senza che me ne accorgessi neppure! Ciò la vita ha voluto: che le nostre
anime, che queste quattro creature umane si siano incontrate per patire
uno spasimo ineffabile; e nessuno ha saputo quel che l'altro soffriva, o
l'ha saputo ancora e sempre troppo tardi! Quando io provavo per
Alessandra un affetto fraterno, quando dalla solitudine nella quale era
piombata, dalla forza che la rendeva capace di sopportare e vincere le
difficoltà della vita, io fui persuaso a proteggerla, a sostenerla, come
una sorella, come una figlia, ella doveva accendersi per me d'un più
cocente amore! Se pure io mi fossi accorto dell'amor suo, avrei potuto
farla felice? A lei potevo soltanto confidare i miei ardori per
un'altra!... Ella tentò guarirmi richiamandomi al dovere di servire la
causa: volli ascoltarla, invano. Il pensiero di riacquistare l'amore già
sdegnato occupava e dirigeva tutta la mia vita. Dopo averlo sdegnato, mi
pareva che questo amore avesse un prezzo inestimabile. È giustizia!... A
Fiorenza nulla dicevo: nel tempo che venivo a trovarla passavo i miei
giorni tremando di scoprire che, come non era più mia con l'anima, così
già si fosse data a voi. Pensavo, per non credere questa cosa orribile:
«Ella sente tanto altamente che non la farà mai!» Dentro di me una voce
rispondeva: «Ora tu credi a quelle morali altitudini delle quali prima
ridevi?» Ne ridevo, prima. E non le credevo ancora! La fiducia che ella
non mi tradisse non era tanto alimentata dalla stima che avevo di lei,
quanto dall'impossibilità di credere che tutto fosse proprio finito
senza riparo tra noi. Sentivo che il mio ritorno e il mio ravvedimento
le davano ansie mortali, e ne godevo sperando di recuperarla... Starle
al fianco e non poterle prendere la mano! Ricordare il passato e
disperare di riviverne un'ora sola!... Di tutto ciò che sentivo non
potevo dir nulla. Ancora la superbia mi tratteneva, e un altro motivo,
meno tristo. Io ero povero ormai; ella ricca: parlare ancora dell'amor
mio non poteva essere una menzogna suggerita dal calcolo?... Un giorno
parlai. Le dissi: «Ti ho perduta, ti ho voluta perdere; sento che la mia
colpa è irreparabile. Ma se tu sapessi che cosa accade dentro di me! Ti
chiedo per grazia di non abbandonarmi in questo momento che tutto mi
crolla intorno. Più tardi farai ciò che vorrai...» Quel giorno, il
giorno della tempesta, parlaste anche voi. Ella fu presa tra le nostre
due passioni. Deliberò di morire. M'aveva risposto: «Non vi abbandonerò
mai perchè sono la sposa vostra; ma pensate che l'amore è morto.» La sua
voce era fredda e il suo sguardo mi evitava. Quando compresi che anche
voi avevate parlato, sentii che non era sincera, che mi nascondeva
qualche cosa. Ma temevo che pensasse di fuggire; non sapevo, non credevo
che avesse deliberato di morire: ella mi era ignota ancora!... Passai
una notte tremenda. Vegliò anch'ella. Cento, mille volte fui sul punto
di andarle dinanzi; ma la sua soglia mi era vietata. Il domani venne
Alessandra a cercarmi, a chiamarmi, presaga d'una catastrofe. Le promisi
di partire, ma prima volli ancora una volta passare da lei. Udendomi
entrare ella nascose precipitosamente qualche cosa. Vidi che era l'arma.
Così fu presa tra le nostre due passioni: da voler morire per
liberarsi!... Sentivo di non avere il diritto di parlare, d'essermi
intruso presso di lei, di doverla lasciare al suo destino, alla libertà,
alla morte; ma non potevo. Quest'idea: che fra due esseri già stati
l'uno dell'altro non ci fosse più nulla, più nulla, che io fossi peggio
d'un estraneo per lei, non poteva entrare nella niente mia. E la voce
secreta diceva: «Prima tu credevi che l'amore fosse l'incontro fugace di
due capricci, prima tu ridevi dei legami indissolubili...» Io non potevo
concedere che ella fosse d'un altro, sia pure col solo pensiero. Io che
avevo tradito non potevo ammettere che sarei stato tradito a mia volta.
