità della

nihilista e chi vedeva nella condotta di lei una nuova prova della colpa

del principe e chi tornava con cresciuta fiducia alla versione del

suicidio imputando ai metodi inquisitorii del magistrato la confessione

strappata ad una innocente, le discussioni fervevano, appassionate ed

inutili. Ma i più riconoscevano oramai che la giustizia si trovava

dinanzi ad uno di quei casi dubbii della soluzione dei quali bisogna

disperare finchè qualche circostanza inopinata non viene a rischiararli,

e che più spesso restano insoluti, per sempre.

La notizia che suor Anna era stata finalmente trovata portò ai gradi

della febbre l'aspettazione curiosa. La sua testimonianza, l'ultima

lettera a lei diretta dalla contessa qualche ora prima della morte,

avrebbero tutto spiegato.

Questa fiducia non era tuttavia generale e lo stesso Ferpierre, dopo il

primo movimento di stupore e di piacere alla comunicazione del

telegramma, temeva anch'egli di non potere ancora uscire del dubbio. Se

la morta confessava d'essere sul punto d'uccidersi, se mandava alla

suora l'ultimo saluto, costei, ricevendo quella lettera, leggendo

quell'annunzio, non avrebbe dovuto accorrere, o almeno rispondere e

cercare di avere altre notizie, di sapere se il proponimento funesto era

poi stato compito? E poichè tutti i giornali del mondo avevano parlato

della catastrofe e delle accuse, degli arresti, dell'inchiesta, non era

per la religiosa un dovere di coscienza far tenere alla giustizia la

lettera? Nulla era venuto; dunque la lettera non annunziava il suicidio!

Bisognava pertanto considerare come singolarmente peggiorata la

condizione degli imputati. Mancando un'esplicita allusione al disperato

proposito della scrittrice, sarebbe parso sempre meno probabile che,

un'ora dopo, ella si fosse uccisa; ma a quale dei due accusati bisognava

imputare il delitto? Si poteva sperare che ella avrebbe espresso la

paura suscitata in lei dal minaccioso contegno di uno dei due? Non era

più probabile che la lettera non sarebbe stata esplicita in nessun

senso, e che, pure confermando l'ambascia dalla quale l'infelice era

occupata, non avrebbe annunciato la determinazione di morire? In tal

caso l'ambiguità sarebbe rimasta.

Una prima notizia, riferita dai giornali inglesi che annunciavano il

ritrovamento di suor Anna Brighton, distrusse i dubbii del magistrato.

La religiosa, dicevano i fogli, era colpita da una grave paralisi, non

aveva più l'uso del corpo nè della favella.

Un telegramma da Londra al _Journal de Genève_ precisò, il giorno

seguente, che la malattia datava da un mese; che l'insulto apoplettico,

secondo la dichiarazione della cugina di suor Anna, sola parente di lei,

si era prodotto alla lettura di una notizia funesta.

E quando, una settimana dopo, con la conferma di queste voci, il

Ferpierre ebbe il referto del magistrato scozzese, comprese d'avere

ancora una volta sbagliato nelle sue previsioni. Suor Anna non aveva

potuto rispondere alla contessa nè illuminare la giustizia, perchè era

caduta come morta leggendo la lettera dell'antica prediletta sua

allieva.

Quella lettera trovata presso di lei e unita al rapporto insieme con

altre che non avevano importanza, diceva:

«Suor Anna, pregate per me. Pregate molto, con tutto il fervore della

vostra anima buona, perchè ho bisogno di molto perdono.

«Questa è l'ultima lettera che riceverete da me. Se un giorno udrete ciò

che avrò fatto, ricordatevi il nome che m'avete sempre dato, dalla prima

volta che mi carezzaste: ricordatevi che mi avete chiamata ed amata come

vostra figlia: a una figlia voi pregherete indulgenza.

«Dio mi legge nel cuore. A voi io non debbo e non voglio dire che

tempesta mi travolge. Voi siete beata, che non conoscete l'errore;

perchè parlarvi di quelli tra i quali io mi dibatto? Pensate una cosa

soltanto: che se troppo peccai, io voglio ora sfuggire a nuove colpe. Io

sono ridotta a tale, che dovunque è per me colpa ed orrore. La morte

sola può liberarmi; dovrei aspettarla perchè non tarderà; ma il male,

no, non aspetta.

«Se vi addoloro, scusatemi; pensate che io non ho altri al mondo cui

dire queste cose, in quest'ora estrema. Vorrei anche darvi un'altra

preghiera: di gradire le memorie che vi lascio. Sono certa che le

serberete con l'amore che mi avete sempre portato.

«Suor Anna, pregate per me.»

IX.

SPASIMO.

Gli anni passarono, e la contessa Fiorenza d'Arda, il principe Alessio

Zakunine e Alessandra Natzichev si cancellarono a poco a poco dalla

memoria degli uomini. I proprietarii dei _Cyclamens_ avevano pensato

dapprima di mutare il nome della villa temendo che il triste ricordo non

impedisse che altri la volesse abitare; ma, alla nuova stagione, un

Inglese la richiese espressamente per la curiosità destata in lui dal

dramma di Ouchy. Due anni dopo fu presa da una famiglia americana che

non sapeva della morte nè del processo, e così il nome rimase.

Spasimo · 第 13 / 15 段