La mia superbia era sconfinata, non tollerava che qualcuno valesse più
di me. E come comprendevo che voi avreste saputo farla felice, la
superbia, l'amore, la gelosia, tutti i sentimenti, tutti gl'istinti
selvaggi della mia razza, della mia natura, insorgevano, formidabili.
«Tu promettevi pur ieri di non lasciarmi,» le dissi con voce amara,
«perchè sei la mia sposa, e vuoi ora ucciderti!...» Ella non negò,
«Lasciatemi morire,» rispose: «sarà meglio per tutti.» C'era nella sua
voce qualche cosa che non conoscevo: l'amore per voi, il rancore di
lasciare la felicità che da voi si riprometteva. «Non puoi dunque più
tollerare la mia vista? T'incresco a tal segno?» Dissi queste parole, e
molte, molte altre ancora. Ella rispose soltanto: «Di chi fu la colpa?»
Udite: fu questo il primo rimprovero che mi volse dopo lunghi anni di
dolore. «Ebbene,» replicai, «io sparirò: parto oggi stesso, fra poco, nè
ti verrò mai più dinanzi. Vuoi ancora morire?» Mi disse: «Sì.» Ebbi
paura di comprendere, pure domandai: «Perchè?» Le sue parole non mi
significarono nulla che io già non sapessi: «Perchè, se vivo, sarò sua.»
_Sua_, vostra, d'un altro!... Una vampa m'accese gli occhi e la fronte.
«Non è possibile, non sarà!...» Ella scosse il capo. «Non dir di no!»
insistetti. «Non dir di no!... So bene che non mi ami più, che mi odii,
che mi esecri; ma non dirmi che ami un altro, perchè... perchè...»
Disse: «L'amo.» Allora scongiurai. Piansi anche. Ella ripetè: «L'amo.
Non si deve mentire, non si può fingere. L'amo: perchè questo amore mi è
vietato, io muoio.» Allora risi, la schernii: «Chi vuol morire non lo
dice!... La parte è tuttavia bene rappresentata!...» Vedo ancora lo
sguardo suo stupito. «Non mi credete? Non credete che ho già preso
commiato dalla sola persona che mi piangerà sinceramente?...» Le dissi:
«Da lui?...» Ella aveva invece scritto a suor Anna. Ed al mio sospetto,
al tono d'ironia col quale lo espressi, non si sdegnò; mi corresse
soltanto: «Da suor Anna.» Io soggiunsi, sempre irridendo: «E la salute
dell'anima?» A queste parole si nascose il viso tra le mani. Di repente
presi le sue mani, tentai d'attirarla al mio cuore. «No, non morrai; tu
vivrai per me, con me...» Si levò di scatto, ritraendosi: «Non mi
toccate!» Io sentii l'immenso amore cozzare contro un odio implacabile.
«Bene! Vi faccio orrore,» le dissi. «E lo amate! E, se pur vorreste, non
potete uccidervi perchè avete paura del giudizio del vostro Dio. Voglio
io farvi uscire da questa pena!...» E, prima ancora che ella avesse
tempo di considerare ciò che facevo, le tolsi l'arma nascosta dietro i
suoi libri. «Così non vi ucciderete, non affronterete l'ira del Dio: e
potrete anche correre alle nuove carezze.» Da questo momento io non la
riconobbi più. Si guardò intorno come smarrita, come perduta, come
incalzata da una torma vorace ed ululante; poi mi guardò. I suoi occhi
erano illuminati da un riso di gioia, da un sorriso di scherno. «Ah, voi
credete?... Voi proprio credete che io volessi morire?... Come lo avete
creduto?... Portate via l'arma! Non la morte, ma la vita e la gioia mi
aspettano... Andate, lasciatemi: egli ora verrà!...» Anch'io mi guardai
intorno, sgomento; la mia mano armata tremava. E come nello sguardo mio
era una domanda, ella la comprese: «Egli verrà: sono sua!...» La vampa
mi salì più gagliarda agli occhi e alla fronte. «Taci!» le
ingiunsi.--«No, non voglio tacere; non posso!... Io l'amo, sono
sua!»--«Taci!» le ingiunsi anche una volta.--«No, non voglio tacere!...
L'amo, e ti odio e ti disprezzo. Tu m'hai fatto tanto male che avevo il
diritto di prendere finalmente la mia rivincita! Nessuno può
condannarmi!...»--«Taci!» ingiunsi la terza volta.--«No, non posso
tacere! Mi condannino pure: che importa? Tutto l'essere mio ha bisogno
di espandere la gioia della quale è finalmente saturato. Io voglio
gridarla a tutti, voglio a tutti mostrare la felicità che inonda l'anima
mia!...»--«Sei folle!» le gridai.--«Sì, dacchè sono sua!...» No, ciò non
era possibile; se fosse stato vero, se avessi dovuto crederlo, sarei
impazzito io stesso. «Non è vero! Non ti credo!» le dissi. Ella rispose,
attonita, ilare: «Non credi? Come farti credere?... Ascolta, se non
fosse vero, avrei voluto morire? Tu mi hai trovata con l'arma dinanzi,
ho pure mandato una lettera d'estremo saluto; ero sul punto di scrivere
il mio testamento; poi avrei scritto a lui. Credi che volessi, che
potessi lasciarlo così? Ma senza il rimorso della colpa avrei pensato
alla morte? Se non fossi caduta avrei continuato a vivere come ho
vissuto finora! Ho voluto morire credendo d'aver peccato; ora non più,
non più, non più!...»--«Tu hai fatto questa cosa?»--«L'ho fatta e
tornerò a rifarla. L'amo, è mio, per sempre; vuoi sapere da quando? Vuoi
saper come?...»--«Taci! Non mi provocare!»--«No, non ti provoco; che
cosa m'importa di te? Chi sei tu? Che fai qui? Chi ti ha dato il diritto
d'entrare qui? Lévati, lasciami: m'aspetta, ti dico... Vuoi farmi
paura?... Ah! Ah!» L'occhio mio doveva essere spaventoso; ed ella
rideva! ed ella insisteva: «Non ti temo! Che puoi farmi?» Io proruppi:
«Ti uccido!» Ella aperse le braccia, alzò la testa, protese il seno:
«Uccidimi; sarò sua fino sotterra.»--«Taci, o ti uccido!...»--«Fino
sotterra! Non c'è un solo pensiero della mia mente, non un palpito del
mio cuore, non un moto dell'anima mia, non una fibra della mia carne che
non sia sua...» Levai l'arma. Il suo sguardo sfolgorava, la sua voce
cantava: «Nella vita, oltre la morte, sola di lui...» Il colpo partì....
Roberto Vérod, che alla narrazione del dramma aveva tremato di dolore,
d'orrore, di pietà, di rimorso impotente, d'odio mal contenuto, fece un
passo innanzi levando il pugno e gridò:
--Assassino!
Il principe sostenne il suo sguardo rispondendo:
--Colpisci.
Restarono così, affrontati, un tempo che nessuno dei due potè valutare.
Poi il braccio del Vérod ricadde: con voce più sorda, fremente, egli
ripetè:
--Assassino!
--Sono venuto perchè facciate giustizia. Ciò che voi farete sarà giusto.
Però datemi ancora ascolto un istante. Quando la vidi cadere, quando
vidi il sangue suo grondare dall'orribile piaga, un urlo mi uscì dal
petto. Ella viveva ancora. Visse per dirmi le sue ultime parole.
Uditele: «Ho mentito, per morire... Io non potevo... Grazie...
Perdono...» Queste furono le ultime parole sue. Io volli morire con
lei. Avevo l'arma in mano, la rivolsi contro me stesso; ma qualcuno
afferrò a un tratto il mio braccio come con una tanaglia. Alessandra mi
era dinanzi: «Tu vivrai! Devi vivere! Devi salvarti!... Lasciami
fare!...» Non comprendevo. Ella metteva l'arma accanto alla morta,
studiava come disporla, ne traeva una cartuccia. «Si sarà uccisa,
secondo aveva annunziato: tutti lo crederanno...» Già voci e rumori di
passi si avvicinavano. «Intendi? Se sospettano, lascia rispondere a me;
conferma in qualunque caso le mie risposte. Pensa al Dovere! Pensa alla
Causa! Pensa a me che ti amo, che ti voglio, che ti saprò fare
felice!...» Non comprendevo. Correvo a chiamare soccorso, sperando che
ancora vivesse. Perchè nascondere la verità? Dire la verità era il mio
primo impulso. Se non la dissi tosto, ciò fu perchè non comprendevo
ancora: non udivo le domande che mi rivolgevano, rispondevo
meccanicamente, come in sogno. Ebbene: quando voi ci lanciaste in faccia
l'accusa, allora io mi ribellai. Tale ero, ancora. Il mio pensiero, il
mio sentimento, erano governati da queste improvvise reazioni. Accusato,
da voi, mi difesi. Tutto ciò che potei dire contro di me lo dissi,
riconobbi d'averla spinta alla morte, ma negai l'atto estremo. Più volte
nel corso degli interrogatorii fui per confessare; ma al vostro nome,
alle durezze del giudice io m'impennavo. Dal bisogno di straziarmi, di
morire, di espiare che mi occupava nei primi momenti, passai all'ansia
della liberazione; come una fiera imprigionata non ebbi altro impeto
che quello di rompere le mie catene, di correre all'aperto, di tornar
padrone di me. E secondai le dichiarazioni di Alessandra senza
comprenderle; e quando ella s'accusò, quando la compresi finalmente,
quando vidi che si perdeva per amor mio, allora accettai il sacrifizio,
naturalmente... Fummo liberi entrambi. Nel punto che fui libero, che la
menzogna trionfava, io mi proposi di dire la verità. Ma tacqui ancora,
perchè dentro di me, nella lunga notte della mia mente, già l'alba d'un
nuovo giorno spuntava. Alessandra credeva di vegliare su me perchè mi
restava vicina, perchè mi parlava. Non la vedevo: non l'udivo: una muta
e invisibile anima governava ormai la mia vita...»
S'interruppe un momento alzando gli occhi al cielo della sera. Il cielo
si era placato, le vampe gialle erano scomparse; colorazioni rosee e
verdi, purissime, schiarivano l'occidente.
Egli riprese:
--Il rancore, l'odio, l'invidia, la cupidigia, tutte le insanie delle
quali ero vissuto m'apparvero finalmente nella loro fosca luce. Il
sangue che avevo fatto spargere non mi aveva detto ancora nulla;
bisognava che io stesso spargessi il sangue d'una vittima, d'una
martire, per comprendere la legge d'amore. Tutti gl'insegnamenti di lei,
un tempo sdegnati e derisi, mi tornarono alla memoria. La semente che
pareva perduta fruttificò. Credete che ella sia morta?
La voce del penitente era così dolce, che Roberto Vérod sentì il suo
cuore tremare.
--Ella vive in tutte le cose belle, in tutte le cose buone; parla ancora
in noi, e ci consiglia. Ella m'ha detto di venire da voi. Voi che
l'amaste, che ne otteneste l'amore, saprete che cosa fare di me.
Aspettò che il Vérod rispondesse, ma come questi era incapace di dire
una sola parola, riprese:
--Voi non potete uccidermi, voi che sapete la sua legge del perdono. Ma
debbo io ancora vivere libero? Basterà che mi sia ricreduto e che abbia
occupato questo tempo a cercare di riparare il malfatto? Della
conversione mia non debbo dare al mondo la prova e la misura? E per
meritare veramente d'essere perdonato non debbo espiare?... Ho due
partiti dinanzi a me. Io posso consegnarmi o alla giustizia di questo
paese, per scontare qui dove uccisi la pena del mio delitto; o alla
giustizia della mia patria, alla quale ho da rispondere di altre colpe.
Volete voi dirmi quale vi pare il partito migliore?
Roberto Vérod non rispose. Che consigliare? E con quale diritto?...
Egli era così pieno di dolore che il suo giudizio ne rimaneva
ottenebrato.
--Ebbene, io credo di non errare seguendo l'esempio che fu come un
ammonimento: partirò per la Russia. Qui forse al mio delitto, a un
delitto voluto dalla passione, s'accorderebbe forse troppa indulgenza.
La pena capitale mi aspetta laggiù. E poi io debbo confessare al mondo
che mi sono ingannato. Se le leggi che governano le società non sono
felici, la colpa non è degli uomini che le dettarono. Altri uomini non
possono dettare se non leggi umane, cioè monche e inefficaci. Odiarsi e
combattersi per disciplinare diversamente il dolore al quale l'umanità
fu condannata è da stolti. Bisogna lottare contro l'ingiustizia ed il
male; ma non c'è altra arma efficace fuor dell'amore. Bisogna amarsi,
compatirsi ed aiutarsi. Io voglio dire ad alta voce il mio errore;
voglio chiedere scusa del male che inflissi a tanti, a troppi....
Nascosta la faccia tra le mani e rimasto un poco a meditare così,
rivolse poi lo sguardo al Vérod, riprendendo:
--Ed a voi cui ne feci tanto io voglio chiedere scusa, umilmente. Forse
è ancora troppo presto perchè possiate sopportare la mia vista. Ma io so
che il vostro cuore è pieno di bontà. Se meritaste d'essere amato da lei
voi dovete essere il migliore degli uomini. Prima di lasciare questi
luoghi che non rivedrò più mai, prima che l'espiazione si compia, vi
chiedo in grazia di dirmi una parola. Pensate che sto per morire.
L'ultima parola di lei fu di perdono; ella chiese che io la
perdonassi--io che l'uccisi! Ditemi voi che non odierete la memoria mia.
Roberto Vérod taceva ancora. Ma ora una commozione violenta gl'impediva
di parlare.
--Sarebbe troppo grave al mio cuore esser proseguito dall'odio vostro.
Voi foste tanta parte di lei, che sentire una vostra buona parola mi
sosterrebbe nel compimento del dovere al quale ora m'accingo....
Prese la mano del giovane e supplicò:
--Roberto, mi perdonate?
Questi fece col capo un gesto d'assenso.
E come vide che dagli occhi di Zakunine grondavano lacrime, come vide il
pianto di quell'uomo dal cuore di ferro, anch'egli pianse alfine.
--L'anima di lei è qui presente,--disse il principe.
La sua voce non era rotta da singhiozzi, il suo pianto era queto e
dolce.
Disse ancora:
--Sia sempre beata e benedetta.
Il pianto del giovane era tempestoso.
--Roberto, voi siete buono. Grazie!... Addio!...
Così dicendo si chinò a baciare la sua mano. Allora Roberto Vérod
ritrasse la mano ed aperse le braccia. I due uomini restarono un poco
stretti l'uno contro l'altro.
Chiese il principe, sommessamente:
--Fratello, tu mi perdoni?
--Ti perdono, fratello....
Scioltosi dall'abbraccio, Zakunine si passò una mano sugli occhi, poi
s'allontanò. Sulla soglia, prima di sparire nell'ombra, si rivolse
ancora una volta:
--Addio!
* * * * *
Un mese dopo i fogli pubblici furono pieni del caso straordinario: il
principe Alessio Petrovich Zakunine, il nihilista feroce, il
rivoluzionario implacabile del quale da tanto tempo nessuno aveva più
avuto notizia, era tornato in Russia, a Odessa, per via di mare; a bordo
del piroscafo si era svelato agli agenti della polizia perchè lo
consegnassero alla giustizia. Oltre che confessare i suoi delitti
politici, dei quali faceva ammenda solenne, rivelava il delitto
passionale commesso in Isvizzera; la nuova versione del dramma di Ouchy
eccitò enormemente la curiosità pubblica. E quantunque la pena di morte
pesasse sul capo di lui, una volontà sovrana, impressionata dalla
conversione del ribelle e del miscredente, commutava la sentenza nella
perpetua relegazione in Siberia.
Roberto Vérod, rimasto a Losanna, nei luoghi dai quali ora non si poteva
più distaccare, incontrò, dopo aver letto quest'ultima notizia, il
giudice Ferpierre. Non lo aveva più riveduto dal tempo del processo: gli
si accostò trepidante ed ansioso, come alla sola persona con la quale
gli restava di poter parlare della morta, del colpevole, di sè stesso.
Il Ferpierre, che aveva tutto saputo dai giornali, gli disse:
--Ho piacere d'avervi incontrato. Il vostro cuore non v'ingannava: ciò
che voi sosteneste fin all'ultimo era vero. Voi avevate solo la vostra
passione; ma essa vi fece vedere lucidamente. Fiorenza d'Arda non poteva
uccidersi, non poteva morire volontariamente lasciandovi il tristo
esempio senza una parola di conforto. Qualunque fosse l'angustia
dell'animo suo, quantunque ella avesse fermato ed annunziato di
togliersi la vita, all'ultimo momento la cristiana doveva arretrarsi. Ma
poichè vivere non poteva neppure, compreso il geloso furore di quello
sciagurato, lo provocò perchè egli stesso la liberasse. Le apparenze
m'ingannarono. Ma sono pur grandi le stranezze della vita!... Potevate
esser tutti felici, se il caso non vi avesse fatto incontrare quando
dovevate tutti soffrire ineffabilmente: la contessa posta tra il
rispetto di sè stessa, della propria parola, della propria fede, e
l'amor vostro; voi amante disperato di lei e geloso di Zakunine;
Zakunine perduto dalla gelosia per voi, dal tardo amore per lei, dal
rimorso sterile contro sè stesso; la Natzichev amante taciturna,
disconosciuta, negletta.... Che ne sarà di lei?
Allora il Vérod si rammentò delle parole del principe.
--È morta.
Ma come, dove e quando? Zakunine non lo aveva spiegato, nè egli aveva
pensato a chiederlo. Era ella morta di morte naturale o violenta? Si era
uccisa, o come Alessio Petrovich, e prima di lui, era tornata in Russia
a lasciarsi condannare? Quando il principe aveva detto di voler seguire
un esempio che era stato come un ammonimento, aveva alluso a lei?
Nessuno poteva dirlo; forse non l'avrebbero saputo mai.
--Come misteriosamente è passata nella vita!--disse il
magistrato.--Aveva pure un gran cuore.
--Sì,--riconobbe il Vérod.
--Neppure quello sciagurato era tutto perverso, Bene ha fatto
l'imperatore commutando la pena: la morte deve restare nelle mani di
Dio; vivendo, l'assassino potrà sperare di redimersi.
--È redento.
E come il giudice lo interrogava con lo sguardo, Roberto Vérod gli narrò
il loro colloquio.
--Io l'ho perdonato. Sentii che la Morta voleva così. Ella che lo
convertì, che morendo di sua mano compì l'opera di salvezza alla quale
si accinse quando si mise al suo fianco, non poteva volere che io gli
serbassi rancore. L'anima superba e feroce ora ama e si piega. Io
stesso, che dopo aver creduto ero ripiombato nel dubbio, torno
ultimamente alla fede che Ella mi spirò. È vero: voi aveste ragione, un
giorno, di meravigliarvi della mia avversione per lui. Le nostre nature
erano diverse, ma noi ci accordammo nel disperare della vita. Entrambi
vedemmo nel mondo un meccanismo incosciente, un vano giuoco di forze
cieche e soverchianti. Ella ci ha uniti nel sentimento del bene, ci ha
rivelato l'amore e la fratellanza umana. Noi ci siamo abbracciati, come
fratelli. La condotta di lui, la sua accettazione del castigo sarà
d'esempio al mondo. Anch'io sento di dover rinnegare le disperate
persuasioni d'un tempo, di dover significare le cose che Ella mi
rivelò....
Erano scesi a Ouchy; procedettero entrambi silenziosi un buon tratto
lungo le rive del lago terso ed azzurro come un pezzo di cielo caduto
sulla terra.
Il giudice poi disse:
--Vi sono di queste creature venute al mondo per convertirci alle cose
delle quali purtroppo la vita ci fa dubitare. Il loro cuore è come una
fontana di salute. Voi felice che la conosceste, che l'amaste, che ne
custodite gelosamente l'imperituro ricordo.
FINE.
INDICE
CAP. I. Il fatto PAG. 1
CAP. II. Le prime indagini PAG. 21
CAP. III. I ricordi di Roberto Vérod PAG. 59
CAP. IV. Storia d'un'anima PAG. 89
CAP. V. Duello PAG. 135
CAP. VI. L'inchiesta PAG. 167
CAP. VII. La confessione PAG. 203
CAP. VIII. La lettera PAG. 237
CAP. IX. Spasimo PAG. 265